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Osservatorio Griffith, di Frank Steele

Il Griffith Observatory a Los Angeles

 

Se c’è un posto che proprio mi ha fatto sognare, prima e dopo averlo visto, è il Griffith Observatory. Di certo il mio luogo preferito a Los Angeles, una città che è una lunga citazione e dove le diverse età della vita – fra film, telefilm, musica e libri- si toccano. A volte è una piccola delusione, a volte è un come ritrovare un vecchio amico. Ma sulla collina che domina la città degli angeli c’è stato anche qualcosa di più. Della parola che sto per dire si abusa sempre un po’, ma in questo caso è proprio il caso di sfoderarla: entrare nel planetario stato come realizzare un sogno.

Il cinema e il Griffith Observatory

Questa storia d’amore con l’osservatorio Griffith nasce intorno ai 12 anni. Io e un’amica (mooolto meno stramba di me, ma non faccio il nome se no mi uccide), in seconda media abbiamo deciso di compiere un primo atto di protesta contro il mondo adolescenziale che ci stava circondando. E così abbiamo scelto di restare immuni alla Take That-mania e alla Intervista col vampiro-mania (ahhh gli anni Novanta) per giurare eterno amore solo a James Dean (e un po’ a Harrison Ford-Indiana Jones, dai, e a Dylan di, ma guarda un po’, Beverly Hills. Shiro era ormai fuori dal podio). Tralascio la caccia ai poster e i sospiri davanti ai film, che (per fortuna, forse) erano poi soltanto tre, ma il vero colpo di fulmine per il nostro attore tormentato dallo spleen scattò proprio guardando Gioventù Bruciata.
Chi ha visto il film sa bene che alcune scene chiave (no spoiler, non si sa mai, ma sotto allego qualche filmato) sono proprio ambientate in questo edificio degli anni Trenta, dal sapore art déco.

 

L’altra folgorazione, e qui purtroppo non ho più la scusa dell’età, è avvenuta non più tardi dell’anno scorso, quando La La land ha ancora una volta consacrato l’osservatorio astronomico a suon di Oscar. Visita notturna e ballo sospeso nel cielo (come rappresentare meglio un amore che nasce?): fra una citazione cinematografica e l’altra, il regista Chazelle mi ha fatto ricascare nell’incanto per questo piccolo gioiello che sembra un corpo estraneo in una città tendenzialmente poco affascinante, informe e trafficata a ogni ora del giorno e della notte.

Un po’ di storia

L’osservatorio è stato costruito grazie ai fondi elargiti da Griffith J. Griffith, che donò anche il terreno nel 1896. Inaugurato nel 1935, è stata una delle prime istituzioni americane dedicate alla scienza e anche oggi è un luogo di divulgazione e ha un calendario ricco di attività. Appena entrati, vi colpirà il maestoso pendolo di Foucault, che dimostra come la terra ruoti sul proprio asse, sotto un cielo di affreschi a tema mitologico Hugo Ballin. Potrete decisamente fare un bel ripasso di scienze e astronomia: dal fenomeno delle maree, all’alternanza delle stagioni, alle fasi lunari. Molto interessante (è attivata a certi orari) il funzionamento della bobina di Tesla: un macchinario che genera fulmini (dietro un vetro, niente paura, anche se alcuni bimbi presenti si sono un po’ spaventati in effetti).

Osservatorio Griffith, di sera – foto da Flickr, di Crispymen – licenza creative commons

Oggi è uno dei luoghi più iconici di Los Angeles e ogni anno i visitatori sono oltre un milione e mezzo. Sulla destra, all’esterno trovate una mia vecchia conoscenza: una statua dedicata a James Dean.

Come si visita il Griffith Observatory

Al di là degli echi cinematografici (vi hanno girato anche scene di Terminator), il Griffith è oggettivamente uno dei posti da cui si può godere di una vista impagabile su Los Angeles: non solo, anche sulla celebre scritta Hollywood. Il motivo è semplice, siamo all’interno del parco omonimo, uno dei parchi municipali più grandi del mondo, e, che saliate a piedi, in auto o in navetta, intanto ci lascia alle spalle traffico e smog. E’ bello venire qui a ogni ora della giornata, ma credo che di sera abbia una speciale magia visto che sembra di sovrastare un oceano di luci tremolanti.
Si può entrare nel parco dell’osservatorio da più accessi e, una volta all’interno, qualora i posti auto siano occupati (si pagano 4 dollari all’ora con normale parchimetro), è possibile lasciare la macchina più in basso e aspettare il bus navetta (il biglietto costa un dollaro).

L’ingresso all’Osservatorio è gratuito, mentre si paga lo spettacolo Centered in the universe (adulti 7 dollari), che si tiene in diverse ore della giornata nel Samuel Oschin Planetarium (qui trovate orari e i vari show nel planetario). Ricorda vagamente una puntata di Superquark, ma c’è anche un’attrice in sala ed è davvero coinvolgente l’effetto del filmato sulla volta, in particolare quando danzeranno sulla vostra testa costellazioni e segni zodiacali (ma se avete la cinetosi facile, occhio).

Orari: dal martedì al venerdì dalle 2 alle 22; sabato e domenica, dalle 10 alle 22. Chiuso il lunedì. In questo link trovate la mappa per arrivare. Ovviamente, essendo un osservatorio a tutti gli effetti, vi si svolgono poi le attività scientifiche.

Osservatorio Griffith, di Frank Steele

Osservatorio Griffith, di Frank Steele, da Flickr – licenza creative commons

Per continuare a leggere: gli altri post sulla California

  1. La California in dicembre
  2. Fra la Death Valley e Lee Vining
  3. Come visitare le cantine in California

e poi le Cartoline da Los Angeles del mio compagno di viaggio

La guida

Indispensabile per il viaggio è stata la guida Viaggiautori ‘Due settimane in California, scritta da Paola Annoni e Gianni Mezzadri (e per i Viaggiautori c’è anche la mia guida del Giappone).
A questo link potete acquistare la Guida della California

Come visitare le cantine in California

Che ci crediate o no, uno dei motivi per cui avevo voglia di visitare la California erano i vini. Non sono impazzita, volevo semplicemente scoprire una nuova zona vinicola fuori dai confini europei e qui le cantine non mancano di certo: da Sutter Creek a Santa Barbara (quella del film Sideways), passando per la blasonata Napa Valley, abbiamo cercato di farci un’idea.

Già, quale? Cosa ripondo ora a chi dice che il vino californiano non è buono, che le cantine sembrano boutique e che costa tutto tantissimo? Non la farei così semplice e penso che se si ama il vino, se si ama l’idea che racconti un mondo a suon di tannini, profumi e sfumature di colore, allora lo si ama anche qui. Si ama l’entusiasmo di chi vi servirà nelle sale di degustazione. Si ama il fatto di trovarsi in cantine piene di gente, di amici, di famiglie, di coppie, con tanto di proposta di matrimonio. Si ama che le aziende siano belle, a volte pacchiane sì, ma così curate da ospitare un museo all’interno. Il vino e il bello, insomma, vanno a braccetto.
Un po’ si odia che tutto costi tanto, che certi Cabernet Sauvignon in Italia li pagheremmo 7 euro e a Napa 40 (ma pure molto di più). Troppo Chardonnay legnoso, troppo lusso. Troppo merchandising, per quanto certi cavatappi siano fantastici. Ma il vino racconta gli uomini e quindi va bene così: si beve, si dividono le degustazioni in due per risparmiare un po’ e si torna a casa con una lezione in tasca. Che i nostri vitigni, la nostra varietà e artigianalità gli americani se li sognano, ma che loro i sogni li sanno coltivare. E valorizzare. In Italia, ogni tanto, se ti presenti da un produttore sembra che gli dai fastidio. Poi è ovvio che in pochi si possono permettere personale dedicato a ricevere e magari il suddetto produttore stava lavorando duramente in cantina quando gli sei piombato lì all’improvviso, ma un cambio di mentalità farebbe bene a molti.

Le zone vinicole della California

Finito lo spiegotto, ecco che si beve e come si beve in California. Noi, con pochi giorni a disposizione, abbiamo visitato la North Coast, che comprende la Napa Valley e Sonoma County (oltre che Mendocino County, Lake County e Mari&Solano County). In queste zone i vitigni più diffusi sono Chardonnay, Cabernet Sauvignon e Pinot nero. E poi troviamo lo Zinfandel, un autoctono (che però sarebbe il nostro primitivo).

Sutter Creek

Sutter Creek

In seguito, scendendo da San Francisco verso Los Angeles, abbiamo toccato anche la Central Coast a Santa Barbara, con la sua atmosfera messicana. I vitigni principali sono gli stessi, ma compare anche il Riesling. A sud ci sarebbe anche la Southern California Region, nella zona di San Diego, ma non ci siamo spinti fin qui, dove il clima è molto più caldo. In compenso, ai piedi della Sierra Nevada abbiamo attraversato la zona Sierra Foothills, in piena atmosfera della corsa all’oro. Qui troviamo molto Zinfandel, ma anche Sauvignon blanc, Syrah, Merlot e Barbera.

Come si degusta in California

Se siete interessati alla degustazione vera e propria più che alla visita della cantina, non avrete problemi. Gli assaggi si possono fare praticamente tutti i giorni (tranne quelli indicati sui siti delle singole aziende), in un orario compreso circa dalle 10 alle 17 d’inverno (e le 18 d’estate, comunque va sempre controllato, c’è anche chi chiude alle 16). In alcuni casi, a Napa per esempio, alcune cantine hanno un wine bar in città aperto anche la sera: è comunque un buon modo per fare assaggi se non si ha troppo tempo, anche perché le aziende si trovano sparse nella campagna circostante o sulla strada che taglia la valle. Quella più panoramica è il Silverado Trail, che corre parallelo alla Highway 29, più trafficata. Le colline sono molto belle, mi hanno ricordato vagamente le nostre Langhe, se non fosse per i caratteristici ‘mulini’ a vento delle fattorie americane e l’assenza delle Alpi all’orizzonte. In molti noleggiano la bici, oppure ci sono anche tour con un treno dal gusto vintage.

Altra regola generale: le degustazioni si pagano sempre, con prezzi viariabili (più cari in Napa Valley, meno nelle altre zone). Almeno una decina di dollari vanno messi in conto per una selezione di vini, ma spesso anche 20-30 (fino al doppio per le riserve). La buona notizia, però, è che si possono sempre dividere fra due persone e spesso vi faranno fare anche assaggi extra per apprezzare le differenze. A volte il prezzo viene poi scalato nel caso in cui compriate una bottiglia.
Per quanto riguarda la visita della cantina, varia da azienda ad azienda, anche nel prezzo. A volte è proposto in alcuni tour in determinati orari, in altri casi è meglio prendere accordi prima. Vi faccio un esempio: da Beringer (in Napa Valley, cantina assolutamente consigliata) ci sono stati proposti due tour una volta arrivati sul posto. Uno, di un’ora a 55 dollari, comprendeva cinque assaggi di vino, abbinati al cibo. Un’altro, di mezz’ora a 30 dollari, comprendeva la visita alle cantine. Noi invece abbiamo optato per la degustazione di riserve: 40 dollari per tre vini (lo abbiamo condiviso, comunque un salasso).

Primitivo, Bella Grace Vineyards
Altra cosa: nel mio racconto faccio riferimento alle visite individuali, con la propria auto.  Sul posto, negli uffici del turismo o in alberghi e motel troverete brochure e tanti possibili tour guidati (perfino quello in mongolfiera, napavalleyballoons.com): pagando si fa un po’ tutto.

Una curiosità sul vino in California. In molte cantine ci hanno raccontato che il film Sideways ha influenzato i consumi locali. C’è stata una vera impennata per quanto riguarda il Pinot Nero, mentre per anni è calato il Merlot (a un certo punto il protagonista Miles grida: “I am NOT drinking any f****** merlot!”). Non ci credete? Leggete qui.

Le cantine di Sutter Creek

Una chicca prima di lanciarsi nel mondo luccicante di Napa Valley. Questa cittadina molto graziosa, dall’atmosfera tradizionale, si trova nel cuore della Sierra Foothills, in particolare nella Amador County. Varrebbe la pena comunque passare di qui per cogliere l’atmosfera del posto, un po’ turistico, ma piacevole con le sue case originali di mattoni o legno. Non avevamo troppo tempo a disposizione, essendo diretti a Napa, ma abbiamo comunque visitato due cantine interessanti. Qui trovate un elenco con anche un po’ di informazioni sugli orari.

  • Bella Grace. Un bell’indirizzo di nome e di fatto, consigliato dai sempre affidabili Paola e Gianni, all’interno di una meravigliosa casa circondata da un giardino. Il proprietario, dopo una vita di lavoro in un altro settore, una decina di anni fa ha deciso di lanciarsi in questa nuova attività. I risultati sono interessanti per il Grenache noir 2014 e la Barbera riserva (sempre 2014), con tannini soft. Il mio preferito è però il Primitivo, con sentori di cannella e 22 mesi in botti di rovere (38 dollari). Il personale è molto gentile e ci ha fatto assaggiare anche l’olio extravergine d’oliva, davvero buono.
La sede della cantina Bella Grace, a Sutter Creek

La sede della cantina Bella Grace, a Sutter Creek

  • Feist. Ecco un’altra azienda giovane, ha solo sei anni, ma interessante. Intanto è molto bella la location in città, in un vecchi saloon dei tempi della corsa all’oro (lo stesso complesso ospitava un bordello) e poi si può anche assaggiare qualche formaggio durante la degustazione. Tutti i rossi erano piuttosto convincenti, fra i quali lo Zinfandel 2016 e il Noble Ranch, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc. Nei bianchi, molto profumato il Sauvignon blanc.

Napa Valley

Eccoci nel cuore della produzione vinicola californiana, nella zona, con i suoi pro e i suoi contro, più significativa. Qui troverete, ad esempio, Mondavi, una cantina simbolo fondata da Robert Mondavi, figlio di immigrati marchigiani e morto nel 2008. Quest’azienda è stata la prima a produrre vini che potessero competere a livello internazionale e ha di fatto influenzato la produzione californiana. Il celebre Opus One nasce qui, a un’ora e mezza da San Francisco. Se avete visto l’importante documentario di Nossiter Mondovino (2004), forse avete già sentito parlare di tutto questo.
Del Colorado Trail ho già detto sopra, ma posso aggiungere che sono diverse le località che si possono visitare in Napa Valley. A partire da Napa, cittadina in realtà più simile a un outlet che a un paese (noi abbiamo dormito qui, nel conveniente Motel). La più carina mi è parsa St. Helena, ma se vi spingete fino a Calistoga, c’è ad esempio il suggestivo Castello di Amorosa, in cui fare degustazioni in atmosfera medievale. (Il senso del tempo qui è relativo: c’è pure una cantina con tanto di colonne stile persiano: ognuno fa un po’ quello gli pare). Vi elencherò dei prezzi che vi faranno sobbalzare sulla sedia, avviso.

In visita alla Napa Valley

In visita alla Napa Valley

  • In città abbiamo provato due aziende. La prima, che noterete anche dalla strada per gli stupendi dettagli art déco e il caminetto di design nella tasting room, è forse quella che mi ha convinto un po’ meno. Si chiama Capp Heritage e la famiglia è originaria di Campobasso: nel 1845 i discendenti arrivarono a Napa in piena corsa all’oro. Oggi è un delle cantine con più storia alle spalle. Il vino più interessante mi è sembrato il Malbec rosè 2015: da provare con un bel Bbq. Mooolto fresco il Sauvignon blanc. La degustazione di sei vini è costata 20 dollari. Servizio più freddo, ma cordiale e bicchieri sempre cambiati dopo gli assaggi.

  • Sempre sulla stessa strada c’è anche la sala degustazione di John Anthony (tre vini per 25 dollari e un nome che ricorda Candy Candy), in cui provare un calice di bollicine locali. Ad esempio, La Dame Michele Blanc de blancs, da Chardonnay. Nei miei appunti c’è scritto: “Un pelo più secco non guastava, ma bello fruttato e sentori di pane”. Ma siete pronti a spenderci 55 dollari? Buono il Cabernet 2015, in “stile tradizionale”, di buona beva, con un finale un po’ affumicato. Ma occhio al prezzo: 75 dollari. E’ la Napa, bellezza.
    Ps. ambiente elegante con un servizio piacevole.
Degustazione da John Anthony, a Napa

Degustazione da John Anthony, a Napa

Questo la prima sera a Napa, dove ci sono tantissimi ristoranti, ma sempre cari. Noi abbiamo optato per un frequentato messicano, senza infamia senza lode. In generale, se ve lo potete permettere e non avete esagerato troppo per guidare, dormite in qualche guesthouse in collina.

  • Il giorno dopo alle 10 eravamo già in macchina diretti alla cantina Beringer (fondata nel 1876, dei tour avevo scritto sopra), in una bellissima tenuta in cui spicca l’edificio in stile neogotico della foto sotto. Fra camini, legno e vetrate d’epoca ci si sente un po’ in un museo. Noi abbiamo assaggiato il Merlot 2013, dal naso intenso di liquirizia e frutti blu; il Cabernet Sauvignon 2013, che riposa 17 mesi in botte di rovere francese, di maggior corpo, e il Cabernet Sauvignon 2014, meno austero e vivace. Servizio davvero gradevole.

  • Abbiamo terminato il giro in Napa in un luogo bellissimo (la mia tappa preferita, lo ammetto), la cantina Hess (fondata nel 1978), in cima a una collina. La cosa più particolare è che all’interno dell’azienda è ospitato un vero e proprio museo di arte contemporanea, su più piani. Fra gli artisti ci sono dei Francis Bacon, Gerhard Richter e Frank Stella, giusto per dare un’idea, e mi è piaciuto moltissimo che ogni tanto, sulla parete al posto di una tela, c’è un vetro che permette al visitatore di vedere uno spaccato sulla cantina. E’ stata una grande emozione. Passando ai vini, tutti molto piacevoli, segnalo lo Zinfandel Artezin (ne abbiamo comprato una bottiglia) e il Cabernet Sauvignon 2014, 18 mesi in botti americane, con un buon tannino. La degustazione di quattro vini base (ma poi ci hanno fatto sentire pure il super top della casa Lion, da 185 dollari) costa 25 dollari. Personale gentilissimo e museo gratuito (almeno quello!).

Giusto per terminare, anche in questa zona, come a Sonoma, purtroppo abbiamo visto i segni dei terribili incendi dello scorso settembre. Come abbiamo letto sui giornali a dicembre, molte aziende sono state costrette a chiudere o comunque si sono trovate in grandi difficoltà. Ci hanno raccontato di giorni e giorni di paura e senso di impotenza, in cui non si potevano neppure aprire le finestre per il fumo densissimo. Se queste sono notizie terribili, va detto che mi resteranno nel cuore i tanti cartelli che abbiamo visto lungo la strada in cui la popolazione ringraziava gli infaticabili vigili del fuoco. Il mio pensiero, ancora oggi, va a tutti loro.

Degustazioni a Sonoma County

Anche se abbiamo attraversato questi luoghi d’inverno, abbiamo capito subito che Sonoma ha qualcosa in più. Qualcosa di più magico, di più selvaggio che si avverte mentre la strada si snoda nel bosco. Non è un dettaglio da poco, perché proprio qui scelse di vivere Jack London, un mio mito assoluto dell’adolescenza. Si può visitare la sua casa, a Glenn Allen, e il Jack London State Historic Park, in cui immergersi per qualche ora nella vita dello scrittore. Per quanto riguarda la cittadina, ha preservato l’atmosfera messicana: è più carina di Napa, ma molto turistica. I negozi che si affacciano sulla piazza più grande della California (Sonoma Plaza), sono i più disparati, ma comunque piuttosto (strano, eh) costosi: anche l’ottimo panino nella Sonoma cheese factory sarà un piccolo salasso, ma farete il giusto ‘fondo’.

In compenso il vino e le degustazioni costano mediamente meno che a Napa. In questa zona abbiamo visitato due aziende, giusto in tempo prima di raggiungere San Francisco. Allora, io non so dire se è perché era un sabato pomeriggio o perché l’atmosfera natalizia rendeva elettrica l’aria, ma le cantine erano incredibilmente frequentate e con gente particolarmente allegra. Magari i cappellini rossi del personale e i maglioni con la renna possono essere un po’ kitsch, ma il calore e l’atmosfera gioiosa mi hanno completamente conquistata.

  • Non perdetevi la bellissima Benziger. Il sottotitolo è Family Winery e la storia della famiglia vi sarà raccontata da pannelli fotografici all’ingresso. La data di partenza è il 1973, quando Mike e Mary Benziger, appena sposati, si stabilirono in California. Oggi l’azienda è molto grande, biologica e biodinamica, e tutti i giorni si può anche prendere parte a tour in trenino fra le vigne. Noi non avevamo molto tempo e abbiamo optato per la degustazione con un personale davvero simpatico e festaiolo, che ci ha raccontato come la cantina si trovi in una specie di caldera e come il suolo, di conseguenza, sia in parte vulcanico. Fra i vini, interessante il Sauvignon Blanc, sempre molto fresco, e il De Cielo Quintus Pinot Nero 2014: un vino premiato molto vellutato, con sentori di melograno e ciliegia. La degustazione da cinque vini costa 25 dollari, ma come sempre ne abbiamo poi assaggiati di più.

  • Bellissima atmosfera da Cline, di cui ricorderò anche i salici piangenti sul laghetto (sono sempre posti un po’ da favola). Di tutte le degustazioni questa è stata la più generosa: dieci dollari per cinque calici, ma poi fioccavano gli assaggi in più. Una curiosità: propongono anche due vini in anfora, un blend bianco e uno rosso, anche se ancora va trovata un po’ la mano. Segnalo il Mourvèdre, che in pochi in zona fanno e che qui viene raccolta da una vigna antica e vinificata anche in versione rosè. Niente male anche il Live Oak Zinfandel, da abbinare alle costoline. E chi è stato da queste parti sa quanto sono buone.

Le cantine di Santa Barbara

Ed eccoci arrivati all’ultima zona testata, pochi chilometri a nord di Los Angeles, dove in molti potranno riconoscere le scene del film Sideways. Noi ci siamo arrivati da San Luis Obispo, vivace cittadina universitaria in cui abbiamo fatto tappa viaggiando da San Francisco e, dopo la parentesi danese di Solvang, abbiamo ritrovato l’atmosfera messicana e un sole caldo (siamo stati per la prima volta senza giacca in dicembre). E, finalmente, mi sono riconciliata con lo Chardonnay che fino a qui mi aveva dato parecchi dolori. Le due degustazioni, per cinque o sei vini, sono costate 12 dollari.

  • Santa Barbara Winery. Quanto mi piace questo indirizzo e che gentilezza! Fondata nel 1962, in questa contea è l’azienda più longeva e in alcune zone, come quelle più fresche di Santa Rita Hills, si produce anche un buon Pinot Nero, fresco, floreale, con un tannino soft. Lo Chardonnay è il migliore provato in California; ma, popolo dei bianchi, non potrete gioire allo stesso modo con il Sauvignon. Buono invece il ‘Cab’ della casa, che cresce nell’Happy Canyon, una zona più calda.
Visitare cantine in California: la degustazione è sempre a pagamento

Visitare cantine in California: la degustazione è sempre a pagamento

  • Oreana Winery. Proprio davanti alla precedente, è un altro indirizzo simpatico, di cui vi colpiranno le variopinte etichette. Non male lo Zinfandel rosè, con un breve passaggio sulle bucce, e lo Chardonnay stile Chablis senza passaggi in legno (miracolo!). Nel mio quadernetto spicca il Merlot 2010 (la rivincita su Sideways): stile francesce, rovere ungherese, sentori di menta, liquirizia e bel tannino. Simpatico il Syrah, che qui abbinano… agli orsi nei boschi!

Per continuare a leggere: gli altri post sulla California

  1. La California in dicembre
  2. Fra la Death Valley e Lee Vining

 

 

 

 

 

Fra la Death Valley e Lee Vining

The mountains and the canyons started to tremble and shake
as the children of the sun began to awake

Going to California, Led Zeppelin

E’ il mistero di ogni viaggio, qualcosa che scatta, una scintilla. Ci sono certi luoghi che restano a lungo nei nostri pensieri, anche se non sono quelli che più ci aspettavamo di vedere. A volte magari sì, ma comunque lasciano un ricordo dolce e un po’ di nostalgia che si alimenta come il fuoco davanti al quale sto scrivendo. Nell’ultimo viaggio in California per me questo posto è stato Lee Vining che, ho poi avuto modo di scoprire, per tanti era un perfetto sconosciuto. A San Francisco più di uno ci ha guardato con aria interrogativa; come se qui in Italia avessimo detto che venivamo da, giusto per citare un posto con un nome strano delle mie zone, Muffa. Poi, quando dicevi Mono Lake, qualcosa, nella testa del nostro interlocutore, si accendeva. Ebbene, in questo paesino ai piedi della Sierra Nevada, a un passo dal Nevada appunto, e alle spalle dello Yosemite mi sono un po’ innamorata. Anche se, diciamolo, tutta la giornata impiegata per arrivare fino a lì è stata quella più magica del viaggio.

Death Valley

Death Valley

La Death Valley

In principio era la Death Valley. Quando siamo partiti all’alba da Amargosa Valley, con un piede nel Nevada e un bicchiere di caffè bollente in mano immaginavamo di essere diretti verso uno dei luoghi più iconici e fotografati della California. Nel giro di un’ora potevo capire perché. La Death Valley è una meraviglia, superiore a quello che mi ero immaginata. Sarà perché avevo sempre sentito i racconti apocalittici di motori fusi, caldo da non scendere dall’auto (e in effetti i cartelli di avvertimento lungo la strada non mancano) di tutti quelli che normalmente viaggiano ad agosto. Nella prima tappa di Dante’s View, invece, ero infagottata nella mia giacca e il cielo era di un azzurro terso. Viaggiare fuori stagione, in dicembre in questo caso, può avere i suoi vantaggi, a partire dal fatto che si incontrano davvero poche persone. Da qui la vista sulla valle è molto suggestiva, per i colori come desaturati che iniziavano a scaldarsi sotto di noi e per l’atmosfera desolata che si percepisce a perdita d’occhio. Le immagini le avrete viste centinaia di volte: le rocce bianche e lunari di Zabriskie Point, la profondità salata delle Badwater, la tavolozza di colori dell’artist’s palette, dove la natura si deve essere divertita parecchio a tracciare quelle mille sfumature.

Una diligenza da vecchio west, dell'epoca, al Borax Museum di Furnace Creek

Una diligenza da vecchio west, dell’epoca, al Borax Museum di Furnace Creek

Non perdetevi Furnace Creek dove si trova un curioso museo del Borace (Borax Museum), da visitare liberamente. All’esterno di una casa di fine Ottocento si trovano tutti gli strumenti utilizzati per lavorare questo cristallo che viene utilizzato ancora in molti modi, ad esempio nei saponi o detergenti. All’interno della casa, che originariamente si trovava però in un altro punto, si possono osservare altri oggetti del tempo. Guidare nella Death Valley, senza l’ansia di fondere il motore, è bellissimo e riempie di gratitudine. Noi vi abbiamo trascorso circa una mattinata, senza correre troppo, uscendo dal lato nord, diretti a Lone Pine.

Lone Pine

Lone Pine è una graziosa cittadina ai piedi delle Alabama Hills. Circa duemila abitanti e una posizione molto scenografica tanto che, negli anni Venti del Novecento qui hanno iniziato a girare i primi film western. E non hanno praticamente più smesso tanto che la storia del posto è molto legata a quella del cinema e di Hollywood e non a caso tutti gli anni viene organizzato il Lone Pine Film Festival. Questo legame speciale è ben raccontato all’interno del Lone Pine Film History Museum (noto anche come Museum of Western Film History), un gioiellino per chi ama il genere. Fra le mie stranezze c’è anche questa: io lo amo moltissimo e vado matta per i vecchi film western (lo ammetto, proprio quelli in cui gli indiani fanno sempre la parte dei cattivi. Perdonatemi, ma niente Balla coi lupi e cose così, a me piace proprio Sentieri Selvaggi, per intendersi).

Camicia indossata da John Wayne, al museo di Lone Pine

Camicia indossata da John Wayne, al museo di Lone Pine

Insomma, all’interno del museo si trovano locandine, strumenti usati sul set, abiti originali, anche quelli di John Wayne che ha la sua sezione dedicata. E poi ancora un video che racconta come il cinema si è sviluppato in zona e l’evolversi del genere. Con chicca finale: il carro da dentista usato da Tarantino in Django (quella del dottor Schulz con tanto di dente sul tetto), donata proprio dal regista. I fan sappiano che c’è anche una sceneggiatura e la classica sedia usata da Tarantino sul set.

Nell’arco di un’ora siamo ripartiti alla volta di Big Pine, puntando al Coppertop bbq. Arrivati alle tre del pomeriggio con la fame di un grizzly, ci siamo dovuti scontrare col fatto che fosse chiuso per ferie e così abbiamo ripiegato sul diner poco distante. Alla faccia del ripiego: un posto adorabile, tradizionale e con favolosi panini. Quello col pulled pork è divino e consigliato dalla casa.

Lee Vining e il Mono Lake

Siamo arrivati con l’ultima luce rossa del tramonto che si spegneva dietro le montagne e subito Lee Vining ci ha accolto con la sua atmosfera natalizia. Il nostro motel, proprio all’inizio del paese con vista sul lago, era vestito a festa, fra luci e albero di Natale. Nota dolente, non tanto la connessione ballerina (io avviso), quanto il fatto che fosse praticamente tutto chiuso in questo periodo, ad accezione dell’eroico diner (che abbiamo poi onorato a colazione: se cercate i pancakes più grandi che abbiate mai visto, venite qui) e il Mono market. Non mi sono innamorata di questo negozio solo perché è rosso brillante, perché vende davvero di tutto, ma anche perché è perfetto per mangiare qualcosa quando non avete più il coraggio di sedervi a cena (vi ricordo il pulled pork del pomeriggio): una soup calda e il banana bread fatto in casa completano la magia. In generale questa cittadina illuminata dalla neve della Sierra Nevada è la classica stazione di montagna, con qualche attività legata al turismo, che d’inverno va un po’ in letargo. Del resto, il passo che da qui porta allo Yosemite National Park in dicembre è chiuso per neve.

E così non resta che farsi un bel giro (consigliatissimo all’alba) fino al Mono Lake, un lago salato che oggi ha un volume d’acqua molto inferiore rispetto al passato. Qui vivevano gli indiani Kutzadika, che si nutrivano di una specie di larve che si trovano in questo complesso ecosistema. Oggi una passerella porta vicino a curiose formazioni di tufo che, come misteriose creature, si ergono dal lago. Si può arrivare con l’auto, pagando pochi dollari per il parcheggio.

Pancakes giganteschi

Pancakes giganteschi a Lee Vining

Da Mono Lake a Sutter Creek

Anche questa strada è davvero suggestiva, soprattutto con le montagne innevate. Il problema è che, anche se splendeva il sole, se la strada è chiusa per neve, non c’è santo che tenga: non si passa. E così abbiamo dovuto rinunciare all’idea di arrivare fino a Bodie, un suggestivo paese fantasma annidato sulle montagne a oltre 2.500 metri. All’epoca della corsa all’oro era diventato una calamita per avventurieri e gente un po’ di tutti i tipi, tanto da essere considerato un luogo di perdizione. Nel giro di pochi anni era abitato da migliaia di persone, ma, altrettanto rapidamente iniziò il suo declino: a inizio Novecento era già cominciato l’abbandono. Alcune case si possono ancora visitare, ma, come dicevo, abbiamo dovuto rinunciare e continuare fra montagne e minuscole città. Ci siamo fermati in uno dei negozi che vendono souvenir o i classici oggetti indiani, vi abbiamo trovato persone gentili e una stufa accesa. Abbiamo continuato a guidare in mezzo ai boschi, fino a 2mila metri, prima di iniziare la discesa verso Sutter Creek, dove è stato come tornare alla civiltà.

Questa cittadina, consigliata ancora una volta da Paola e Gianni è una perla ancora non troppo conosciuta. E’ bello fare un giro nella via principale, fra negozietti e cantine. Già, questa zona da qualche anno ha scoperto la sua vocazione vinicola ed è in grande crescita. E devo dire che i risultati sono molto interessanti, non solo perché lo Zinfandel e il Cab non sono affatto male, ma anche perché costano molto meno della non lontana Napa Valley. Due indirizzi consigliati sono Bella Grace, con una bellissima location, e Feist. E poi vabbè la gentilezza è sempre di casa.

La bellissima sede di Bella Grace Vineyards, a Sutter Creek

La bellissima sede di Bella Grace Vineyards, a Sutter Creek

Tutto questo lo abbiamo fatto in ventiquattro ore. Ventiquattro ore in cui siamo passati dal deserto, alle montagne, finendo in città. Miracoli della California.

Se volete approfondire l’argomento del vino ho scritto un post intero sul tema: visitare le cantine della California

I post sulla California

Sossuslvei

Il mio 2017

Solo qualche riga e soprattutto qualche foto, per salutare questo 2017. Negli ultimi giorni ho corso anche più del solito e soltanto questa mattina, prendendo un caffè finalmente con calma, mi sono resa conto che oggi quest’anno finisce. E’ iniziato con un bel sole sull’Appennino modenese, a Montecreto, e a metà, ci ha portato una casa nuova. Un momento faticoso, ma bello perché ho realizzato un piccolo sogno: vivere in un posto che mi assomigliasse. Nel frattempo il 2017 ha significato amicizie che si sono rafforzate, perché a questa età è bello anche scegliersi per affinità. Altri ci sono sempre e ormai sono una famiglia allargata. Ma soprattutto il 2017 ci ha donato nuovi viaggi, a volte ritorni, comunque regali preziosi. Il conto in banca piange, ma, dopotutto, domani è un altro anno.

Gennaio

Sul #danubio #budapest #ungheria #travelpic #travelblogger #wintertime

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Chi non andrebbe in gennaio a Budapest a prendersi una scarica di freddo? Presente. Questa città mi è parsa un po’ congelata, e non solo perché eravamo sotto zero. Ha qualcosa di freddo dentro di sé, forse anche per la sua storia non facile. Ma per fortuna, ci sono favolose terme, veri punti di ritrovo per persone di tutte le età.

Febbraio

Napoli, Rione Sanità

Napoli, Rione Sanità

Napoli è stata una delle grandi sorprese dell’anno. E’ una città bellissima, in cui sembra di camminare continuamente in un programma di Alberto Angela: passato e presente si incrociano. La pizza fritta dovrebbe essere illegale, ma il mondo sotterraneo è la vera cosa da non perdere.

Marzo

Namibia

Namibia

Il ritorno in Africa, un sogno realizzato. Chilometri e chilometri di spazio, di deserto, di rocce, in una natura che non fa sconti. Uno dei luoghi più belli mai visti, primo premio per il cielo stellato.

Aprile

Buon Pasqua! #glicini #appennino #igersemiliaromagna #acquacheta

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In casa mia è Natale con i tuoi e Pasqua anche. Ma sono felice così. Allora questa volta ce ne siamo andati a camminare (e soprattutto mangiare) ad Aquacheta, dove la Romagna prende la strada della Toscana, fra echi danteschi, glicini in fiore e tanti funghi.

Maggio

Venezia, la città in cui tornerei sempre. E infatti lo faccio, tutti gli anni, e soprattutto quando c’è la Biennale d’Arte. Fra i padiglioni del mondo, sembra di avere viaggiato tutto il giorno restando nello stesso posto. E tutto il resto è baccalà mantecato.

Giugno

Cambiare casa è come un viaggio di quelli faticosi. Fai le valigie comunque e cambi prospettiva. Intanto inscatoli la vita e ricordi e, arrivato in una casa senza mobili riprovi il brivido del campeggio. Penso di non volerlo fare mai più, ma quando ho scattato questa foto, senza armadi, frigorifero, ma con un vicino che produce vino, ho provato cos’è la vera felicità.

Luglio

La Romagna è sempre un po’ casa. Ci andavamo da bambine, ci torno ogni volta che vado a trovare mia sorella e nipoti. Cervia da qualche anno è un appuntamento fisso, dove entrare (e annusare) i mitici bazar del mare, vere madeleine per me, la cosa che più nel mondo rima con vacanza (ok mi faccio vedere da uno bravo).

Agosto

Serifos; Grecia

Serifos; Grecia

Quello con la Grecia è un legame profondo. La amo tanto, ne sogno il cielo azzurro, il male violaceo e le casette bianche tutto l’anno. Certi luoghi forse sono case mancate: la mia si trova da qualche parte nelle Cicladi.

Settembre

Pantelleria

Pantelleria

Un’altra scoperta incredibile a un’ora da casa. Pantelleria è un’isola di grande personalità: o la ami o la odi mi avevano detto prima di partire e io sono d’accordo. Roccia nera, vigne a perdita d’occhio, produttori eroici. Serve altro?

Ottobre

Il weekend perfetto, a trovare un’amica, (ri)scoprire meglio il suo mondo in una regione di cui si parla sempre poco. E’ la fotografia di una gita nel Collio da Pordenone, fra un pranzo che ancora tutti sogniamo e una visita in cantina da un produttore appassionato. Da rifare il prima possibile.

Novembre

Seychelles

Seychelles

Di solito ci si va in viaggio di nozze, noi ci siamo andati in quattro. L’oceano è pazzesco, le spiagge le più belle mai viste, con la sabbia bianca da rivista. E, diciamolo, io ai tropici porto acqua. Eppure a me le Seychelles faranno sempre pensare all’amicizia e, da questo punto di vista, avremmo potuto essere ovunque.

Dicembre

California

California

Ed ecco la ‘sbomberata’ finale, per quanto totalmente improvvisata. La California, anche a dicembre, non ha bisogno di spiegazioni. E’ bella, bellissima. Significa spazio, libertà, natura. E’ tornare, rivedere, stare bene. Ecco perché la si sogna tutta la vita.

 

In California a dicembre

Guardo le foto della California e vedo strade. Tantissime strade. Curve o lunghi rettilinei che si perdono in mezzo al deserto, salgono lungo montagne innevate o finiscono sotto il livello del mare. E tutto nella stessa giornata. E’ racchiusa in queste immagini la mia America. Io che pensavo di trovare soprattutto città e un mondo tutto sommato simile al mio, ho trovato invece spazi enormi, orizzonti e cieli senza nuvole in un paese in cui guidare ha il sapore della libertà. Il bello di un viaggio in auto in California è la sensazione che non ci siano motivi particolari per inscatolarsi in un aereo e arrivare fin laggiù. E’ che ogni tanto, semplicemente, si sente il bisogno di andare.

Il nostro viaggio in California è arrivato, ancora una volta quest’anno, all’ultimo minuto. Così come dovevamo finire in Russia e ci siamo trovati alle Seychelles, questa volta abbiamo comprato, sì, due guide della Cina, ma poi un biglietto per Los Angeles. Non la faccio lunga su cosa è successo in mezzo, se non sul fatto che consiglio di dare un’occhiata sempre ai siti viste le offerte che possono saltare fuori anche dieci giorni prima della partenza. Sul delirio delle destinazioni stravolte devo dire, in compenso, che anche questa volta abbiamo dato retta a Paola e Gianni, e meno male. Il loro amore (e conoscenza) per la California ci ha contagiati e seguendo le loro dritte (a proposito, molte le trovate anche nella loro guida dei Viaggiautori) è andata a finire che ci siamo fomentati pure noi (prima o poi andremo anche in Cina eh).
Parto un po’ da qui, quindi, da che razza di viaggio abbiamo imbastito nel giro di due settimane per visitare la California in nove giorni. I punti fermi erano la Napa Valley, visto che la sottoscritta non perde né il pelo né il vizio, e Los Angeles, città di arrivo e partenza.

Sulla Route 66

Sulla Route 66

L’itinerario in California

La terre selvagge

Siamo arrivati a Los Angeles di pomeriggio, ma l’abbiamo lasciata subito guidando per circa tre ore fino a Palm Springs, una cittadina in cui si respira già l’aria del deserto. Siamo arrivati col buio e un jet lag micidiale e della prima sera ricordo solo il primo dei tanti diner in cui abbiamo capito che le porzioni sono grandi il doppio delle nostre e che se ordini una Coca Cola, devi poi sapere che ti arriverà qualcosa come mezzo litro. L’altra lezione è che contro il ghiaccio nel bicchiere non puoi lottare, anche quando fuori ci sono pochi gradi. Ma non era deserto? Sì, con l’escursione termica da libro di scienze. E, apro parentesi, se viaggiate come noi fra novembre e dicembre preparatevi al fatto che fa freddo, anche con il sole. Poi certo, i californiani girano in maglietta e non ti infagotti come in Italia, ma pantaloncini e gonne sono rimasti in letargo in valigia. Ma dicevamo Palm Springs. E’ una cittadina piena di campi da golf, ma, in passato, meta di villeggiatura delle star, tanto che alla mattina presto abbiamo curiosato fuori dai cancelli di alcune stilose ville moderniste. Una è quella scelta per la luna di miele da Elvis, ad esempio, anche se le più belle sono quelle realizzate da famosi architetti.

California a dicembre: cieli azzurri

California a dicembre: cieli azzurri

Ma il nostro obiettivo era un altro: il Joshua tree National Park, la porta d’accesso per le terre selvagge. Il deserto del Mojave, con i suoi colori sabbiosi, è semplicemente una meraviglia, da attraversare in auto, o magari campeggiando all’interno. Noi vi abbiamo trascorso una mezza giornata, passando per alcuni dei punti classici indicati dalle mappe. Ogni scorcio, con le rocce che ricordano strane creature, ha una sua bellezza, ma dovendo scegliere non perderei la Hidden Valley, un sentiero ad anello perfetto per scoprire da vicino gli alberi protagonisti del parco: le yucca, grandi piante dalle dimensioni e forme più diverse.

Hidden Valley

Hidden Valley

E’ un paesaggio surreale, un po’ metafisico, che continua anche al di fuori, in quel tratto di Route 66 che abbiamo percorso per arrivare fino ad Amargosa Valley. Non l’avete mai sentita nominare? E’ molto probabile. Per poche centinaia di metri si è già in Nevada e per noi è stata una tappa per dormire fuori dalla Death Valley. Alloggiare al Long Street Inn and Casino, tra tappeti, oggetti d’epoca western e slot machines è davvero un’esperienza. Ci si sente un po’ a Las Vegas, un po’ in un saloon e ci si aspetterebbe la diligenza fuori dalla porta (in realtà c’è, ma è sul retro). E al risveglio all’alba, si ha la sensazione di essere finiti dentro Mad Max.

La sensazione continua sempre di più nella Death Valley, di gran lunga la tappa più affascinante e potente del viaggio. Si parte all’alba, per avere subito una panoramica dall’alto da Dante’s view, da cui si domina una distesa piatta, dove il sale mangia e confonde i colori terrosi. A Zabrinskie point è pura commozione, davanti a rocce bianche, lunari. Patrick ha dato una definizione che mi è piaciuta molto: è come se si vedessero i visceri della terra, ed è vero. L’incanto non passa, anzi, nelle Badwater basin, una distesa di sale in cui, voltandosi verso la montagna ci si accorge di essere in una depressione, a 85 metri sotto il livello del mare. E l’incanto cresce ancora nell’Artist’s palette, dove la strada, diventata a senso unico, si attorciglia, sale e scende fra rocce multicolori. Un miracolo della natura.

Il senso di gratitudine cresce fino a Furnace Creek, al centro della valle, dove fare rifornimento -anche di cibo volendo- e vedere il piccolo, ma prezioso museo con gli attrezzi utilizzati nell’estrazione del borace. Non so immaginarmi questa visita col caldo torrido che molti trovano qui d’estate, considerando i pochi gradi che c’erano la mattina!

Artist's Palette

Artist’s Palette

L’auto prosegue fino a Lone Pine, dove si trova l’adorabile piccolo museo del cinema Western (Lone Pine Western Film History Museum); Big Pine, dove la sosta al diner è d’obbligo (o al Copper Top Bbq, purtroppo chiuso per ferie quando siamo passati), per poi salire fino al Lee Vining, fra il Mono Lake e la Sierra Nevada. Alle spalle dello Yosemite per intendersi. Il parco non era accessibile, con il passo chiuso per neve, ma la tappa si è rivelata poi la mia preferita (e la racconterò a parte). Con la Sierra Nevada candida alla nostra sinistra, abbiamo attraversato passi e vallate, per poi sbucare a Sutter Creek, dove sembra di tornare alla civiltà. E’ un villaggio ricco di abitazioni storiche, legato alla corsa all’oro in California, davvero delizioso, nel mio mirino soprattutto perché sta crescendo come zona vinicola. Una tappa spesso fuori dalle guide, ma che non andrebbe persa.

Il carro di Django

Il carro del dottor Schultz, da Django di Tarantino (ma ci sono anche cimeli di John Wayne, ovviamente)ù

Se volete approfondire ho scritto qui di questa tappa: fra la Death Valley e Lee Vining

Le terre del vino

C0me dicevo, Napa era une delle tappe principali del viaggio, per ‘studiare’ un po’. Dei vini californiani sapevo veramente poco e, prima di continuare con le generalizzazioni, sono andata a vedere. La cittadina di Napa è davvero poco affascinante e non ti toglie mai la sensazione di trovarti in un centro commerciale. D’altro canto la via del vino vera e propria, con la distesa di vigne fiammeggianti e le colline sullo sfondo è stupenda, così come molte cantine, tenute spesso molto eleganti (o pacchiane, quando si è meno fortunati). I prezzi sono oscenamente alti, proprio come la qualità delle degustazioni, molto ben organizzate. Sui vini, dipende dai vostri gusti, ma in generale io qui mi butterei sui rossi.

Sonoma è la sorella un po’ più radical chic, quella ha lasciato la villa sui colli per vivere in una mansarda shabby chic. E’ più verde e fiabesca e le cantine un po’ meno costose. Anche di tutto questo, comunque, scriverò in seguito, ma l’esperienza è stata appagante, anche se i nostri cari vitigni autoctoni vincono contro quelli internazionali.

Se vi interessa approfondire ho scritto un post interamente dedicato alle cantine della California (e come visitarle)

L’oceano

In tutto questo vagare fra deserti, rocce e montagne, mi stavo dimenticando che la California l’ho sempre pensata come il regno delle spiagge chilometriche, del surf, del costume da bagno. E invece, dopo cinque giorni, non mi ero ancora tolta il pile. Ma per fortuna viaggiando capiamo qualcosa davvero e i luoghi comuni vengono spazzati via. Anche se poi, all’oceano Pacifico ci sono arrivata davvero, passando per una vera e propria porta, quella del Golden Gate. Attraversarlo in auto, dopo averlo visto migliaia di volte, è un’altra di quelle emozioni senza prezzo, in cui la realtà coincide con il sogno.

Tutta San Francisco lascia poi questo sapore, di toccare con mano un desiderio. Quello di trovarsi nelle mitiche strade su e giù e nel regno hyppie (quello vero, in questo caso) di Haight-Ashbury, per andare a salutare almeno col pensiero qualche mito che lì ha vissuto troppo e troppo poco. Ci sono le case colorate, i caffè sempre in mano, il quartiere giapponese e una strepitosa China Town. Serve altro?

Da qui non abbiamo potuto percorrere la classica strada costiera, la Highway one, a causa delle frane di qualche mese fa, ma abbiamo fatto comunque una puntata sull’oceano a Carmel, che mi è sembrata un po’ la Riccione locale, per quanto con una spiaggia decisamente meravigliosa. E dire che sarebbe il posto ideale per me, visto che almeno fino a qualche anno fa, vigeva un’ordinanza che vietava di girare con i tacchi alti. Mi ha lasciato un po’ tiepida la tappa a Monterey, dove comunque la clam chowder si supera (e poi il mare d’inverno non può fare miracoli, diciamolo), mentre mi ha emozionato Salinas, sonnolenta cittadina poco lontana. Salinas per me è luogo di ritorni, nel senso che è stato come tornare alla mia adolescenza, al James Dean della Valle dell’Eden, quando volare fino a qui sarebbe stato impossibile. Un altro sogno realizzato dentro il bel museo dedicato a John Steinbeck, che qui è nato e ha ambientato i suoi romanzi più importanti.

Los Angeles (che non assomiglia a nessun altro posto)

Ed eccoci tornati a Los Angeles, che per me sarà sempre associata al colore rosso: il rosso del traffico su Google Map. Mai più in Italia dovrò lamentarmi delle code dopo avere guidato qui! Dopo la tappa di rito a vedere qualche villa faraonica a Beverly Hills e a Sunset Boulevard (ahimè com’è bruttino il mitico teatro della Notte degli Oscar), abbiamo corso contro il tramonto per arrivare al Griffith Observatory.

E’ un luogo da non perdere per nessuna ragione al mondo, anche se non siete fan di Gioventù bruciata (ancora James Dean, scusate, e pensate che ha fatto solo tre film) o di La La Land. Intanto perché la città sotto di voi diventerà un mare di luci tremolanti, un po’ perché i rumori spariscono, un po’ perché l’edificio in sé, in pieno stile Art déco, è bellissimo. Ed è gratuito. In più all’interno, fra gli affreschi anni Trenta, è il paradiso del fissato di astronomia, del seguace di Piero Angela. Non avete mai capito bene come si alternano le stagioni o funzionano le maree? Andate lì.

Gli affreschi del Griffith

Gli affreschi del Griffith

Tutto il resto è cinema. Quindi sogno.

Due informazioni pratiche, due

Abbiamo preso il biglietto per Los Angeles dieci giorni prima della partenza, a 370 euro. Il volo, British Airways, prevedeva uno stop a Londra. Cosa che, potete immaginare, non è stato proprio un dramma (anche perché i bagagli sono volati direttamente in California, quindi è bastato portare a Londra uno zaino per la notte). Abbiamo dormito allo storico Generator Hostel, comodissimo per la linea Piccadilly (ci vuole circa un’ora ad arrivare da Heathrow, spendendo 6 pound a testa), ottima soluzione in centro (doppia con letti a castello, bagno in corridoio per 70 euro).
In California abbiamo noleggiato un’auto con la Hertz, per 16 euro al giorno, assicurazione compresa. E non era proprio un macinino, bensì una Toyota Corolla automatica che praticamente guidava da sola! Vi sorprenderà anche il prezzo della benzina, praticamente meno che la metà che da noi (2,5$ al gallone, circa 3,8 litri).

Per il pernottamento, abbiamo sempre dormito in motel, per una cifra media di 70 dollari a stanza. Devo dire che all’inizio ero un po’ scettica, mi aspettavo dei posti da film thriller, invece ci siamo trovati (tranne con un’eccezione che conferma la regola comunque) benissimo; stanze grandi, letti comodi ed enormi come solo gli americani possono concepire, e pulitissimi. E poi sono un pezzo di vita americana: ora ho capito perché tanti film e libri hanno qualche scena in motel!

E la California a dicembre com’è?

Il sole non è mai mancato e, montagne a parte, le temperature raggiungevano massime di 20-23 gradi, scendendo però, e molto, la sera. L’unica cosa con cui davvero bisogna fare i conti sono le poche ore di luce: il sole sorgeva alle 6 e calava intorno alle 16.30. Anche per questo abbiamo fatto un sacco di sveglie all’alba per sfruttare l’intera giornata.

Per continuare a leggere: gli altri post sulla California

Seychelles

Alla scoperta delle Seychelles

Doveva essere San Pietroburgo e invece ci siamo trovati alle Seychelles. Uguale uguale vero? Questo post è il primo di quelli che voglio dedicare a questa piccola repubblica nel cuore dell’Oceano indiano. Un po’ di terra e colori brillanti immersi in un’acqua azzurrissima e calda scoperta in un viaggio ritmato dall’amicizia. E già che ci sono, voglio anche sfatare qualche cliché. Il primo, che sia solo una destinazione da luna di miele: noi eravamo in quattro – abbiamo avuto la fortuna di trovarci con quei due grandi viaggiatori (e persone straordinarie) che sono Paola e Gianni-, non particolarmente in fissa con il mare, ed è andata alla grande. Poi c’è il punto dei costi: è vero che queste isole tropicali sono una destinazione cara, ma con un po’ di accorgimenti si riescono a rispettare budget insospettabili. Sul fatto che le spiagge siano paradisiache, invece, non c’è nulla da dire: sono davvero così. Sono perfette, incorniciate da palme e dalle rocce granitiche, e selvagge. Comincio con un po’ di informazioni pratiche, dall’itinerario a come ci siamo spostati. Il cibo invece lo racconto nella prossima puntata.

Le Seychelles a novembre

Novembre, almeno per quanto riguarda noi italiani, non è mai un mese in cui si viaggia molto. Anche per questo, forse, abbiamo trovato un’offerta di quelle un po’ imperdibili: un volo Turkish a 400 euro, comprato in estate: normalmente è difficile trovare biglietti a meno di 700 euro, quindi chi può permettersi di viaggiare anche non in agosto o a Natale dovrebbe compulsare i motori di ricerca. Per quanto riguarda il periodo – cito la Lonely Planet, l’unica guida che ho trovato di questa destinazione – ci troviamo in una stagione teoricamente ideale.  Ma. Ma siamo a cavallo dell’equatore e in mezzo all’oceano: la pioggia è una compagna di viaggio da mettere in conto. Insomma, al netto della stagione, ci vuole un po’ di fortuna: in una settimana abbiamo avuto solo un giorno davvero un po’ funestato dall’acqua, mentre negli altri c’è stata sempre alternanza e anche sole pieno e cieli tersi.

E ricordate sempre l’equazione: verde brillante della foresta e fiori colorati ⇒ pioggia frequente. Conclusioni: portatevi un k-way e tanti bei libri per i momenti umidi.

Spiagge belle anche con le nuvole

Spiagge belle anche con le nuvole

Le Seychelles, sì. Ma quali?

Nel nostro itinerario abbiamo toccato tre isole (in realtà cinque, considerando anche le piccole Curieuse Island e Saint Pierre). Mahè, che è la più grande e sede dell’aeroporto internazionale, Praslin e La Digue. Quale scegliere? Dipende, visitarne più di una è meglio. Personalmente la mia preferita è La Digue, distante un quarto d’ora di traghetto da Praslin, più piccola e comoda visto che ci si può spostare in bicicletta. In più le spiagge sono particolarmente belle, anche se non tutte balneabili per via delle correnti. E’ in assoluto quella in cui ci sente più fuori dal mondo, in contatto costante con una natura esplosiva.

Il nostro viaggio durava una settimana e ci siamo fermati qui solo una notte, ma io ne consiglio almeno due o, potendo anche tre.

Curieuse Island

Curieuse Island

Per quanto riguarda Mahè, essendo la più grande, è anche la più trafficata, soprattutto nella capitale Victoria. Il centro e la zona del mercato valgono una visita, ma in generale ho trovato più affascinante la parte meridionale dell’isola e consiglierei di pernottare qui. Anche per questo è necessario noleggiare un’auto (guida a sinistra, eh) per avere massima libertà negli spostamenti. Abbiamo provato anche gli autobus, che costano solo 5 rupie, ma sono sempre molto affollati ed è facile restare in piedi. Occhio dunque nelle rotonde: sembra di prendere il volo e sono finita addosso a parecchi (pazienti) passeggeri locali!
Praslin è la via di mezzo: richiede comunque l’auto viste le salite ripidissime e regala alcune spiagge incantevoli, a partire da Anse Lazio. Secondo me manca un vero centro di aggregazione, ma in generale offre un po’ di tutto, dai resort alle guest house, dai supermercati (mooolto local) ai centri diving, alle principali escursioni.

Dove dormire alle Seychelles

Noi ci siamo concentrati sulle guest house, che, a differenza di altri paradisi tropicali, sono piuttosto diffuse, con standard e prezzi variabili. A Praslin abbiamo scelto la zona di Baie Sainte Anne, che ho trovato molto carina, tranquilla, relativamente vicina al porto e ad alcuni supermercati. Per dare un’idea dei costi, la nostra Villa Kass, su due piani, con cucina e veranda costava 120 euro a notte (da dividere in quattro).
Se invece volete concedervi un hotel proprio sulla spiaggia (le vacanze son pur sempre vacanze!) consiglio il Paradise Sun Hotel, in fondo alla frequentata e bianchissima Anse Volbert. E’ una delle strutture storiche dell’isola e vi ho trovato una bella atmosfera: il personale, in gran parte femminile, è gentilissimo, ma senza formalità. Mi sono piaciute le camere con vista sulla spiaggia privata ed è ottimo il ristorante (aperto anche a chi non soggiorna, ma bisogna presentarsi a cena presto prima che finiscano i posti disponibili).

La vista dalla camera al Paradise Sun Hotel

La vista dalla camera al Paradise Sun Hotel

La Digue, invece, è il regno delle guest house, alcune anche molto belle, nascoste nella foresta. In generale mettono a disposizione le biciclette, ma occhio a verificare la prenotazione: a volte, anche se su siti come Booking le stanze risultano disponibili, in realtà potrebbero essere al completo. A noi è capitato, ma va anche detto che abbiamo trovato un piano B nel giro di pochissimo.

La mia top five

Ogni volta che viaggio, l’ultimo giorno, mi piace formulare una piccola classifica, sui posti visitati.  Ecco, secondo me, le cinque tappe imperdibili di un viaggio alle Seychelles.

Anse Lazio
E’ una delle spiagge più iconiche delle Seychelles e meritatamente. Sabbia bianchissima, l’ombra delle palme da cocco, l’acqua meravigliosa e calda e i blocchi di granito compongono il quadro, rendendo l’atmosfera un po’ selvaggia. A pochi metri dalla riva, facendo snorkeling, ho visto due razze placidamente adagiate sul fondo (anche per questo il consiglio è di fare sempre il bagno con la maschera). Anse Lazio è raggiungibile in auto e, volendo, ci sono un paio di bar sulla spiaggia, oltre l’immancabile venditore di cocco.

Anse Source d’Argent

Seychelles, La Digue (foto di Letizia Gamberini)

Seychelles, La Digue (foto di Letizia Gamberini)

Siamo a La Digue, in quella che non è solo una spiaggia, ma una serie di tante calette raggiungibili con un suggestivo percorso nella foresta. Sono tantissimi gli scorci e i punti in cui appoggiare il telo, in una natura che sembra quella di Jurassic Park. Non a caso, proprio qui si trovano tante ‘chiesette’, spesso realizzate con le palme, usate dalle tante coppie che si sposano qui. Una, tante, spiagge davvero suggestive, raggiungibili in bici. A proposito, in questo caso si paga una quota per accedere all’area visto che si attraversa una piantagione di vaniglia. Sulla strada incontrerete anche uno storico cimitero e altre simpatiche testuggini.

Grande e Petit anse 

Altre due spiagge a La Digue, collegate da un sentiero nella foresta, in cui la cartolina incontra l’anima selvaggia dell’isola. Anche qui i massi di granito sembrano appoggiati da mani di giganti, e l’acqua si accende di mille sfumature, anche se può essere pericoloso fare il bagno per le correnti. Noi siamo riusciti a immergerci nella Petit Anse, ma stando vicinissimi alla riva: il mare era caldo e trasparente, un sogno, ma non sottovalutate mai le onde. Queste due spiagge si raggiungono in bicicletta attraversando un tratto di foresta: è un luogo incantato, ma occhio alla salita al ritorno!

Anse Soleil


Siamo a Mahè, nella parte meridionale dell’isola. Di questa spiaggia, l’ultima visitata prima di andare a prendere l’aereo e salutare le Seychelles, ho un ricordo bellissimo fatto di chiacchiere in acqua durante un bagno lunghissimo, durato tipo un’ora! Dopo una ripida discesa, si arriva in una spiaggia riparata, dove il verde scuro della costa si perde nel turchese dell’acqua. Da non perdere.

Curieuse Island


In questa piccola isola che fa parte dell’arcipelago delle Seychelles abbiamo vissuto divertenti incontri ravvicinati con le flemmatiche testuggini giganti, che qui sono protette, e camminato in una natura rigogliosa, fra mangrovie e rocce nere (e visti i piccoli squaletti limone).

Spesso è abbinata a una puntata all’isolotto di Saint Pierre, dove l’acqua offre le sue sfumature più belle e si può fare snorkeling circondati da pesci colorati. L’escursione di mezza giornata, abbondante pranzo compreso, costa circa 50 euro.

 

Un alberello pantesco

Le cantine di Pantelleria

Torno a scrivere di Pantelleria, che non solo è stato il nostro ultimo viaggio, ma anche la scoperta di un posto nuovo con tutti gli ingredienti che piacciono a me.
Facile indovinare: è un’isola sperduta, che sono riuscita a visitare in bassa stagione, è vulcanica, la terra fuma e in generale la natura non è di quelle più ospitali.  Insomma, è uno di quei luoghi, dall’Islanda alla Nuova Zelanda, in cui ci si sente un po’ gli intrusi (ma per fortuna costa meno eh). E poi, la ciliegina sulla torta: ci sono le cantine da visitare e il vino. E che vino.

Cantine di Pantelleria: Donnafugata

Cantine di Pantelleria: Donnafugata

Tutti quelli a cui ho detto che partivo per Pantelleria sono partiti in tromba con i capperi e il passito. Per fortuna non ci sono solo quelli, ma in effetti sì, si guida fra distese di vigne e piante verdissime di cappero che si trovano, oltre che nelle apposite coltivazioni, anche sui muretti a secco o sulle rocce. E poi c’è un altro mare, oltre il Mediterraneo: quelle delle viti, dei bassi alberelli che dal 2014 sono patrimonio Unesco. E’ così che nasce lo Zibibbo, a queste latitudini, che regala non solo il prezioso passito Doc, ma anche il moscato e straordinari vini bianchi secchi. Quest’uva, ci hanno spiegato, fu portata dalla vicina Africa e qui è rimasta, adattandosi perfettamente all’ambiente. Anche se prendersi cura di queste viti è tutto fuorché facile. Intanto per la siccità: negli ultimi due anni sono caduti qualcosa come 55 millimetri di pioggia.

E poi perché sono viti molto basse e la raccolta manuale è una vera fatica. In ogni punto dell’isola, inoltre, si vendemmia in un periodo diverso, a seconda della posizione: una di quelle più favorevoli è la piana di Ghirlanda, ma lungo la collina, dove non ristagna l’umidità. E poi c’è la difficoltà di tanti contadini che devono conferire le loro uve, delle cantine che devono sempre fare i conti con le spedizioni e spesso devono organizzarsi con magazzini sul continente. Insomma, è un patrimonio prezioso, ma che richiede grandi sforzi in un’isola, ci spiegano in un’azienda, in cui tante proprietà sono state vendute negli scorsi anni a forestieri. E non tutti, di fatto, curano queste terre che a volte finiscono per essere abbandonate. Archiviata la parte dei problemi, il bello è che abbiamo assaggiato ottimi prodotti e che dalle difficoltà, il vino lo ricorda spesso, escono le cose migliori.

I tipici terrazzamenti con i muretti a secco di Pantelleria

I tipici terrazzamenti con i muretti a secco di Pantelleria

Anche per questo ho scelto Pantelleria: per visitare alcune cantine e parlare con i produttori. Confesso che rischiavo di rosicare parecchio perché fine settembre è ormai (contrariamente a quanto credevo) bassa stagione e alcune aziende sono chiuse o comunque non incontrano più il pubblico. E’ stato il caso, ad esempio, delle due che forse tutti conoscono, Donnafugata e Cantine Pellegrino. In piena estate organizzano molte attività, ma nella seconda metà  di settembre (per quanto sul sito non fosse esattamente specificato) era tutto finito. Per non fare come me e scoprirlo sul posto, telefonate sempre prima. Fortunatamente non sono mancate altre possibilità e l’esperienza è stata poi bellissima e appagante. Ecco quattro indirizzi che consiglio caldamente. Vado in ordine cronologico.

Salvatore Murana
L’incontro con i vini di Salvatore Murana è avvenuto a tavola, nel grazioso dammuso che si trova a Gadir, proprio sopra il pontile da cui si accede all’acqua. L’azienda, infatti, in realtà si trova a Mueggen, ma anche nel delizioso porticciolo sul mare (subito sopra ci sono i dammusi di Giorgio Armani per dire quanto è brutto il posto) si possono degustare i vini, magari pranzando sotto il pergolato. Noi abbiamo fatto così, quindi non abbiamo, va detto, visitato la cantina.

Un calice di Gadì

Un calice di Gadì

La sbriciolata di ricotta

La sbriciolata di ricotta

Ma davanti al mare e alle rocce nere di Gadir abbiamo potuto assaggiare due vini bianchi secchi, da uve Zibibbo: il Gadì 2014, più fruttato, e il Praia 2013, un po’ più secco. In realtà entrambi hanno un naso profumatissimo e una sapidità che richiama il mare sottostante. Molto buono anche il passito Mueggen 2011, dal bellissimo color miele, che fa solo acciaio, ideale a fine pasto. Ci sono anche due tipologie barricate, il Kamma e il Martingana. Abbiamo accompagnato i vini a piatti del giorno, interamente a base di verdure prodotte in azienda: parmigiana di melanzane, sciakisciuka (tipica di Pantelleria, con zucchine, melanzane, patate, olive e, in questo caso, mandorle e uva passa. Ricorda la caponata e si mangia tiepida) e tumma, un formaggio bianco di mucca. Infine, una sbriciolata di ricotta, pasticceria secca e l’uva zibibbo portata dal titolare: ha offerto i grappoli a tutti i bagnanti, raggiunti uno a uno. Un angolo speciale.

Info: il costo del pasto, caffè compreso, è stato di 48 euro in due. Il dammuso è aperto a pranzo.

Cantina Valenza

La bellissima zona di Monastero, a Pantelleria

La bellissima zona di Monastero, a Pantelleria

Prendete l’idea che avete di una visita in una cantina e capovolgetela completamente. Stravolgetela. Varcate la soglia per una degustazione e invece vi trovate a chiacchierare per ore con Salvatore Valenza. Nessuna descrizione del vino: qui lo Zibibbo si beve senza tacche sulla bottiglia e lo si assaggia dalle mani del produttore. Il vino non si definisce con analisi organolettiche, ma è veicolo di incontro, racconto, senza mezze misure. Ma, attenzione, il fatto che enologi, critici o sommelier non siano esattamente i benvenuti non significa certo che qualcosa è lasciato al caso: il bianco secco 2016, aromatico e minerale, è il migliore che ho assaggiato sull’isola. E il vulcanico e loquace Valenza, che adesso lavora solo con la sua affezionata clientela in tutta Italia, sembra giunto in quella fase della vita, per dirla alla Jep Gambardella della Grande Bellezza, in cui non può più permettersi di fare cose di cui non ha voglia. Di certo, il suo vino è musica, personalità e calore umano, che scorre sul tavolo di legno del giardino in cui ci accoglie, con il cancello sempre aperto. Il giardino non è un dettaglio da poco, bellissimo, all’interno di quello che in passato è stato, pare, un monastero.

Cantine di Pantelleria: da Salvatore Valenza

Cantine di Pantelleria: da Salvatore Valenza


E Monastero si chiama la zona dell’isola, una caldera, ci spiega, da cui non si vede il mare ma si coglie la pace dei sensi. E’ un luogo meraviglioso, in cui le vigne si perdono a vista d’occhio e l’unico rumore è l’abbaiare dei cani. Chiacchieriamo di tutto, delle difficoltà del Paese, di alimentazione sana come valore da trasmettere ai giovani, di politica, di Patti Smith, mentre ci porta formaggio al peperoncino e patè di capperi. E’ la prima volta che lo vediamo, sembra di essere stati lì tante volte. Ce ne andiamo che è buio e  dopo avere ordinato una cassa di vino. Sperando di tornare presto.
Info: Contrada Monastero, telefono: 334 730 7887.  svalenza56@libero.it

Vinisola

Un’azienda giovane (la prima vinificazione è del 2011), ma davvero interessante. Soprattutto perché si possono assaggiare anche tipologie di vino un po’ diverse, rigorosamente da uve zibibbo.  Innovare un po’ la tradizione si può ed è bello. La cantina si trova vicino a Pantelleria città e siamo stati accolti, nonostante fossimo piombati un po’ a sorpresa, da un addetto molto disponibile e preparato. Ci ha spiegato tantissimo dell’isola e della distribuzione della terra molto frammentata: uno dei motivi è che i genitori distribuivano a ogni figlio una parte di ogni appezzamento (invece che un appezzamento ciascuno). In questo modo, anche in caso di annata negativa, almeno in un punto dell’isola sarebbe stato possibile ricavare qualcosa. Un’altra cosa che ho imparato è che di solito si vendemmia prima lo Zibibbo che si trova vicino al mare e che è quello normalmente destinato all’appassimento e alla produzione del passito. Anche in questo caso abbiamo conversato di tantissime cose e, con la scusa di parlare di vino, in realtà abbiamo conosciuto un po’ di più il micro-mondo pantesco. E una massima: più è pesante la pietra sotto le radici, migliore è l’uva.

Tutte le sfumature dello zibibbo: secco, moscato e passito

Tutte le sfumature dello zibibbo: secco, moscato e passito

Passando ai vini, la chicca della cantina si chiama Shalai, uno spumante démi sec davvero piacevole, con un netto sentore di rosmarino. C’è anche un frizzante, A mano libera, sempre da zibibbo, molto adatto ai pasti quotidiani. Ottimi anche il moscato e il passito Arbaria: in quest’ultimo il 40 per cento delle uve è sottoposto ad appassimento, poi il vino fa un anno di affinamento nel silos e altri sei mesi in bottiglia. Un’altra curiosità: A’mmare, un bianco secco 2011 ottenuto da uve surmature molto particolare, che mi ha ricordato certi vini in anfora: un esperimento riuscito bene. Una bellissima carrellata fra i colori di quest’uva che ancora una volta abbiamo assaggiato appassita. Una bella scoperta.
Info: Contrada Kazzen 11.  0923 91 20 78 e  335 60 42 155.

 Cantina Minardi

Di tutte quelle che abbiamo visitato, questa storica cantina è quella con un approccio più moderno, direi internazionale, e sicuramente più attento all’immagine. La formula che abbiamo provato noi (che comunque non è l’unica, una sera a settimana c’è anche la cena. Ripeto, telefonate sempre!) è quella dell’aperitivo del martedì: nella bella sede, dalle 18.30 alle 20.30, con dieci euro si possono degustare cinque vini con un piattino che nel nostro caso era composto da caponata, panelle arancino e formaggio.

E’ stato direttamente il produttore Minardi a illustrarci le tipologie, che poi assaggiavamo fuori in veranda. Siamo partiti dal bianco secco, il Leukos, confrontando le annate: rispetto al 2016, il 2015 era più equilibrato (anche se a me i vini un po’ sbilanciati sulle durezze piacciono) e lo stesso Minardi lo ha definito un bicchiere che “non teme nessuna portata”. Poi siamo passati a un rosso un po’ particolare, Gusiras, adatto al pesce spada: 50% Nero d’Avola siciliano e 50% Nero d’Avola pantesco, che conferisce la mineralità. Ed eccoci al passito: abbiamo provato due annate, il 2012 e il 2007, da abbinare a un sigaro o cioccolato fondente, con i suoi sentori di fichi secchi e liquerizia. Tutto molto professionale, un indirizzo davvero da non perdere sull’isola, dove si possono acquistare anche altri prodotti tipici.

Cantine di Pantelleria: i vini in degustazione alla Minardi

Cantine di Pantelleria: vini in degustazione alla Minardi

Info: Azienda vinicola Minardi, Karuscia. Tel: 0923/911160 o  333/1386836

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Pantelleria a settembre

 

La prima immagine che ho di Pantelleria è un produttore che arriva nel suo ristorantino sul mare, un piccolo dammuso dove si può pranzare e degustare i vini, e inizia a distribuire a tutti grappoli di zibibbo. Scende le scale e offre qualche chicco a tutti i bagnanti che riesce a trovare a Gadir. C’è chi sta uscendo ancora dall’acqua, chi sta prendendo il sole. Per tutti c’è un po’ d’uva. La mia Pantelleria è questo. Vite complicata da coltivare in una terra sempre assetata e da raccogliere, con le schiene curve su quei bassi alberelli. Ma anche gente che ci ha accolto con cortesia, in maniera semplice, senza effetti speciali.

Pantelleria a settembre

Pantelleria a settembre

Pantelleria, un’isola lontana da tutto

Pantelleria è bellissima e non assomiglia a nessun altro posto, con il suo isolamento e la sua anima nera. Scura è la roccia vulcanica, che a volte ricorda il carbone delle calze della befana, e scuri sono gli scogli su cui si cerca, rischiando a volte di rompersi l’osso del collo, di arrampicarsi per arrivare al mare. Nera è la lava che si è solidificata in mille forme diverse, modellate dall’acqua, creando misteriose creature lungo la costa. Un colore sempre presente che rende il mare ancora più profondo e il verde di capperi e fichi d’india ancora più brillanti.
L’isola ha una sua musicalità orizzontale, solcata com’è da file e file di muretti a secco. Sembrano le righe di uno spartito. Proteggono dalla forza del vento gli alberelli, così è coltivata qui la vite, piccola e bassa (dal 2014 è patrimonio Unesco), con i suoi preziosi chicchi di zibibbo. Ma, ci spiegano, i motivi per cui esistono questi terrazzamenti sono anche altri: ad esempio dividere la terra fra le famiglie e anche utilizzare le tante rocce che sono state tolte dal terreno per fare spazio alle coltivazioni. Ora, passando in auto nella piana di Ghirlanda, ma in realtà in ogni punto dell’isola, sono parte integrante del paesaggio, così come i dammusi, le abitazioni tradizionali.

Dammusi

Dammusi

I dammusi sono fra le tante cose che a Pantelleria ricordano più l’Africa, distante solo 27 miglia, più vicina dell’Italia. Sono piccole case, spesso con una cupola sul tetto, interamente realizzate con la stessa pietra scura che ci circonda. Più volte guardarli, sia che siano moderne case lussuose o ruderi, mi ha riportato a certe valli del Marocco, e alle tante kasbah. Quest’isola, del resto, l’Africa se la porta dentro, nel calore della pietra, nei nomi di contrade e piatti. Anche se queste parole non assomigliano a nessun’altra. Siamo in Sicilia, ma i termini mi portano oltre il mare.

E’ una terra indecisa, Pantelleria. Ha un’anima rurale, abitata da contadini o persone che si arrabattano con più di un lavoro durante l’anno. Ma ha anche un’anima ricercata, che piace ad attori e a personaggi famosi, con le loro case dai muri più alti. Tutto è complicato, sull’isola.

Punta Spadillo e il cielo di Pantelleria a settembre

Punta Spadillo e il cielo di Pantelleria a settembre

La vendemmia

La vendemmia

E’ una faccenda complicata fare il bagno, perché le spiagge non ci sono. Ci si può appollaiare sugli scogli o stendere sui pontili: niente di comodo, tutto bellissimo. E’ complicato coltivare l’uva, perché il clima è sempre un nemico da combattere e la produzione di vino, ci dicono, sta calando. E poi c’è sempre un braccio di mare da percorrere, mezzi di trasporto da incastrare, spedizioni da fare. Fino agli anni Settanta molte zone dell’isola non avevano neppure la luce, il desalinizzatore è una conquista recente. La benzina costa tantissimo. Non è facile, essere un’isola.
Ma per chi decide di arrivare fino a qui, in nave o in aereo, ogni scorcio è un regalo, soprattutto se si va fuori dal picco stagionale, quando si coglie la bella anima selvatica.

⇒⇒ Ho scritto anche un post sulle cantine di Pantelleria

Come arrivare a Pantelleria

Il mare di Pantelleria

Il mare di Pantelleria

Lo specchio di Venere

Lo specchio di Venere

Arrivare a Pantelleria in aereo

Noi avevamo alcuni giorni a fine settembre e abbiamo volato su Trapani con un volo Ryanair (da Bologna, a circa 100 euro preso tre settimane prima). In realtà ho poi scoperto che ci sono collegamenti diretti anche da altre città, come Parma, Verona e Venezia (con Volotea), ma in generale dopo metà settembre la frequenza cala parecchio (se non del tutto). Da Trapani, poi, ci sono due possibilità. Noi, visto che secondo le previsioni il mare era mosso e volte in questi casi il traghetto non parte, abbiamo optato per il volo Mistral (compagnia delle Poste Italiane, il colore giallo è inconfondibile), che ha un prezzo di 58 euro a tratta: il volo è stato comodo ed è durato circa 40 minuti. In generale consiglio di chiedere direttamente a chi vi ospiterà qualche informazione sul mare per non rischiare di restare a terra: in caso di annullamento del viaggio in nave, infatti, c’è il rischio che gli aerei siano presi d’assalto. Meglio giocare d’anticipo (noi comunque, a settembre, abbiamo comunque prenotato il volo il giorno prima).

Ci sono voli Mistral anche da Palermo.

Arrivare a Pantelleria in nave

Capitolo traghetto. Ce n’è uno lento che parte di notte, intorno alle 23 e arriva a Pantelleria alle 6.30 (69 euro, costa di più con le cabine). Il ritorno è diurno, alle 12 con arrivo alle 17.45. Da gennaio a maggio gli orari cambiano leggermente. In alternativa, ma solo in alta stagione, si può prendere l’aliscafo di giorno: nelle date in cui avevo guardato per noi- quindi settembre- partiva alle 13.40 da Trapani impiegando circa due ore.

Per info e biglietti usate il sito Siremar/Libertylines o siti come Direct Ferries.

Noleggiare un’auto a Pantelleria

Credo che sia impossibile non noleggiare un’auto a Pantelleria, o quanto meno un motorino. E comunque anche così è difficile guidare fra strette e ripide stradine, spesso a doppio senso anche quando passa con difficoltà una macchina sola. Ma almeno avrete la possibilità di raggiungere tutti i posti, anche quelli più sperduti, o le cantine. Per quanto riguarda i prezzi ho trovato molte soluzioni (sempre nel mese di settembre) sui 35 euro al giorno (anche il dammuso, per un prezzo simile, può mettere l’auto a disposizione). La benzina, che si trova solo a Pantelleria centro, è piuttosto cara, sfiora i due euro al litro.

Alloggiare a Pantelleria

Capitolo pernottamenti. In generale sconsiglio di trovare una sistemazione a Pantelleria città, paese che ho trovato notevolmente più brutto rispetto all’isola. Completamente bombardato durante la Seconda Guerra Mondiale oggi offre il porto da cui partono i diversi giri in barca dell’isola, qualche gelateria, ma davvero poco altro (oltre i negozi). Insomma, non sembra fare parte della stessa isola e io consiglio vivamente di dormire in un dammuso, dove spesso c’è il servizio di B&b o, come nel nostro caso su richiesta, di mezza pensione. Ci siamo trovati benissimo a Il Cortiglio, vicino alla contrada di Scauri: si tratta di un vero e proprio agriturismo, gestito da due medici in pensione, in parallelo con un’altra azienda agricola, la principale, di Avellino.

I dammusi sono belli e si affacciano su un giardino con una piccola ma gradevole piscina. Si mangia all’aperto davanti al mare e sotto un cielo stellato e vale la pena di fermarsi almeno per una cena perché il proprietario è davvero un asso ai fornelli  e combina gli ingredienti tipici dell’isola, come capperi, cucunci e insalata pantesca, ai sapori campani. Tutto biologico o fatto in casa (come il liquore di fico d’india) a prezzi ragionevoli, anzi sicuramente più convenienti di molti ristoranti dell’isola. A notte, con colazione, abbiamo speso in due circa ottanta euro.

Ode alla taverna greca

Solo quando mi siedo sulla seggiola di legno blu, quando mi hanno portato un cestino con dentro pane e posate e un piccolo bicchiere, come quello delle mie osterie bolognesi, allora mi sento in Grecia. Solo dopo che il caldo insistente si placa all’improvviso – un miracolo che si rinnova tutte le volte, sotto una veranda o un pergolato – sono arrivata. Anzi, tornata. Non c’è posto in cui io mi senta più a casa nel mondo che una taverna greca, sia che affondi i miei piedi sulla sabbia e mi sembri di mangiare direttamente sul mare, sia che mi sia spezzata le gambe su scalini e vicoli di bianchi in minuscoli paesi. Ogni volta, quando il cameriere ferma in modo sbrigativo al tavolo la tovaglia di carta con la mappa dell’isola di turno disegnata e mi racconta quei piatti che sono sempre uguali eppure sempre diversi, il tempo si ferma. E io mi sento in pace.

Questo post è una dichiarazione d’amore alla taverna (taberna? Estiatorio?) greca. Un mondo rassicurante fatto di storie di famiglia, di ingredienti semplici, di vino resinoso, di frescura inaspettata. Io la amo tantissimo e amo mangiare in Grecia, in barba a chi dice che la cucina è ripetitiva e pesante. A volte è vero, ma nell’ultimo viaggio a Serifos e Sifnos, peraltro rinomate per la buona cucina, ci siamo imposti di non esagerare e per una volta siamo riusciti ad alzarci da tavola senza la sensazione di dover svenire in spiaggia. E così voglio raccontare qualche piatto per me speciale e, soprattutto, dove mangiarlo, scorrazzando fra il Peloponneso e l’Egeo.

Le crocchette al finocchietto

Le crocchette al finocchietto

Tzatziki e dintorni

Sono tante le salse ricorrenti negli antipasti, sempre molto colorati. In Grecia si potrebbe pasteggiare anche solo con le meze: tanti piattini, per lo più a base di verdure o legumi. In nessuna taverna mancherà mai il tzatziki, fatto con yogurt, cetriolo e (tanto) aglio, ma anche varianti realizzate con melanzane arrostite (melitzanosalata), uova di pesce (taramosalata) o le fave (fava). Quest’ultima è la mia preferita, anche perché ricorda molto l’hummus. Una delle migliori che ho mangiato è quella della Taverna Chryssopigi  sulla spiaggia omonima, proprio all’ombra dell’omonimo monastero. Ce l’hanno servito con cipolla, olio e capperi, che a Sifnos sono una vera specialità. Un’altra delle mie preferite è l’insalata di rapa rossa, in cui lo yogurt diventa di un intenso color ciclamino. Il posto in cui l’ho scoperta è Creta, alla taverna Apothiki, sulla spiaggia di Triopetra: è servita con una spolverata di arachidi.

Un’altra tipologia di piatto che amo moltissimo in Grecia sono le crocchette di verdure o legumi: buonissime quelle di ceci, veri e propri felafel, ma anche quelle di zucchine sono sempre gustose. L’ultima volta, ho provato una variante al finocchietto, da Nikoulias, a Serifos. Davvero super!

La classica tavola imbandita a Creta

La classica tavola imbandita a Creta

Insalata greca

Quasi impossibile scegliere fra le tante taverne: l’insalata greca, che esiste davvero e non ce la siamo inventati noi, non è mai mancata a ogni pranzo. I pomodori sono sempre succosi e maturi, mentre il cetriolo rinfresca. Cipolla e peperoni non sono per tutti, è vero, mentre la feta, le olive e l’olio saporito del Mediterraneo danno il carattere giusto al piatto. Sembra sempre uguale, invece ogni taverna, e ogni famiglia, ha il suo tocco: un formaggio diverso, i capperi, qualche erba aromatica. E ogni volta sono grandi soddisfazioni. Almeno una la voglio segnalare: siamo ancora a Sifnos, a Kastro, lo stupendo borgo candido affacciato sull’Egeo. Il ristorante To Astro ci ha conquistati, per l’abbondanza dei piatti e la gentilezza della proprietaria. Qui l’insalata greca è particolarmente abbondante, servita in una grande ciotola colorata con un formaggio di capra locale, molto cremoso e grandi olive.

Saganaki

La feta la amo moltissimo: semplice, candida, saporita. Oltre che nell’insalata greca vi capiterà di trovarla cotta al forno, avvolta nella stagnola, o fritta nell’olio, modalità saganaki. Inutile dire che non è proprio la variante più leggera, ma la trovo irresistibile. Ecco due posti da segnarsi. Il primo è ancora una volta a Sifnos (ve l’ho detto che è l’isola per gourmet), nel bellissimo paesino di Artemonas, con le sue case neoclassiche, subito sopra Apollonia. La taverna, con una bellissima terrazza, perfetta per l’ora del tramonto, si chiama To Chriso. Qui potrete anche assaggiare il Mastelo, un piatto locale a base di agnello. L’altro indirizzo non si trova su un’isola, perché sto parlando di Galaxidi, graziosa cittadina sul mare poco distante da Delfi. Andate sul lungomare, alla Taverna Porto: non ve ne pentirete. Le foto non renderanno mai abbastanza giustizia: non resta che assaggiare.

Ad Artemonas da To Chriso

Ad Artemonas da To Chriso

Moussaka

Un piatto mitico, che per me che vengo da Bologna fa tanto casa visto che ricorda, e molto, le lasagne. E’ la nemesi in spiaggia, mentre la sera ti costringe a camminate e amari digestivi. Ma la moussaka, strati di puro piacere a base di melanzane, besciamella, carne macinata e, a volte, patate, è da provare almeno una volta. Nel dubbio segnalo tre posti in cui assaggiare la versione migliore: quella casalinga. Provatela alla Taverna Platsa Matina e Stavros, nell’abbagliante paesino di Koronos, sull’isola di Naxos. Rigenerati dall’ombra del pergolato, si trova l’audacia di assaggiare la moussaka anche a pranzo, mentre i vecchietti del posto vi guarderanno con curiosità. Ancora più casalinga la versione di Choreutis, a Tholaria, sull’isola di Amorgos. Un altro pergolato, un altro vino sincero dal colore dubbio e un’altra cuoca in cucina che vi farà scegliere dalla teglia che vi ispira di più per pochi euro. Da qui si vola a Delfi, nella più elegante Taverna To  Patriko Mas. Sulla meravigliosa terrazza, affacciati sul golfo di Corinto, concedetevi un’ora di paradiso con un cocktail del formidabile Vasilis e una porzione di moussaka davvero strepitosa.

A Koronos

A Koronos

Polipo grigliato

Sarà stata la vista sul meraviglioso tempo di Poseidone a Capo Sounio, sarà stato mangiare in riva al mare, oppure sarà stato che era la prima volta che tornavo in Grecia da tempo, ma il polipo della taverna Akrogiali me lo ricordo ancora dopo cinque anni: croccante e saporito. E’ un altro piatto ricorrente nella cucina greca, perfetto per un pranzo che non richieda la lavanda gastrica. Un altro indirizzo può essere la taverna sulla spiaggia di Sikamia, sulla costa nord di Serifos.

Pesce e dintorni

Non è vero che in Grecia si mangia solo carne, per quanto sia un piatto, soprattutto l’agnello, della tradizione. Ma del resto non va dimenticato mai, e a tavola si capisce una volta di più, che la gente per secoli ha vissuto nei paesini dell’interno, per sfuggire agli attacchi dei pirati. Ma oggi le cose stanno diversamente: anzi, i posti che propongono specialità di pesce mi sembrano in aumento. Se capitate a Sifnos vale la pena arrivare in cima all’isola per raggiungere il villaggio di pescatori Heronissos. Il porticciolo è incantevole, anche se la spiaggia piuttosto piccola, ma colorata dalle barche e dalle reti gialle. E poi è circondata da taverne, in cui sembra di mangiare sull’acqua: noi abbiamo provato la taverna di pesce (Fish tavern) sulla sinistra, con i tavolini blu e il pescato del giorno era davvero ottimo.

Lo so, nel piatto c'è l'insalata, ma la foto rende l'idea di come è mangiare in questo porticciolo... praticamente sull'acqua

Lo so, nel piatto c’è l’insalata, ma la foto rende l’idea di come è mangiare in questo porticciolo… praticamente sull’acqua

[Salto un attimo in un’altra categoria, quella dei fish bar. Sempre se siete a Sifnos e volete farvi un regalo c’è l’Omega 3, direttamente sulla spiaggia di Platis Gialos. Mettete via le tovaglie di carta, qui ci si siede su alti sgabelli ed è tutto molto trendy, ma ne vale la pena, perché i piatti di pesce, anche crudi, sono buonissimi e serviti in un tripudio di colori: provate il ceviche. Qualche sera prima di noi era passata di qui Scarlett Johansson: ma star o no, qui si mangia davvero bene, ed è decisamente meglio prenotare per non restare con le pive nel sacco (se vi trovate nei paraggi, passate a pranzo anche al Maiolica, per ottime specialità, un po’ piccole ahimè, mediterranee come l’hummus e polipo scottato o al Palmira, per una bella collazione dai ritmi soft, anche per vegani].

Uno dei piatti all'Omega 3

Uno dei piatti all’Omega 3

Uno dei piatti del Maiolica

Uno dei piatti del Maiolica

Ed eccoci alla carne (in effetti c’è anche il Pita giros)

Visto che non si mangiano solo giros e souvlaki? Ma certo che ci sono anche loro e sono buonissimi. Il primo è la classica carne ‘sfilacciata’ tipo kebab e i secondi sono spiedini di carne, dal maiale al pollo, sempre serviti con patate fritte, pomodori e tzatziki. Sono spesso piatti abbondanti e generalmente economici, un indirizzo sicuro è la taverna Markos a Serifos, proprio sul mare, a Livadi. Un po’ in tutte le località troverete poi piatti a base di agnello, ad esempio il Sofrito (stufato) o varianti alla griglia (del Mastelo ho già parlato sopra). Lo stesso vale per la carne di pecora, dal sapore più deciso: ad Amorgos, al Thalassino Oneiro di Tholaria, mi è capitato di mangiarlo con riso e cannella: l’Oriente era decisamente vicino. Se poi siete vegetariani convinti potete puntare su un altro piatto: i pomodori e peperoni ripieni di riso, cotti al forna, gemista. E anche voi andrete a casa soddisfatti.

 

 

I vini delle Cicladi: a Serifos

La prima immagine che ho di Serifos è di me che arranco su una salita, fra i muretti. In fondo, il monastero di Tachiarchis, dove vive un monaco solo da anni. A sinistra l’Egeo. L’unico suono è quello di grilli e cicale, nella campagna bruciata dal sole. Ma che fatica salire a piedi fino alla cantina, non me lo sono mai sudato così tanto un calice di vino.

La strada per la cantina

La strada per la cantina

Questa storia inizia a Serifos, una delle ultime due isole delle Cicladi che abbiamo visitato. L’altra era Sifnos, l’isola di fronte, ma non nascondo che la prima è stata la vera scoperta di questo viaggio. Piccola, brulla, divisa fra paesini quasi disabitati e una chora bellissima, Serifos ha un’anima un po’ punk con il suo passato legato alle miniere, murales e tante imperfezioni che la rendono più spontanea. E poi c’è il vino- quello locale dal colore ambrato, servito a temperatura ambiente -, ma soprattutto la cantina Chrysoloras, piccolo gioiello scoperto la prima sera a cena, nel porto di Livadi. Il vino bianco ci è piaciuto subito e così abbiamo mandato una mail: nel giro di un paio di giorni la visita era organizzata (con grande gentilezza, perché normalmente non ricevono, per ora, visite).

Sì, ma perché poi ci stavo andando a piedi? Perché l’azienda si trova in una stupenda zona panoramica, ma per arrivare bisogna imboccare una strada molto ripida e la nostra piccola auto a noleggio si è piantata. Dunque sono scesa, per alleggerire il mezzo che, in qualche modo è poi andato su. E così, sotto il sole cocente ho potuto comunque osservare la bellezza del posto, fra muretti a secco, terrazzamenti, chiesette bianche, viti, fino alla cantina, piccola ma molto moderna. Salendo lentamente ho capito un po’ meglio il luogo in cui questo vino nasce, avvantaggiato dall’altitudine, ma comunque vicino al mare.

La vista dalla cantina

La vista dalla cantina

Il padrone di casa è Christos Chrysoloras, classe 1982, cresciuto nell’isola di Serifos. Una storia semplice e bella come la terra che ci circonda: è nato a Platis Ghialos, dove c’è la bella spiaggia che si vede in fondo alla strada, in cui eravamo stati la mattina. In quella casa ancora ci vive, con la moglie che da Atene è venuta a lavorare qui come insegnante. Christos non parla inglese ed Eugenia traduce per noi.

Se già non fosse bellissima l’idea che uno faccia il lavoro che ama nel posto in cui ha le sue radici -in più con una vista sul mare che toglie il fiato – quello che rende ancora più emozionante la faccenda è che quella di Christos è la prima vera cantina sull’isola. La sua famiglia, spiega, ha sempre fatto il vino, rigorosamente sfuso, ma lui ha voluto fare qualcosa di più. E così si è lanciato in questa avventura nel 2008 (la produzione è iniziata nel 2015): fa tutto lui, dal lavoro in vigna, all’imbottigliamento in cantina dove la new entry è la macchina per etichettare le bottiglie. Solo durante la vendemmia, che ha già iniziato ormai, si fa aiutare da qualcuno per la raccolta manuale. Poi l’uva corre in cantina: parte del vino è ancora venduto sfuso, ma ora nascono anche due etichette, un bianco e un rosè, certificati bio. Entrambi si chiamano Ξηρό Χωριό (Xiro Chorio, significa villaggio secco ed è il nome della località). Le vigne sono come grandi cespugli, ricordano un po’ gli alberelli. In questo modo le foglie fanno ombra e le viti, più basse, non rischiano di essere danneggiate dal vento che qui può essere molto forte. L’uva coltivata è fondamentalmente di due tipi: il serfiotiko e la mandilaria. Non si butta via niente: con le vinacce viene poi prodotta una specie di grappa.

Dopo avere visitato la piccola ma attrezzata cantina, usciamo sulla stupenda veranda, da cui assistiamo a una delle più belle viste dell’isola. Stanno pensando di portare i turisti qui, per degustare i vini con qualche prodotto tipico, ma un passo dopo l’altro: l’avventura iniziata è davvero impegnativa. Intanto il vino viene venduto sull’isola e ad Atene. Noi assaggiamo il rosè, con un bellissimo colore brillante, fruttato, sapido, abbastanza lungo. Il rosè in Italia sta vivendo una nuova stagione visto che fino a pochi anni fa era tendenzialmente snobbato. In realtà, spiega Christos, il suo è fatto con le uve rosse migliori. E nel bicchiere, si sente tutto.

Chrysoloras winery, Flaskos, Serifos, Tel. +30 697 727 5993 –  chrysoloras@gmail.com