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Un venerdì pomeriggio a Gerusalemme

Il Western Wall a Gerusalemme

Il Western Wall a Gerusalemme di lunedì mattina

“E fattolsi chiamare, e familiarmente ricevutolo, seco il fece sedere, et appresso gli disse: – Valente uomo, io ho da più persona inteso che tu se’ savissimo, e nelle cose di Dio senti molto avanti; e per ciò io saprei volentieri da te, quale delle tre Leggi tu reputi la verace, o la giudaica, o la saracina, o la cristiana”
Boccaccio, Decameron


Ci sono un ebreo, un cristiano e un musulmano

Arrivano con passo spedito, sagome nere mentre le luci calano sulla città vecchia. Sono piccoli gruppi, qualcuno è solo, e tagliano l’aria non traditi dalla pietra scivolosa. Ci accodiamo, ci porteranno loro al muro occidentale (il western wall), punto di incontro fra il quartiere ebraico e quello arabo. Il minareto ancora canta e da poco abbiamo lasciato il corteo dei francescani che hanno guidato i fedeli lungo la Via Crucis del venerdì. Li abbiamo seguiti fino al Santo Sepolcro, nel suq a tratti sembrava di soffocare da tanti eravamo. Alcuni commercianti arabi ci hanno guardato con irritazione: bloccavamo l’ingresso al loro negozio, lì fermi davanti alle stazioni del calvario. Usciamo dalla chiesa confusi e storditi dalle voci e dalle preghiere, così come dall’incenso, una nube densa sparsa dai guardiani ortodossi.

Fuori dal Santo Sepolcro

Fuori dal Santo Sepolcro

Lungo la via dolorosa

Lungo la via dolorosa

Un momento di calma nella chiesa etiope

Un momento di calma nella chiesa etiope

Ma ora tocca a loro e seguiamo le figure veloci, gli alti cappelli. Visti più da vicino, sono veramente colbacchi di pelo, in pieno Medio oriente. Ogni copricapo ha il suo nome specifico, così come ogni abito: nero, a righe sottilissime, con pantaloni lunghi o corti. Le calze sono sia bianche che nere. Ognuno di loro ha un pezzo di Europa cucito su di sé. Penso, infatti, a questo popolo ricompattato dopo secoli di diaspora, in cui ha assorbito culture che oggi sono tutte sintetizzate qui, come su una carta geografica. Ma non sono gli unici ad accelerare il passo nei vicoli, avanzano anche gruppetti di militari. Proprio davanti a noi scendono tre ragazze in divisa con il loro carico di armi sulla schiena. Le nostre strade si dividono dopo l’ultima curva: loro vanno verso la sinagoga, noi passiamo attraverso un metal detector. Stiamo per entrare nel posto più sacro al mondo per gli ebrei. E siamo in Israele: i controlli, l’abbiamo già visto in aeroporto, sono il pane quotidiano.

Soldatesse dirette al Muro del pianto

Soldatesse dirette al Muro del pianto

Davanti a noi si apre una piazza, enorme. Ed eccolo lì davanti il muro del pianto, visto, stravisto, rivisto. Ma è come tornare nella propria stanza di bambini, un luogo che, da qualche parte di noi, c’era già. Un punto di partenza. La storia è scritta sulle pietre stesse, nel grigiore di alcuni punti, nei ciuffi d’erba che spuntano qua e là. Ma chi osa toccarlo questo muro che, lassù, divide ebrei e musulmani, che in questo momento del venerdì sono radunati sotto l’oro della Cupola della roccia. I protagonisti, però, ora sono loro, i fedeli ebrei, assiepati, accalcati, davanti a 150 metri di pietra. Penso all’imponenza delle nostre chiese, all’opulenza di ori e stucchi, alle storie raccontate dagli affreschi. Qui c’è solo un muro spoglio, ma la fede brucia.

Le loro teste ondeggiano, avanti e di lato, sembrano portati da una corrente, che nella loro mente sicuramente c’è. Continuano a scendere le scalinate lungo la piazza che declina, precipitosamente. Purtroppo non ho scatti che raccontino tutto questo: durante lo shabbat è proibito fare foto e noi le regole le abbiamo volute rispettare. Ma ora devo scrivere, per non dimenticare le sensazioni e le immagini di questo fiume in piena. E le figure che pregano le dovete immaginare voi: gli scatti io non li ho voluti rubare. Gli uomini hanno il capo coperto, così come io sono coperta fino alle braccia. Mi sporgo oltre la grata che divide noi “gentili” che guardiamo strabiliati riccioli, calzature, occhiali dalla montatura spessa. Un mondo che affiora dal passato, dai miei libri universitari, dalle lezioni del mio professore nel dipartimento di Storia. L’immagine successiva è sonora: c’è il vociare di chi si ritrova in un momento di festa, c’è chi ripete preghiere, c’è chi si lancia in balli animati, cantando in coro.

Il canto esplode soprattutto fra le donne, separate dagli uomini e posizionate alla parte destra del muro. Un gruppo è scatenato e intona a gran voce una melodia molto ritmata, che mi ricorda quello delle nostre parrocchie. Poi arrivano le soldatesse; sono giovanissime e bellissime ragazze. Capelli raccolti in trecce e conci, zaini e armi radunati per terra, al centro di un cerchio che hanno formato con le sedie. Io lo facevo in discoteca, borse in mezzo e noi amiche attorno. Qui il servizio militare non è un gioco e non dimenticherò molto facilmente queste giovani donne che con totale disinvoltura, e abitudine, passano dall’addestramento al canto, battendo le mani, con quel sorriso mezzo divertito, imbarazzato e sfrontato al tempo stesso che si ha solo a diciotto anni. Posso scendere fra loro e le guardo, mi chiedo che significato ha questo sabato per loro. Solo vacanza e un ritorno a casa? Non di sicuro per le donne in prima fila, col capo, coperto, appoggiato al muro.

Il quartiere cristiano di notte

Il quartiere cristiano di notte

Iniziamo a risalire verso la città nuova quando ormai il buio è calato, portando con sé un velo di freddo. Lo stacco, quando il sole scende, è repentino. Le strade del quartiere cristiano si stanno spopolando, chiudono gli ultimi negozi, mentre, davanti a noi, alcune famiglie ebree iniziano a camminare verso casa. Procediamo in silenzio, con una sensazione di cupezza, e di sazietà, per tutto quello che abbiamo visto. L’aggrovigliarsi di voci nel santo sepolcro, la quiete della chiesa etiope (grazie guida Routard Israël, Paléstine che l’hai segnalata così bene), il té alla menta mediorentale, i colbacchi degli ebrei ultraortodossi e i riccioli di bambini di pochi anni. Le immagini si fondono, e pesano, mentre torniamo all’albergo in una Gerusalemme a un tratto deserta. Non c’è più il tram a scandire i minuti nel viale, si sono spente le luci dei negozi, gli ascensori nelle case. Scorgo, aperto, un ristorante cinese e penso che, in tutto il mondo, c’è un popolo che non si ferma mai. E non c’è festa che tenga. E intanto lo shabbat è sceso sulla città.

Link: per un’altra versione della storia, c’è un post su Orizzonti

 

 

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