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I templi nella penisola di Kunisaki

In Occidente siamo talmente legati alle immagini delle metropolitane affollate di Tokyo e degli impiegati senza volto da dimenticarci che il Giappone è ancora in gran parte un paese rurale e tradizionale. Certo, le zone selvagge non sono più molte – i confini rimasti sono pochi e preziosi- ma campi e villaggi rivestono ancora un ruolo importante nella società giapponese. E il colore dominante del Giappone, quello che trasuda dal paesaggio e genera infiniti panorami, il colore che è il Giappone stesso, è il verde, un verde scuro, umido e tropicale. E’ vero, nella maggior parte delle città giapponesi non troverete molto verde. Ma neanche molto Giappone. I centri urbani sono affollati e pieni di vita, ma allo stesso tempo rappresentano gli scorci più occidentalizzati e globalizzati della nazione. Non lontano da lì esiste un altro Giappone, lungo le strade di campagna, nelle città di provincia, alle estreme periferie.

Will Ferguson, Autostop con Buddha

Sono invidiosa. Vorrei averle scritte io queste parole che così bene raccontano il mio ultimo viaggio in Giappone. Un viaggio, il quarto, che ho vissuto come una piccola grande rivoluzione perché è stato, per certi versi, vedere questo paese per la prima volta. In parte, ho ritrovato tutti quei piccoli piaceri – da un onsen a ordinare in modo spericolato in izakaya -, che da soli valgono l’aereo. Ma la sensazione più forte – nella settimana che ho appena trascorso nel Kyushu– è stata quella di scoprire un mondo più provinciale, tradizionale. Più asiatico. Più dolce e meno rassicurante insieme: il Kyushu è continuamente ingobbito da vulcani, spesso attivi e inacessibili. Qui ho sentito la mia prima scossa di terremoto e l’onsen può essere fin troppo caldo per immergersi. L’inglese è per pochi, così come pochi sono i turisti (ma abbiamo viaggiato in bassa stagione, devo specificare) e il cibo ha sapori meno addomesticati, più complessi (diciamo pure che alcuni sono un po’ sconcertanti). I treni ci sono, pluripremiati, ma in realtà è meglio noleggiare un’auto per arrivare nei punti più remoti. E’ un Giappone visto da un’altra prospettiva, rispetto a quella dell’alta velocità.

Santuario scintoista

Santuario scintoista

Il Kyushu è terra anche di grandi città, come Nagasaki e Fukuoka, ma soprattutto di distese agricole e di piccoli santuari scintoisti nei giardini delle case. Uno squarcio lo avevo intravisto dal treno nei boschi, salendo fino a Takayama, sulle Alpi giapponesi. Dopo agglomerati monocolore di città, all’improvviso dal finestrino erano ricomparse case isolate, vegliate da quei tempietti così ricorrenti nel Sudest asiatico. Poi non li avevo visti più, fino al Kyushu, dove i templi riposano nei boschi, tra fiaba e abbandono. Dove si trovano statue di Buddha strappate al tempo, che sorridono nella foresta. E’ un Giappone meno monumentale di Kyoto e Nara, ma che resta dentro, come una radice.

La penisola di Kunisaki

Questo quadro descrive soprattutto la penisola di Kunisaki, proiettata a est in un Paese che è già simbolo di oriente. La Lonely Planet, che nell’edizione 2009 resta una guida affidabile, le dedica una colonna e mezzo di testo. A noi è sembrato di aprire una porta nuova, più interna, di compiere un passo in più verso il cuore del Giappone. Abbiamo dormito in una fattoria, visitato paesi fermi nel tempo, ma soprattutto templi nel bosco che hanno lasciato il segno. Dopo questa ultima esperienza, non è più il rosa il colore del Giappone, il rosa delicato dei fiori di ciliegio, ma il verde. Il verde della foresta, il verde del muschio che cresce sugli alberi e su immobili lanterne. Un verde che si mescola al rosso del tronco dei cedri e ai vestitini che coprono i jizo, che ti aspettano sereni in fondo al sentiero.

Taizo-ji

Taizo-ji

Kumano Magaibutsu

Appaiono all’improvviso  fra gli alberi. Due enormi volti di pietra, che ti fissano nel verde. I Kumano Magaibutsu sono le più grandi statue buddhiste di questo tipo in Giappone. Si trovano proprio al di sotto del Taizo-ji, un tempio annidato in cima a una scalinata di pietra. Chiamarla scalinata forse è ottimistico, visto che parliamo di un ammasso di pietre antiche parecchio sconnesse.

Dopo un primo sentiero nel bosco fra i cedri rossi (o criptomeria), accompagnati da un torrente che canticchia di lato, la scalinata appare all’improvviso, piuttosto minacciosa, così ripida e malandata. Non a caso, secondo la leggenda locale sarebbe stata costruita dai demoni nel corso di una sola notte. Si oltrepassa un ponticello di pietra, lanterne ricoperte di muschio, si varca l’antico tori, la porta d’accesso allo spazio sacro del tempio, e inizia la salita. Mentre arranco sui sassi, scendono famigliole e anziani, aiutandosi sereni con i loro bastoni. Capisco perché alla biglietteria si potevano prendere in prestito.

Fudo-Myo-o

Fudo-Myo-o

Il Buddha Dainichi

Il Buddha Dainichi

Ed è proprio quando la salita si fa più dura che, sulla sinistra, compaiono il Buddha Dainichi, alto sei metri e realizzato fra il decimo e l’undicesimo secolo, e il suo guardiano, molto probabilmente aggiunto in seguito (nel dodicesimo secolo d.C.), Fudo -Myo-o. Dovrebbe avere un’aria minacciosa, ma sembra sorridere. Rimango a guardarli sdraiata su una panchina di legno, godendomi l’assenza di altri turisti nella golden hour, il suono dell’acqua e del vento e mi sento catapultata in un angolo di Sudest asiatico. La pace è totale, la interrompo solo per salire fino al tempio, che trovo spoglio, come abbandonato. Scuoto la corda e attiro l’attenzione di un dio, accendo una candela, in compagnia degli enormi aceri in cui abitano i kami, le divinità scintoiste. E’ un mondo verde, con odore di sottobosco, un po’ cadente e desolato, se non fosse per il rosso fiammante che ricopre un jizo di pietra, che guarda e sorride.
Orari: fino alle 17, biglietto a 200 yen.

Futago-ji

Ci siamo spostati alle pendici del monte Futago, esattamente al centro della Penisola di Kunisaki, alto 721 metri. Dalla fattoria in cui abbiamo dormito arriviamo nel giro di pochi chilometri e la luce del mattino è stupenda. Fuori dal tempio buddhista Futago-ji, costruito nel 718 d.C. e dedicato a Fudo-Myo-o (sempre lui). Sopra non l’ho spiegato, ma si tratta di una divinità del fuoco che brandisce la spada minacciosamente per proteggere il Buddha. Fuori dal tempio ci sono già i primi ciliegi in fiore, che contrastano con un fiabesco ponticello rosso. Ovviamente non manca l’acqua che scorre a fianco del sentiero. Sembra che tutti gli elementi idilliaci siano stati cercati, e trovati, per incorniciare lo spazio sacro, per offrire un angolo di quiete. Nella natura c’è il sacro. Nella cultura religiosa locale si mescolano elementi di buddhismo, scintoismo e culti di montagna: la zona è nota come Rokugomanzan.

Futago-ji

Futago-ji

Futago-ji

Futago-ji

Arriviamo da sotto, non dal parcheggio principale, per vedere le stupende statue dei due guardiani Nio, che però sono state realizzate più recentemente. Tocchiamo la gamba a uno dei due, come vuole la tradizione locale. Ai piedi di una scalinata le due statue di pietra ci concedono di entrare verso il tempio, custodito anche da due cedri rossi giganteschi e da lanterne. Ho trovato il mio nuovo posto preferito in Giappone.

Orari: dalle 8 alle 17, ingresso 300 yen.

Come si raggiunge la penisola

La Penisola di Kunisaki, famosa per le antiche testimonianze buddhiste, si trova nella Prefettura di Oita, famosa in tutto il Giappone per gli onsen e la ricchezza termale. Potete raggiungerla facilmente da Beppu, la città-simbolo dei bagni caldi termali, adagiata sul mare. Non mancano i collegamenti via treno (gli shinkansen arrivano alla stazione di Fukuoka/Hakata, poi ovvamente c’è la stazione di Beppu) e traghetto (da Kobe e Osaka), ma è una zona comodamente raggiungibile in aereo visto che l’aeroporto di Oita si trova proprio nella penisola. Noi abbiamo noleggiato un’auto, che è sicuramente il mezzo che permette più libertà di spostamento. A patto che guidiate dal lato destro!

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