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Il mio viaggio in Italia verso la Calabria

Riprendiamoci le nostre piccole patrie — quelle che abbiamo trascurato in nome
dei voli low cost — sapendo che errare, nel clima avvelenato che ci circonda,
non è più evasione, ma il suo contrario. Non fuga dal mondo, ma un modo per aggrapparsi
ad esso e riattivare il contatto fra uomini. 

Paolo Rumiz

Di viaggi in viaggio

E’ da un po’ che mi interrogo sui motivi che mi spingono a viaggiare e su come sia cambiato velocemente, negli ultimi anni, il modo in cui viaggiamo io e la gente che mi circonda. Provengo da una famiglia in cui esistevano solo le vacanze estive, declinate in forma di villeggiatura: due settimane al mare in Riviera e un paio di mesi sull’Appennino, nei luoghi in cui erano nati i nonni, in case con mobili di seconda mano. La tipica estate bolognese, insomma – almeno se non eri uno che aveva la villa sui colli o venivi dal cemento del Pilastro-, intervallata, solo per alcuni anni al liceo, da brevi giri in famiglia fra sud Italia e Francia. Al massimo Austria.

Il mio primo aereo l’ho preso a 17 anni, per Dublino, poi ho esplorato solo il Mediterraneo vicino, fra Sardegna, Grecia e Baleari. Non sembrava possibile immaginare una vacanza senza mare. A 25 anni ho messo il naso fuori dall’Europa, con un viaggio in Marocco che in casa è stato accolto come l’annuncio di un militare che parte per l’Iraq. E così, nella valle del Dadès, è iniziata la grande passione per esplorare questo mondo in cui viviamo; solo questo, immagino, visto che già ho paura dell’aereo e non credo che metterò mai piede su un’astronave. Questa passione non si è più spenta, anzi è stata alimentata da ogni puntino sulla mappa in cui sono arrivata a bordo di un mezzo improbabile, da ogni città visitata, che fosse una metropoli o un villaggio tribale. Ho avuto la fortuna di viaggiare – cosa che mi ricordano del resto ogni due per tre, soprattutto quelle persone che non credo che poi rinuncerebbero, legittimamente, al relax di un lettino in spiaggia a un’ora da casa (l’ho detto, poi tacerò per sempre) – in Asia, India, Africa, Stati Uniti e pure di arrivare fino in Nuova Zelanda. Più lontano di così era difficile. Sono stata quattro volte in Giappone e ne ho scritto una guida. Ho aperto un blog, per lasciar correre i pensieri, per non dimenticarmi facce e sensazioni. Perché mi diverto un sacco quando qualcuno mi chiede un consiglio su una destinazione, che sia un ristorante bolognese o un’isola greca.

Ma in verità, oltre me, il mondo viaggia. Me ne rendo conto nei Paesi che visito, dove comitive di certe nazionalità fino a qualche anno fa non si vedevano neanche all’orizzonte. E’ più facile prenotare un aereo di un bus, costa meno di una notte di un albergo in qualsiasi zona turistica d’Italia. Di viaggi sono pieni i social – ci provo pure io anche se sono una nemica del seo, mi vergogno a risentire la mia voce nelle storie su Instagram e dico bacheca al posto di timeline – così come fioccano mappe da grattare da attaccare da qualche parte, sulla parete. E’ bellissimo, ma il mondo si è come rimpicciolito.

Viaggio in auto verso sud

Dove sto andando a parare, in un post che vuole parlare dell’Italia? Al fatto che andare in luoghi con odori e sapori diversi dal mio è un tipo di sete che non credo si spegnerà mai, perché è una cosa che ho come sposato nella mia vita (quando non sono al verde). Ma viaggiare solo all’estero è viaggiare a metà. E viceversa. Nell’ultimo anno la sete di Paesi sempre nuovi si accompagna a una nuova esigenza, quella di tornare all’incredibilmente vicino. Al piccolo e piccolissimo, a quei boschi sull’Appennino così famigliari quando ero bambina (sto invecchiando, è un chiaro segno), perché case di pietra, tradizioni e storie delle nostre terre stanno scivolando via sotto il nostro naso, fuori dai motori di ricerca e da Wikipedia. Vale per tutto il mondo, immagino, ma sento il bisogno di ripartire dai luoghi che abbiamo più a portata, dove probabilmente non arriverà mai alcun influencer, ma che forse sono davvero il futuro. O meglio, se ci perdiamo quel passato, se ci perdiamo una ricetta, un vitigno autoctono, una casa che abbia la forma di casa, una mozzarella che sappia di mozzarella (che poi ci tocca andarla a recuperare in un mercatino a chilometro zero, dove costa come diamanti, in macchina, ma almeno ci sentiamo sostenibili) secondo me ci perdiamo un pezzo di futuro.

Stilo

Tutti questi pensieri si sono sedimentati nella mia testa soprattutto nell’ultima settimana che ho trascorso nel centro e sud d’Italia. In realtà poi erano iniziati un anno fa, quando abbiamo scelto di comprare casa fuori da Bologna, che già di per sé è una pazzia comprare casa, figuriamoci in mezzo ai calanchi, in un parco, dove internet fa le acrobazie e un temporale mi fa saltare Sky come un birillo. Non saranno i colli bolognesi, però mi sveglio con gli alberi davanti agli occhi.

Ma continuo a divagare.

Dunque eravamo diretti in Calabria, a Soverato, per alcuni giorni in famiglia, e io e Patrick abbiamo deciso di andare in auto, prendendola alla larga. Pensavo di fare tappe vicino alla costiera amalfitana, e invece, complici due amici che hanno scelto di andare a vivere in un borgo del Frusinate, siamo penetrati in un’Italia centrale a me sconosciuta. Un Lazio che non è Roma, che non è Fiumicino, che avevo solo sfiorato a Fiuggi, quando andai a preparare l’esame di stato da giornalista. Poi più. Ho ritrovato un Paese di piccoli borghi, di case di pietra, feste di paese, di cibi semplici ma buonissimi, di vitigni mai sentiti e su cui scommettono produttori giovani. Non importa che a me il vino biodinamico poi piaccia il giusto: loro si prendono a briga di rischiare. E’ un Paese che vive ai lati dell’autostrada, in mezzo al verde: c’è molta più natura di quanto pensassi in Italia, passando fra il Pollino, le Murge e la valle di Comino. Ho deciso che è un tipo di Paese che voglio raccontare, che non è perfetto, con le buche nelle strade e scheletri di case non finite, ma che per certi tratti è così indietro nel tempo da sembrarmi avanti.

Ecco il nostro giro, fra tesori nascosti e altri decisamente conosciuti.

Lazio

Partendo molto presto siamo riusciti fare un passaggio a Civita di Bagnoregio, in provincia di Viterbo, ma a un passo dall’Umbria. E’ un luogo in realtà ormai piuttosto famoso, tanto che siamo scampati per un soffio ai pullman di turisti, soprattutto cinesi. Ma questo minuscolo centro storico aggrappato al tufo, in mezzo a voragini della terra, è davvero suggestivo, soprattutto quando avvistato da lontano. Ve lo ricordate quel pezzetto di Fantàsia che rimane nella Storia Infinita? Mi ha fatto pensare a quello. La chiamano ‘la città che muore’ proprio per questo, per le frane, i terremoti del passato, l’abbandono progressivo degli abitanti. Eppure la vecchia civita se ne sta sempre lì, appollaiata fra i calanchi, e oggi è un piccolo museo a cielo aperto fatto di ristorantini, enoteche e B&b. Fiori ai balconi, vicoletti in pietra, gatti: è il piccolo paradiso del turista, ma dal fascino intatto.
Per accedere al ripido ponte pedonale che porta al borgo si paga un biglietto d’ingresso di 3 euro.

Civita di Bagnoregio

La tappa successiva è stata Ceprano, cittadina che ha pagato i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, ma comoda per incontrare gli amici. Un pranzo in piazza fra un calice di Chardonnay bello freddo e un cacio e pepe è stata una piccola iniziazione a questa campagna laziale. Da qui si raggiungono borghi come Rocca d’Arce, con la sua toponomastica precedente l’Unità d’Italia. O posti come Isola del Liri, dal nome del fiume che si butta nel centro storico con una spettacolare cascata. E’ l’unico esempio in Europa e, prenotando prima la visita, si può quasi quasi toccare l’acqua in salto da un castello privato.

Isola del Liri

Isola del Liri

Sempre nel giro di una mezzora in auto, si arriva, spostandosi verso l’Abruzzo, nella valle di Comino, un luogo verde e fiabesco. Fra i tanti borghi, abbiamo scelto San Donato, aggrappato alla montagna. E’ un luogo che ho amato molto e dove abbiamo trovato una festa di primavera con street food e musica: fra i piatti locali deliziosi ho scoperto vitigni autoctoni, mentre l’arrosticino d’agnello ha già varcato i confini regionali. Sempre nei paraggi c’è la storica abbazia di Montecassino, che abbiamo visto svettare da lontano, mentre riprendevamo l’autostrada per scendere nel Beneventano.
Info: se pernottate in zona vi consiglio il B&b il Bruco, immerso nel verde (e che piscina).

Campania

Volevamo berci un calice di Falanghina, ma è stato più difficile del previsto: di domenica gli agriturismi, in questo periodo dell’anno, nel Sannio sembrano tutti fagocitati da feste di famiglia con partecipanti in grande spolvero. La missione pranzo è stata un po’ fallimentare- e alla fine siamo rimasti incastrati nel menù fisso di un battesimo – ma la tappa a Sant’Agata dei Goti una vera scoperta. Il centro storico di questa cittadina ai piedi del monte Taburno (quello dell’Aglianico) sembra uscito da una serie fantasy, con le cupole colorate delle chiese e la voragine che si apre da un lato (in effetti è stato set di diversi film). Una volta oltrepassato il ponte vertiginoso sul fiume, è tutto un susseguirsi di chiese, alcune di epoca longobarda, e di piazzette. Siamo capitati il 3 giugno, trovando casualmente la celebre infiorata del Corpus Domini, con la sua esplosione di colori.

Sant'Agata de' Goti

Calabria

Ed eccoci di nuovo in auto, per quattro ore, direzione costa ionica. Lungo lo strada ci siamo fermati al bellissimo castello svevo che veglia su Cosenza, fra fichi d’india e rondini. Purtroppo, almeno di domenica, chiudeva alle 18 e siamo rimasti fuori: non capisco una chiusura così presto d’estate, ma così è la Calabria. Siamo giunti alla fine a Soverato, città turistica, che mi resterà per sempre negli occhi per il mare azzurro e trasparente e gli alberi di oleandri fino in spiaggia. Una meraviglia. In realtà il turismo sembra essere soprattutto quello della gente che torna fra luglio e agosto, perché a inizio giugno, nonostante il caldo già estivo, molti bagni erano ancora chiusi. E’ una cosa che colpisce chi viene dalla Romagna dove tutti già sono in spiaggia per la pausa pranzo almeno dal primo maggio. Sembra che l’apertura ai visitatori nuovi sia un capitolo molto recente della storia di questi posti.

La spiaggia di Soverato

Da qui abbiamo esplorato soprattutto la provincia di Cosenza, ma non solo. Ci siamo spinti più a sud nel suggestivo borgo di Badolato, un altro paese quasi ucciso dall’abbandono dei cittadini dopo una drammatica alluvione negli anni Sessanta. Oggi si cammina ancora fra vicoli deserti e chiese chiuse (come la stupenda Chiesa dell’Immacolata), ma gli stranieri hanno cominciato a comprare case e un po’ di vita è tornata fra catoi e muri scrostati. E’ un posto che meriterebbe di più.

Badolato

Poco distante c’è Stilo, altro paese placido, dove è bello gustarsi una granita in piazza con gli anziani che giocano a carte, dopo avere visitato la Cattolica. E’ una chiesa bizantina splendida, un vero angolo di Grecia giunto fin qui, fra fichi d’india, ulivi e macchia mediterranea. L’interno è anche meglio, quando ci si sente osservati da austeri occhi di santi che affiorano dagli affreschi ben restaurati. Tornando più verso Soverato, merita una sosta anche la tranquilla Stalettì, sempre in posizione sopraelevata rispetto al mare, da cui godersi la quotidianità della gente del posto, facendo indigestione di cremolata al bar Jolly (una bontà illegale).

La Cattolica

La piazza di Stilo

La piazza di Stilo

Sulla costa tirrenica, invece, sembra di fare un tuffo nel Regno di Napoli camminando fra i vicoli di Tropea e Pizzo, con i loro scorci mozzafiato sul mare. Ma bisogna uscire dalle strade principali e perdersi nei vicoli dietro. Piccolo aneddoto: a Pizzo, mentre cercavamo la piazza principale una signora ci ha indicato la via dove trovare pescheria e macelleria. Eravamo chiaramente turisti, ma lei non ci ha suggerito chiese o bar, ma una macelleria. Rende proprio l’idea. Se venite fin qui, però, non perdetevi il tartufo di Pizzo, una piccola bomba calorica, ma commovente (noi abbiamo provati quelli artigianali di Domenico Penna). Della cipolla di Tropea sono sicura invece che sapete già tutto, ma non perdetevi la spiaggia, in posizione suggestiva, proprio sotto il paese (la mia preferita, però, è Caminia).

Pizzo

Un altro aspetto affascinante della Calabria, è la presenza di siti e ricchezze archeologiche. Poco distante da Caminia, si varca la soglia di un mondo antico e perduto nel Parco archeologico di Scolacium: un sito meraviglioso e si viaggia fra secoli di storia, dai greci ai bizantini, camminando fra centinaia di ulivi: è un posto magico, soprattutto nella luce del tramonto (chiude alle 19).

Il consiglio: una cena nel cortile dello Spuntino Campagnolo, a Soverato. E’ un vero assaggio di tutti i piatti di questa terra, illustrati dal titolare, allergico ai Trip e trap (che sarebbe poi Trip Advisor). Abbiamo trascorso una serata meravigliosa (è chiuso di mercoledì).

Basilicata

Lungo la via del ritorno la tentazione si chiamava Matera. Una città che volevo vedere da troppo tempo, proprio come la Basilicata, una regione sempre poco conosciuta, un po’ ai margini. E così abbiamo diretto l’auto a nord, lasciando il mare per una campagna rigogliosa, mentre le case si diradavano. L’ingresso è stato memorabile: visto che una strada era chiusa, la Municipale ci ha fatto strada in auto fino al B&b! Abbiamo così iniziato a esplorare la zona del sasso Barisano, fino al Duomo, verso sera, mentre la luce scendeva trasformando la città in un presepe di pietra. Era da tempo che una città non mi emozionava come Matera, con la sua storia di abbandono e rinascita, fino alla nomina di Città della cultura 2019. Ne parlerò presto a parte, ma è un luogo oltre il tempo, incastonato in un paesaggio lunare, fra chiese rupestri, scale bagnate di luce, piazze, terrazze su quella città più bassa, scavata nella pietra. Mi piace pensare che sia una città morta e rinata, anche grazie a un libro: Cristo si è fermato a Eboli, che ha fatto conoscere all’Italia come si viveva dentro quei sassi, in quale miseria, in quegli anni. Da quel libro si è messa in moto la ricostruzione, con i suoi alti e bassi.
Il consiglio: non perdete la visita di Casa Noha, gestita dal Fai, che spiega bene la storia stratificata della città.

Puglia

Una volta che sei arrivato fino a Matera, vuoi non fare altri cinquanta chilometri per arrivare fino a Castel del Monte? E così eccoci arrivare nella campagna assolata di Andria, dove sbuca su un’altura questo castello medievale così particolare. Un po’ per la forma geometrica perfetta, un po’ per le simbologie numeriche legate al numero otto. Un po’ per la posizione isolata, come se fosse stato appoggiato dagli alieni fra gli ulivi, un po’ per la pietra bianca calcarea abbagliante. Federico II amava questi luoghi e, affacciandosi dalle bifore del secondo piano, si capisce anche perché (altro che inverni tedeschi, mi viene da dire). E’ più un monumento che un castello, un simbolo, più che un’abitazione. Se ne sta lassù col suo mistero, mentre cerchiamo un posto per il pranzo fra gli ulivi, prima di imboccare l’A14. Ma la maledizione dell’agriturismo domenicale ci castiga un’altra volta: nei dintorni è tutto prenotato. La burrata ci aspetta per la prossima volta.

Info: l’auto va lasciata nel grande parcheggio sotto Castel del Monte, al costo di 5 euro. Da qui una navetta, su cui farete a sportellate con i tedeschi) vi porta sulla collina in pochi minuti, Il biglietto costa un euro, mentre l’ingresso al castello costa 10 euro.

Come organizzare un viaggio in Giordania

Se dovessi dire la prima parola che mi viene in mente pensando alla Giordania, direi subito divertimento. Quello che ho appena fatto è stato un viaggio un po’ diverso per me, con quattro amiche (e non ci conoscevamo nemmeno tutte fino al giorno prima) ed è stata un’esperienza bellissima, fra risate, cibo, cibo, ancora cibo, qualche birra di contrabbando, e una bella dose di leggerezza. Che ogni tanto proprio non guasta.

Ma, povera Giordania, sarebbe proprio riduttivo se mi fermassi alla parola divertimento. Per me questo era il secondo viaggio (anche se il primo è stato poco più di un assaggio) e la verità che questo paese è splendido, accogliente e ogni giorno stupisce per un aspetto diverso. E’ come sfogliare un libro sempre nuovo a ogni tappa, a ogni curva: dopo essersi sentiti Alberto Angela nell’antica città romana di Jerash, arrivano i grattacieli di Amman, per poi passare ore su strade dai colori polverosi, fino al rosso del Wadi Rum e al mondo, velato di rosa, di Petra.

Le guide

In questo post mi vorrei concentrare sulle informazioni pratiche e sull’itinerario scelto, anche perché l’ultima Lonely Planet, che comunque è affidabile, è del 2015 e ho fatto fatica a trovarla in libreria (e diciamolo, il Medio Oriente purtroppo da anni non è troppo gettonato). In compenso è utilissima la guida ViaggiAutori scritta da Cristina Rampado, che vi porta per due settimane in un paese che è una vera perla rara.  In cui ho trovato una conferma: ho una particolare sintonia con questo angolo di mondo, con paesaggi desertici e il tempo scandito dalla voce dei muezzin (magari di notte no, ecco).

L’itinerario

Il viaggio è durato una settimana, da martedì a martedì e queste due giornate se ne sono un po’ volate via in viaggio. Ma come tempo è tendenzialmente sufficiente per visitare già parecchie cose.

Siamo atterrate ad Amman, dove abbiamo trascorso la prima sera, rompendo il ghiaccio in Rainbow Street, una delle vie più famose in centro.

Apro una parentesi. Questa zona centrale si trova nella parte est della capitale, quella più vecchia, mentre grattacieli, ambasciate e locali alla moda sono in continua espansione nella zona ovest. I due lati della città sono collegati da un ponte pazzesco, alto più di 200 metri e molto suggestivo quando di notte si illumina di blu. Ma dicevo Rainbow street, una via pedonale (una rarità in una città che sembra fatta per spostarsi solo in auto) costellata di locali di vario tipo: il nostro driver Jacob (poi vi parlerò di lui) ci ha portato in un posto molto carino, sotto libreria e sopra caffè, il Books@cafè. Oltre che per la bella terrazza sui sette colli della capitale (vi ricorda qualcosa? La storia si ripete), è uno dei posti da tenere presente per bere qualcosa che assomigli a un alcolico: nonostante Amman sia una città moderna, siamo pur sempre in un paese musulmano e trovare un drink può non essere semplice. Giusto un aneddoto per far capire l’andazzo: la seconda sera eravamo in uno dei ristoranti più rinomati di Amman (il Sufra, bellissimo, sempre in Rainbow street) e quando abbiamo chiesto una birra ci hanno bellamente risposto di no, dicendo che tenevano alla nostra salute! Ci siamo sentite delle vere alcolizzate. Beh, ecco la Giordania è anche questo.

Ma eccoci al secondo giorno di viaggio, dedicato alla parte subito a nord della capitale, quella più verde del paese. La nostra prima tappa era il castello di Ajlun, in posizione suggestiva su un’altura da cui si arriva con lo sguardo fino a Israele: i confini qui sono tutti molto vicini. Il castello è ben restaurato e merita una sosta, anche se il pezzo forte è in realtà Jerash, con i suoi scavi archeologici. La vecchia città romana è enorme e vanno messe in conto circa tre ore per camminare nel tempo fra colonne, teatri e uno stupendo cardo romano dalle pietre sconnesse. E’ un sito patrimonio Unesco ed è veramente imponente: il colore della pietra fra il rosa e il giallo cambia continuamente con la luce. Inutile dire che se arriverete alle 13 come noi il rischio di abbrustolirvi è concreto, quindi occhio al sole! Per riprendervi, comunque, c’è sempre il ristorante Artemis: l’aspetto è un po’ presidenziale, ma la cucina è straordinaria (anche se decisamente abbondante, regolatevi).

Il terzo giorno abbiamo dedicato la mattina al centro di Amman visitando la cittadella, in stupenda posizione sopraelevata, da cui si abbraccia con lo sguardo la città e la sua cascata di case chiare. La dose di archeologia di questi primi due giorni è finita col teatro romano, interessante anche perché pieno di giovani del posto. Non siamo riuscite a entrare nella moschea di re Abdullah, aperta anche ai non musulmani e famosa per la cupola blu, perché era orario di preghiera e così abbiamo proseguito per il Monte Nebo. E’ uno dei posti che mi ha colpito di più e che mostra un’altra faccia della Giordania: quella di paese ricco di siti importanti per la spiritualità di tante religioni, come questo.

Qui, infatti, morì Mosè, una super star anche per i musulmani, che riuscì da questa altura a vedere solo la Terra Promessa, senza però potervi entrare. E’ emozionante ancora oggi guardare da lontano, in mezzo alla sabbia che si alza spesso nel pomeriggio, verso i territori palestinesi e, laggiù dietro la foschia, cercare con gli occhi Gerusalemme. La luminosa chiesa francescana merita anche per l’interno, con enormi mosaici che raffigurano animali. Religione o no, questo posto simboleggia una ricerca durata una vita (e il caffè nel bar del parcheggio è top).

A pochi chilometri da qui si trova Madaba, una cittadina di provincia molto piacevole. Tappa d’obbligo la chiesa ortodossa di San Giorgio, con un mosaico (giuro che è l’ultimo di cui parlo) splendido: è una vera e propria mappa di un mondo antichissimo, rappresentato come nella sigla del Trono di spade. Confesso che Madaba varrebbe il viaggio anche solo per andare a cena nel ristorante Haret Jdoudna, in una corte interna meravigliosa. La migliore cena di tutta la Giordania: piatti buonissimi, birra, narghilè e pure musica dal vivo. Una meraviglia.

Il quarto giorno lo abbiamo dedicato al Mar Morto, un posto spettacolare, con un gioco di colori continuo fra l’azzurro dell’acqua e il paesaggio aspro e desertico circostante. La formula migliore per staccare davvero la spina è quella del resort, anche per accedere a una spiaggia privata, per le donne l’unico posto in cui si può essere libere di mettersi in costume: lungo la costa, altrimenti, scordatevelo (pure negli alberghi vedrete parecchi burkini, quindi fate un po’ voi). Noi abbiamo scelto l’Hilton, albergo inaugurato da poco, dove ci siamo sentite in Mercoledì da leoni, fra piscine a sfioro, cocktail alla frutta e, ovviamente, fanghi e bagni nel mare in cui si galleggia per l’elevata concentrazione di sale. Tradotto, immergersi qui è davvero una sensazione pazzesca, sembra di avere sempre una tavoletta sotto il sedere.

Il quinto giorno ci siamo spostate sempre più a sud, sempre lungo la Strada dei re. Abbiamo rinunciato all’escursione nel Wadi Mujib perché era stato appena riaperto dopo le piogge e l’acqua nel canyon era alta. Credo sia un percorso davvero suggestivo, ma bisogna essere attrezzati, con scarpine di gomma e costume a portata. E così abbiamo puntato direttamente al deserto, passando per il meraviglioso Wadi Araba, con distese e distese di rocce dalle forme più incredibili. Arrivate alle porte del Wadi Rum, abbiamo subito fatto il classico giro fino al tramonto a bordo di una jeep guidata da un beduino scatenato. In realtà non ci siamo fatte mancare nulla: dal ballo con altri beduini nel campo tendato (con barbe curate alla David Beckham, non crediate), dolcetti e narghilè davanti al fuoco, cammello all’alba (cammello che disarciona il passeggero, invece, quello solo a me: nuovo cameo 2018).

Il sesto e il settimo giorno li abbiamo dedicati a Petra, il che vuol dire che è stato come partire per Marte, e ritorno. Non sto scherzando, questa antica città nabatea scavata nella roccia l’avevo pure già vista, ma non ci si può abituare mai a uno spettacolo così. Tanta bellezza non basta mai. E’ molto più di un sito archeologico, sono più città in una, con il suo clima un po’ spettrale visto che, di fatto, la maggior parte delle visite verte attorno a tombe. In generale, un giorno e mezzo dentro il sito è il minimo per vedere le attrattive principali, piccola Petra compresa.
Un consiglio: l’hotel Petra Moon, davvero perfetto come posizione (è a pochi metri dall’ingresso), colazione e terrazza panoramica con tanto di barbeque serale strepitoso. Se andate d’estate c’è pure la piscina.

Volo e documenti

Noi abbiamo volato con una combinazione di Royal Jordanian e Alitalia e globalmente ci siamo trovate bene, nonostante la partenza in un giorno di sciopero. A parte il fatto di avere scoperto di sghetto che ci avevano cancellato il volo da Bologna a Roma (quindi, l’invito è di controllare sempre anche i siti degli aeroporti per non avere sorprese), e le turbolenze a Fiumicino al ritorno, alla fine siamo state graziate e partite in orario. Il prezzo non è mai calato tanto, da gennaio ad aprile: la media era sempre circa 35o euro (ma dall’autunno Ryanair partirà da Bologna!).
Una volta arrivati ad Amman, in aeroporto è tutto molto semplice: è richiesto un visto, che si può fare subito (costa 40 dinari) e che si può pagare anche con la carta di credito. In alternativa, subito prima c’è comunque la possibilità di cambiare un po’ di soldi.
Un consiglio: se fate prima di partire il Jordan Pass, salterete la fila per il visto. Costa dai 70 agli 80 dinari giordani e permette di accedere a una quarantina di siti turistici (Petra compresa, che da sola costa 50 jod, 55 per il biglietto di due giorni).

L’auto (e autista)

Guidare in Giordania non è troppo complicato: il lato è lo stesso nostro e le strade sono in ottime condizioni. Comunque vi voglio vedere poi in mezzo al traffico infernale di Amman o alle prese con certi sorpassi sulla Strada dei re, quindi se amate l’on the road, ma pure prendervela con calma, il consiglio è di rivolgervi a una compagnia. Noi ci siamo affidate a Jordania Aventura e l’esperienza è stata assolutamente positiva. Si possono scegliere varie formule: nel nostro caso abbiamo fissato prima tutte le tappe, poi abbiamo pagato metà della quota totale (circa 600 euro da dividere in 4), comprensiva di autista, assicurazione, benzina e aria condizionata. Mettono un certo pepe per prenotare, ma maggio è anche periodo di alta stagione, ma complessivamente sono molto affidabili.

L’auto era comoda, ibrida, con tanto di wi-fi a bordo. Jacob si è rivelato più una guida che un autista, sempre molto disponibile nel darci spiegazioni e molto scrupoloso (ci ha dato pure un telefono da tenere con noi in caso di necessità). Nel nostro caso abbiamo fatto qualche modifica all’itinerario anche in corsa, con flessibilità: in generale il consiglio è di mettervi subito d’accordo con il driver sugli eventuali cambiamenti di prezzo per non avere sorprese alla fine.

 

Altre informazioni generali

Rispondo in ordine sparso ad alcune domande che mi sono state fatte sia prima che dopo il viaggio.

La Giordania è un paese sicuro? E’ ovvio che fino a prova contraria sì, ma in generale colpisce come sia, a oggi, un angolo di calma in mezzo a tanti vicini di casa dalla storia travagliata. Non mi addentro qui sulle ragioni, ma diciamo che mai, in una settimana, ho avuto la sensazione di correre dei rischi (eccetto che per i cani randagi di Petra, ma questa è un’altra storia). Negli alberghi o musei più grandi, però, è probabile trovare un metal detector all’ingresso e nei siti archeologici si vedono spesso poliziotti.

Il periodo: maggio lo consiglierei. Caldo, da maniche corte di giorno e qualcosa di un po’ più pesante la sera sulle spalle. I turisti c’erano, ma non in modalità orde selvagge, e lo spettacolo degli oleandri rosa fioriti dentro Petra è una di quelle immagini difficili da levarsi dagli occhi.

Come sempre prima di partire, stipulate un’assicurazione sanitaria, ma in generale le condizioni sanitarie sono molto buone e ad Amman ci sono strutture di livello internazionale. Wadi Rum a parte, poi, abbiamo usato davvero ovunque carte di credito e bancomat, con cui abbiamo potuto pagare dagli alberghi al biglietto d’ingresso per Petra.

I prezzi? Ovvio che dipende da tanti fattori, ma la cifra che vi sorprenderà sarà il pernottamento, molto meno costoso che in Italia: una buona doppia con colazione non vi costerà mai più di trenta euro a testa. Lo stesso vale anche per il cibo: mangiando fino a rischiare la lavanda gastrica non abbiamo mai speso più di 25 euro a testa. Ovvio che prezzi più alti si trovano sul Mar Morto: all’Hilton, nuovo di pacca, abbiamo speso circa 100 euro a testa, fanghi e spiaggia compresi.

Dieci cose da fare a Nagasaki

A volte odio il Giappone. Lo odio perché non è un luogo facile da abbandonare. E talvolta temo di essere finito proprio fuori dal mondo. Forse, quando si va fuori dal mondo
si va a finire in Giappone.

Will Ferguson, Autostop con Buddha

Arrivare a Nagasaki è un po’ come arrivare in capo al mondo. Volare fino in Kyushu mi ha fatto la stessa impressione di quando sono andata in posti ancora più lontani dall’Italia, come la Nuova Zelanda, o molto remoti, come Cape Town. Il motivo non credo stia solo nei tre aerei che abbiamo dovuto prendere da Bologna, è che Nagasaki è di per sé un posto di confine, ai confini del Giappone. Un po’ perché la Corea e il resto dell’Asia sono davvero molto vicine. Un po’ perché già dal finestrino dell’aereo si avvista all’improvviso un paese molto molto diverso da quello sorvolato nei viaggi precedenti: l’arrivo su un paesaggio verdissimo e montagnoso, col cielo gonfio di pioggia, mi ha ricordato il primo approccio con il Laos.

E poi c’è la storia particolare di questa città, che a molti fa subito pensare alla bomba atomica- e ci mancherebbe altro-, ma che in realtà ha vissuto momenti drammatici già da molto prima. Almeno, va detto, se nel Seicento eravate cristiani in questo angolo di mondo: le persecuzioni sono state feroci tanto che, per fare un esempio, religiosi e seguaci venivano martirizzati nelle pozze d’acqua bollenti che nel Kyushu si trovano con la stessa facilità che da noi un campo di patate.


Nonostante questi capitoli neri di storia, culminati nel 1945, Nagasaki resta una città aperta alle influenze culturali, oggi è molto pacifica (forse pure troppo) e si gira con estrema facilità. Per un occidentale è un posto dalle dimensioni più rassicuranti rispetto a certe metropoli giapponesi e, nel giro di poche ore, mi sono sentita cullata da tutto quello che in Giappone mi fa stare bene. Scrivevo queste righe il secondo giorno di viaggio:

Dopo solo due giorni è già arrivata la conferma, questo Paese fa bene all’anima. Non è un delirio da lost in translation (dannato jet-lag), ma un dato di fatto. La gentilezza fa bene (nel nostro speciale test annuale questa volta abbiamo lasciato nel pullman i passaporti. Nel giro di tre ore li avevamo già in mano). I tram comodi fanno bene, un ramen caldo fa bene. Un bagno caldo fa bene. Gli alberi nei santuari fanno bene, i prugni in fiore fanno bene.

La sensazione, in effetti, è che nel sud del Paese la gente sia ancora più gentile. Ma, a parte questo, ecco una listina di dieci cose da fare se vi trovate a zonzo per Nagasaki (più una undicesima: procurarvi un ombrello visto che una città particolarmente piovosa. E quando dico che piove intendo che cadono gocce grandi come mele. Ah, l’Asia).

1. Il Museo della Bomba atomica

Un po’ era scontato, ma è una tappa obbligatoria. Chi è già stato a Hiroshima troverà una grande differenza, rispetto al vasto Parco della Pace. La forma di Nagasaki è molto diversa, la città è lunga e stretta e spalmata lungo la baia, quindi anche i luoghi che ricordano quel tragico 9 agosto sono un po’ più sparpagliati. Il museo non è grandissimo, ma esaustivo, sobrio e ben organizzato, all’interno è ricostruita una parte della cattedrale devastata dell’esplosione e ovviamente non mancano oggetti recuperati e strazianti pannelli sulle conseguenze della bomba sulla salute dei sopravvissuti. Le luci basse fanno immergere piano piano in quell’abisso in cui l’umanità è precipitata in quel giorno.
Aperto tutti i giorni dalle 8.30 alle 17.

Continuando la ‘visita della memoria’ si arriva all’ipocentro dell’esplosione: è una piazza vuota, con al centro un monolite nero. Il parco della Pace vero e proprio, invece, ospita statue, fontane zampillanti e un monumento simbolico: un uomo che con il dito punta verso il cielo realizzata da Seibo Kitamura.

2. Passeggiare per Chinatown

Il quartiere cinese è una delle parti che mi sono piaciute di più della città, anche perché dà bene l’idea di come Nagasaki storicamente sia stata una porta (più o meno) aperta sul resto del mondo. Il consiglio è quindi di camminare, soprattutto la sera in questo incrocio di vie, delimitate da porte rosse e illuminato dalle lanterne. Sarà un’ottima occasione per assaggiare la versione locale del ramen, che qui si chiama champon. La differenza? Il brodo molto chiaro e la presenza di carne e pesce, di solito polipetti. Non arriva ai livelli del ramen più tradizionale diciamo, ma resta un piatto buonissimo ed economico.

3. Visitare l’isola di Gunkanjima

E’ uno dei posti più surreali che io abbia mai visto e, anche se di fatto sull’isola non siamo sbarcati perché il mare era troppo agitato, il solo fatto di vederla comparire dalla barca, sotto la pioggia, valeva il viaggio. Enormi edifici squadrati, finestre vuote, blocchi di cemento armato mangiato dal mare e dalla vegetazione. E’ un’ isola dall’atmosfera fantasma, apocalittica, Gunkanjima, abbandonata negli anni, dai minatori che la colonizzarono a partire dal 1887.

Nel profondo di questo grande scoglio (è lunga meno di 500 metri) c’era infatti un cuore di carbone, estratto dalla compagnia Mitsubishi. E così, per anni, su quest’isola abitarono in un inquietante isolamento e condivisione migliaia di abitanti, fino alla chiusura dello stabilimento, nel 1974. Per anni l’isola è rimasta disabitata, poi aperta alle visite e nel frattempo è pure diventata un sito Unesco (e pure set, ricostruita digitalmente, per 007, sapete quale?) e ora attira frotte di turisti (moltissimi i cinesi che arrivano in crociera). E’ un’esperienza costosa, ma che consiglio vivamente, anche solo per il museo da cui parte il tour, ricco di testimonianze toccanti e simpatici allestimenti con realtà aumentata. Le visite sono previste anche in lingua inglese, con un’audioguida (non che in mezzo al mare prenda un granché però).

4. Visitare chiese (già proprio così)

Questo aspetto potrebbe deludere quelli che io chiamo i puristi dell’Asia, che vogliono vedere solo monaci buddhisti e templi. In realtà, se l’effetto di straniamento è inferiore, è vero che visitare una chiesa cattolica a queste latitudini è un’esperienza suggestiva. Come già detto, Nagasaki era l’unica città in cui potevano fermarsi i commercianti stranieri, olandesi e portoghesi (l’isolamento del Giappone in generale è durato dal 1641 al 1858), e così sono rimaste alcune chiese di legno. Noi abbiamo visitato, purtroppo sotto la pioggia battente, quella di Oura, costruita nel 1864.

Da qui sarebbe stato bello proseguire la visita ai Giardini Glover, ma non avevamo molto tempo e credo che sotto quella pioggia sarebbero volati gli accidenti, così poco adatti alle povere e garbate orecchie giapponesi. In generale, è una passeggiata nel verde che consiglio con un clima più clemente.

5. Scoprire i canali

C’è una bella rete acquatica a Nagasaki, adagiata com’è sul mare. La città è moderna e trovare cose antiche è sempre complicato, ma sul fiume Nakashima, potete imbattervi in un ponte davvero curioso, chiamato il Ponte degli occhiali. Costruito nel 1634, è il ponte arcuato di pietra più antico del Giappone, e ricorda curiosamente la forma, appunto, di occhiali quando si riflette nell’acqua. Ovviamente è un punto molto fotografato dai giovani giapponesi che si avventurano sui sassi proprio sopra il fiume. Voi, però, non fatelo!

6. Mangiare cose rosa

Una delle cose che mi hanno colpito della zona di Nagasaki è il quantitativo di quelle che ho ribattezzato cose rosa nel piatto, a partire dalla pasta di pesce che colora il champon. Una gioia per le foto e Instragram, già, ma abbiamo dovuto essere ancora più spericolati del solito negli assaggi. Ad esempio in un posto storico in centro come Yossou, dove il piatto della casa è una sorta di crema di uovo salata e una curiosa… polvere (?) rosa a base di pesce. Piuttosto buono, anche se forse è più che altro fotogenico.

7. Vedere Nagasaki dall’alto

E’ una delle cose a mio avviso imperdibili, in particolare verso sera o di notte, quando la città diventa un mare di luci, sempre più rarefatte sulla baia. Questo spettacolo è possibile grazie alla funivia che arriva sul monte Inasa, che parte tutti i giorni dalle 9 alle 22. La stazione si trova a cinque minuti a piedi a ovest della fermata Takaramchi del tram (linea 1 o 3). La strada che porta alla stazione è molto trafficata e di sera non particolarmente affascinante, ma la sorpresa arriva proprio alla biglietteria, immersa in un suggestivo, se pur piccolo, santuario scintoista.

8. Andare a zonzo con una guida volontaria

Mandando una mail alla  Nagasaki international association (Nia) abbiamo avuto la possibilità di trascorrere qualche ora in compagnia di una guida volontaria, che ci ha fatto conoscere i luoghi legati alla bomba, il quartiere Teramachi con i suoi templi (di cui uno cinese, il Sofuku-ji) e alcune vie pittoresche del centro, compreso un ottimo caffè in un negozio specializzato. E’ sempre bello esplorare la città attraverso gli occhi di chi ci vive e ne abbiamo avuto la riprova con la nostra guida (originaria in realtà di Tokyo), che parlava un ottimo inglese, imparato durante un periodo passato negli Stati Uniti.

9. Visitare il museo dei martiri cristiani

E’ una chicca soprattutto per chi ha apprezzato il film di Martin Scorsese Silence, ambientato in questa zona del Giappone proprio nel periodo delle persecuzioni cristiane. Ad accogliervi, appunto, sarà una grande lapide, che ricorda 26 martiri cristiani crocifissi nel 1597, tra i quali anche dei ragazzini. Poi all’interno del museo, che si visita molto rapidamente (è su due piani), si possono trovare testi dell’epoca, statuette votive e anche la formella con l’immagine di Cristo in croce (è una copia) usata in Silence ogni volta in cui veniva chiesto a qualche personaggio di abiurare. E’ uno di quei musei che io chiamo ‘alla Bill Bryson’, cioè davvero di nicchia e adatti a chi vuole sapere davvero un po’ di tutto, ma è interessante perché racconta una pagina del Giappone decisamente inedita. E, tra l’altro, è pure meta di turismo religioso: abbiamo trovato una comitiva di turisti!

E’ aperto dalle 9 alle 17.

 

10) Fare una gita in giornata

Sappiate subito che conviene noleggiare un’auto per esplorare al meglio i dintorni, ma anche questa è un’esperienza (si guida dall’altro lato ahimè)! Un itinerario potrebbe essere quello della Penisola di Shimabara, a un paio d’ore di distanza, guidando attraverso un paesaggio rurale e piccoli centri cittadini. Una tappa può essere il monte Unzen, vicino al vulcano (attivo), raggiungibile con una funivia e punto di partenza di alcuni trekking: purtroppo quando siamo andati noi (a inizio marzo) la primavera era ancora molto lontana e abbiamo trovato una natura letteralmente congelata e nuvole basse: insomma, addio camminata e funivia. Scendendo, però, abbiamo riparato a Unzen Onsen, piccola e deliziosa stazione termale a poco più di 700 metri di altitudine, il classico posto in cui si va in villeggiatura. Il colmo è stato che l’onsen pubblico, che ho abbiamo avuto la fortuna di trovare vuoto, aveva un’acqua talmente bollente che non sono riuscita a immergermi del tutto (non mi era mai successo!), però magari il contrasto con il freddo esterno non ha aiutato, chissà. Fatto sta che ci siamo rifugiati in un’adorabile trattoria a gestione famigliare: gentili e minuscole vecchiette ci hanno servito il champon della casa che, francamente, ho trovato migliore di quello della città.

Per finire di scaldarci, siamo andati a visitare il percorso dei Jigoku, o dell’inferno, davvero suggestivo: si cammina su una passerella attraverso caldere e pozze di acqua bollente, spesso investiti dal vapore sulfureo: in queste terribili bocche, spalancate, della terra venivano immersi i cristiani (e torno così all’inizio del post). Il luogo è davvero spettacolare, così come l’uovo sodo che si compra per uno yen lungo il percorso, da mangiare sul posto: è bollito direttamente nell’acqua termale. E si sente.

Come sempre, per altre informazioni vi rimando al blog Orizzonti, che sul Giappone ormai ne sa una più del diavolo (anche di quello degli ‘inferni’ di Onsen Unzen!).

 

L’isola di La Digue alle Seychelles

E’ da un po’ di giorni che penso al fatto che ho scritto troppo poco delle Seychelles. Ogni tanto capita di avere un ricordo bellissimo, ma poi lo si lascia un po’ lì nel cassetto. Resta come in una bolla e quasi ci si sorprende di avere fatto realmente una certa cosa, che sul momento è arrivata quasi come un regalo. O forse capita solo a me.
In ogni caso torno a scrivere ora, anche perché le mie Seychelles sono state davvero un viaggio speciale: per la compagnia, perché oggettivamente sono bellissime e perché erano tanti anni che non facevo bagni così lunghi. E poi – non lo sottovaluterei – complice anche un volo molto conveniente e il fatto di essere in quattro a dividere le spese, siamo riusciti nell’impresa di fare un viaggio realmente low cost. Meno di mille euro per una settimana: da queste parti è un mezzo miracolo.

La Digue

Se qualcuno mi chiedesse oggi dove concentrerei la maggior parte del viaggio risponderei sicuramente La Digue, almeno per chi pensa di dormire in guesthouse. Pensando a una sistemazione in resort, le strutture più belle le ho viste certamente a Praslin (ad esempio questo, per farsi un’idea),  ma a La Digue ho trovato una dimensione più nelle mie corde. Tutte le Seychelles sono una combinazione felice di strutture turistiche e immersione nella natura, ma La Digue è più piccola e selvaggia, si può girare in bicicletta, e mi ha fatto sentire effettivamente fuori dal mondo. Sempre per chi viaggia in modo indipendente (e quindi deve affidarsi ai mezzi pubblici o guidare su strade a volte molto ripide), Praslin e soprattutto Mahé, sono molto più trafficate.

Appena sbarcata dal traghetto, il villaggio di La Passe mi è piaciuta al primo colpo, nonostante le nuvole basse e le pozzanghere per la pioggia appena caduta. I colori erano un po’ lividi, ma vedere tutti in bicicletta e gli enormi alberi della strada principale mi ha trasmesso serenità. Serenità persa quasi subito visto che abbiamo scoperto uno dei problemi che possono capitare quando si prenota in guest house su Booking da queste parti: nonostante le nostre stanze risultassero confermate, in realtà alla reception ci hanno guardato prima con sguardo insofferente, poi preoccupato: l’errore infatti era il loro. Nel giro di mezzora, va detto, la signora ci ha trovato una soluzione, per quanto un po’ meno all’altezza della precedente. Mollato i bagagli, inforcate le biciclette a noleggio (quasi tutte le guest house le forniscono), abbiamo iniziato a esplorare l’isola.

Anse Source d’argent

Questa spiaggia, anzi questa serie di calette una di seguito l’altra, è sicuramente uno dei luoghi più belli che abbiamo visitato nell’arcipelago, anche solo per la strada panoramica. Abbiamo pagato un piccolo pedaggio, visto che a un certo punto si entra in una piantagione privata, la Union Estate. Da qui si oltrepassa un cimitero storico (ok, è sempre un cimitero, ma in suggestiva posizione sul mare), per poi arrivare a una casa coloniale, la Old Plantation House. Qui vicino, dopo averle scambiate per sassi in movimento che manco in Fantaghirò, potrete scorgere le simpatiche testuggini giganti, con il loro carico di anni e rughe. Sono radunate sotto una parete di roccia e si fanno beatamente avvicinare in cambio di un po’ d’erba. Inutile ricordare di stare attenti alle mani, ma di certo sembra, almeno per un attimo, di avere guardato negli occhi la preistoria.

Se volete saperne di più su come familiarizzare con le tartarugone, qui potete trovare qualche informazione su Curieuse Island.

Proseguendo lungo la strada in bicicletta si oltrepassano le piante di vaniglia, che cresce su queste isole: la vegetazione tropicale è bellissima e rigogliosa e resta una costante fino alla spiaggia. Anzi, come dicevo, le spiagge. È  forse meglio parlare,infatti, di tante piccole insenature che sono intervallate da quelle colossali rocce granitiche che sono così caratteristiche alle Seychelles e che si vedono in ogni cartolina. Enormi massi grigiastri, che donano all’ambiente  un’atmosfera primordiale, selvaggia. L’altro colore è il verde della foresta che corre subito dietro la spiaggia: camminando in mezzo alla vegetazione si raggiungono i vari punti per fare il bagno, fra rocce, palme e liane. Chi ama l’aperitivo in riva al mare, deve proseguire fino in fondo, quando sbucano chioschetti che vendono bevande di frutta e noci di cocco: è tutto piuttosto caro, ma l’atmosfera è assicurata. In più, Anse Source d’Argent è una delle spiagge balneabili.

Ps. È possibile pranzare lungo il tragitto in in grazioso ristorante sul mare, il Lanbousir. I piatti sono semplici, dal pesce alla griglia e fish & chips. Un pasto abbondante a prezzi abbordabili.

Grand e petite Anse

Ancora una volta, oltre alle spiagge, la vera magia delle Seychelles è la natura rigogliosa che si attraversa per arrivare al mare. A volte si giunge in riva dopo veri e propri trekking (se siete interessati al tema e all’ecoturismo, vi consiglio di guardare qui), in altri casi si può inforcare la bici e pedalare in mezzo a una vera esplosione di colori (e di caldo, poi non lamentatevi). È in questo modo che abbiamo raggiunto la Grand Anse, una meravigliosa, larghissima, spiaggia selvaggia. Qui infatti è in vigore il divieto di balneazione, che francamente rispetterei, anche se qualche surfista si avventura a sfidare le onde. Non ci sono strutture, ma ci si può fermare a leggere sotto i consueti massi di granito. Oppure si può proseguire, camminando per una decina di minuti nella foresta, fino alla Petite Anse.

Sbucando dalle frasche, si intravede il paradiso. Sabbia bianchissima, mare di un azzurro accecante: è un luogo di una bellezza disarmante. Anche qui, almeno nel periodo in cui sono andata io, non si poteva fare il bagno per la corrente, ma stando prudentemente vicino alla riva sono riuscita comunque a immergermi: il consiglio è di fare molta attenzione alle condizioni del mare. Su questa spiaggia si trovano anche piccole capanne fatte con le palme per ripararsi un po’ dal sole, oppure ci si può rinfrescare con un cocco nel chioschetto: costa circa 5 euro, ma ne vale la pena.


Un’alternativa che consiglio è quella di fermarsi lungo la strada che porta alla Grand Anse per sedersi all’ombra e rinfrescarsi con un frullato (o un piatto) di frutta fresca. Si incontrano almeno un paio di postazioni, a prezzi ragionevoli, assaporando una delle poche ricchezze gastronomiche del posto: la frutta tropicale. Popolo del mango: non perdete l’occasione.

Dove cenare

Uno degli aspetti meno convincenti delle Seychelles è sicuramente la scelta nei pasti. Fuori dai resort esistono soprattutto due tipologie di posti per mangiare: il ristorantino piuttosto caro e tendenzialmente turistico o il take away. Questa seconda possibilità permette di risparmiare realmente e se si è in gruppo è abbastanza divertente. In più è l’opzione scelta da molti abitanti del posto, quindi può essere anche un modo per vivere più da vicino la cultura locale. Nel caso di La Digue abbiamo provato il Mi Mum Takeway (dal lunedì al sabato), un posticino defilato, ma molto frequentato e piuttosto simpatico. I piatti sono un po’ sempre quelli, dal fish & chips, al pesce con riso, al curry o piatti di influenza indiana.
Come consiglio finale, su questo punto, direi che per chi viaggia in guest house con cucina indipendente, potrebbe non essere mano portarsi da casa un po’ di pasta e condimenti: la varietà nei supermercati locali è davvero piuttosto scarsa.

Per tutte le informazioni su un viaggio low cost alle Seychelles ⇒ leggete Paola.

 

 

I templi nella penisola di Kunisaki

In Occidente siamo talmente legati alle immagini delle metropolitane affollate di Tokyo e degli impiegati senza volto da dimenticarci che il Giappone è ancora in gran parte un paese rurale e tradizionale. Certo, le zone selvagge non sono più molte – i confini rimasti sono pochi e preziosi- ma campi e villaggi rivestono ancora un ruolo importante nella società giapponese. E il colore dominante del Giappone, quello che trasuda dal paesaggio e genera infiniti panorami, il colore che è il Giappone stesso, è il verde, un verde scuro, umido e tropicale. E’ vero, nella maggior parte delle città giapponesi non troverete molto verde. Ma neanche molto Giappone. I centri urbani sono affollati e pieni di vita, ma allo stesso tempo rappresentano gli scorci più occidentalizzati e globalizzati della nazione. Non lontano da lì esiste un altro Giappone, lungo le strade di campagna, nelle città di provincia, alle estreme periferie.

Will Ferguson, Autostop con Buddha

Sono invidiosa. Vorrei averle scritte io queste parole che così bene raccontano il mio ultimo viaggio in Giappone. Un viaggio, il quarto, che ho vissuto come una piccola grande rivoluzione perché è stato, per certi versi, vedere questo paese per la prima volta. In parte, ho ritrovato tutti quei piccoli piaceri – da un onsen a ordinare in modo spericolato in izakaya -, che da soli valgono l’aereo. Ma la sensazione più forte – nella settimana che ho appena trascorso nel Kyushu– è stata quella di scoprire un mondo più provinciale, tradizionale. Più asiatico. Più dolce e meno rassicurante insieme: il Kyushu è continuamente ingobbito da vulcani, spesso attivi e inacessibili. Qui ho sentito la mia prima scossa di terremoto e l’onsen può essere fin troppo caldo per immergersi. L’inglese è per pochi, così come pochi sono i turisti (ma abbiamo viaggiato in bassa stagione, devo specificare) e il cibo ha sapori meno addomesticati, più complessi (diciamo pure che alcuni sono un po’ sconcertanti). I treni ci sono, pluripremiati, ma in realtà è meglio noleggiare un’auto per arrivare nei punti più remoti. E’ un Giappone visto da un’altra prospettiva, rispetto a quella dell’alta velocità.

Santuario scintoista

Santuario scintoista

Il Kyushu è terra anche di grandi città, come Nagasaki e Fukuoka, ma soprattutto di distese agricole e di piccoli santuari scintoisti nei giardini delle case. Uno squarcio lo avevo intravisto dal treno nei boschi, salendo fino a Takayama, sulle Alpi giapponesi. Dopo agglomerati monocolore di città, all’improvviso dal finestrino erano ricomparse case isolate, vegliate da quei tempietti così ricorrenti nel Sudest asiatico. Poi non li avevo visti più, fino al Kyushu, dove i templi riposano nei boschi, tra fiaba e abbandono. Dove si trovano statue di Buddha strappate al tempo, che sorridono nella foresta. E’ un Giappone meno monumentale di Kyoto e Nara, ma che resta dentro, come una radice.

La penisola di Kunisaki

Questo quadro descrive soprattutto la penisola di Kunisaki, proiettata a est in un Paese che è già simbolo di oriente. La Lonely Planet, che nell’edizione 2009 resta una guida affidabile, le dedica una colonna e mezzo di testo. A noi è sembrato di aprire una porta nuova, più interna, di compiere un passo in più verso il cuore del Giappone. Abbiamo dormito in una fattoria, visitato paesi fermi nel tempo, ma soprattutto templi nel bosco che hanno lasciato il segno. Dopo questa ultima esperienza, non è più il rosa il colore del Giappone, il rosa delicato dei fiori di ciliegio, ma il verde. Il verde della foresta, il verde del muschio che cresce sugli alberi e su immobili lanterne. Un verde che si mescola al rosso del tronco dei cedri e ai vestitini che coprono i jizo, che ti aspettano sereni in fondo al sentiero.

Taizo-ji

Taizo-ji

Kumano Magaibutsu

Appaiono all’improvviso  fra gli alberi. Due enormi volti di pietra, che ti fissano nel verde. I Kumano Magaibutsu sono le più grandi statue buddhiste di questo tipo in Giappone. Si trovano proprio al di sotto del Taizo-ji, un tempio annidato in cima a una scalinata di pietra. Chiamarla scalinata forse è ottimistico, visto che parliamo di un ammasso di pietre antiche parecchio sconnesse.

Dopo un primo sentiero nel bosco fra i cedri rossi (o criptomeria), accompagnati da un torrente che canticchia di lato, la scalinata appare all’improvviso, piuttosto minacciosa, così ripida e malandata. Non a caso, secondo la leggenda locale sarebbe stata costruita dai demoni nel corso di una sola notte. Si oltrepassa un ponticello di pietra, lanterne ricoperte di muschio, si varca l’antico tori, la porta d’accesso allo spazio sacro del tempio, e inizia la salita. Mentre arranco sui sassi, scendono famigliole e anziani, aiutandosi sereni con i loro bastoni. Capisco perché alla biglietteria si potevano prendere in prestito.

Fudo-Myo-o

Fudo-Myo-o

Il Buddha Dainichi

Il Buddha Dainichi

Ed è proprio quando la salita si fa più dura che, sulla sinistra, compaiono il Buddha Dainichi, alto sei metri e realizzato fra il decimo e l’undicesimo secolo, e il suo guardiano, molto probabilmente aggiunto in seguito (nel dodicesimo secolo d.C.), Fudo -Myo-o. Dovrebbe avere un’aria minacciosa, ma sembra sorridere. Rimango a guardarli sdraiata su una panchina di legno, godendomi l’assenza di altri turisti nella golden hour, il suono dell’acqua e del vento e mi sento catapultata in un angolo di Sudest asiatico. La pace è totale, la interrompo solo per salire fino al tempio, che trovo spoglio, come abbandonato. Scuoto la corda e attiro l’attenzione di un dio, accendo una candela, in compagnia degli enormi aceri in cui abitano i kami, le divinità scintoiste. E’ un mondo verde, con odore di sottobosco, un po’ cadente e desolato, se non fosse per il rosso fiammante che ricopre un jizo di pietra, che guarda e sorride.
Orari: fino alle 17, biglietto a 200 yen.

Futago-ji

Ci siamo spostati alle pendici del monte Futago, esattamente al centro della Penisola di Kunisaki, alto 721 metri. Dalla fattoria in cui abbiamo dormito arriviamo nel giro di pochi chilometri e la luce del mattino è stupenda. Fuori dal tempio buddhista Futago-ji, costruito nel 718 d.C. e dedicato a Fudo-Myo-o (sempre lui). Sopra non l’ho spiegato, ma si tratta di una divinità del fuoco che brandisce la spada minacciosamente per proteggere il Buddha. Fuori dal tempio ci sono già i primi ciliegi in fiore, che contrastano con un fiabesco ponticello rosso. Ovviamente non manca l’acqua che scorre a fianco del sentiero. Sembra che tutti gli elementi idilliaci siano stati cercati, e trovati, per incorniciare lo spazio sacro, per offrire un angolo di quiete. Nella natura c’è il sacro. Nella cultura religiosa locale si mescolano elementi di buddhismo, scintoismo e culti di montagna: la zona è nota come Rokugomanzan.

Futago-ji

Futago-ji

Futago-ji

Futago-ji

Arriviamo da sotto, non dal parcheggio principale, per vedere le stupende statue dei due guardiani Nio, che però sono state realizzate più recentemente. Tocchiamo la gamba a uno dei due, come vuole la tradizione locale. Ai piedi di una scalinata le due statue di pietra ci concedono di entrare verso il tempio, custodito anche da due cedri rossi giganteschi e da lanterne. Ho trovato il mio nuovo posto preferito in Giappone.

Orari: dalle 8 alle 17, ingresso 300 yen.

Come si raggiunge la penisola

La Penisola di Kunisaki, famosa per le antiche testimonianze buddhiste, si trova nella Prefettura di Oita, famosa in tutto il Giappone per gli onsen e la ricchezza termale. Potete raggiungerla facilmente da Beppu, la città-simbolo dei bagni caldi termali, adagiata sul mare. Non mancano i collegamenti via treno (gli shinkansen arrivano alla stazione di Fukuoka/Hakata, poi ovvamente c’è la stazione di Beppu) e traghetto (da Kobe e Osaka), ma è una zona comodamente raggiungibile in aereo visto che l’aeroporto di Oita si trova proprio nella penisola. Noi abbiamo noleggiato un’auto, che è sicuramente il mezzo che permette più libertà di spostamento. A patto che guidiate dal lato destro!

Altri miei post sul Giappone

Quello che mi piace del Giappone
Viaggiare con bambini in Giappone
Dove vedere i ciliegi in fiore
Il Giappone tropicale di Hishigaki
Una cena di ostriche a Hiroshima
Tre posticini in cui cenare in Giappone
Una cena speciale a Taketomi
Guida al cibo giapponese
– Street food a Miyajima
Una cena a Yokohama

Con Patrick di Orizzonti ho pubblicato una guida con i ViaggiAutori: Due settimane in Giappone

Osservatorio Griffith, di Frank Steele

Il Griffith Observatory a Los Angeles

 

Se c’è un posto che proprio mi ha fatto sognare, prima e dopo averlo visto, è il Griffith Observatory. Di certo il mio luogo preferito a Los Angeles, una città che è una lunga citazione e dove le diverse età della vita – fra film, telefilm, musica e libri- si toccano. A volte è una piccola delusione, a volte è un come ritrovare un vecchio amico. Ma sulla collina che domina la città degli angeli c’è stato anche qualcosa di più. Della parola che sto per dire si abusa sempre un po’, ma in questo caso è proprio il caso di sfoderarla: entrare nel planetario stato come realizzare un sogno.

Il cinema e il Griffith Observatory

Questa storia d’amore con l’osservatorio Griffith nasce intorno ai 12 anni. Io e un’amica (mooolto meno stramba di me, ma non faccio il nome se no mi uccide), in seconda media abbiamo deciso di compiere un primo atto di protesta contro il mondo adolescenziale che ci stava circondando. E così abbiamo scelto di restare immuni alla Take That-mania e alla Intervista col vampiro-mania (ahhh gli anni Novanta) per giurare eterno amore solo a James Dean (e un po’ a Harrison Ford-Indiana Jones, dai, e a Dylan di, ma guarda un po’, Beverly Hills. Shiro era ormai fuori dal podio). Tralascio la caccia ai poster e i sospiri davanti ai film, che (per fortuna, forse) erano poi soltanto tre, ma il vero colpo di fulmine per il nostro attore tormentato dallo spleen scattò proprio guardando Gioventù Bruciata.
Chi ha visto il film sa bene che alcune scene chiave (no spoiler, non si sa mai, ma sotto allego qualche filmato) sono proprio ambientate in questo edificio degli anni Trenta, dal sapore art déco.

 

L’altra folgorazione, e qui purtroppo non ho più la scusa dell’età, è avvenuta non più tardi dell’anno scorso, quando La La land ha ancora una volta consacrato l’osservatorio astronomico a suon di Oscar. Visita notturna e ballo sospeso nel cielo (come rappresentare meglio un amore che nasce?): fra una citazione cinematografica e l’altra, il regista Chazelle mi ha fatto ricascare nell’incanto per questo piccolo gioiello che sembra un corpo estraneo in una città tendenzialmente poco affascinante, informe e trafficata a ogni ora del giorno e della notte.

Un po’ di storia

L’osservatorio è stato costruito grazie ai fondi elargiti da Griffith J. Griffith, che donò anche il terreno nel 1896. Inaugurato nel 1935, è stata una delle prime istituzioni americane dedicate alla scienza e anche oggi è un luogo di divulgazione e ha un calendario ricco di attività. Appena entrati, vi colpirà il maestoso pendolo di Foucault, che dimostra come la terra ruoti sul proprio asse, sotto un cielo di affreschi a tema mitologico Hugo Ballin. Potrete decisamente fare un bel ripasso di scienze e astronomia: dal fenomeno delle maree, all’alternanza delle stagioni, alle fasi lunari. Molto interessante (è attivata a certi orari) il funzionamento della bobina di Tesla: un macchinario che genera fulmini (dietro un vetro, niente paura, anche se alcuni bimbi presenti si sono un po’ spaventati in effetti).

Osservatorio Griffith, di sera – foto da Flickr, di Crispymen – licenza creative commons

Oggi è uno dei luoghi più iconici di Los Angeles e ogni anno i visitatori sono oltre un milione e mezzo. Sulla destra, all’esterno trovate una mia vecchia conoscenza: una statua dedicata a James Dean.

Come si visita il Griffith Observatory

Al di là degli echi cinematografici (vi hanno girato anche scene di Terminator), il Griffith è oggettivamente uno dei posti da cui si può godere di una vista impagabile su Los Angeles: non solo, anche sulla celebre scritta Hollywood. Il motivo è semplice, siamo all’interno del parco omonimo, uno dei parchi municipali più grandi del mondo, e, che saliate a piedi, in auto o in navetta, intanto ci lascia alle spalle traffico e smog. E’ bello venire qui a ogni ora della giornata, ma credo che di sera abbia una speciale magia visto che sembra di sovrastare un oceano di luci tremolanti.
Si può entrare nel parco dell’osservatorio da più accessi e, una volta all’interno, qualora i posti auto siano occupati (si pagano 4 dollari all’ora con normale parchimetro), è possibile lasciare la macchina più in basso e aspettare il bus navetta (il biglietto costa un dollaro).

L’ingresso all’Osservatorio è gratuito, mentre si paga lo spettacolo Centered in the universe (adulti 7 dollari), che si tiene in diverse ore della giornata nel Samuel Oschin Planetarium (qui trovate orari e i vari show nel planetario). Ricorda vagamente una puntata di Superquark, ma c’è anche un’attrice in sala ed è davvero coinvolgente l’effetto del filmato sulla volta, in particolare quando danzeranno sulla vostra testa costellazioni e segni zodiacali (ma se avete la cinetosi facile, occhio).

Orari: dal martedì al venerdì dalle 2 alle 22; sabato e domenica, dalle 10 alle 22. Chiuso il lunedì. In questo link trovate la mappa per arrivare. Ovviamente, essendo un osservatorio a tutti gli effetti, vi si svolgono poi le attività scientifiche.

Osservatorio Griffith, di Frank Steele

Osservatorio Griffith, di Frank Steele, da Flickr – licenza creative commons

Per continuare a leggere: gli altri post sulla California

  1. La California in dicembre
  2. Fra la Death Valley e Lee Vining
  3. Come visitare le cantine in California

e poi le Cartoline da Los Angeles del mio compagno di viaggio

La guida

Indispensabile per il viaggio è stata la guida Viaggiautori ‘Due settimane in California, scritta da Paola Annoni e Gianni Mezzadri (e per i Viaggiautori c’è anche la mia guida del Giappone).
A questo link potete acquistare la Guida della California

Come visitare le cantine in California

Che ci crediate o no, uno dei motivi per cui avevo voglia di visitare la California erano i vini. Non sono impazzita, volevo semplicemente scoprire una nuova zona vinicola fuori dai confini europei e qui le cantine non mancano di certo: da Sutter Creek a Santa Barbara (quella del film Sideways), passando per la blasonata Napa Valley, abbiamo cercato di farci un’idea.

Già, quale? Cosa ripondo ora a chi dice che il vino californiano non è buono, che le cantine sembrano boutique e che costa tutto tantissimo? Non la farei così semplice e penso che se si ama il vino, se si ama l’idea che racconti un mondo a suon di tannini, profumi e sfumature di colore, allora lo si ama anche qui. Si ama l’entusiasmo di chi vi servirà nelle sale di degustazione. Si ama il fatto di trovarsi in cantine piene di gente, di amici, di famiglie, di coppie, con tanto di proposta di matrimonio. Si ama che le aziende siano belle, a volte pacchiane sì, ma così curate da ospitare un museo all’interno. Il vino e il bello, insomma, vanno a braccetto.
Un po’ si odia che tutto costi tanto, che certi Cabernet Sauvignon in Italia li pagheremmo 7 euro e a Napa 40 (ma pure molto di più). Troppo Chardonnay legnoso, troppo lusso. Troppo merchandising, per quanto certi cavatappi siano fantastici. Ma il vino racconta gli uomini e quindi va bene così: si beve, si dividono le degustazioni in due per risparmiare un po’ e si torna a casa con una lezione in tasca. Che i nostri vitigni, la nostra varietà e artigianalità gli americani se li sognano, ma che loro i sogni li sanno coltivare. E valorizzare. In Italia, ogni tanto, se ti presenti da un produttore sembra che gli dai fastidio. Poi è ovvio che in pochi si possono permettere personale dedicato a ricevere e magari il suddetto produttore stava lavorando duramente in cantina quando gli sei piombato lì all’improvviso, ma un cambio di mentalità farebbe bene a molti.

Le zone vinicole della California

Finito lo spiegotto, ecco che si beve e come si beve in California. Noi, con pochi giorni a disposizione, abbiamo visitato la North Coast, che comprende la Napa Valley e Sonoma County (oltre che Mendocino County, Lake County e Mari&Solano County). In queste zone i vitigni più diffusi sono Chardonnay, Cabernet Sauvignon e Pinot nero. E poi troviamo lo Zinfandel, un autoctono (che però sarebbe il nostro primitivo).

Sutter Creek

Sutter Creek

In seguito, scendendo da San Francisco verso Los Angeles, abbiamo toccato anche la Central Coast a Santa Barbara, con la sua atmosfera messicana. I vitigni principali sono gli stessi, ma compare anche il Riesling. A sud ci sarebbe anche la Southern California Region, nella zona di San Diego, ma non ci siamo spinti fin qui, dove il clima è molto più caldo. In compenso, ai piedi della Sierra Nevada abbiamo attraversato la zona Sierra Foothills, in piena atmosfera della corsa all’oro. Qui troviamo molto Zinfandel, ma anche Sauvignon blanc, Syrah, Merlot e Barbera.

Come si degusta in California

Se siete interessati alla degustazione vera e propria più che alla visita della cantina, non avrete problemi. Gli assaggi si possono fare praticamente tutti i giorni (tranne quelli indicati sui siti delle singole aziende), in un orario compreso circa dalle 10 alle 17 d’inverno (e le 18 d’estate, comunque va sempre controllato, c’è anche chi chiude alle 16). In alcuni casi, a Napa per esempio, alcune cantine hanno un wine bar in città aperto anche la sera: è comunque un buon modo per fare assaggi se non si ha troppo tempo, anche perché le aziende si trovano sparse nella campagna circostante o sulla strada che taglia la valle. Quella più panoramica è il Silverado Trail, che corre parallelo alla Highway 29, più trafficata. Le colline sono molto belle, mi hanno ricordato vagamente le nostre Langhe, se non fosse per i caratteristici ‘mulini’ a vento delle fattorie americane e l’assenza delle Alpi all’orizzonte. In molti noleggiano la bici, oppure ci sono anche tour con un treno dal gusto vintage.

Altra regola generale: le degustazioni si pagano sempre, con prezzi viariabili (più cari in Napa Valley, meno nelle altre zone). Almeno una decina di dollari vanno messi in conto per una selezione di vini, ma spesso anche 20-30 (fino al doppio per le riserve). La buona notizia, però, è che si possono sempre dividere fra due persone e spesso vi faranno fare anche assaggi extra per apprezzare le differenze. A volte il prezzo viene poi scalato nel caso in cui compriate una bottiglia.
Per quanto riguarda la visita della cantina, varia da azienda ad azienda, anche nel prezzo. A volte è proposto in alcuni tour in determinati orari, in altri casi è meglio prendere accordi prima. Vi faccio un esempio: da Beringer (in Napa Valley, cantina assolutamente consigliata) ci sono stati proposti due tour una volta arrivati sul posto. Uno, di un’ora a 55 dollari, comprendeva cinque assaggi di vino, abbinati al cibo. Un’altro, di mezz’ora a 30 dollari, comprendeva la visita alle cantine. Noi invece abbiamo optato per la degustazione di riserve: 40 dollari per tre vini (lo abbiamo condiviso, comunque un salasso).

Primitivo, Bella Grace Vineyards
Altra cosa: nel mio racconto faccio riferimento alle visite individuali, con la propria auto.  Sul posto, negli uffici del turismo o in alberghi e motel troverete brochure e tanti possibili tour guidati (perfino quello in mongolfiera, napavalleyballoons.com): pagando si fa un po’ tutto.

Una curiosità sul vino in California. In molte cantine ci hanno raccontato che il film Sideways ha influenzato i consumi locali. C’è stata una vera impennata per quanto riguarda il Pinot Nero, mentre per anni è calato il Merlot (a un certo punto il protagonista Miles grida: “I am NOT drinking any f****** merlot!”). Non ci credete? Leggete qui.

Le cantine di Sutter Creek

Una chicca prima di lanciarsi nel mondo luccicante di Napa Valley. Questa cittadina molto graziosa, dall’atmosfera tradizionale, si trova nel cuore della Sierra Foothills, in particolare nella Amador County. Varrebbe la pena comunque passare di qui per cogliere l’atmosfera del posto, un po’ turistico, ma piacevole con le sue case originali di mattoni o legno. Non avevamo troppo tempo a disposizione, essendo diretti a Napa, ma abbiamo comunque visitato due cantine interessanti. Qui trovate un elenco con anche un po’ di informazioni sugli orari.

  • Bella Grace. Un bell’indirizzo di nome e di fatto, consigliato dai sempre affidabili Paola e Gianni, all’interno di una meravigliosa casa circondata da un giardino. Il proprietario, dopo una vita di lavoro in un altro settore, una decina di anni fa ha deciso di lanciarsi in questa nuova attività. I risultati sono interessanti per il Grenache noir 2014 e la Barbera riserva (sempre 2014), con tannini soft. Il mio preferito è però il Primitivo, con sentori di cannella e 22 mesi in botti di rovere (38 dollari). Il personale è molto gentile e ci ha fatto assaggiare anche l’olio extravergine d’oliva, davvero buono.
La sede della cantina Bella Grace, a Sutter Creek

La sede della cantina Bella Grace, a Sutter Creek

  • Feist. Ecco un’altra azienda giovane, ha solo sei anni, ma interessante. Intanto è molto bella la location in città, in un vecchi saloon dei tempi della corsa all’oro (lo stesso complesso ospitava un bordello) e poi si può anche assaggiare qualche formaggio durante la degustazione. Tutti i rossi erano piuttosto convincenti, fra i quali lo Zinfandel 2016 e il Noble Ranch, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc. Nei bianchi, molto profumato il Sauvignon blanc.

Napa Valley

Eccoci nel cuore della produzione vinicola californiana, nella zona, con i suoi pro e i suoi contro, più significativa. Qui troverete, ad esempio, Mondavi, una cantina simbolo fondata da Robert Mondavi, figlio di immigrati marchigiani e morto nel 2008. Quest’azienda è stata la prima a produrre vini che potessero competere a livello internazionale e ha di fatto influenzato la produzione californiana. Il celebre Opus One nasce qui, a un’ora e mezza da San Francisco. Se avete visto l’importante documentario di Nossiter Mondovino (2004), forse avete già sentito parlare di tutto questo.
Del Colorado Trail ho già detto sopra, ma posso aggiungere che sono diverse le località che si possono visitare in Napa Valley. A partire da Napa, cittadina in realtà più simile a un outlet che a un paese (noi abbiamo dormito qui, nel conveniente Motel). La più carina mi è parsa St. Helena, ma se vi spingete fino a Calistoga, c’è ad esempio il suggestivo Castello di Amorosa, in cui fare degustazioni in atmosfera medievale. (Il senso del tempo qui è relativo: c’è pure una cantina con tanto di colonne stile persiano: ognuno fa un po’ quello gli pare). Vi elencherò dei prezzi che vi faranno sobbalzare sulla sedia, avviso.

In visita alla Napa Valley

In visita alla Napa Valley

  • In città abbiamo provato due aziende. La prima, che noterete anche dalla strada per gli stupendi dettagli art déco e il caminetto di design nella tasting room, è forse quella che mi ha convinto un po’ meno. Si chiama Capp Heritage e la famiglia è originaria di Campobasso: nel 1845 i discendenti arrivarono a Napa in piena corsa all’oro. Oggi è un delle cantine con più storia alle spalle. Il vino più interessante mi è sembrato il Malbec rosè 2015: da provare con un bel Bbq. Mooolto fresco il Sauvignon blanc. La degustazione di sei vini è costata 20 dollari. Servizio più freddo, ma cordiale e bicchieri sempre cambiati dopo gli assaggi.

  • Sempre sulla stessa strada c’è anche la sala degustazione di John Anthony (tre vini per 25 dollari e un nome che ricorda Candy Candy), in cui provare un calice di bollicine locali. Ad esempio, La Dame Michele Blanc de blancs, da Chardonnay. Nei miei appunti c’è scritto: “Un pelo più secco non guastava, ma bello fruttato e sentori di pane”. Ma siete pronti a spenderci 55 dollari? Buono il Cabernet 2015, in “stile tradizionale”, di buona beva, con un finale un po’ affumicato. Ma occhio al prezzo: 75 dollari. E’ la Napa, bellezza.
    Ps. ambiente elegante con un servizio piacevole.
Degustazione da John Anthony, a Napa

Degustazione da John Anthony, a Napa

Questo la prima sera a Napa, dove ci sono tantissimi ristoranti, ma sempre cari. Noi abbiamo optato per un frequentato messicano, senza infamia senza lode. In generale, se ve lo potete permettere e non avete esagerato troppo per guidare, dormite in qualche guesthouse in collina.

  • Il giorno dopo alle 10 eravamo già in macchina diretti alla cantina Beringer (fondata nel 1876, dei tour avevo scritto sopra), in una bellissima tenuta in cui spicca l’edificio in stile neogotico della foto sotto. Fra camini, legno e vetrate d’epoca ci si sente un po’ in un museo. Noi abbiamo assaggiato il Merlot 2013, dal naso intenso di liquirizia e frutti blu; il Cabernet Sauvignon 2013, che riposa 17 mesi in botte di rovere francese, di maggior corpo, e il Cabernet Sauvignon 2014, meno austero e vivace. Servizio davvero gradevole.

  • Abbiamo terminato il giro in Napa in un luogo bellissimo (la mia tappa preferita, lo ammetto), la cantina Hess (fondata nel 1978), in cima a una collina. La cosa più particolare è che all’interno dell’azienda è ospitato un vero e proprio museo di arte contemporanea, su più piani. Fra gli artisti ci sono dei Francis Bacon, Gerhard Richter e Frank Stella, giusto per dare un’idea, e mi è piaciuto moltissimo che ogni tanto, sulla parete al posto di una tela, c’è un vetro che permette al visitatore di vedere uno spaccato sulla cantina. E’ stata una grande emozione. Passando ai vini, tutti molto piacevoli, segnalo lo Zinfandel Artezin (ne abbiamo comprato una bottiglia) e il Cabernet Sauvignon 2014, 18 mesi in botti americane, con un buon tannino. La degustazione di quattro vini base (ma poi ci hanno fatto sentire pure il super top della casa Lion, da 185 dollari) costa 25 dollari. Personale gentilissimo e museo gratuito (almeno quello!).

Giusto per terminare, anche in questa zona, come a Sonoma, purtroppo abbiamo visto i segni dei terribili incendi dello scorso settembre. Come abbiamo letto sui giornali a dicembre, molte aziende sono state costrette a chiudere o comunque si sono trovate in grandi difficoltà. Ci hanno raccontato di giorni e giorni di paura e senso di impotenza, in cui non si potevano neppure aprire le finestre per il fumo densissimo. Se queste sono notizie terribili, va detto che mi resteranno nel cuore i tanti cartelli che abbiamo visto lungo la strada in cui la popolazione ringraziava gli infaticabili vigili del fuoco. Il mio pensiero, ancora oggi, va a tutti loro.

Degustazioni a Sonoma County

Anche se abbiamo attraversato questi luoghi d’inverno, abbiamo capito subito che Sonoma ha qualcosa in più. Qualcosa di più magico, di più selvaggio che si avverte mentre la strada si snoda nel bosco. Non è un dettaglio da poco, perché proprio qui scelse di vivere Jack London, un mio mito assoluto dell’adolescenza. Si può visitare la sua casa, a Glenn Allen, e il Jack London State Historic Park, in cui immergersi per qualche ora nella vita dello scrittore. Per quanto riguarda la cittadina, ha preservato l’atmosfera messicana: è più carina di Napa, ma molto turistica. I negozi che si affacciano sulla piazza più grande della California (Sonoma Plaza), sono i più disparati, ma comunque piuttosto (strano, eh) costosi: anche l’ottimo panino nella Sonoma cheese factory sarà un piccolo salasso, ma farete il giusto ‘fondo’.

In compenso il vino e le degustazioni costano mediamente meno che a Napa. In questa zona abbiamo visitato due aziende, giusto in tempo prima di raggiungere San Francisco. Allora, io non so dire se è perché era un sabato pomeriggio o perché l’atmosfera natalizia rendeva elettrica l’aria, ma le cantine erano incredibilmente frequentate e con gente particolarmente allegra. Magari i cappellini rossi del personale e i maglioni con la renna possono essere un po’ kitsch, ma il calore e l’atmosfera gioiosa mi hanno completamente conquistata.

  • Non perdetevi la bellissima Benziger. Il sottotitolo è Family Winery e la storia della famiglia vi sarà raccontata da pannelli fotografici all’ingresso. La data di partenza è il 1973, quando Mike e Mary Benziger, appena sposati, si stabilirono in California. Oggi l’azienda è molto grande, biologica e biodinamica, e tutti i giorni si può anche prendere parte a tour in trenino fra le vigne. Noi non avevamo molto tempo e abbiamo optato per la degustazione con un personale davvero simpatico e festaiolo, che ci ha raccontato come la cantina si trovi in una specie di caldera e come il suolo, di conseguenza, sia in parte vulcanico. Fra i vini, interessante il Sauvignon Blanc, sempre molto fresco, e il De Cielo Quintus Pinot Nero 2014: un vino premiato molto vellutato, con sentori di melograno e ciliegia. La degustazione da cinque vini costa 25 dollari, ma come sempre ne abbiamo poi assaggiati di più.

  • Bellissima atmosfera da Cline, di cui ricorderò anche i salici piangenti sul laghetto (sono sempre posti un po’ da favola). Di tutte le degustazioni questa è stata la più generosa: dieci dollari per cinque calici, ma poi fioccavano gli assaggi in più. Una curiosità: propongono anche due vini in anfora, un blend bianco e uno rosso, anche se ancora va trovata un po’ la mano. Segnalo il Mourvèdre, che in pochi in zona fanno e che qui viene raccolta da una vigna antica e vinificata anche in versione rosè. Niente male anche il Live Oak Zinfandel, da abbinare alle costoline. E chi è stato da queste parti sa quanto sono buone.

Le cantine di Santa Barbara

Ed eccoci arrivati all’ultima zona testata, pochi chilometri a nord di Los Angeles, dove in molti potranno riconoscere le scene del film Sideways. Noi ci siamo arrivati da San Luis Obispo, vivace cittadina universitaria in cui abbiamo fatto tappa viaggiando da San Francisco e, dopo la parentesi danese di Solvang, abbiamo ritrovato l’atmosfera messicana e un sole caldo (siamo stati per la prima volta senza giacca in dicembre). E, finalmente, mi sono riconciliata con lo Chardonnay che fino a qui mi aveva dato parecchi dolori. Le due degustazioni, per cinque o sei vini, sono costate 12 dollari.

  • Santa Barbara Winery. Quanto mi piace questo indirizzo e che gentilezza! Fondata nel 1962, in questa contea è l’azienda più longeva e in alcune zone, come quelle più fresche di Santa Rita Hills, si produce anche un buon Pinot Nero, fresco, floreale, con un tannino soft. Lo Chardonnay è il migliore provato in California; ma, popolo dei bianchi, non potrete gioire allo stesso modo con il Sauvignon. Buono invece il ‘Cab’ della casa, che cresce nell’Happy Canyon, una zona più calda.
Visitare cantine in California: la degustazione è sempre a pagamento

Visitare cantine in California: la degustazione è sempre a pagamento

  • Oreana Winery. Proprio davanti alla precedente, è un altro indirizzo simpatico, di cui vi colpiranno le variopinte etichette. Non male lo Zinfandel rosè, con un breve passaggio sulle bucce, e lo Chardonnay stile Chablis senza passaggi in legno (miracolo!). Nel mio quadernetto spicca il Merlot 2010 (la rivincita su Sideways): stile francesce, rovere ungherese, sentori di menta, liquirizia e bel tannino. Simpatico il Syrah, che qui abbinano… agli orsi nei boschi!

Per continuare a leggere: gli altri post sulla California

  1. La California in dicembre
  2. Fra la Death Valley e Lee Vining

 

 

 

 

 

Fra la Death Valley e Lee Vining

The mountains and the canyons started to tremble and shake
as the children of the sun began to awake

Going to California, Led Zeppelin

E’ il mistero di ogni viaggio, qualcosa che scatta, una scintilla. Ci sono certi luoghi che restano a lungo nei nostri pensieri, anche se non sono quelli che più ci aspettavamo di vedere. A volte magari sì, ma comunque lasciano un ricordo dolce e un po’ di nostalgia che si alimenta come il fuoco davanti al quale sto scrivendo. Nell’ultimo viaggio in California per me questo posto è stato Lee Vining che, ho poi avuto modo di scoprire, per tanti era un perfetto sconosciuto. A San Francisco più di uno ci ha guardato con aria interrogativa; come se qui in Italia avessimo detto che venivamo da, giusto per citare un posto con un nome strano delle mie zone, Muffa. Poi, quando dicevi Mono Lake, qualcosa, nella testa del nostro interlocutore, si accendeva. Ebbene, in questo paesino ai piedi della Sierra Nevada, a un passo dal Nevada appunto, e alle spalle dello Yosemite mi sono un po’ innamorata. Anche se, diciamolo, tutta la giornata impiegata per arrivare fino a lì è stata quella più magica del viaggio.

Death Valley

Death Valley

La Death Valley

In principio era la Death Valley. Quando siamo partiti all’alba da Amargosa Valley, con un piede nel Nevada e un bicchiere di caffè bollente in mano immaginavamo di essere diretti verso uno dei luoghi più iconici e fotografati della California. Nel giro di un’ora potevo capire perché. La Death Valley è una meraviglia, superiore a quello che mi ero immaginata. Sarà perché avevo sempre sentito i racconti apocalittici di motori fusi, caldo da non scendere dall’auto (e in effetti i cartelli di avvertimento lungo la strada non mancano) di tutti quelli che normalmente viaggiano ad agosto. Nella prima tappa di Dante’s View, invece, ero infagottata nella mia giacca e il cielo era di un azzurro terso. Viaggiare fuori stagione, in dicembre in questo caso, può avere i suoi vantaggi, a partire dal fatto che si incontrano davvero poche persone. Da qui la vista sulla valle è molto suggestiva, per i colori come desaturati che iniziavano a scaldarsi sotto di noi e per l’atmosfera desolata che si percepisce a perdita d’occhio. Le immagini le avrete viste centinaia di volte: le rocce bianche e lunari di Zabriskie Point, la profondità salata delle Badwater, la tavolozza di colori dell’artist’s palette, dove la natura si deve essere divertita parecchio a tracciare quelle mille sfumature.

Una diligenza da vecchio west, dell'epoca, al Borax Museum di Furnace Creek

Una diligenza da vecchio west, dell’epoca, al Borax Museum di Furnace Creek

Non perdetevi Furnace Creek dove si trova un curioso museo del Borace (Borax Museum), da visitare liberamente. All’esterno di una casa di fine Ottocento si trovano tutti gli strumenti utilizzati per lavorare questo cristallo che viene utilizzato ancora in molti modi, ad esempio nei saponi o detergenti. All’interno della casa, che originariamente si trovava però in un altro punto, si possono osservare altri oggetti del tempo. Guidare nella Death Valley, senza l’ansia di fondere il motore, è bellissimo e riempie di gratitudine. Noi vi abbiamo trascorso circa una mattinata, senza correre troppo, uscendo dal lato nord, diretti a Lone Pine.

Lone Pine

Lone Pine è una graziosa cittadina ai piedi delle Alabama Hills. Circa duemila abitanti e una posizione molto scenografica tanto che, negli anni Venti del Novecento qui hanno iniziato a girare i primi film western. E non hanno praticamente più smesso tanto che la storia del posto è molto legata a quella del cinema e di Hollywood e non a caso tutti gli anni viene organizzato il Lone Pine Film Festival. Questo legame speciale è ben raccontato all’interno del Lone Pine Film History Museum (noto anche come Museum of Western Film History), un gioiellino per chi ama il genere. Fra le mie stranezze c’è anche questa: io lo amo moltissimo e vado matta per i vecchi film western (lo ammetto, proprio quelli in cui gli indiani fanno sempre la parte dei cattivi. Perdonatemi, ma niente Balla coi lupi e cose così, a me piace proprio Sentieri Selvaggi, per intendersi).

Camicia indossata da John Wayne, al museo di Lone Pine

Camicia indossata da John Wayne, al museo di Lone Pine

Insomma, all’interno del museo si trovano locandine, strumenti usati sul set, abiti originali, anche quelli di John Wayne che ha la sua sezione dedicata. E poi ancora un video che racconta come il cinema si è sviluppato in zona e l’evolversi del genere. Con chicca finale: il carro da dentista usato da Tarantino in Django (quella del dottor Schulz con tanto di dente sul tetto), donata proprio dal regista. I fan sappiano che c’è anche una sceneggiatura e la classica sedia usata da Tarantino sul set.

Nell’arco di un’ora siamo ripartiti alla volta di Big Pine, puntando al Coppertop bbq. Arrivati alle tre del pomeriggio con la fame di un grizzly, ci siamo dovuti scontrare col fatto che fosse chiuso per ferie e così abbiamo ripiegato sul diner poco distante. Alla faccia del ripiego: un posto adorabile, tradizionale e con favolosi panini. Quello col pulled pork è divino e consigliato dalla casa.

Lee Vining e il Mono Lake

Siamo arrivati con l’ultima luce rossa del tramonto che si spegneva dietro le montagne e subito Lee Vining ci ha accolto con la sua atmosfera natalizia. Il nostro motel, proprio all’inizio del paese con vista sul lago, era vestito a festa, fra luci e albero di Natale. Nota dolente, non tanto la connessione ballerina (io avviso), quanto il fatto che fosse praticamente tutto chiuso in questo periodo, ad accezione dell’eroico diner (che abbiamo poi onorato a colazione: se cercate i pancakes più grandi che abbiate mai visto, venite qui) e il Mono market. Non mi sono innamorata di questo negozio solo perché è rosso brillante, perché vende davvero di tutto, ma anche perché è perfetto per mangiare qualcosa quando non avete più il coraggio di sedervi a cena (vi ricordo il pulled pork del pomeriggio): una soup calda e il banana bread fatto in casa completano la magia. In generale questa cittadina illuminata dalla neve della Sierra Nevada è la classica stazione di montagna, con qualche attività legata al turismo, che d’inverno va un po’ in letargo. Del resto, il passo che da qui porta allo Yosemite National Park in dicembre è chiuso per neve.

E così non resta che farsi un bel giro (consigliatissimo all’alba) fino al Mono Lake, un lago salato che oggi ha un volume d’acqua molto inferiore rispetto al passato. Qui vivevano gli indiani Kutzadika, che si nutrivano di una specie di larve che si trovano in questo complesso ecosistema. Oggi una passerella porta vicino a curiose formazioni di tufo che, come misteriose creature, si ergono dal lago. Si può arrivare con l’auto, pagando pochi dollari per il parcheggio.

Pancakes giganteschi

Pancakes giganteschi a Lee Vining

Da Mono Lake a Sutter Creek

Anche questa strada è davvero suggestiva, soprattutto con le montagne innevate. Il problema è che, anche se splendeva il sole, se la strada è chiusa per neve, non c’è santo che tenga: non si passa. E così abbiamo dovuto rinunciare all’idea di arrivare fino a Bodie, un suggestivo paese fantasma annidato sulle montagne a oltre 2.500 metri. All’epoca della corsa all’oro era diventato una calamita per avventurieri e gente un po’ di tutti i tipi, tanto da essere considerato un luogo di perdizione. Nel giro di pochi anni era abitato da migliaia di persone, ma, altrettanto rapidamente iniziò il suo declino: a inizio Novecento era già cominciato l’abbandono. Alcune case si possono ancora visitare, ma, come dicevo, abbiamo dovuto rinunciare e continuare fra montagne e minuscole città. Ci siamo fermati in uno dei negozi che vendono souvenir o i classici oggetti indiani, vi abbiamo trovato persone gentili e una stufa accesa. Abbiamo continuato a guidare in mezzo ai boschi, fino a 2mila metri, prima di iniziare la discesa verso Sutter Creek, dove è stato come tornare alla civiltà.

Questa cittadina, consigliata ancora una volta da Paola e Gianni è una perla ancora non troppo conosciuta. E’ bello fare un giro nella via principale, fra negozietti e cantine. Già, questa zona da qualche anno ha scoperto la sua vocazione vinicola ed è in grande crescita. E devo dire che i risultati sono molto interessanti, non solo perché lo Zinfandel e il Cab non sono affatto male, ma anche perché costano molto meno della non lontana Napa Valley. Due indirizzi consigliati sono Bella Grace, con una bellissima location, e Feist. E poi vabbè la gentilezza è sempre di casa.

La bellissima sede di Bella Grace Vineyards, a Sutter Creek

La bellissima sede di Bella Grace Vineyards, a Sutter Creek

Tutto questo lo abbiamo fatto in ventiquattro ore. Ventiquattro ore in cui siamo passati dal deserto, alle montagne, finendo in città. Miracoli della California.

Se volete approfondire l’argomento del vino ho scritto un post intero sul tema: visitare le cantine della California

I post sulla California

Sossuslvei

Il mio 2017

Solo qualche riga e soprattutto qualche foto, per salutare questo 2017. Negli ultimi giorni ho corso anche più del solito e soltanto questa mattina, prendendo un caffè finalmente con calma, mi sono resa conto che oggi quest’anno finisce. E’ iniziato con un bel sole sull’Appennino modenese, a Montecreto, e a metà, ci ha portato una casa nuova. Un momento faticoso, ma bello perché ho realizzato un piccolo sogno: vivere in un posto che mi assomigliasse. Nel frattempo il 2017 ha significato amicizie che si sono rafforzate, perché a questa età è bello anche scegliersi per affinità. Altri ci sono sempre e ormai sono una famiglia allargata. Ma soprattutto il 2017 ci ha donato nuovi viaggi, a volte ritorni, comunque regali preziosi. Il conto in banca piange, ma, dopotutto, domani è un altro anno.

Gennaio

Sul #danubio #budapest #ungheria #travelpic #travelblogger #wintertime

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Chi non andrebbe in gennaio a Budapest a prendersi una scarica di freddo? Presente. Questa città mi è parsa un po’ congelata, e non solo perché eravamo sotto zero. Ha qualcosa di freddo dentro di sé, forse anche per la sua storia non facile. Ma per fortuna, ci sono favolose terme, veri punti di ritrovo per persone di tutte le età.

Febbraio

Napoli, Rione Sanità

Napoli, Rione Sanità

Napoli è stata una delle grandi sorprese dell’anno. E’ una città bellissima, in cui sembra di camminare continuamente in un programma di Alberto Angela: passato e presente si incrociano. La pizza fritta dovrebbe essere illegale, ma il mondo sotterraneo è la vera cosa da non perdere.

Marzo

Namibia

Namibia

Il ritorno in Africa, un sogno realizzato. Chilometri e chilometri di spazio, di deserto, di rocce, in una natura che non fa sconti. Uno dei luoghi più belli mai visti, primo premio per il cielo stellato.

Aprile

Buon Pasqua! #glicini #appennino #igersemiliaromagna #acquacheta

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In casa mia è Natale con i tuoi e Pasqua anche. Ma sono felice così. Allora questa volta ce ne siamo andati a camminare (e soprattutto mangiare) ad Aquacheta, dove la Romagna prende la strada della Toscana, fra echi danteschi, glicini in fiore e tanti funghi.

Maggio

Venezia, la città in cui tornerei sempre. E infatti lo faccio, tutti gli anni, e soprattutto quando c’è la Biennale d’Arte. Fra i padiglioni del mondo, sembra di avere viaggiato tutto il giorno restando nello stesso posto. E tutto il resto è baccalà mantecato.

Giugno

Cambiare casa è come un viaggio di quelli faticosi. Fai le valigie comunque e cambi prospettiva. Intanto inscatoli la vita e ricordi e, arrivato in una casa senza mobili riprovi il brivido del campeggio. Penso di non volerlo fare mai più, ma quando ho scattato questa foto, senza armadi, frigorifero, ma con un vicino che produce vino, ho provato cos’è la vera felicità.

Luglio

La Romagna è sempre un po’ casa. Ci andavamo da bambine, ci torno ogni volta che vado a trovare mia sorella e nipoti. Cervia da qualche anno è un appuntamento fisso, dove entrare (e annusare) i mitici bazar del mare, vere madeleine per me, la cosa che più nel mondo rima con vacanza (ok mi faccio vedere da uno bravo).

Agosto

Serifos; Grecia

Serifos; Grecia

Quello con la Grecia è un legame profondo. La amo tanto, ne sogno il cielo azzurro, il male violaceo e le casette bianche tutto l’anno. Certi luoghi forse sono case mancate: la mia si trova da qualche parte nelle Cicladi.

Settembre

Pantelleria

Pantelleria

Un’altra scoperta incredibile a un’ora da casa. Pantelleria è un’isola di grande personalità: o la ami o la odi mi avevano detto prima di partire e io sono d’accordo. Roccia nera, vigne a perdita d’occhio, produttori eroici. Serve altro?

Ottobre

Il weekend perfetto, a trovare un’amica, (ri)scoprire meglio il suo mondo in una regione di cui si parla sempre poco. E’ la fotografia di una gita nel Collio da Pordenone, fra un pranzo che ancora tutti sogniamo e una visita in cantina da un produttore appassionato. Da rifare il prima possibile.

Novembre

Seychelles

Seychelles

Di solito ci si va in viaggio di nozze, noi ci siamo andati in quattro. L’oceano è pazzesco, le spiagge le più belle mai viste, con la sabbia bianca da rivista. E, diciamolo, io ai tropici porto acqua. Eppure a me le Seychelles faranno sempre pensare all’amicizia e, da questo punto di vista, avremmo potuto essere ovunque.

Dicembre

California

California

Ed ecco la ‘sbomberata’ finale, per quanto totalmente improvvisata. La California, anche a dicembre, non ha bisogno di spiegazioni. E’ bella, bellissima. Significa spazio, libertà, natura. E’ tornare, rivedere, stare bene. Ecco perché la si sogna tutta la vita.

 

In California a dicembre

Guardo le foto della California e vedo strade. Tantissime strade. Curve o lunghi rettilinei che si perdono in mezzo al deserto, salgono lungo montagne innevate o finiscono sotto il livello del mare. E tutto nella stessa giornata. E’ racchiusa in queste immagini la mia America. Io che pensavo di trovare soprattutto città e un mondo tutto sommato simile al mio, ho trovato invece spazi enormi, orizzonti e cieli senza nuvole in un paese in cui guidare ha il sapore della libertà. Il bello di un viaggio in auto in California è la sensazione che non ci siano motivi particolari per inscatolarsi in un aereo e arrivare fin laggiù. E’ che ogni tanto, semplicemente, si sente il bisogno di andare.

Il nostro viaggio in California è arrivato, ancora una volta quest’anno, all’ultimo minuto. Così come dovevamo finire in Russia e ci siamo trovati alle Seychelles, questa volta abbiamo comprato, sì, due guide della Cina, ma poi un biglietto per Los Angeles. Non la faccio lunga su cosa è successo in mezzo, se non sul fatto che consiglio di dare un’occhiata sempre ai siti viste le offerte che possono saltare fuori anche dieci giorni prima della partenza. Sul delirio delle destinazioni stravolte devo dire, in compenso, che anche questa volta abbiamo dato retta a Paola e Gianni, e meno male. Il loro amore (e conoscenza) per la California ci ha contagiati e seguendo le loro dritte (a proposito, molte le trovate anche nella loro guida dei Viaggiautori) è andata a finire che ci siamo fomentati pure noi (prima o poi andremo anche in Cina eh).
Parto un po’ da qui, quindi, da che razza di viaggio abbiamo imbastito nel giro di due settimane per visitare la California in nove giorni. I punti fermi erano la Napa Valley, visto che la sottoscritta non perde né il pelo né il vizio, e Los Angeles, città di arrivo e partenza.

Sulla Route 66

Sulla Route 66

L’itinerario in California

La terre selvagge

Siamo arrivati a Los Angeles di pomeriggio, ma l’abbiamo lasciata subito guidando per circa tre ore fino a Palm Springs, una cittadina in cui si respira già l’aria del deserto. Siamo arrivati col buio e un jet lag micidiale e della prima sera ricordo solo il primo dei tanti diner in cui abbiamo capito che le porzioni sono grandi il doppio delle nostre e che se ordini una Coca Cola, devi poi sapere che ti arriverà qualcosa come mezzo litro. L’altra lezione è che contro il ghiaccio nel bicchiere non puoi lottare, anche quando fuori ci sono pochi gradi. Ma non era deserto? Sì, con l’escursione termica da libro di scienze. E, apro parentesi, se viaggiate come noi fra novembre e dicembre preparatevi al fatto che fa freddo, anche con il sole. Poi certo, i californiani girano in maglietta e non ti infagotti come in Italia, ma pantaloncini e gonne sono rimasti in letargo in valigia. Ma dicevamo Palm Springs. E’ una cittadina piena di campi da golf, ma, in passato, meta di villeggiatura delle star, tanto che alla mattina presto abbiamo curiosato fuori dai cancelli di alcune stilose ville moderniste. Una è quella scelta per la luna di miele da Elvis, ad esempio, anche se le più belle sono quelle realizzate da famosi architetti.

California a dicembre: cieli azzurri

California a dicembre: cieli azzurri

Ma il nostro obiettivo era un altro: il Joshua tree National Park, la porta d’accesso per le terre selvagge. Il deserto del Mojave, con i suoi colori sabbiosi, è semplicemente una meraviglia, da attraversare in auto, o magari campeggiando all’interno. Noi vi abbiamo trascorso una mezza giornata, passando per alcuni dei punti classici indicati dalle mappe. Ogni scorcio, con le rocce che ricordano strane creature, ha una sua bellezza, ma dovendo scegliere non perderei la Hidden Valley, un sentiero ad anello perfetto per scoprire da vicino gli alberi protagonisti del parco: le yucca, grandi piante dalle dimensioni e forme più diverse.

Hidden Valley

Hidden Valley

E’ un paesaggio surreale, un po’ metafisico, che continua anche al di fuori, in quel tratto di Route 66 che abbiamo percorso per arrivare fino ad Amargosa Valley. Non l’avete mai sentita nominare? E’ molto probabile. Per poche centinaia di metri si è già in Nevada e per noi è stata una tappa per dormire fuori dalla Death Valley. Alloggiare al Long Street Inn and Casino, tra tappeti, oggetti d’epoca western e slot machines è davvero un’esperienza. Ci si sente un po’ a Las Vegas, un po’ in un saloon e ci si aspetterebbe la diligenza fuori dalla porta (in realtà c’è, ma è sul retro). E al risveglio all’alba, si ha la sensazione di essere finiti dentro Mad Max.

La sensazione continua sempre di più nella Death Valley, di gran lunga la tappa più affascinante e potente del viaggio. Si parte all’alba, per avere subito una panoramica dall’alto da Dante’s view, da cui si domina una distesa piatta, dove il sale mangia e confonde i colori terrosi. A Zabrinskie point è pura commozione, davanti a rocce bianche, lunari. Patrick ha dato una definizione che mi è piaciuta molto: è come se si vedessero i visceri della terra, ed è vero. L’incanto non passa, anzi, nelle Badwater basin, una distesa di sale in cui, voltandosi verso la montagna ci si accorge di essere in una depressione, a 85 metri sotto il livello del mare. E l’incanto cresce ancora nell’Artist’s palette, dove la strada, diventata a senso unico, si attorciglia, sale e scende fra rocce multicolori. Un miracolo della natura.

Il senso di gratitudine cresce fino a Furnace Creek, al centro della valle, dove fare rifornimento -anche di cibo volendo- e vedere il piccolo, ma prezioso museo con gli attrezzi utilizzati nell’estrazione del borace. Non so immaginarmi questa visita col caldo torrido che molti trovano qui d’estate, considerando i pochi gradi che c’erano la mattina!

Artist's Palette

Artist’s Palette

L’auto prosegue fino a Lone Pine, dove si trova l’adorabile piccolo museo del cinema Western (Lone Pine Western Film History Museum); Big Pine, dove la sosta al diner è d’obbligo (o al Copper Top Bbq, purtroppo chiuso per ferie quando siamo passati), per poi salire fino al Lee Vining, fra il Mono Lake e la Sierra Nevada. Alle spalle dello Yosemite per intendersi. Il parco non era accessibile, con il passo chiuso per neve, ma la tappa si è rivelata poi la mia preferita (e la racconterò a parte). Con la Sierra Nevada candida alla nostra sinistra, abbiamo attraversato passi e vallate, per poi sbucare a Sutter Creek, dove sembra di tornare alla civiltà. E’ un villaggio ricco di abitazioni storiche, legato alla corsa all’oro in California, davvero delizioso, nel mio mirino soprattutto perché sta crescendo come zona vinicola. Una tappa spesso fuori dalle guide, ma che non andrebbe persa.

Il carro di Django

Il carro del dottor Schultz, da Django di Tarantino (ma ci sono anche cimeli di John Wayne, ovviamente)ù

Se volete approfondire ho scritto qui di questa tappa: fra la Death Valley e Lee Vining

Le terre del vino

C0me dicevo, Napa era une delle tappe principali del viaggio, per ‘studiare’ un po’. Dei vini californiani sapevo veramente poco e, prima di continuare con le generalizzazioni, sono andata a vedere. La cittadina di Napa è davvero poco affascinante e non ti toglie mai la sensazione di trovarti in un centro commerciale. D’altro canto la via del vino vera e propria, con la distesa di vigne fiammeggianti e le colline sullo sfondo è stupenda, così come molte cantine, tenute spesso molto eleganti (o pacchiane, quando si è meno fortunati). I prezzi sono oscenamente alti, proprio come la qualità delle degustazioni, molto ben organizzate. Sui vini, dipende dai vostri gusti, ma in generale io qui mi butterei sui rossi.

Sonoma è la sorella un po’ più radical chic, quella ha lasciato la villa sui colli per vivere in una mansarda shabby chic. E’ più verde e fiabesca e le cantine un po’ meno costose. Anche di tutto questo, comunque, scriverò in seguito, ma l’esperienza è stata appagante, anche se i nostri cari vitigni autoctoni vincono contro quelli internazionali.

Se vi interessa approfondire ho scritto un post interamente dedicato alle cantine della California (e come visitarle)

L’oceano

In tutto questo vagare fra deserti, rocce e montagne, mi stavo dimenticando che la California l’ho sempre pensata come il regno delle spiagge chilometriche, del surf, del costume da bagno. E invece, dopo cinque giorni, non mi ero ancora tolta il pile. Ma per fortuna viaggiando capiamo qualcosa davvero e i luoghi comuni vengono spazzati via. Anche se poi, all’oceano Pacifico ci sono arrivata davvero, passando per una vera e propria porta, quella del Golden Gate. Attraversarlo in auto, dopo averlo visto migliaia di volte, è un’altra di quelle emozioni senza prezzo, in cui la realtà coincide con il sogno.

Tutta San Francisco lascia poi questo sapore, di toccare con mano un desiderio. Quello di trovarsi nelle mitiche strade su e giù e nel regno hyppie (quello vero, in questo caso) di Haight-Ashbury, per andare a salutare almeno col pensiero qualche mito che lì ha vissuto troppo e troppo poco. Ci sono le case colorate, i caffè sempre in mano, il quartiere giapponese e una strepitosa China Town. Serve altro?

Da qui non abbiamo potuto percorrere la classica strada costiera, la Highway one, a causa delle frane di qualche mese fa, ma abbiamo fatto comunque una puntata sull’oceano a Carmel, che mi è sembrata un po’ la Riccione locale, per quanto con una spiaggia decisamente meravigliosa. E dire che sarebbe il posto ideale per me, visto che almeno fino a qualche anno fa, vigeva un’ordinanza che vietava di girare con i tacchi alti. Mi ha lasciato un po’ tiepida la tappa a Monterey, dove comunque la clam chowder si supera (e poi il mare d’inverno non può fare miracoli, diciamolo), mentre mi ha emozionato Salinas, sonnolenta cittadina poco lontana. Salinas per me è luogo di ritorni, nel senso che è stato come tornare alla mia adolescenza, al James Dean della Valle dell’Eden, quando volare fino a qui sarebbe stato impossibile. Un altro sogno realizzato dentro il bel museo dedicato a John Steinbeck, che qui è nato e ha ambientato i suoi romanzi più importanti.

Los Angeles (che non assomiglia a nessun altro posto)

Ed eccoci tornati a Los Angeles, che per me sarà sempre associata al colore rosso: il rosso del traffico su Google Map. Mai più in Italia dovrò lamentarmi delle code dopo avere guidato qui! Dopo la tappa di rito a vedere qualche villa faraonica a Beverly Hills e a Sunset Boulevard (ahimè com’è bruttino il mitico teatro della Notte degli Oscar), abbiamo corso contro il tramonto per arrivare al Griffith Observatory.

E’ un luogo da non perdere per nessuna ragione al mondo, anche se non siete fan di Gioventù bruciata (ancora James Dean, scusate, e pensate che ha fatto solo tre film) o di La La Land. Intanto perché la città sotto di voi diventerà un mare di luci tremolanti, un po’ perché i rumori spariscono, un po’ perché l’edificio in sé, in pieno stile Art déco, è bellissimo. Ed è gratuito. In più all’interno, fra gli affreschi anni Trenta, è il paradiso del fissato di astronomia, del seguace di Piero Angela. Non avete mai capito bene come si alternano le stagioni o funzionano le maree? Andate lì.

Gli affreschi del Griffith

Gli affreschi del Griffith

Tutto il resto è cinema. Quindi sogno.

Due informazioni pratiche, due

Abbiamo preso il biglietto per Los Angeles dieci giorni prima della partenza, a 370 euro. Il volo, British Airways, prevedeva uno stop a Londra. Cosa che, potete immaginare, non è stato proprio un dramma (anche perché i bagagli sono volati direttamente in California, quindi è bastato portare a Londra uno zaino per la notte). Abbiamo dormito allo storico Generator Hostel, comodissimo per la linea Piccadilly (ci vuole circa un’ora ad arrivare da Heathrow, spendendo 6 pound a testa), ottima soluzione in centro (doppia con letti a castello, bagno in corridoio per 70 euro).
In California abbiamo noleggiato un’auto con la Hertz, per 16 euro al giorno, assicurazione compresa. E non era proprio un macinino, bensì una Toyota Corolla automatica che praticamente guidava da sola! Vi sorprenderà anche il prezzo della benzina, praticamente meno che la metà che da noi (2,5$ al gallone, circa 3,8 litri).

Per il pernottamento, abbiamo sempre dormito in motel, per una cifra media di 70 dollari a stanza. Devo dire che all’inizio ero un po’ scettica, mi aspettavo dei posti da film thriller, invece ci siamo trovati (tranne con un’eccezione che conferma la regola comunque) benissimo; stanze grandi, letti comodi ed enormi come solo gli americani possono concepire, e pulitissimi. E poi sono un pezzo di vita americana: ora ho capito perché tanti film e libri hanno qualche scena in motel!

E la California a dicembre com’è?

Il sole non è mai mancato e, montagne a parte, le temperature raggiungevano massime di 20-23 gradi, scendendo però, e molto, la sera. L’unica cosa con cui davvero bisogna fare i conti sono le poche ore di luce: il sole sorgeva alle 6 e calava intorno alle 16.30. Anche per questo abbiamo fatto un sacco di sveglie all’alba per sfruttare l’intera giornata.

Per continuare a leggere: gli altri post sulla California