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La Budapest ebraica

Il memoriale sul Danubio

C’è una parte di Pest che ho preferito. E (ancora una volta) è quella del quartiere abraico, cosa che mi è capitata spesso anche in altre città. Pure nella mia Bologna. Mentre scrivo, sono appena tornata da tre giorni a Budapest e, sempre mentre scrivo, come tutti gli anni a fine gennaio si parla di Shoah, di Memoria con la emme maiuscola, in tv trasmettono film sull’Olocausto. Anche se il mio professore di storia moderna, ebreo, diceva che la storia non insegna un bel niente – e questo mondo sembra dargli ragione di continuo -, mi piace pensare che viaggiare serva anche a questo, a imparare e scoprire dei tasselli di storia in più. Spiegone a parte, in questi giorni intrisi di memoria, ecco la mia Budapest, vista da Erzsébetvàros.

Nella sinagoga

Nella sinagoga

Fra palazzi e cortili

Questo quartiere non è solo centralissimo, ma è anche quello che in tutta la città mi è piaciuto di più girare a piedi. Non sarà spettacolare come il Lungodanubio, ma si può camminare guardando in alto quella infinità di dettagli di tantissimi palazzi di Budapest- fra elementi Art Déco, Nouveau e Liberty- e a tempo stesso vetrine di negozi alternativi, ostelli, sinagoghe e caffè stilosi. E’ una parte che ho trovato un po’ più vivibile, rispetto a zone, come Belvaros e Terezvàros, molto eleganti, ma un po’ troppo seriose. O forse solo surgelate, alla fine gennaio. In queste strade, dopo la Rivoluzione francese, quando sono state abbattute le antiche mura cittadine, hanno iniziato a trasferirsi i cittadini ebrei. Oggi in tutto il Paese sono circa 100mila, ma prima della Seconda Guerra Mondiale erano 720mila. I calcoli li lascio a voi, mentre continuo con i numeri: le deportazioni, a partire dalle campagne, sono iniziate relativamente tardi, nel 1944, ma sono state terribilmente efficienti. I cittadini scampati ai treni diretti ai campi sono stati rinchiusi in un ghetto, di 0,7 chilometri quadrati.

Il muro del ghetto

Il muro del ghetto

Mentre camminiamo per queste vie in cui il freddo penetra come una lama, penso a quell’inverno dentro quel perimetro tracciato dall’odio. Vedo anche un pezzo di muro rimasto, infilandomi dentro un portone: dietro una sfilza di case malconce c’è un tratto di mattoni, con una lapide e un pezzo di filo spinato. Un signore mi parla, non capisco una parola, se non che mi sta indicando proprio quel punto, in fondo al cortile.

Fra sinagoghe e murales

Un punto descrive tutto il quartiere: davanti a un enorme muro in Rumbach utca in cui è rappresentata la principessa asburgica Sissi c’è una sinagoga colorata. Oggi è disuso e ci si interroga su come impiegare i fondi ottenuti per il restauro in una città che ha già tanti altri luoghi di culto e in cui le famiglie ortodosse sono pochissime, circa sessanta. Gli ebrei ungheresi sono in gran parte laici, ci spiegano durante un walking tour e, addirittura, molti di loro- fra nazismo e il comunismo che è venuto dopo- neanche sanno di esserlo ebrei.

Di sinagoghe ne vediamo altre due: una ortodossa, in stile liberty, in Kazinczy e affiancata da due ristoranti kosher, e la Dohány, la seconda più grande al mondo (la prima in Europa, ma non per capienza, solo per dimensioni). Si vede da lontano, in stile moresco, con due alte torri e le tavole della Legge in cima: di fatto sembra di più una chiesa. Non ci sbagliamo: questa è una sinagoga neologa, in base a una corrente nata sulla voglia di una maggiore assimilazione con i cristiani nella seconda metà del 1800. Una via di mezzo fra riformisti e ortodossi, dunque, importante anche perché sul retro si trovano un museo, un grande salice con i nomi delle vittime scritte sulle foglie (finanziato dal famoso attore Tony Curtis, di famiglia ungherese) e un piccolo giardino dei giusti. Fra i giusti delle nazioni che salvarono le vite di ebrei ci sono anche tre italiani: Giorgio Perlasca, Gennaro Verolino e Angelo Rotta.

L'albero della vita realizzato da Imre Varga

L’albero della vita realizzato da Imre Varga

Per completare questo simbolico tour, bisogna arrivare fino alla sponda del Danubio, fra il Parlamento e il Ponte delle catene. Una fila di scarpe di bronzo si incammina verso il fiume, dove quelle vite sono finite, nelle acque congelate. In questo gennaio, 72 anni dopo, guardo le zattere di ghiaccio scorrere fra le due sponde, fra brividi che superano  i miei cinque strati di lana, subito sotto il memoriale.

Il ponte delle catene

Il ponte delle catene

Ruin bar

Il termine “bar delle rovine” non è la traduzione migliore, ma rende l’idea. A Budapest sono famosi questi locali serali sorti in edifici abbandonati dopo la fine del Comunismo e il collettivismo. Due, fra cui uno dei primi, il Szimpla Kert, si trovano proprio in questo quartiere e sono spazi riadattati, in un labirinto di stanze, bar e salette. Scritte sui muri, oggetti di ogni tipo, biliardini, dj, i ruin bar sono città nelle città, in cui ascoltare musica dal vivo, mangiare e, in alcuni casi, fare shopping nel relativo negozio di design.

Nel ruin bar Instant

Nel ruin bar Instant

Insomma, in Italia forse si griderebbe allo scandalo in un delirio di permessi per mettere in piedi un posto che sembra un po’ una cantina un po’ un centro sociale, ma ora il Szimpla è considerato uno dei locali migliori al mondo da più di una guida. Di bar come questi ne sono nati anche in altre parti della città, ma non mi pare un caso che il precursore si trovi proprio fra queste vie, che parlano con le loro storie mancate e spezzate. Le scritte sui muri ricordano le cicatrici di questa parte di città e, al tempo stesso, i giovani radunati qui sembrano indicarne il futuro.

Al Szimpla

Al Szimpla

A tavola

Le possibilità gastronomiche in queste strade sono tantissime, sia come budget che come tipologia. In Kazinczy, volendo, ci sono anche due ristoranti kosher, ma per assaggiare specialità ebraiche e ungheresi ci sono anche posti meno ‘ortodossi’. Al Macesz Bistrot ad esempio, si può provare una specialità come la ludaskasa: un risotto con varie parti dell’oca, dal foie gras al cosciotto. Un’esplosione di sapori. Opzione vegetariana: l’hummus con melograno, rucola e albicocche secche, oppure c’è qualche proposta di pesce. Buona la carta dei vini. In due abbiamo speso (uscendo davvero sazi), circa 54 euro. Dal locale più curato alla trattoria con cucina casalinga, quella di Kádár Étkezde. Consigliato dalla casa il gulash (buonissimo), la zuppa di carne e lo stufato di maiale con gnocchetti. Il pane, buonissimo, si paga a fette, così come l’acqua già sul tavolo: si calcola a bicchieri. Abbiamo speso dieci euro a testa.

Ogni tanto c'è pure il pesce

Ogni tanto c’è pure il pesce

Infine i dolci: non si può non assaggiare la Flodnija del bar Noè. La ricetta è famosissima, così come la pasticciera Rechel, la cui storia è spiegata negli articoli affissi alle pareti del minuscolo negozio. Il dolce è un cubo formato da vari strati di pasta sfoglia: in mezzo si alternano semi di papavero, mela, nocciola e marmellata di prugne. Noi siamo mangioni e si sa, ma abbiamo fatto il bis da quanto ci è piaciuta (750 fiorini a fetta).

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