Africa
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A Opuwo per visitare gli Himba

In lingua locale Opuwo significa ‘la fine’. La fine della Namibia? La fine della civiltà per come la intendiamo noi? La fine della strada asfaltata? Torno con la mia fissa per i luoghi di confine, gli avamposti. In Namibia quella di trovarsi alla fine del mondo è una sensazione più o meno ricorrente, ma qui, verso l’estremo nord del Paese, la si sente ancora di più.

 

A Opuwo ci si viene per due motivi: per visitare un villaggio Himba e le Epupa Falls, al confine con l’Angola. Chi ha più tempo e voglia di incontrare una delle etnie più fotogeniche del Paese prosegue circa 200 chilometri a Nord dall’Etosha National Park su una strada in mezzo a territori selvaggi, ma che fortunatamente oggi è asfaltata. Per chi, come nel nostro caso, arriva da sud – dalla costa e da Twyfeltontein – , il salto è grande. Finché l’Africa è fatta di enormi spazi, di passaggi montani e di deserti, prevale un senso di spaesamento, ma anche di meraviglia. Le città, invece, spesso hanno qualcosa di inquietante, saltano gli schemi a cui siamo abituati. Come, ad esempio, trovare donne mezze nude che attraversano la strada, le Himba, o fare fatica a scendere dall’auto per l’assalto di un gruppo di ragazze che vendono braccialetti. Oppure vedere, fra gli scaffali del supermercato, una signora Herero avvolta nel suo voluminoso e colorato vestito di epoca vittoriana. Opuwo è una città in cui esplodono le contraddizioni, per questo credo che un viaggio in Namibia senza una tappa qui sia fondamentalmente un po’ incompleto.

Nel villaggio himba

Nel villaggio himba

Per visitare gli Himba abbiamo trovato su Internet John, un ragazzo di origini Himba con un notevole piglio imprenditoriale. Nel giro di qualche anno si è fatto un nome come guida- parla molto bene in inglese- e da poco ha aperto un camping proprio lungo la strada che porta ai villaggi: è un posto decisamente spartano ancora, ma ci sono parecchi alberi sotto i quali campeggiare per chi ama immergersi nella natura africana. Noi lo abbiamo incontrato in città la sera prima, per accordarci sulla visita: è così che abbiamo scoperto che l’avremmo condivisa con Bogdan, un ragazzo romeno che stava finendo un giro pazzesco in bicicletta, da Il Cairo a Città del Capo. In cambio del nostro giro al villaggio abbiamo dato a John soldi per comprare farina di mais, pane e altri alimenti per gli Himba. Poi, la mattina alle 8, siamo partiti.

Nel villaggio

La strada sterrata che porta al villaggio è lunga circa 40 chilometri. Si incontrano altri villaggi e ragazzini che spingono il bestiame in mezzo alla strada per far fermare i turisti (non poi tanti in verità) e spillare loro qualche soldo. La nostra guida però li sorprende urlando dietro cose incomprensibili, ma che ottengono un risultato immediato: i bambini scappano di gran carriera. Ogni tanto si staglia in lontananza la figura di una donna Himba, con il suo carico di acqua sulla testa. Mi resta impressa l’immagine di due montagne gemelle, sembrano vulcani grigi all’orizzonte.

Quando arriviamo al villaggio troviamo un tempo sospeso, o quasi. Se non fosse per il solito fuoristrada, un po’ sgangherato in verità, parcheggiato fuori dalla staccionata e il cellulare che intravedo sul gonnellino della moglie del capo, potrei trovarmi in qualsiasi momento della storia umana. Al villaggio i ragazzi non sembrano far troppo caso alla nostra presenza: per loro è una normale mattinata di lavoro, iniziata con il sorgere del sole. Dico ragazzi perché nello spazio recintato troviamo soprattutto bambini e giovani: gli anziani sono fuori con le pecore, mentre le donne si occupano di varie faccende domestiche. Una ragazza munge una mucca, una donna prepara una specie di formaggio agitando due otri, un’altra ripulisce la soglia della capanna, anche se è difficile pensare al concetto di pulizia quando viene usato sterco di mucca al posto dello sgrassatore. In effetti questo materiale decisamente a chilometro zero viene anche bruciato: in generale a queste latitudini si potrebbe dire che della mucca non si butta via niente.

La maggiore parte degli abitanti ci guarda appena, soprattutto gli uomini impegnati a… evirare un toro. Una scena cruenta, che spezza la monotonia della mattinata, mentre la vista di quegli animali che scalciano mi impaurisce. Ma va tutto bene, tutto avviene del recinto, il cameo di me incornata viene fortunatamente rimandato e i ragazzi si riposano chiacchierando sotto gli alberi. Sembra una conversazione concitata, ma scopriamo poi che stavano parlando così animatamente di mucche.

Quelli veramente incuriositi dalla nostra presenza e dal nostro abbigliamento sono i bambini. Soprattutto uno, davvero piccolo, vuole assolutamente essere tenuto per mano da noi e da Bodgan: ci segue come un’ombra, è molto insistente, ma anche tenerissimo nella sua felpa rossa. Gli altri, un po’ più grandi, sono impegnati nella versione locale del lancio di palle di neve. Se avete letto poco più sopra, avrete già capito la consistenza dei ‘missili’: mi sento anni luce dai parchetti in cui giocano i miei nipoti, dalle salviette profumate sempre a portata di mano che escono dalle borse delle mamme in Italia. Qui non si lavano proprio, ci spiega John, le donne si coprono la pelle e i capelli di questa sostanza rossa che protegge dal sole e dagli insetti e che le caratterizza. E basta. Qualcuno va a scuola, ma per la maggior parte della tribù la vita si svolge nel villaggio; al massimo si va in città a Opuwo a piedi, o in auto quando c’è un passaggio. La corrente elettrica arriva, ma solo nelle capanne più vicino alla strada.

Le donne hanno l’aria sempre un po’ seccata, alcune sono giovanissime, ma molte di loro hanno già dei figli. Una mi invita a cucinare con lei una specie di polenta che sobbolle in un pentolone: non ho la sua forza e mi sento maldestra, ma almeno mi accenna un sorriso. È un mondo, devo ammetterlo, che mi sconcerta parecchio. Mi colpisce nel profondo, mi incuriosisce, ma sento che ci vorrebbe del tempo per capire davvero come si può vivere così, lontano da tutto, in barba a tutto. In un’altra dimensione. Una volta di più ragiono sul fatto che nel nostro mondo abbiamo troppe cose, ne siamo assuefatti. Ma qui, francamente, mi pare che ne manchino un po troppe. Oppure il problema è che viaggiamo sempre con troppe aspettative, facciamo subito il confronto con il nostro mondo, mentre forse dovremmo guardare e basta. Non so cosa pensassi di trovare, forse un’esperienza più turistica, tanto artigianato locale pronto solo ad essere messo su aereo e mostrato a casa, raccontando che l’ho pagato due soldi. Niente, per fortuna, di tutto questo è successo. Mi sembra di essere atterrata sulla terra qualche secolo fa.

Mentre sono persa in tutti questi pensieri, la prima moglie del capo villaggio ci accoglie nella sua capanna. All’interno è pulita, ma l’odore è pungente fra l’odore delle braci e quello dei gonnellini in pelle attaccati alle pareti. La donna mi scruta con aria un po’ severa. Ci chiede se siamo sposati e da quanto, se abbiamo figli. Chiede da dove veniamo, ma non so la parola Italia su quale mappa se la possa visualizzare. Consegniamo il cibo e capiamo in fretta che il pane a fette è l’oggetto che va a ruba. Ce ne andiamo e lasciamo il gruppo così, sotto quell’albero che ripara dal sole infuocato di mezzogiorno, con le loro chiacchiere.

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