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Una cena di ostriche a Hiroshima

La barca-ristorante Kakifune Kanawa

La barca-ristorante Kakifune Kanawa

La barca delle ostriche

Otto portate, servite in una stanza tutta per te, in mezzo all’acqua. Del resto stiamo mangiando su una barca e, a dirla tutta, fuori sta anche piovendo parecchio. Ma non è solo l’atmosfera un po’ nostalgica di Hiroshima, o l’idea di essere appena stata servita da una adorabile signora in kimono a rendere questa cena così speciale. Il merito va soprattutto al menù (e, certo, alla persona che è con me e che l’ha scelto): otto portate colorate e raffinate unite da un ingrediente: le ostriche. Serve un passo indietro. Come ho già spiegato in un post precedente, associo molto Hiroshima alla buona cucina. Lo so che questa frase, proprio qui, suona strano. Dico solo che questa città ha due volti: quello ferito, che stringe lo stomaco e toglie le parole, e quello della vita che ricomincia, che scorre come il fiume sotto di noi, illuminato dal bagliore dei ciliegi. Ebbene, fra le caratteristiche culinarie di Hiroshima c’è anche l’altissima qualità delle ostriche (che in giapponese si chiamano kaki), pescate nel mare interno su cui si affaccia la città. Sono particolarmente grandi rispetto a quelle che mangiamo in Italia e infinitamente buone. Le ho sempre trovate cotte e il top è certamente la loro versione fritta. Ma chi vuole veramente farne una scorpacciata da raccontare ai nipoti deve proprio regalarsi una cena un po’ più costosa da Kakifune Kanawa (letteralmente barca delle ostriche).

Variazioni di ostriche (Foto di Patrick Colgan)

Variazioni di ostriche (Foto di Patrick Colgan)

Otto modi per dire ostrica

Entriamo e subito arrivano gentili signore a prendere cappotti e scarpe. Certo, quelle si levano sempre, figuriamoci in un posto così. Mi colpisce il vociare che viene dalle stanze: i giapponesi a tavola (di sabato sera poi) hanno sempre l’aria di divertirsi parecchio. Noi veniamo portati però in una saletta tutta per noi: una parete è un’enorme vetrata che dà sul fiume. E qui comincia lo spettacolo: abbiamo scelto (prenotandolo prima) il menù da otto piatti (circa 8mila yen, ed è quello medio). L’adorabile signora (mi è proprio impossibile chiamarla cameriera francamente) entra esce con la discrezione tipicamente giapponese, ma con mosse veloci e decise. Il primo piatto che ci mette sotto il naso è orizzontale: sopra troviamo cubetti di ostriche affumicati. Una specie di finger food, davvero ottimo per stimolare l’appetito. Un cubetto è mantecato, uno è servito con acciughe e uno sembra uno sformatino. La versione affumicata la troviamo anche nella portata successiva: sono ostriche fredde, lasciate nella loro conchiglia, con una gelatina di frutta e pezzi di kiwi. Sapore forte, ma il contrasto è fantastico.

Ostriche e kiwi (Foto di Patrick Colgan)

Ostriche e kiwi (Foto di Patrick Colgan)

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Ostriche fritte (Foto di Patrick Colgan)

Ostriche fritte (Foto di Patrick Colgan)

Le specialità: Kaki furai e Kaki nabe

Proseguiamo con qualcosa di più classico: altre due ostricone alla griglia: le più semplici della serata, ma dal gusto pieno e sapido. Segue la mia versione preferita di sempre: quella pastellata e fritta (kaki furai), servita con insalatina e maionese. Mi colpisce che anche in un posto così raffinato, questo piatto richiama in tutto e per tutto la versione normalmente proposta nelle izakya. Per me il contrasto del sapore di mare con la scioglievolezza in bocca della pastella raggiunge vette elevatissime. E poi sotto ancora con la versione in brodo: qui il sapore ricorda un po’ la zuppa di miso per quanto questa sia molto più saporita.

Quella successiva è buonissima: ricorda il modo in cui viene cotto il nabe (carne nel pentolone, all’incirca) e, non a caso, si chiama kaki nabe. Viene allestito un fornelletto sul tavolo e nel recipiente l’ostrica viene scaldata assieme a porri, funghi e tofu. Si tratta di un’altra preparazione classica e i sapori si fondono alla perfezione. E poi ancora una versione calda: ci servono una specie di risotto con una spolverata di stracciatella. Ammetto, alla fine non le potevo più vedere queste ostriche, ma, mentre sorseggiavo il tè verde alla fine, mi era chiaro che avevo appena vissuto quelle cene che si ricordano per la vita. Così come mi ricordo come se fosse ieri, l’adorabile signora in kimono che mi regala l’ombrello all’uscita e ci accompagna fino alla fine del ponte. Quando mi sono voltata, mi salutava ancora con la mano.

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