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Il nostro primo viaggio in Italia in tre

“Andare in luoghi con odori e sapori diversi dal mio è un tipo di sete che non credo si spegnerà mai, perché è una cosa che ho come sposato nella mia vita (quando non sono al verde). Ma viaggiare solo all’estero è viaggiare a metà. E viceversa. Nell’ultimo anno questa sete di Paesi sempre nuovi si è accompagnata a una nuova esigenza, quella di tornare all’incredibilmente vicino. Al piccolo e piccolissimo“.

Scrivevo così su questi schermi due anni fa, dopo essere tornata dalla Calabria e da un viaggio in Italia che mi aveva fatto penetrare in un Paese più periferico e (ai miei occhi) sconosciuto.

Non sono il tipo che si autocita, ma mi ha colpito ritrovare parole che avrei potuto scrivere proprio in questa strana estate ai tempi della pandemia. In un momento in cui viaggiare è un lusso, il fatto di farlo in Italia era sicuramente la più giusta (con una bimba di sei mesi certamente la più fattibile). Ma questo post che ho ripescato mi ha fatto ripensare al fatto che da un po’ di tempo d’estate ho ricominciato a viaggiare a casa nostra, cercando posti ai margini dell’autostrada, esplorando soprattutto le regioni centrali (con risultati alterni, va detto). E anche quest’anno la nostra discesa lenta verso la Puglia si è rivelata un viaggio pieno, intenso, emozionante.

Alla tenuta San Marcello, prima tappa del nostro viaggio in Italia in tre

Alla Tenuta San Marcello, prima tappa del nostro viaggio in Italia in tre

È stato un viaggio di ritorni e di prime volte. Il nostro primo viaggio in tre, con una piccola passeggera che dettava i ritmi di marcia. In cui non ci siamo fatti mancare nulla, ma abbiamo dovuto rallentare, pianificare e allo stesso tempo improvvisare a seconda di quanto Mia dormiva in auto o meno. La ragazza, sei mesi festeggiati con una gattonata proprio sulla via del ritorno e svezzamento un po’ selvaggio fra orecchiette e un blitz in un ristorante stellato, ha dato una mano adattandosi a tutto. Forse è stata la fortuna del principiante, forse una questione di età, comunque sia siamo tornati tutti interi e posso ora, dopo giorni di lavatrici, raccontare il nostro itinerario di circa due settimane. Abbiamo toccato cinque regioni, fra Marche, Abruzzo, Puglia, Molise e Umbria. Numero di borghi visitati, irraccontabile. Tante le tappe, in discesa e in risalita, per non macinare troppi chilometri in una volta sola.

Da qualche parte nella Valle d’Itria

Abbiamo trovato un’Italia alle prese con una stagione turistica incerta, con le spiagge sempre piene e l’Appennino sempre vuoto (con l’eccezione di Castelluccio di Norcia, preso d’assalto per la fioritura). Un’Italia dove a tavola è sempre festa, col calice sempre pieno. Colorata, ma anche costosa, con strade che possono essere davvero tremende. E, scusate il tema personale, un’Italia senza fasciatoi. Sono un po’ pentita per le maledizioni lanciate tutte le volte mentre facevo le acrobazie in bagno, ma neppure troppo. Ristoratori, ma quanto vi costa metterne uno, dai.

Marche

Se c’è una cosa che ho capito dall’alto dei miei ben sei mesi da mamma-viaggiatrice è che, se si può, è meglio partire comodi. Anche se il lattante è di quelli finti, comunque nessun viaggio in questa fase- dopo che vi sarete portati dietro la casa che tanto andiamo in auto e non si sa mai- sarà davvero riposante. E non so chi ha inventato la storia che il mare è perfetto con i bambini. Sì, quando hanno l’età per giocare con la sabbia e non quando la mangiano. Quindi: partite comodi, senza maratone e marce forzate. Per noi la tappa soft sono state le Marche, fra le dolci colline di Jesi. Per evitare il traffico sull’A14 del sabato mattina, siamo partiti il venerdì sera, arrivando a destinazione per cena. Siamo scesi dall’auto un po’ stravolti, ma la mattina avevamo il primo giorno in tasca.

La tenuta San Marcello

La tenuta San Marcello

Primo tuffo in piscina di Mia

Il luogo in cui abbiamo scientemente deciso di non fare nulla, se non una nuotata in piscina e degustare (ottimi) vini, è stata la Tenuta San Marcello. Non so ancora cosa sia meglio fra la vista su borghi, vigneti di Verdicchio e Lacrima di Morro e campi di girasole e il vino Indisciplinato, un Verdicchio in anfora davvero speciale, accuratamente spiegato da Massimo Palmieri, vignaiolo indipendente Fivi. Per la sommelier che è in me, a bocca asciutta da oltre un anno, è stato un vero momento di gioia, nonostante gli assaggi ancora di contrabbando. Se proprio non potete fare a meno del mare, poi, Senigallia è a pochi chilometri.

L'anfora georgiana piena di Verdicchio

L’anfora georgiana piena di Verdicchio

Fra Marche e Umbria

Ci siamo messi in auto presto con una meta ambiziosa: la piana di Castelluccio, nel pieno della sua fioritura proprio a inizio luglio. Il tragitto, scendendo attraverso le Marche, era di circa 120 chilometri (due ore abbondanti), ma di fatto ci è voluto più tempo. La domenica non perdona e arrivati all’altezza di Visso, fra code e motociclisti, ci siamo arresi all’evidenza: una delle fioriture più belle degli ultimi anni era anche una delle più affollate. E così abbiamo fatto inversione e puntato su Norcia, dove siamo arrivati per pranzo.

Ora, io non so bene cosa pensassi di trovare in questi luoghi devastati dai terremoti del 2016 e 2017, ma l’immagine che ho di Norcia è qualcosa che faccio fatica a digerire. Faccio fatica a pensare alle teste di cinghiale e i salami accanto alla zona rossa, ai turisti e ai ristoranti presi d’assalto in un centro storico impacchettato. Alla cattedrale sventrata, ai container, come se il sisma avesse squarciato questi luoghi solo pochi mesi fa. I paesi come Visso, Arquata del Tronto sono ancora più spettrali, desolati nelle loro case accartocciate su se stesse, con i lavandini penzolanti, ma a Norcia i turisti sono ovunque e fai fatica a spiegarti tutte queste macerie.

È bene saperlo, quando si decide di salire fino a Castelluccio, sbriciolato anch’esso, nel silenzio interrotto dalle ruspe. Anche se non si può essere preparati fino in fondo.

La Cattedrale di Norcia

Lasciata Norcia, siamo andati a trovare il fresco nel nostro agriturismo, alle porte della Valnerina. E’ un luogo semplice e accogliente, praticamente sulla riva del fiume Nera (noto per il rafting), che riconcilia con questa parte di Appennino. I ragazzi delle Due Querce qui hanno avviato un caseificio con prodotti di capra, che si possono assaggiare a colazione (la ricotta è stata approvata anche da Mia). Per quanto riguarda la Valnerina, è uno dei luoghi più selvaggi dell’Umbria. Si parte proprio da Cerreto di Spoleto e si arriva fino alla cascata delle Marmore, fra tornanti, paesini minuscoli e boschi verdissimi. Noi ci siamo limitati a visitare la piccola Sant’Anatolia di Narco, suggestiva e tranquilla nel chiacchiericcio degli anziani all’imbrunire, e a cenare a suon di strangozzi e carne di pecora sotto un cielo stellato.

L'agriturismo-caseificio Le Due Querce

L’agriturismo-caseificio Le Due Querce

Comunque alla fine ci siamo andati davvero a Castelluccio. Siamo arrivati di lunedì mattina, mentre la nebbia di alzava scoprendo i colori pazzeschi di questa piana surreale, incorniciata dai Monti Sibillini. Anche in questo caso la realtà supera l’immaginazione. E soprattutto Instagram. La fioritura è realmente uno spettacolo eccezionale, solo in Giappone avevo assistito a un evento come questo, da assaporare camminando ai margini dei campi di lenticchie. Ebbene sì, sono loro le reali protagoniste della zona, anche se la gente non arriverà mai a capirlo del tutto, nonostante i cartelli. Capisco il desiderio di farsi una foto fra papaveri e un’esplosione di fiori azzurri, bianchi e gialli, ma quei campi rappresentano il lavoro di una comunità e calpestarli è da barbari (e anche lasciare fazzoletti in giro). Detto questo, il luogo, e soprattutto il suo isolamento, sono magnifici e per goderne appieno bisognerebbe camminare in tutta la piana con calma. Noi, non potendo lasciare la bimba sotto il sole (picchia parecchio, siamo a 1.450 metri) e dovendo arrivare fino in… Puglia, vi abbiamo trascorso un paio d’ore. Ma quei colori ci sono rimasti negli occhi a lungo.

La piana di Castelluccio

Il Bosco Italia

Attraverso l’Abruzzo, fino in Puglia

Non in tanti Paesi ti svegli in cima all’Appennino e vedi il tramonto sul mare a Trani, in Puglia. Questa era in assoluto la tappa più lunga (400 chilometri, circa 4 ore e mezza) e l’abbiamo spezzata a Roseto degli Abruzzi. In realtà il progetto originario era di fare pausa a Ortona o Vasto, magari tentando il colpaccio in un trabocco a pranzo, ma fra il dire e il fare c’era di mezzo Mia che, giustamente, sul finire delle Marche ha manifestato i primi segni di sfinimento. Potrei scrivere un libro sulle mie disavventure ogni volta che cerco un ristorante vicino all’autostrada e anche in questo caso il posto che avevo trovato era tanto carino quanto chiuso. Comunque un piatto di spaghetti in uno dei lidi non ce lo ha tolto nessuno, così come il nostro fazzoletto di mare in cui distrarre la bimba per un po’ prima di montare in auto di nuovo.

Arrivare a Trani dall’Appennino è stata un’esperienza da marziani. Ci aspettava una città bianca, marittima, con strade lastricate e macellerie e pescherie piene di gente alle otto di sera. Ci siamo subito lanciati verso porto e cattedrale rincorrendo un sole calante sempre più fucsia e abbiamo afferrato il tramonto giusto in tempo, prima di arrivare sul molo e passeggiare alla ricerca di un ristorante. Amanti dei ricci di mare, non fatevi scappare quelli de La Perla del sud: sorvolate sul nome e non ve ne pentirete. Il mattino successivo siamo tornati a visitare l’interno della cattedrale romanica e la sinagoga. A Trani, infatti, a partire dall’undicesimo secolo si era costituita un’importante comunità ebraica, tanto che si trovavano addirittura quattro sinagoghe. La maggior parte degli ebrei si convertì al cristianesimo, ma ancora oggi si può camminare in una piccola, candida, Giudecca.

Trani al tramonto

La cattedrale di Trani

Confesso che eravamo un po’ indietro rispetto alla mia tabella di marcia. Dovevamo pranzare a Polignano a Mare e invece ci siamo fermati sopra Bari, a Molfetta. È un’altra cittadina marittima, con un centro storico racchiuso da mura su un promontorio, con tanto di cattedrale affacciata sulla spiaggia del porto. E’ un luogo decisamente meno patinato, ma è affascinante la scogliera battuta dal vento, in un frullo di gabbiani che mi hanno fatto vagare con la mente fino ad altre città fortificate visitate in diversi punti del Mediterraneo, da Essaouira in Marocco ad Akko in Israele, da Cipro a Tiro e Sidone in Libano. Mi piace mettere insieme queste immagini delle sponde del nostro mare, come fosse un puzzle, ma la nostra masseria aspettava e ci siamo rimessi in auto per l’ultima ora di viaggio.

Quartiere ebraico, Trani

Molfetta

Orecchiette per Mia

E con moscardini per mamma e papà

La Valle d’Itria: fra gli ulivi della Puglia

Il blu dell’Adriatico è sempre sullo sfondo, ma il colore che resta negli occhi è il verde, argentato al mattino e dorato la sera. E’ il verde degli ulivi, che in Valle d’Itria non fanno parte del paesaggio, ma sono essi stessi paesaggio, con la loro solidità da monoliti, da esseri secolari. Non avevo mai visto una distesa così di alberi, ancorati a una terra rossa da campo da tennis e ritmata da muretti a secco. Uno spettacolo che si ammira nelle tante, stupende, masserie che in questi anni hanno unito all’attività agricola quella alberghiera. Ma tanta cura si paga, soprattutto da quanto queste case bianche con un piede sulla collina e uno sulla costa sono diventate sempre più ambite per i matrimoni. Devo dire che non è stato facile trovarne una disponibile e a un prezzo ragionevole, che avesse anche una piscina e un ristorante, ma alla fine abbiamo avuto anche noi il nostro angolo di paradiso nella Masseria Spetterrata. E’ stata la nostra base per esplorare i dintorni, rifugiandoci qui quando il mare diventava un’esperienza da bolgia dantesca (e nel weekend succede).

Masseria Spetterrata

Masseria Spetterrata

Abbiamo alternato le visite nei dintorni, a volte di giorno e a volte la sera, sempre cercando di non strapazzare la lattante. Ci siamo meravigliati davanti alla grazia incantata e alla vivacità di Locorotondo e nei vicoli di Cisternino, patria delle bombette. La strada che collega le due cittadine nella campagna è di una bellezza fiabesca, fra muretti, vigneti e trulli che sbucano da dietro gli ulivi. Nella mia ignoranza credevo che queste abitazioni tradizionali, pensate per essere smontate e rimontate in fretta, si trovassero solo ad Alberobello, invece sono disseminate in tutta la zona. Un altro luogo delizioso per cena è stata Ceglie Messapica, con un tocco orientale. Sempre a circa mezzora di auto c’è appunto Alberobello, che, alternando angoli kitsch alle distese candide di trulli nel rione Aia Piccola, mi ha trasportato in un’altra dimensione, senza tempo.

La campagna fra Cisternino e Locorotondo

Alberobello, Rione Aia Piccola

Alberobello, Rione Aia Piccola

Ulivi, ulivi e ancora ulivi

Polignano a Mare

Polignano a Mare

Non è scattato il feeling invece con Ostuni, bella nel suo candido arroccamento, ma decisamente troppo invasa da ronzanti Ape Calessino carichi di turisti e di pouf da aperitivo. Ma ci riproverò. All’altezza delle aspettative, invece, Polignano a Mare, con i suoi affacci sul blu, i vicoli curati e certe piazzette che mi hanno ricordato la mia amata Venezia.

Capitolo mare. Dalla nostra posizione era molto più vicino l’Adriatico e ci siamo trovati bene nel piccolo lido Stella, vicino a Ostuni,in cui è stato possibile noleggiare lettini e ombrellone. Ma devo dire che questa costa, dal Capitolo di Monopoli a Torre Canne, fra scogli e spiagge selvagge, non era molto adatta alle nostre esigenze con la piccola. Così un giorno ci siamo avventurati fino al Salento, alla volta di Punta Prosciutto. Ma, anche se durante la settimana, era necessario prenotare prima. Abbiamo ripiegato verso la provincia di Taranto, a Torre dell’Ovo, fra torri normanne e paesi sonnolenti. Devo dire che qui l’acqua e l’organizzazione hanno uno sprint in più e valeva la pena di fare un’ora di macchina per questo tuffo.

Torri di avvistamento sulla costa

Il ritorno attraverso il Molise

Un po’ ci siamo detti: se non ci fermiamo in Molise quest’anno, quando mai lo faremo? Un po’ volevamo evitare il traffico sull’A14 della domenica, un po’ mi erano rimaste in testa immagini di borghi suggestivi raccontati dai tanti travel blogger che hanno collaborato alla guida Destinazione Italia. E così, lasciata la Puglia, ci siamo addentrati in questa piccola regione, ai più sconosciuta. E capisco meglio il perché. Al di là delle battute se il Molise esiste o meno, ci è sembrato che, più che altro, non esistessero gli abitanti. Nei paesi di Bagnoli del Trigno, addossato in modo scenografico alla montagna, e Macchiagodena, con la sua vista mozzafiato sul massiccio del Matese, non abbiamo praticamente incontrato anima viva. Va detto che era domenica e amici che conoscono meglio queste zone ci hanno spiegato come da queste parti sia un giorno in cui è sempre tutto chiuso. Non posso quindi, con una permanenza di 24 ore, generalizzare troppo, ma la sensazione che ho avuto- che poi è una conferma- è che questi luoghi sull’Appennino nel migliore dei casi siano in vendita e nel peggiore stiano scomparendo dal cuore della gente. A Bagnoli del Trigno erano chiusi sia il castello che la suggestiva chiesa di San Silvestro, incastonata nella roccia e gli abitanti della cittadina sono più numerosi a Roma, dove molti si sono trasferiti a fare i taxisti, che qui.

Bagnoli del Trigno

Bagnoli del Trigno

Non sono pentita di essere passata per il Molise, perché la bellezza delle montagne, il verde dei boschi sono suggestivi e selvaggi, come in poche parti d’Italia mi è capitato di vedere. Credo possa essere il paradiso dei camminatori e di un turismo lento e ragionato. Vorrei saperne di più sui tratturi e ritentare di mangiare il pesce a Termoli (ho chiamato un ristorante che mi ha detto che di domenica, in alta stagione, sono sempre chiusi!). Ma forse siamo stati un po’ presuntuosi noi e vale la pena tornare con qualcuno che conosca questi luoghi e ce li racconti.

Macchiagodena

Il santuario di Maria Santissima Addolorata

Il santuario di Maria Santissima Addolorata

L’ultima tappa: di nuovo nelle Marche

Lasciato il santuario di Maria Santissima Addolorata, luogo di pellegrinaggio mariano in posizione pazzesca, è iniziata la vera risalita verso le Marche con destinazione Sirolo, sulla riviera del Conero. Dovevamo impiegare circa tre ore di auto, che sono diventate di più per i vari lavori sull’autostrada: in questo caso Mia ha deciso che dovevamo fermarci all’altezza di Pescara e, come all’andata, abbiamo fatto pausa spaghetti alle vongole, questa volta a Silvi Marina. Era destino che Ortona e Vasto li vedremo la prossima volta.

Uno scorcio di mare al Conero

Uno scorcio di mare al Conero

Il Conero per me non era una prima volta e in generale non lo era questa parte delle Marche. Il mio primo contratto di lavoro a tempo determinato, infatti, fu proprio a Macerata e dalla terrazza della redazione si vedeva questo monte lanciato in mare sempre sullo sfondo. Per me, quindi, si è trattato di un vero ritorno, dopo dieci anni, in luoghi che a suo tempo ho visitato da sola, in quei momenti della vita in cui tutto sta cambiando e hai preso una direzione che ancora non sai dove ti porterà. Hai già lasciato delle cose, ma ancora non te ne sei accorto. Per me quei giorni a Macerata erano stati così, agrodolci, ed è stato emozionante tornare a Recanati, con un marito, una figlia e due cari amici. Ovviamente la destinazione per loro era la casa di Leopardi, che è sempre un luogo un po’ mistico. A parte il dettaglio di Mia allattata in biblioteca- QUELLA biblioteca-, la novità è che ora si possono visitare anche le stanze private del poeta (non il lunedì però ed è bene prenotare).

Ma ero partita dal Conero, suggestivo quanto scomodo se avete dei bambini piccolissimi. In realtà a Numana la spiaggia è ben raggiungibile, mentre a Sirolo va guadagnata a piedi. Noi abbiamo scelto quella di ciottoli di Portonovo, che ho trovato bellissima, immersa nella natura, ma abbiamo dovuto fare a sportellate per due ombrelloni (strappato il prezzo di 20 euro a coppia per la mezza giornata). Venite presto o cercate di prenotare, anche se i numeri dei lidi, la mattina, suonavano sempre a vuoto. Sirolo in sé è molto graziosa, con una terrazza sull’Adriatico meravigliosa al tramonto, ma era presa d’assalto dai vacanzieri, quindi mi è rimasta la voglia di tornare a inizio o fine stagione.

La casa di Silvia a Recanati

Per quanto riguarda l’indigestione di borghi, abbiamo concluso il giro a Urbino (abbiamo pernottato qui l’ultima notte), sempre meravigliosa, per viaggiare un po’ indietro nel tempo. Bello il caffè a Fossombrone, raggiunta per la mia ossessione per gli antichi ponti dell’Appennino e la passeggiata a Offagna, anche se il vero spettacolo è stato inoltrarsi nella Gola del Furlo per sentirsi in uno dei parchi selvaggi dell’ovest degli Stati Uniti. Voglio assolutamente tornare con il kayak o per un giro in bicicletta. Ma la vera sorpresa di queste ultime ore di viaggio è stata sicuramente il pranzo alla Madonnina del Pescatore, ristorante stellato di Moreno Cedroni a Senigallia. Un po’ merito del menù, davvero straordinario, un po’ perché andarci con due bambini di sei e tre mesi è stato un azzardo ripagato. Un po’ perché brindare (anche se poco) e ritrovarci a tavola insieme, dopo mesi di separazione e di paura per il futuro, è stato un piccolo inno alla vita. E questo primo viaggio in tre- diventato poi in sei- non poteva finire meglio di così.

Fossombrone

Nella Gola del Furlo

Info e indirizzi

Tenuta San Marcello. Non è stata una tappa economica, ma rigenerante. Per gli appassionati di vini è davvero un luogo di ispirazione. I proprietari hanno ristrutturato in modo perfetto il casolare preesistente e ci sono varie soluzioni, sia in appartamento che in camera. Tornando ai vini, i vitigni sono due, Lacrima di Morro e Verdicchio, che regalano etichette di grande personalità, senza invecchiamento in legno. L’approccio nel campo sta virando verso un biodinamico, gestito in modo molto consapevole. La visita in cantina, nel vigneto e la degustazione costano 25 euro.

-B&b Tornarè, a Trani. Lo segnalo perché l’ho trovato davvero bellissimo con ottimi prezzi e posizione: all’interno di un palazzo storico, è molto curato e pulitissimo. Le brioches della colazione (si consuma in camera) sono un trionfo di crema e per gli irriducibili di Netflix c’è anche una grande smart tv. Anche il lettino con le sbarre per Mia è andato alla grande.

Masseria Spetterrata. Uno di quei luoghi in cui tornare tutti gli altri e ritrovare qualcuno di famiglia. L’accoglienza di Massimo è calorosa e attenta ed è bello ritrovarsi tutti la mattina a colazione (e che colazione), a bordo piscina. C’è anche un ristorante, che, in quest’anno così particolare stava proprio riaprendo mentre eravamo lì e si può anche acquistare l’olio prodotto nell’agriturismo.

B&b L’Antica Dimora. Siamo a Macchiagodena, all’interno di un palazzetto nobiliare con un bell’affaccio sulla vallata. Stanze dallo stile un po’ barocco, ma ho dormito nel silenzio davvero benissimo e la colazione è sontuosa, con tanto di musica classica. Ottimo prezzo.

Capitolo cibo. Abbiamo spaziato da trattorie sperdute alle due stelle Michelin di Moreno Cedroni, che non ha bisogno di presentazioni (vi rimando al sito, il menù di pesce Mariella è stato straordinario). Dei ristoranti provati ne voglio segnalare alcuni.

L’Arrosteria del vicoletto a Cisternino. Si sceglie la carne in macelleria, che poi viene cotta e servita fra i vicoli bianchissimi. Noi abbiamo assaggiato tre tipi diversi di bombette e le strepitose patate cotte nella cenere.

140 gradi a Locorotondo. Belli i tavoli in strada alle porte del centro storico e gli involtini di diaframma sono stati il piatto migliore mangiato in Puglia. Servizio giovane e preparato, buoni anche i vini. La prossima volta voglio provare anche U’ Curdunn, fra i suggestivi vicoli del centro.

–  L’Aratro, ad Alberobello. Un ristorante storico e freschissimo, che ci ha salvati dalla calura per pranzo (ma mangiate dentro il trullo, non in veranda). Da provare gli antipasti, abbondanti e con prodotti del territorio e tante verdure.

Facce eloquenti

Ricci, pescato e fritto, a Numana. Un’esperienza surreale, così come la coda: circa due ore per un trionfo di pesce fritto, scelto e cotto al momento (fra cui tonno, granchi e baccalà). Avevamo rinunciato, poi siamo tornati sui nostri passi e abbiamo fatto bene: il migliore da anni, forse da sempre (e 15 euro a testa comprese le bevande). Speriamo si organizzino meglio perché è strepitoso.

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