Nuova Zelanda
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Nuova Zelanda: incontrare i Maori si può?

Nel villaggio Maori
Una rappresentazione Maori

Una rappresentazione Maori al museo di Auckland

Fra le domande più gettonate al ritorno della Nuova Zelanda c’è questa: ma come sono i Maori? Seguita subito da una seconda: ma sono come gli Aborigeni australiani?  Confesso che trovo entrambi i quesiti un po’ strani, per due motivi. Il primo è che i Maori non sono qualcosa di avulso dal resto della popolazione locale: sono la popolazione locale, o almeno, gli abitanti arrivati per primi. Sull’altro punto, che dire: io in Australia ci sono passata solo per un giorno e davvero non so rispondere. Ma se il riferimento è l’isolamento di cui spesso si sente parlare a proposito degli Aborigeni, allora la risposta è no. Per i Maori non vale nulla di tutto questo. Anche se, è vero, non sono così numerosi come i neozelandesi di origine anglosassone e l’approccio con la loro cultura tradizionale spesso è filtrato da esperienze un po’ ‘turistiche’.

Quello che ho capito dei Maori

Gli antenati dei Maori sono arrivati in Nuova Zelanda circa mille anni fa. Sono partiti dalle isole del Pacifico e, a bordo di canoe, hanno seguito costellazioni e maree navigando controvento fino a quel nuovo paese così diverso, che hanno chiamato la Terra dalla lunga nuvola bianca. Questa frase, che sentirete ripetere fino allo sfinimento durante un viaggio in Nuova Zelanda, è proprio la traduzione della prima impressione avuta da quegli uomini venuti dalle Cook: Aotearoa.  Per loro le due isole si chiamano così. Eccolo quindi un primo contatto con i Maori: la loro lingua è molto presente e tantissime città o località portano il nome dato loro dalla popolazione autoctona. Ma dicevo che sono arrivati mille anni fa, per primi. Nella terra che hanno trovato, così vasta rispetto alle loro piccole isole nell’Oceano, c’erano solo piante e uccelli. Nessun mammifero, solo volatili dall’aspetto per noi oggi stravagante visto che erano quasi privi di ali. Del resto, non c’erano predatori da cui difendersi. Uno di questi è per l’appunto l’animale simbolo del Paese, il Kiwi: un ‘polletto’ notturno oggi protetto e tutelato che si può vedere quasi solo in centri di visita. La storia dei Maori continua indisturbata praticamente fino all’Ottocento, quando arrivarono gli Europei, soprattutto britannici e irlandesi. Dico solamente che il trattato di Waitangi, quello che doveva sbrogliare la questione della sovranità, è ancora controverso e proseguono anche in questi giorni le cause per nuovi affidamenti delle terre. Nel frattempo la vita va avanti e i maori oggi sono rappresentati in Parlamento (i seggi dedicati sono sei, ma non mancano i detrattori di questa regola) e hanno radio, televisioni e scuole in cui si porta avanti la loro lingua. Da quanto ho capito, questa valorizzazione non c’è sempre stata, ma negli ultimi anni il bilinguismo si è sempre più diffuso. C’è poi un’altra cosa: i Maori sono spesso protagonisti nello sport. Inutile ricordare il loro ruolo nel rugby, soprattutto quando si parla di All Blacks.

Dove incontrare i Maori

Per conoscere molti aspetti della cultura locale è piuttosto esaustiva la visita al Te Papa (che viene tradotto tipo scrigno del tesoro) di Wellington. All’interno del più grande museo della Nuova Zelanda, un’ampia parte è dedicata ai Maori e si trovano pochi, ma interessanti reperti. Come le pietre verdi, che hanno un significato profondo di legame con la terra e vengono raccolte dalle donne della famiglia. Le pietre chiamano, ci ha spiegato la nostra guida, e a quel punto vanno comprate (vengono lavorate nella costa ovest). Anche loro fanno parte di quegli oggetti che le donne conservano di generazione in generazione come filo rosso in una casa. E poi c’è un moderno Marae, la sala in cui si tengono tutte le cerimonie. Di solito si trovano nei paesi o villaggi e si può entrare solo su invito della comunità locale, ma questo del Te Papa è un’eccezione. In queste costruzioni, in cui vengono riproposti divinità e antenati della tribù, la gente si incontra per matrimoni, funerali o, ad esempio, quando qualcuno ritorna a casa dopo un lungo viaggio. Il senso di comunità è davvero fortissimo. Questo Marae colpisce per i colori sgargianti, un po’ kitch, ma mi è rimasta nel cuore la descrizione che ne ha fatto la nostra guida, metà maori. “All’inizio non mi piaceva, ma ora lo trovo bellissimo. Mi sento a casa anche quando sono lontana”. Sentirsi a casa da queste parti mi è sembrato un fatto cruciale. La casa è un tesoro, appunto.

Foto di tjrehmann (https://www.flickr.com/photos/trehmann/6599021529) Con Creative commonshttps://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.0/

Foto di tjrehmann, da Flickr – Licenza Creative commons

Anche alla Galleria Nazionale di Auckland ci sono reperti che ben illustrano la storia: a partire dai ritratti di Charles Goldie, a una stupenda canoa da guerra originale. In più, a determinate ore della giornata, si può assistere anche allo spettacolo di un gruppo di Maori: tra canti e una Haka, raccontano la mitica scoperta della Nuova Zelanda.

A Rotorua

Fin qui ho raccontato di esperienze ‘teoriche’. In effetti, per quanto i maori si incontrino per strada e in tante attività – ci sono anche aziende vinicole maori-, l’esperienza durante un viaggio di poche settimane è spesso costituita da visite guidate e contesti ‘turistici’. Il caso più rappresentativo è certamente quello di Rotorua, una zona sacra per la popolazione locale. Del resto la zona, attivissima dal punto di vista geotermale, non si fa mancare nulla in quanto a spettacoli naturali. In vari siti si cammina fra geyser, fumarole, pozze di acqua colorata (in base alle componenti chimiche) in un mondo surreale. Insomma, un luogo che sembra davvero dialogare con un mondo ultraterreno.

Rotorua

Rotorua

A Rotorua si può visitare un villaggio Maori ben ricostruito, il Tamaki: si parte verso il tramonto, a bordo di pullman, dove verranno spiegate dall’autista le regole di ingresso. Una volta dentro, si assiste in gruppi alle varie abilità tradizionali tribali: dall’arte di intrecciare felci, alla lotta. Poi si cena nel grande spazio comune assaggiando carne e verdure cotte in modo tradizionale (il famoso banchetto hangi), anche se i piatti restano spiccatamente britannici. Segue uno spettacolo musicale: i maori cantano straordinariamente bene e si accompagnano alla chitarra, di recente importazione, creando quelle melodie che fanno tanto Pacifico. Di queste rappresentazioni, che sono per altro piuttosto care (circa 90 dollari a testa tutto compreso, ma è praticamente la cifra standard in Nuova Zelanda), mi è rimasta soprattutto una cosa: come le persone coinvolte siano davvero entusiaste di quello che fanno. Mi è sembrato che, per quanto in un contesto molto turistico, siano davvero felici di far conoscere la propria cultura così unica, tenerla viva. Secondo me ci riescono.

Nel villaggio Maori

Nel villaggio Maori

Carne e verdure cotte in modo tradizionale sotto terra

Carne e verdure cotte in modo tradizionale sotto terra

Insomma, i Maori si vedono, si incontrano (a uno abbiamo pure rigato la fiancata dell’auto per sbaglio, l’ha presa bene), anche se fare la loro conoscenza è senz’altro più difficile rispetto agli anglosassoni. Quello che mi è rimasto, però, è che la parte forte, quella profonda, identitaria, della cultura neozelandese è sicuramente la loro. Viaggia parallela a quella portata dagli inglesi, ma quando si cercano radici e origini entrano in gioco loro. Basta visitare i luoghi più importanti (e non) per trovare ovunque pannelli ricchi di spiegazioni su come era vissuto quel posto dai Maori. Come dicevo, è molto probabile che il nome sia ancora quello dato da loro. C’è sempre una leggenda a spiegare meglio le cose: come il fatto che le insopportabili sandfly siano state mandate dagli dei per far ricordare agli uomini, circondati da tanta bellezza naturale, che erano mortali, non divini. A me questa cosa piace un sacco. Così come mi è piaciuto vedere, nella città simbolo dell’Art déco, Napier, anche i motivi maori sulle case anni Trenta. La loro presenza è sempre molto importante, la loro traccia resta anche in un Paese che sembra troppo giovane per avere memoria. E, anche grazie ai Maori, non è così.

Motivo Maori in un edificio Art déco

Motivo Maori in un edificio Art déco

 

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