Latest Posts

Come visitare i Laghi di Plitvice

TACI. Su le soglie,
del bosco non odo
parole che dici umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
(La pioggia nel pineto, Gabriele D’Annunzio)

Credevo fosse Instagram, un filtro che saturava i colori. E invece era tutto vero. L’acqua di Plitvice è davvero così brillante, quasi fluorescente. Non siete tipi da laghi? Pensate che siano una noia? Evidentemente non siete mai stati qui, in questo mondo d’acqua.

I laghi inferiori

I laghi inferiori

In questo post vorrei raccontare come visitare il vasto parco nazionale (patrimonio Unesco) Plitvicka Jezera, in Croazia. Nel mio caso ha fatto parte di un bellissimo giro partito dal Friuli Venezia Giulia e dalla laguna veneta, finito poi nel Collio. Ne avevo sempre sentito parlare, ma nelle mie precedenti scorribande balcaniche alla fine questa zona è sempre rimasta fuori perché un po’ fuori mano. Questa volta, invece, dopo avere studiato le previsioni meteo (qualcosa mi dice che sotto la pioggia potrebbe diventare il posto più umido del mondo), ho deciso di puntare direttamente su questa tappa croata.

Perché andare a Plitvice

Fino a pochi anni fa non avevo sentito parlare molto dei laghi. Sfogliando una vecchia Lonely Planet dei Balcani occidentali del 2011, ad esempio, Plitvice occupa una paginetta, non di più. Poi qualcosa deve essere cambiato, perché ho iniziato a sentire sempre più persone tornate entusiaste dalla zona e, soprattutto, le cascate e le passerelle del parco sono state sempre più immortalate sui social. Reduce da due giorni in zona, devo ammettere che la notorietà è assolutamente meritata. Anche se poi è vietato lamentarsi per la presenza dei turisti. Che in effetti sono tanti. Tantissimi.


Ma dicevo. Perché andare a Plitvice. Perché la natura ha disegnato un panorama idilliaco, in un continuo fluire d’acqua. Si è circondati dall’acqua, dallo scroscio, dal  colore verde più o meno brillante sprigionato dai laghi. Oltre al verde dei boschi, del muschio, dei prati. E’ un mondo un po’ fatato, che mi ha ricordato universi fantasy, come Gran Burrone del Signore degli anelli, per dirne uno. Deve piacere questo contesto… silvano, insomma. E deve piacere camminare (ho scritto camminare, non correre).

Come visitare il parco

Abbiamo articolato la visita due giornate, ma non piene. Il primo giorno siamo stati nel parco da circa le 13 alle 19, mentre il secondo siamo rientrati sulle 9 e usciti alle 11.30. Ora, la zona dei laghi è molto vasta, spalmata su due livelli principali, e all’ingresso vengono proposti vari sentieri a seconda di quanto si vuole camminare. In linea generale si potrebbero visitare i laghi anche solo in una giornata piena, dalla mattina alla sera per dire, ma secondo me è più interessante tararsi sulle due giornate per vedere come, ora dopo ora, cambia l’effetto della luce sull’acqua. E poi perché non è luogo fatto per la fretta. O ci si immerge un po’ in questa vita dei boschi o, forse, non ha poi tanto senso venire fino a qui.


E poi c’è tutto l’aspetto della flora e della fauna: questi boschi sono un habitat molto ben conservato di tante specie vegetali, ma anche animali. Uno dei simboli del parco, non a caso, è un orso.

Primo giorno: i laghi superiori

Abbiamo lasciato l’auto al parcheggio numero 2, quello un pochino più lontano, ma perfetto se si vuole iniziare la visita dal circuito di laghi superiori. Questa è la parte più selvaggia del parco, con più cascate e passerelle e in molti la preferiscono. Seguendo le mappe affisse, andate subito a prendere la navetta al punto St2, che vi lascerà all’St3 in dieci minuti. A quel punto siete pronti per iniziare la camminata, che sarà principalmente in discesa. Visto che i sentieri sono indicati con lettere, noi abbiamo imboccato il percorso H: è un itinerario circolare che da solo potrebbe bastare per vedere le cose principali.

Il percorso H (dal sito del parco: np-plitvicka-jezera.hr)

La prima parte del percorso è davvero emozionante, perché si cammina su alte passerelle di legno in un contesto che mi ha ricordato più l’Asia che l’occidente. Si attraversano canneti, laghi  dalle dimensioni più varie, popolati da pesci, alghe e piante stranissime. Poi il sentiero si snoda soprattutto nel bosco e, mentre diminuisce la luce sotto le chiome degli alberi, aumenta invece la velocità dell’acqua che inizia a lanciarsi nelle prime cascate.

Il sistema dei laghi, infatti, è davvero unico: è organizzato in un sistema di terrazzamenti naturali e l’acqua cade da quello superiore a quello subito sotto. E’ come se comunicassero l’uno con l’altro. Quella sensazione di mondo statico, fermo nel tempo, che ho provato su alcuni grandi laghi italiani qui non esiste. Si è come trascinati, invece, in un continuo fluire, che rilassa la mente. Le passerelle si alternano con veri e propri sentieri fra i laghi e il bosco, che a settembre iniziava, leggermente, a ingiallire. In questi primi chilometri di bosco vedrete molte cascate, fino al punto P2, sul grande lago di Kosjak: da qui ci si imbarca su un battello che avanza lentamente, su un’acqua placida, all’improvviso più blu e scura. A questo punto noi abbiamo imboccato il sentiero C, ma ne abbiamo percorso solo una parte; tornati a piedi lungo il lago fino al punto St2, abbiamo lasciato l’intero circuito dei laghi inferiori al giorno dopo.

Secondo giorno: i laghi inferiori

Questa volta lasciate l’auto al parcheggio 1 e cercate di arrivare il prima possibile per anticipare il pullman. In questa parte ho trovato molti più i gruppi di turisti e in alcuni punti, pur essendo settembre e un giorno infrasettimanale, in alcuni punti si sono formate piccole code. Niente di drammatico, alla fine molti signori in gita mi hanno ricordato i miei nonni che, dopo una vita di fatica, si sono concessi i loro giretti solo in pensione. Insomma, in alcuni casi l’entusiasmo di questi gruppi mi ha fatto sorridere, in altri confesso che avrei preferito meno schiamazzi (ma mai come le orde di cinesi ad Angkor Wat, quelli non li batte ancora nessuno). C’è poi tutta la tipologia umana di ‘quelli con la reflex della domenica’ che si sentono un po’ dei reporter mancati del National Geographic: li vedrete in posizioni complicate lungo le traballanti passerelle e a volte in procinto di finire direttamente dentro l’acqua. C’è poi il micro-mondo asiatico di donne in ballerine o tacchi e quello di chi non rinuncia alle infradito (e invece, vi supplico, portatevi scarpe da trekking).

Insomma, la varietà è tanta, ma quello che conta è che, prima di scendere verso i laghi, la vista della grande cascata Veliki Slap e dei primi due laghi vi toglierà il fiato. Nel sole del mattino l’acqua è verde smeraldo, sembra quasi innaturale, e cambia continuamente tono a seconda dei minerali disciolti e della profondità. E’ questo il mio punto preferito, sulla passerella, sotto una delicata volta di  rami e foglie che porta alla cascata, la più alta della Croazia. In alcuni passaggi l’acqua romba sotto i piedi, tanto è vicina ai visitatori.


Ah proposito, questo è il sentiero A, un anello che permette di visitare i laghi inferiori in un paio d’ore. Vi colpirà la differenza del paesaggio rispetto alla parte superiore: non solo per il bosco meno selvaggio, ma anche per le pareti di roccia bianca che sovrastano i laghi: è un particolare tipo di calcare che regala diversi, più luminosi, giochi di luce.

Info pratiche: parcheggio, biglietto e pernottamento

Il parco è davvero molto ben organizzato: per certi versi mi ha ricordato quelli americani o neozelandesi. Si trovano infatti infopoint, luoghi di ristoro e shopping, tutto è ben conservato e decisamente costoso! Il biglietto d’ingresso varia a seconda della stagione (ovviamente quella più cara è l’estate), ma d’inverno bisogna mettere in conto la neve, per cui non tutte le parti del parco sono poi accessibili. Noi siamo stati a metà settembre e lo consiglio senz’altro, sia per le temperature che per il costo del biglietto un po’ più basso. Che poi. In questo periodo, abbiamo speso 250 kune a testa per il ticket da due giorni (130 per il giorno singolo). E’ tanto, ma pensate che ad agosto sarebbe costato 400! Il prezzo comprende poi i diversi mezzi di trasporto presenti all’interno del parco: la navetta e il battello.
Sul fronte costi, però, non è ancora finita. Dovrete infatti mettere in conto anche il prezzo del parcheggio, in cui è praticamente obbligatorio lasciare l’auto: 7 kune all’ora.

Siete svenuti? Dai che iniziano le belle notizie. Intanto perché si può anche arrivare in autobus da Zara o Zagabria. E poi perché costa decisamente poco dormire se ci si accontenta. Io infatti eviterei di dormire negli hotel dentro il parco: un po’ perché costano di più. Un po’ perché sono piuttosto…vintage e poi perché è vero che poi sarete già pronti subito a visitare il sito, ma in fin dei conti si è circondati dai boschi e dalla natura anche nei paesini subito attorno. In cui, va detto, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Sembra che quasi chiunque avesse una casa un po’ grande, l’abbia riconvertita a guesthouse. Spesso sono stanze spartane, magari con un’area barbeque comune, ma possono essere davvero economiche. La nostra, ad esempio, costata 40 euro in due, era molto semplice, ma vicina ai parcheggi e molto pulita. La consiglio di sicuro.

Anche cenare non è troppo costoso (qua poi dipende quanto mangiate ovvio). Andate senza indugi da House Katarina.  Per un menù del giorno a testa (uno con grigliata mista, uno con la trota, contorni, antipasto con salumi e formaggi, vino e dolce) abbiamo speso 50 euro in due. Sarà che ho il paragone con Bologna, ma davvero niente male.

Ultimo consiglio. Se come noi arrivate dall’Italia e raggiungete il parco all’ora di pranzo, non comprate panini all’interno, perché sono piuttosto costosi. Noi abbiamo fatto scorta di borek, la sfogliata ripiena di formaggio tipica dei Balcani, in un fornaio lungo la strada principale. Abbiamo speso tipo 4 euro in due (sulla leggerezza del tutto ci sarebbe da discutere, ma poi si cammina dai). In più i paesini che si susseguono nella campagna croata sono deliziosi: curva dopo curva si attraversano fattorie che vendono miele e formaggio, chiesette, campi di mais e placide mucche. Un paio d’ore davvero bucoliche.

Come visitare Petra

Cosa c’è di meglio nelle prime vere giornate autunnali di Bologna di scrivere bevendo un té comprato in Giordania? Scrivere di Giordania, appunto, un Paese che mi ha conquistata con i suoi deserti rocciosi, i siti archeologici, gente simpatica e una cucina strepitosa. E per Petra, ovviamente, per molti la meta principale del viaggio. Dopo due esperienze in Giordania posso dire che non è proprio così e che c’è davvero tanto altro da vedere, ma è indubbio che in fondo a quella gola si apre davvero un mondo parallelo, misterioso, lunare. Sembra di avere attraversato una porta per un’altra dimensione senza essersene davvero accorti e quindi… sì, davvero ne è valsa la pena tornarci due volte.

Verso le tombe reali

Verso le tombe reali

Il punto è – e lo racconto in questo post- che non è facilissimo prima di partire capire come visitare questa città perduta, soprattutto se si è viaggiatori indipendenti. La prima volta, infatti, sono arrivata con un piccolo tour organizzato da Tel Aviv e abbiamo avuto a disposizione solo una mezza giornata (dalle 7.30 alle 15). Decisamente troppo poco, per una delle Sette Meraviglie del mondo moderno, ma non potevamo fare diversamente. La seconda volta, lo scorso maggio, ho invece dedicato un giorno e mezzo all’esplorazione del sito e penso sia l’ideale. Se poi avete più tempo e amate i trekking, ci sono molti sentieri che partono dal tragitto principale, quindi i giorni possono raddoppiare tranquillamente.

Sì, ma cos’è Petra?

Per molti Petra coincide con il Tesoro, cioè l’antico sepolcro scavato nella montagna in cui arriva un favoloso Harrison Ford/Indiana Jones alla ricerca del santo Graal. Il gruppo a cavallo nei Cavalieri dell’ultima crociata che all’improvviso sbuca dalla gola è un’immagine che mi ha fatto sognare per anni. Poi ho capito che quella cosa lì si trovava a Petra, in Giordania.
Ecco, in realtà Petra era un’antica capitale, di enormi proporzioni, scavata dai Nabatei (una popolazione araba nomade), nel sesto secolo a.C. La città era molto potente, ma come spesso è accaduto a queste lontane civiltà, all’improvviso è iniziato un declino inesorabile e tutto sembra come essere stato risucchiato fra calamità naturali e spostamento altrove degli assi commerciali. Questi scrigni di pietra sono stati dimenticati, ma non del tutto: i beduini continuavano a tenerli in vita con i loro racconti, arrivati fino alle orecchie dell’esploratore svizzero Johann Ludwig Burckhardt. La vicenda è pazzesca. Burckhardt aveva capito che i racconti su quell’antica città potevano riferirsi a Petra e, travestito da pellegrino, è riuscito a farsi portare all’interno nel 1812. E così, con le immagini fuoriuscite in Occidente, la storia è ricominciata.

Dentro Petra

Che cosa vedrete a Petra oggi

Una delle cose più impressionanti è che Petra oggi è un vastissimo cimitero. E’ una città di tombe. Il famoso Tesoro, ma anche le altre straordinarie architetture venate di rosa, giallo e grigio, che si visitano durante il percorso, sono fondamentalmente monumenti funebri. E la cosa in realtà ci mette ancora di più la sua bella dose di mistero. Però non è finita qui, visto che nel sito si trovano anche molte testimonianze del periodo romano e pure bizantino. Complessivamente sono oltre ottocento i monumenti scavati nella roccia. Una piccola spiegazione sul biglietto d’ingresso: si può comprare quello giornaliero (al prezzo di 50 Jod) oppure per due giornate (a 55 Jod, è quello che abbiamo scelto noi, circa 70 euro). Non costa poco, ovvio, ma il sito è pur sempre un patrimonio Unesco e vale ogni dinaro speso. Anche di più. Un’alternativa è comprare il Jordan Pass, che comprende anche Petra (con fasce di prezzo variabili (dai 70 agli 80 Jod): se contate di visitare molti siti e monumenti in Giordania può essere conveniente (e si salta la fila all’aeroporto al momento di fare il visto).

Primo giorno

Io e tre amiche siamo arrivate in zona intorno all’ora di pranzo, dopo esserci lasciate alle spalle il deserto del Wadi Rum, che dista circa un’ora e mezza di auto. La macchina è  sicuramente il mezzo migliore per raggiungere questo luogo remoto (noi avevamo un autista per tutta la settimana, l’ho raccontato qui, ma i taxi non costano una fortuna). Intanto bisogna sapere che il sito si trova nelle gole sotto Wadi Musa, una cittadina piacevole, che indubbiamente ruota attorno al turismo. Ci sono alberghi per tutte le tasche e ristoranti, oltre che gli immancabili negozi di souvenir e un bagno turco.

Intorno alle 13 ci siamo fatte lasciare a Piccola Petra, distante una decina di minuti dalla città. Vedere questo sito piccolo e già meraviglioso prima di quello principale è come un antipasto che scatena l’appetito. Basta una mezzora per percorrere la mini-gola, fra grotte e scale che si perdono sul fianco del montagna. Sarà facile incontrare beduini che vivono all’interno, alcuni con le loro bancarelle, altri occupati nelle loro faccende quotidiane. Chi è stato in Cappadocia, in Turchia, troverà questa vita nella roccia vagamente familiare.

Wadi Musa al tramonto

Piccola Petra

Dopo uno stop a pranzo (molti ristoranti tradizionali qui sono organizzati con buffet molto ricchi a prezzo fisso), intorno alle 16 siamo entrate nel sito vero e proprio. E’ stato un primo assaggio del luogo, visto che i cancelli chiudono alle 19.30 (l’orario vale per maggio). Arrivando di pomeriggio, con la luce progressivamente più bassa e dorata, è meravigliosa la strada che porta al Siq, vera porta d’accesso: ai lati iniziano a spuntare i primi sepolcri e anche i resti di una sala per banchetti. Già queste prime case trogloditiche illuminate dal sole emozionano, ma il bello deve ancora arrivare.

Arriva infatti il Bab as-Siq, la gola lunga 1,2 chilometri, stretta e tortuosa, la vera porta di Petra. E’ uno spettacolo che toglie il fiato, per le mille venature rosa della roccia, per l’alone di mistero, per come ci si sente inghiottiti dalle pareti che, in alto, sempre più incombenti, sono perfettamente combacianti. E’ una spaccatura della terra, infatti, e anche un luogo sacro: lo si capisce dai pochi altorilievi che disegnano tempietti votivi. La roccia racconta e verso la metà affiorano cammelli e gambe, immagine sbiadita di un’antica carovana.

Quello che resta della rappresentazione di una carovana: al centro e a sinistra, si vedono zampe di cammello

Quando, dopo le ultime due curve, si comincia a intravedere il Tesoro (Khaznah) non si è mai preparati a tanta bellezza. Davvero. Non si è preparati alla pietra rosa, alla perfezione dei capitelli corinzi, alla magia che questo luogo sprigiona. Ancora una volta, quello che sembra un palazzo, in realtà è una tomba nabatea, di cui oggi resta la facciata, perfettamente conservata. Ecco, in questo punto piuttosto affollato (vale la pena tornarci alla mattina molto presto), fra un cammello e un selfie, saltano all’occhio i veri abitanti del sito. Pensavo fossero beduini, in realtà sono gypsy, come la nostra guida Jacob ci ha ripetuto fino allo sfinimento. Una delle differenze principali, ci ha spiegato, è che gli uomini si truccano gli occhi con il kajal nero (sembrano un po’ tutti Johnny Depp ne Il Pirata dei caraibi, in definitiva). Ora, cercheranno di spillarvi qualcosa, o per il cammello, o per guidarvi alla scorciatoia che, subito a sinistra, permette di farsi la foto perfetta per Instagram: quella dall’alto, con il Tesoro in basso. Impossibile salire senza di loro, alla cifra di circa cinque euro. Noi abbiamo quindi fatto il giro lungo, ma lo racconto nel secondo giorno.

Superato il Tesoro, si apre la città bassa e già sui lati della strada sterrata si scorgono meravigliose tombe. La roccia sembra ricoperta da un velo sottile, come lavorata da uno scalpello sovrannaturale. Alcune sono abitate dai nomadi, altre sono in pessime condizioni, ma in ogni caso sembrano uscite da un’altra era. Il mio consiglio, a questo punto, è di arrivare fino all‘altura del Sacrificio. Si tratta di uno dei tre principali punti panoramici e il nome la dice lunga: noi li abbiamo fatti tutti nella seconda giornata, ma lo sconsiglio perché va a finire che ci si arrampica per ore, spesso sotto il sole. Insomma, poi diventa un’impresa spezzagambe e potendo è meglio ‘diluire’ le salite. La collina del Sacrificio, invece, è proprio perfetta per le ultime ore del pomeriggio: si sale a sinistra prima del teatro e dopo circa mezz’ora di salita lungo la parete rocciosa si arriva a un punto in cui si domina non solo il sito, ma tutta la distesa di roccia circostante: in lontananza si vede anche la tomba di Aronne. In cima troverete pastori, gatti e immancabili venditori. E’ un momento splendido, di pace, da assaporare con calma prima.

Il secondo giorno

Siete quelli che a colazione si prendono giusto un caffè? Ecco, per una volta cambiate idea. Mangiate come si deve e rientrate a Petra il prima possibile, sia per dribblare i turisti e avere il sito un po’ più per voi, che per osservare come il colore della roccia cambia assieme alla luce. Se il primo giorno siete arrivati fino all’altezza del teatro, questa volta restate sulla destra (in mezzo alla strada c’è un wadi, un fiume spesso in secca) e, fra un negozietto e un asinello, andate verso le Tombe reali. Confesso che sono uno dei miei monumenti preferiti, imponenti e misteriose.

Tombe reali

Tombe reali

Da qui si imbocca la strada per arrivare al secondo punto panoramico imperdibile, da dove si vede benissimo il Tesoro dall’alto (per chi vuole fare un po’ più fatica per la foto Instagram, in più non dovrete pagare i gypsies). C’è poco da fare: le scalinate sono inevitabili, ma i colori della roccia e il punto di osservazione finale vi ripagheranno di ogni fatica. In cima c’è l’immancabile bar. Devo dire che è il caffè al cardamomo con la vista migliore possibile, ma restate lucidi ed evitate di buttarvi di sotto, pur di fare una foto very social.

 

Tornati indietro restate nella parte ‘sopraelevata’ del sito, sul sentiero che conduce a una chiesa bizantina, dove sono conservati bellissimi mosaici, con il loro racconto di mestieri, stagioni e animali. Proseguendo fino in fondo al sito, oltre i ristoranti, si imbocca il sentiero per l’altro vero tesoro di Petra: il Monastero (El Deir). Confesso che la prima volta le centinaia di gradini mi hanno scoraggiata (e non stavo troppo bene, giuro) e sono salita (shame on me) in cima sull’asino! Al secondo giro ovviamente mi sono sudata ogni gradino, giuro.

Il Monastero (in realtà è sempre una tomba)

Lo spettacolo della roccia in questo punto è così bello che la gioia supera la fatica. Dopo circa 40 minuti si arriva a un’altra tomba nabatea, colossale, sempre addossata alla montagna. E’ una vera sorpresa, perché se il Tesoro è un’immagine vista mille volte, questa sorprende molto di più. E’ il momento giusto di fare una pausa (noi ci eravamo fatte preparare un panino dall’albergo), godendo della meraviglia ultraterrena del posto dall’ennesimo bar sorto davanti. Scendendo, oltre a fare qualche acquisto (trattate senza pietà con le venditrici, che ne sanno una più del diavolo), tenete le energie per fare tutta la strada, questa volta nella parte più bassa del sito, a ritroso.

 

Passerete davanti all’agorà, il Qasr al -Bint (l’unico non scavato nella roccia) e altri monumenti per cui, onestamente, occorro fare un bello sforzo d’immaginazione. A questo punto consiglio di uscire dal sito non oltre le sei, soprattutto se pensate di rientrare per lo show serale.

Petra by night: sì o no?

Se non avete paura dei cani e siete tipi pazienti, la risposta è sì. Scherzi a parte, l’esperienza di Petra by night è continuamente sul filo del meraviglioso e della trashata (si dice?). Probabilmente è un po’ scappata la mano agli organizzatori che imbarcano troppa gente, che non arriva neppure tutta assieme, e l’atmosfera, nel vai e vieni generale, non è delle più suggestive. In più, lo spettacolo in sé è piuttosto misero -c’è una sorta di monologo sulla storia di Petra con accompagnamento musicale-, per non parlare della rissa fra cani randagi (sia a Wadi Musa che dentro il sito si incontrano spesso) in mezzo ai visitatori: non è successo nulla, ma su questo non c’è abbastanza attenzione. Vi ho demolito ogni intenzione di andare?
Ma no. Tornando indietro lo rifarei, magari siamo capitate noi in una serata sfortunata. Lo rifarei per lo spettacolo delle centinaia di candele che ardono nella notte. Per la magia del Siq nel buio, per l’inquietante alone di mistero che Petra sprigiona sempre, e di sera ancora di più. Però, ecco, se proprio non  riuscite a incastrarlo (lo spettacolo non c’è tutte le sere) non strappatevi i capelli: la visita di giorno è comunque l’esperienza più bella. La serata dura circa un paio d’ore. Il biglietto si compra separatamente da quello d’ingresso e costa 17 jod.

Altre informazioni pratiche

Qual è la migliore stagione per visitare Petra? Sono molte quelle adatte e per la mia esperienza posso consigliare maggio. Durante il giorno non era eccessivamente caldo (vi servirà comunque una buona scorta d’acqua) e nel sito erano fioriti stupendi oleandri rosa.C’è ancora, però, una certa escursione termica serale. In dicembre, invece, è stato piacevole trovare pochi turisti, ma confesso che di notte è davvero freddo, soprattutto se dormite in un campo beduino (e noi, manco a dirlo, lo avevamo fatto, ai Seven Wonders).
Sulla scelta dell’albergo, invece, non avrei un dubbio al mondo a consigliare il Petra Moon. Ok, da fuori può sembrare un casermone, ma la posizione vicinissima al sito lo rende davvero comodo per gli spostamenti, soprattutto se pensate di rientrare per Petra by night. Altri punti di forza sono la terrazza all’ultimo piano (con piscina), da cui si intravede e il sito e in cui la sera si organizza un barbeque strepitoso. Super pure la colazione, camere rinnovate da poco. Insomma: giuro che non mi hanno pagata, ma siete matti se non ci andate.
Per la guida: oltre la Lonely Planet, mettete nello zaino Due settimane in Giordania di Cristina Rampado (ViaggiAutori). Così tascabile, sarà più comodo portarsela sulla schiena dentro il sito!

La meravigliosa cucina giordana al Petra Moon Hotel

Alla scoperta del Collio

“Vedete quell’auto bianca laggiù? La strada che sta percorrendo si trova in Italia; quella collina, invece, è già Slovenia. Il paese di fianco, San Floriano, è di nuovo Italia”. Siamo nell’azienda Russiz Superiore, a Capriva del Friuli, e fuori dalla finestra c’è il Collio, terra di agricoltura, di vini e di confini. Continua anche in Slovenia, ma il nome cambia e diventa Brda. In questo angolo di Friuli Venezia Giulia ogni colle è un frammento di una storia di frontiera, abbattuta realmente solo nel 2004, assieme all’ultimo muro di Gorizia. E’ una terra di campanili austro-ungarici, di trincee, di campi di battaglie feroci durante la follia delle Guerre Mondiali. Ma oggi è anche terra di piccoli comuni, di simpatiche osterie e raffinati relais, di prosciutto che fa scendere qualche lacrima (scusate amici vegetariani, ma davvero è irresistibile), di cantine nel centro delle cittadine che, durante la vendemmia sono in pieno fermento. La sera, con il primo odore dell’autunno, ho sentito arrivare anche quello pungente del mosto e dell’uva in trasformazione, semplicemente camminando per strada. E’ l’odore delle cantine dei nonni, almeno di uno come il mio, che teneva il tino che si era portato dal podere sull’Appennino sotto il cortile di una casa a un passo dal centro di Bologna.

Visitare il collio, fra borghi e vigneti

Visitare il collio, fra borghi e vigneti (foto di Letizia Gamberini, 2018)

Il Collio è una Doc, ma soprattutto una culla di vini bianchi, quelli che amo di più. Vini freschi, con la sapidità portata da un mare non poi così lontano (una trentina di chilometri), un po’ taglienti, che a volte chiedono di farsi aspettare, quando non ci pensa il legno a smussare gli angoli. Qui, protetta a Nord dalle Alpi Giulie, abita la Ribolla gialla, ma anche il Friulano, il Sauvignon Blanc, la Malvasia Istriana, il Cabernet Franc e il Merlot. La zona si estende per 7mila ettari, ma solo circa 1.500 sono adibiti a vigneto, per mantenere l’equilibrio con la parte di bosco. Il suolo ha un nome particolare, ponca, composto da marne (calcare) e arenarie.

Il Collio è stato un ritorno e una sorpresa. La scintilla era scattata un anno fa, ma mi era rimasta la voglia di questi luoghi, dopo una di quelle giornate perfette e una stimolante visita in cantina (sotto ve la racconto). E così, ci sono tornata davvero, assieme ad amici e ritrovando amici. Perché se no, a bere bene senza condividere, che gusto c’è. Ecco una piccola guida, se vi trovate da queste parti e volete orientarvi un po’ fra visite e degustazioni e sapere dove mangiare, per tutte le tasche.

Scoprire le cantine del Collio

Ce ne sono davvero tantissime e dalle anime molto diverse. Ovviamente sono riuscita a visitarne solo alcune, mentre di altre ho avuto modo di assaggiare i vini, sia nelle scorribande sul posto o in occasioni come il Vinitaly. Generalmente, per la mia esperienza, è sempre meglio prendere accordi prima, soprattutto se capitate, come me, in piena vendemmia (a metà settembre quindi) e i produttori sono davvero impegnati.

Castello di Spessa

Qui non si parla di solo vino, ma di fare un tuffo nella storia, viaggiando fino al Medioevo. Ci si trova, infatti, in un vero e proprio castello, con un giardino che regala romantici scorci sulle colline circostanti, soprattutto al tramonto. Un luogo bello, ma denso anche di curiosità: ad esempio uno degli ospiti vip del Settecento, era il mitico Giacomo Casanova, che apprezzava parecchio il vino del posto (e non solo, si sa). Per gli appassionati di storia più recente, invece, un’esperienza unica nel suo genere è visitare la riserva personale dell’attuale titolare, Loretto Pali, scendendo in un bunker scavato durante la Seconda Guerra Mondiale dai contadini della zona. E’ incredibile il cambio di temperatura 18 metri sotto terra!


Passando ai vini, da annotare il Pinot Bianco, dai profumi delicati, vellutato, ma con una bella sapidità, e il Pinot Grigio Ramato, Joy, con la sua nota finale un po’ amara. Una chicca, davvero, il Pinot Nero, vitigno dal carattere difficile si sa, ma che qui si deve essere davvero trovato a suo agio. Riposa in legno per circa 15 mesi e la produzione è limitata, a circa mille/1.500 bottiglie. Un’esplosione di profumi, in particolare la viola. Il nome non poteva che essere uno, Casanova!

Info: Il Castello di Spessa, a Capriva del Friuli, è un Golf & wine resort, ma potete farvi un regalo anche completando la visita in uno dei ristoranti, la Tavernetta al Castello, dove la cucina internazionale si sposa con i prodotti del territorio. Un paio di piatti davvero super? Il risotto con cubetti di asado, oppure il diaframma. Avete letto bene, ero molto curiosa e ho trovato una carne morbidissima e saporita. Ma il menù ha davvero tanti assi nella manica. Interessante la carta dei vini, senza prezzi da capogiro. E’ chiuso la domenica sera e il lunedì.

Russiz Superiore

L’arrivo in mezzo alle vigne è fiabesco, così come il grande camino friulano tradizionale nella villa al centro della tenuta. Russiz Superiore, sempre a Capriva del Friuli, è un angolo di pace, ma anche di storia. Come spiega Roberto Felluga, titolare dell’azienda (assieme all’altra che porta il nome del padre, la Marco Felluga), l’avventura di famiglia è iniziata molto tempo fa. Il nonno Giovanni era partito dall’Istria, per poi trasferirsi con l’attività a Grado e, infine, approdare a Gradisca d’Isonzo nel 1938. Nel 1967, ecco l’azienda Russiz Superiore, proprio negli anni in cui nasceva il consorzio Collio (il terzo in Italia) e la Doc. Il confine sloveno è davvero a un passo e fino a non molti anni fa per spostarsi fra i due paesi era necessario presentare un documento, avere un permesso agricolo o un lasciapassare se si viveva entro dieci chilometri dalla frontiera. Un territorio complesso da conoscere prima di visitare questa azienda in cui la filosofia è interpretare quello che la natura dispone per ogni annata.

L’amore scatta con il Sauvignon, in varie declinazioni: dal Collio Sauvignon 2017 (un 15-20% fermenta in legno), fino al Collio Sauvignon Riserva 2013 (30-40% di legno e tre anni sulle fecce nobili) o al Collio Bianco Col Disôre 2015, un uvaggio di Pinot Bianco, Ribolla gialla, Sauvignon e Friulano (100% legno). Interessante anche il Cabernet Franc 2015, speziato e con un tannino morbido: le vigne hanno oltre 50 anni.

 

Russiz Superiore

Russiz Superiore

Info: a Russiz Superiore da aprile a novembre si può anche soggiornare in relais, facendo colazione nella villa, condivisa dalla famiglia Felluga assieme agli ospiti. Le degustazioni e visite si fanno su appuntamento. Tel. 0481 80328-92237.  www.russizsuperiore.it

Roncùs

Un’altra cantina a Capriva del Friuli e un’altra storia di famiglia. Roncuz era il toponimo ai tempi del catasto asburgico e i Perco erano mezzadri in terre che appartenevano alle suore. L’azienda vinicola, ora in regime biologico, è nata nel 1985 e oggi in cantina c’è Marco, che interpreta il territorio con una sua visione molto chiara: far parlare il vitigno lasciandosi esprimere con naturalezza, ma unendo una certa ‘rusticità’ all’eleganza. La sorella Antonella si occupa dell’accoglienze guida nelle degustazioni, che si tengono in una bella sala al pian terreno, proprio davanti alla cantina. Abbiamo particolarmente apprezzato il Collio 2016, un uvaggio di Friulano, Pinot Bianco, Sauvignon (tutto acciaio) e il Vecchie vigne 2014, bland di Malvasia istriana, Friulano e Ribolla, da vigneti con più di 50 anni di età, con affinamento in botti grandi di Slavonia. La mia preferita, però, resta la Malvasia istriana 2017 in purezza, profumata, con la sua nota finale amarognola. Per piatti di struttura (13.5°!).

Info: Roncùs è in centro a Capriva e pernottare qui può essere interessante per chi vuole dormire proprio sopra una cantina di paese (compresi i suoni, dalle oche al mattino alle campane della vicina chiesa che suonano davvero spesso. A me tutto questo piace molto, ma non aspettatevi il silenzio assoluto ecco).  Stanze e appartamenti ben curati, la colazione è da concordare. Il prezzo di una degustazione è di 12 euro per cinque calici (appartamento per 4 persone, 105 euro). Tel. 0481 809349.

Pascolo

Ecco un produttore con le idee chiare, la nuova generazione di un’azienda di famiglia. La visita da Alessandro Pascolo è una vero viaggio nella viticoltura locale, raccontata in modo preciso ed esaustivo dal titolare, che fa un vino senza fronzoli e senza voler tentare soluzioni originali a tutti i costi. E, va detto, si occupa interamente del vigneto (7 ettari, per 30mila bottiglie). Nel nostro caso è stato possibile degustare, facendo il confronto, due tipologie di vino in due versioni: quella appena vendemmiata, col vino ancora in maturazione, e quella dell’annata, direttamente dalla botte. Davvero interessanti, con la loro freschezza e sapidità, Sauvignon e Ribolla gialla, prodotta anche nella versione spumantizzata.

Ruttars

L’azienda Pascolo

Info: la cantina è a Dolegna del Collio, nella località Ruttàrs, ed è sempre aperta dalle 10 alle 17. Tel, 0481 61144.

Dove mangiare

Segnalo tre ristoranti del collio. Tre fasce di prezzo diverse, tre esperienze diverse.

L’Argine a Vencò

Scommetto che il nome vi dice qualcosa. Magari vi farà pensare al programma tv Masterchef, ma di certo non si arriva abbastanza preparati all’oasi di pace in cui è immerso questo ristorante che in tempi rapidissimi è stato illuminato da una stella Michelin. Ma la vera luce è quella che circonda la chef, Antonia Klugmann, che si muove silenziosa e attenta in cucina, prima di uscire a salutare ogni tavolo (sono sei), ringraziando tutti con un sorriso delicato. Un tocco femminile e garbato che si ritrova anche nei piatti, che interpretano la stagione con prodotti del territorio, giocando con colori, frutta e… semi. In sala c’è Romano, diavolo tentatore degli appassionati di vini. Ci ha proposto solo etichette locali, abbinate alla perfezione. Per completare davvero l’esperienza, però, bisognerebbe dormire in una delle tre camere disponibili. Un po’ perché scoprirete presto che Romano non versa il vino col contagocce, anzi; un po’ perché vi risveglierete nella pace, davanti all’orto e a quelle piante che si ritrovano poi nei piatti. E poi perché la colazione preparata da Antonia, che alle 9 abbiamo già ritrovato in cucina, è qualcosa che supera ogni immaginazione (preparatevi pure a saltare il pranzo dopo, eh).

 

Ecco un pre-dessert. Il fiore si mangia: è di finocchio, ricoperto di cioccolato

Ecco un pre-dessert. Il fiore si mangia: è di finocchio, ricoperto di cioccolato

Raviolini di salsiccia e zafferano, in un brodo di menta

Raviolini di salsiccia e zafferano, in un brodo di menta

Info. Il ristorante si trova a Dolegna sul Collio ed è chiuso il martedì. Aperto pranzo e cena dal giovedì alla domenica; solo cena da mercoledì al lunedì. Mangiare da Antonia Klugmann è ovviamente costoso, ma il prezzo è adeguato: il costo del menù che abbiamo scelto noi- sei portate con i vini abbinati- è di 120 euro a persona. Il costo della camera con colazione è di 130 euro in due. 

La Subida

E’ una vera istituzione locale, e a ragione. E’ un posto incantevole, in mezzo alla natura, con prodotti di grande qualità (alcuni si possono anche acquistare). C’è pure un ristorante stellato, il Cacciatore, ma uno dei miei ristoranti preferiti in assoluto è l’Osteria, con i suoi tavoli all’aperto, in mezzo alle colline, dove il telefono parla già sloveno. Cosa si mangia? Un po’ di tutto. Noi abbiamo condiviso formaggi, lo strepitoso prosciutto d’Osvaldo (un produttore ormai mitico che si trova a Cormons) e il tradizionale frico (a base di patate e formaggio). Fra i vari primi piatti, io ho scelto gli gnocchi alle susine (erano proprio ripieni di marmellata di susine, cotti nel burro e cosparsi di cannella e formaggio grattugiato: molto dolci, ma molto buoni). Fra caffè, vino della casa e dolci siamo arrivati a un conto di 23 euro a testa (eravamo in otto).

Facce (soddisfatte) da Subida

Facce (soddisfatte) da Subida


Info: la Subida si trova a Cormons e non è solo un luogo in cui mangiare, ma un country resort, per cui potete anche fermarvi a dormire. Di questo non ho esperienza, ma le foto del sito parlano da sole. L’Osteria è chiusa il giovedì. 

Agli antenati

Ecco la trattoria che uno si aspetta di trovare in Friuli Venezia Giulia. Ambiente caldo, anziani al bar con il loro bicchiere di vino, cucina casalinga e saporita, un oste simpatico. Le specialità del giorno fanno bella mostra di sé sulla lavagna: noi abbiamo diviso un antipasto (a peso) di salumi e formaggi (spaziali), frico, lubjanska (una cotoletta al quadrato: carne di maiale impanata con dentro prosciutto e formaggio), calamari fritti e un hamburger scomposto davvero enorme. E poi verdura e vino della casa: insomma, una di quelle cene che finiscono alzando bandiera bianca, ma che resta memorabili. Come il prezzo: 17 euro a testa, con digestivo offerto.

Il 'piccolo' antipasto di salumi e formaggi

Il ‘piccolo’ antipasto di salumi e formaggi

Info: la trattoria, aperta già dal mattino, si trova a San Lorenzo Isontino.

Cosa vedere nel Collio e nei dintorni

Visitare il Collio friulano vale il viaggio, ma se avete ancora un po’ di energie dopo le cantine, nei dintorni ci sono parecchi luoghi da scoprire. Intanto, a un’ora e mezza di auto c’è Lubiana, e in quaranta minuti si arriva a Trieste, dove l’Italia finisce e, addentrandosi nel Carso, si può scoprire qualche osmiza (un sito spiega quali sono aperte giorno per giorno). Ma, per restare più vicini, io consiglio una visita a Gorizia. Ci siamo fermati per una passeggiata pomeridiana e ho trovato un grazioso centro storico, con case colorate e porticate dall’atmosfera austroungarica, e una bella piazza (della Vittoria), all’ombra di un castello. Detto questo, la cittadina non mi è parsa molto vivace, ma merita lo stesso una tappa, almeno in piazza della Transalpina, per capire una pagina di storia che, almeno per chi viene da altre regioni, forse non è poi così conosciuta. Fino al 2004, questa piazza, dove si trova la stazione, era divisa in due dall’ultimo muro rimasto in Europa.  Da una parte c’era Gorizia e dall’altra Nova Gorica. Con l’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea questo confine è stato abbattuto e oggi nella piazza resta il cippo che ricorda il confine italiano del 1947 affianco ai nuovi cartelli, che recitano Insieme in Europa, 1 maggio 2004. Una tappa per rinfrescare la memoria a chi non pensa alla fortuna che abbiamo ogni volta che passiamo un confine senza documenti, senza pensieri, esattamente come si va in Slovenia oggi. E a chi fa lo splendido dicendo che tanto, chissenefrega dell’Europa. Così, piccolo sassolino levato.

Piazza della Vittoria a Gorizia

Piazza della Vittoria a Gorizia

Le valli del Natisone

Siamo un po’ più a nord rispetto al Collio, fra Cividale, la cittadina longobarda patrimonio Unesco e il confine sloveno. Le valli sono piuttosto remote, distese di boschi sono intervallate solo da alcuni piccoli paesi, in parte pure abbandonati. La curiosità di visitare questa parte ancora più isolata del Friuli Venezia Giulia mi era venuta leggendo la Lonely Planet dedicata e tutto sommato lo rifarei, perché sono luoghi con un fascino selvaggio, ma con alcune accortezze. La guida dà spunti, ma non spiega davvero come vedere al meglio questi posti, se non che la stagione ideale è sicuramente quella estiva. Altrimenti il paesaggio è davvero spettrale. Dopo avere vagato in auto per quattro ore buone, sono arrivata ad alcune conclusioni: probabilmente questa zona è più adatta agli escursionisti, che possono inoltrarsi nei boschi e magari trovare Cisgne, un borgo abbandonato, chiamato l’Angkor Wat friulana. Di fatto, anche chiedendo nella frazione di Cravero non sono riuscita a capire esattamente quale sterrata andasse imboccata e quanto cammino fosse necessario. Se lo scoprite, fatemelo sapere.
Sicuramente è suggestiva Topolò, minuscola borgata che si anima in agosto per un conosciuto festival: già a metà settembre, però, abbiamo incontrato si e no due persone. Infine Stregna: la cittadina è davvero molto piccola e si visita davvero in un attimo, a meno che non vi fermiate al noto ristorante Sale e pepe.

Topolò

Topolò

Cividale

Cividale (foto di Letizia Gamberini 2018)

A ognuno la sua Grecia

Spesso mi fanno una domanda sulla Grecia: che isola consigli? E’ sempre difficile rispondere, perché nonostante tanti aspetti si ripetano, ognuna ha una sua particolarità. E lo stesso vale per le destinazioni nella parte continentale del Paese. Poi ho i miei angoli preferiti, ma è anche vero che in vacanza non cerchiamo tutti le stesse cose. Anzi.

E così, di ritorno dal mio sesto viaggio, mi è venuto in mente di fare un test semi-serio (più che altro semi, e scemo forse) su come aiutarvi a scegliere il posto giusto per voi in Grecia. Della serie, dimmi chi sei e ti dirò quale traghetto prendere. Ovviamente si fa un po’ per giocare, in una sera di agosto in una Bologna deserta: poi chissà magari ci salta fuori pure qualche dritta utile. Se poi volete una panoramica vera (e un ventaglio molto più ampio) vi rimando al prezioso sito Grecia Mia.

1) I dinamici: Amorgos

Confesso subito che questa è la mia isola preferita, e non solo nelle Cicladi. Ma Amorgos, oltre a essere bellissima- tanto per il paesaggio brullo e montagnoso, per i villaggi tradizionali, che per il mare di un azzurro intensissimo – non è adatta ai sedentari. Intanto perché anche arrivare richiede un piccolo sforzo: è una delle isole più orientali dell’arcipelago, non ci sono areoporti e da Atene vanno messe in conto almeno 4 ore di aliscafo. E poi perché, oltre le spiagge – la più bella è Agios Pavlos- non mancano le attività all’aria aperta. Amorgos è molto amata dai camminatori, per la sua fitta rete di sentieri che attraversano boschi, muretti a secco e chiesette imbiancate a calce. Ce n’è anche per i sub, che possono fare base al simpatico e organizzato centro diving di Aegiali e vivere scene da film – Le grand bleu, girato qui- in un’acqua scura e violacea. E poi anche visitare i mitici paesini richiederà un bel lavoro di gambe: Chora, Langada e Tholaria sono ancora abbastanza abitate e non troppo turistiche. Una meraviglia.

Un consiglio, anche ai più scatenati: non perdete il ritmo lento dei piccoli borghi. Fa parte della magia del luogo.

2) I sognatori: da Atene a Epidauro

Se non si è sognatori e capaci di vedere anche l’invisibile, difficilmente la ‘Grecia classica’ lascerà il segno. Un po’ di delusione, in siti a volte poco curati o dove rispetto a quanto si è studiato è rimasto forse un capitello dorico, altrimenti potrebbe essere in agguato. Forse non vale per l’Acropoli, spettacolare sulla sua collina, così come per il suo moderno museo. O per il Museo Archeologico, in cui sembra di tornare non solo alle origini della nostra civiltà, ma anche di qualcosa dentro noi stessi.
Un po’ di immaginazione, e poesia, serve invece a Micene, da visitare al tramonto quando i raggi del sole incendiano la campagna e può capitare di restare da soli a pensare ad Agamennone o alla guerra di Troia. Serve a Epidauro, nella luce argentea del mattino, quando dopo lo stupore dello spettacolare teatro, si resta un po’ perplessi davanti a colonne ricostruite con tasselli non originali. Serve immaginazione (e tanta acqua) sull’Acrocorinto, cercando il mito fra rovine e candele accese nelle chiese bizantine.

Capo Sounio

Capo Sounio

Il consiglio: noleggiate l’auto ad Atene e non tralasciate, anche se si trova dalla parte opposta, anche Capo Sounion col suo splendido Tempio di Poseidone. Per veri irriducibili del classico, con tuffo e taverna garantiti.

3) I rocker: Serifos

Se Amorgos è la mia isola preferita, Serifos è la più simpatica. Non vuole piacere per forza e la consiglio a chi cerca le casette bianche della Grecia, gli adorabili paesini cicladici, ma non punta alla perfezione, alla cornice idialliaca a tutti i costi. Serifos può permettersi di avere anche qualche spiaggia non strepitosa e qualche murales, ma il grappolo di case bianche della Chora è uno degli spettacoli più belli che ho trovato in Grecia. Trovo molto rock il monaco che da tanti anni vive da solo nel bellissimo montastero di Tachiarchis, gioviale e circondato da gatti. Trovo rock il gestore dell’unica cantina organizzata dell’isola, il giovane Christos che porta avanti le sue radici, innovando. E dormire in spiaggia sotto le tamerici invece che sotto l’ombrellone, in vero stile locale. Greek power!

Il consiglio: è un’isola comoda anche se non si hanno tanti giorni a disposizione. Dal Pireo infatti il traghetto veloce impiega solo un’ora e mezza.

4) I radical chic: il Mani

Vathia

Vathia

Può sembrare un paradosso nella stretta terra che si allunga sotto Sparta, mentre ci si inoltra in una terra di campagna, fra gli ulivi. Questo dito del Peloponneso è stato a lungo isolato, e molto povero, anche per il paesaggio arido e difficile da coltivare. Lo dimostrano i borghi in abbandono e le case-torri in rovina. Eppure. Eppure quelle restaurate oggi sono boutique hotel belli (e cari a volte) come mai avevo visto in Grecia, con la pietra viva e arredati con gusto. Accanto a calette semideserte dall’acqua cristallina, si trovano bagni attrezzati con gusto, con servizio in spiaggia, ma mai pacchiani. Se fossi un vegano (o quanto meno un vegetariano)- al netto che si mangiano stupende salsicce aromatizzate all’arancia- verrei certamente qui, dove le verdure sono freschissime e saporite, le insalate più originali del solito e quasi dappertutto ho trovato prodotti biologici. Infine, ad Areopoli e Limeni la sera il cocktail è assicurato.

Il consiglio: non si può viaggiare in questa regione senza leggere il meraviglioso libro Mani di Patrick Leigh Fermor, vera guida, anche se con gli occhi di 70 anni fa, di questi piccolo, fiero, mondo nascosto.

5)  I buongustai: Sifnos

E’ una delle isole in cui ho mangiato meglio. E’ davvero una meta, sempre nelle Cicladi, da chi cerca sì i piatti tipici, ma anche una cucina più innovativa. E magari qualche cocktail curato. Per questo il posto da non perdere è Apollonia, la cittadina che d’estate si anima di vacanzieri fra gli stretti vicoli. In uno di questi si trova anche il ristorante Rambagas del giudice dello chef greco Yiannis Loucacos, dove, ad esempio, assaggiare una moussaka fighetta (ma io preferisco quella casalinga). Sulla spiaggia di Platis Gialos, invece, oltre alle proposte con hummus del Maiolica e colazioni vegane al Palmira c’è pure un gettonato fish bar, Omega 3, in cui si è fermata Scarlett Johansson: l’anno scorso in spiaggia se ne parlava molto e i prezzi del locale, per quanto non proprio da New York, iniziano a salire.

Il consiglio: per un pranzo con i fiocchi, si può mangiare pesce fresco nel piccolo porticciolo di Heronissos, proprio sull’acqua e a un passo dalle reti.

6) I romantici: da Nauplia a Monemvasia

Amate i paesini, il loro dedalo di viuzze, gli scorci sul mare? La Grecia continentale ha i suoi assi nella manica. Come Nauplia, in Argolide, cinta dalle sue mura, con la sua impronta  veneziana e il piccolo centro da esplorare a piedi (nel senso che l’auto la si lascia proprio fuori). Per gli inguaribili romantici, si può fare anche il giro in calessino alla luce del tramonto da vedere, ovviamente, sul mare. Posizione scenografica unica per Monemvasia, nel vicino dito del Peloponneso, che resta nascosta dalla montagna per chi arriva dalla strada. Anche qui si lascia l’auto nella lunga salita che collega questa antica città bizantina alla terraferma e ci si immerge in un mondo sospeso di tetti rossi, stradine da cui sospirare davanti ai flutti e boutique hotel.

Il consiglio: in entrambe le cittadine, mettetevi una mano sul cuore e sul portafogli. Se volete visitarle, conviene spendere qualcosa in più, ma dormire dentro le mura. Qui, del resto, si viene per l’atmosfera, che però abita in vie pedonali e silenziose.

7) Per tutti: Santorini

Ci ho pensato e ripensto, questa isola entra in tante categorie e nessuna. E’ uno dei posti più iconici e fotografati della Grecia, ci sono sempre turisti, costa di più e molti puristi saranno allergici a questi aspetti. Però… però è bellissima. La verità è che Santorini secondo me è perfetta per tutti perché oguno saprà trovarci una sua speciale isola: va solo cercato il proprio angolo. La consiglio a chi ama la natura nelle sue manifestazioni più spettacolari e violente: quella semiluna di isola mancante, sprofondata sotto il mare, emozionerebbe anche un ghiacciolo, così come il contrasto fra la roccia nera, vulcanica, e un mare di un azzurro che resta per sempre negli occhi. I colori sono esplosivi nella Red Beach, ma anche nelle spiagge dove la sabbia è nera. La consiglio a chi ama il vino, perché si possono visitare cantine di buon livello e organizzate. A chi ama l’archeologia, per il sito di Akrotiri e a chi ama gli aperitivi al tramonto e la movida serale di Oia. Così come a chi vuole scappare dalla folla nei paesini, magari nel piccolo Pyrgos e rifugiarsi al ristorante Selene.

Santorini vista dal centro della Caldera

Santorini vista dal centro della Caldera

Il consiglio: Santorini è davvero tanto più affollata di altre isole (anche se confesso di essere sempre stata alla larga da quelle davvero trendy tipo Mykonos o Skiathos, che magari sono pure peggio) e per non spenderci pure troppo, può valere la pena di tenerla come base- sia in aereo che in nave- per poi magari visitare altre isole vicine come Amorgos, ad esempio, o Folegandros.

8) Gli adattabili: Naxos

E, aggiungerei, a chi sa viaggiare col cuore e occhi aperti, chi si emoziona per il semplice fatto di essere in Grecia. Fra le Cicladi, Naxos è un’isola più grande e meno spettacolare di altre, ma è davvero comoda. Si può arrivare anche con l’aereo e offre tantissimi tipi di sistemazioni, il che la rende molto adatta a chi viaggia in famiglia, magari con bambini. Quest’isola, famosa per la Portara, un suggestivo portale di pietra da cui ammirare il tramonto (ultimo frammento rimasto del tempio di Apollo), dà meno la sensazione di essere lontani dal mondo – ma può capitare nelle spiagge più occidentali come Psilli Ammos, ma offre tutto quello che si può amare della Grecia. Colorate e generose taverne sulla spiaggia, magari in quella bella di Agios Prokopios; paesini immacolati come Koronos e Koronida; una chiesetta candida per ogni giorno dell’anno, vasche serali al porto, magari fermandosi a bere un Kitron locale. E la vita diventa semplice, per chi si ferma ad apprezzarla.

Il consiglio: una sosta da I Platsa, a Koronos. La moussaka sotto il pergolato vale il viaggio.

 

Viaggio nel Peloponneso

Quest’anno, fino adesso, è stato scandito da viaggi di ritorno. Sono tornata in Giappone, in Giordania e in Grecia (tutti paesi con la lettera G, ora che vedo) e ancora una volta ho avuto la dimostrazione di come sia stimolante rivedere un luogo e sentirsi a casa in una parte del mondo diversa. Ritrovare piccole abitudini e aspetti familiari. Gli ultimi dieci giorni me lo hanno insegnato ancora di più. Nel mio sesto viaggio in Grecia, il quinto assieme a Patrick, abbiamo deciso di esplorare una parte nuova: il Peloponneso, in particolare le due ‘dita’ da Sparta in giù.

Abbiamo quindi visitato parte della Messenia e la Laconia, che a chi ha studiato greco a scuola evocheranno ben più di un compito in classe. La destinazione era un po’ una mia fissa da due anni, da quando intervistai dei ragazzi che per primi mi parlarono del Mani, una zona fuori dall’ideale classico della Grecia fatta di casine bianche e tetti azzurri che rendono così adorabili le Cicladi. Pianificai un primo viaggio nel settembre 2016, ma per un problema fisico saltò tutto all’ultimo. Mi ero messa in testa di riprovarci e così quest’anno sono riuscita a prendermi la mia rivincita. L’altro motivo, meno romantico, è che avendo ferie ad agosto ed essendoci mossi tardino, i prezzi delle isole erano lievitati. E così, trovato un volo accettabile per Atene, ci siamo andati a prendere un altro pezzetto di uno dei nostri Paesi del cuore.

Mani, Peloponneso

Mani, Peloponneso

Il cuore del viaggio è stato il Mani, la penisola centrale del Peloponneso, che si protende, sempre più stretta e tortuosa, nel Mediterraneo. Il monte Taigeto, quello su cui gli spartani abbandonavano i bambini con difetti fisici, e che quindi non sarebbero stati abili guerrieri (lo avete letto Lo Scudo di Talos?), è come se si allungasse, con le sue cime sempre più basse, fino al mare, fra Ionio ed Egeo.  E’ un angolo ellenico diverso da tutti gli altri, cristianizzato molto secoli dopo il resto del Paese e che ha sempre mantenuto una certa autonomia dalla dominazione turca. E’ un popolo che si ritiene discendente direttamente dagli spartani, non proprio caratterizzato dal carattere accomodante, visto che fino all’Ottocento nei villaggi c’era un bel far west: le famiglie erano in lotta fra di loro e si barricavano in case torri, che ancora oggi scandiscono il paesaggio, sempre più brullo e aspro man mano che ci si avvicina al Capo Tenaro, il punto più a sud della Grecia continentale.

Il Mani

Il Mani

In questo post parto dall’itinerario, sia mai che qualche vacanziero indeciso ancora possa trovare qualche idea per l’estate.

1) Atene

A volte ritornano. Anche Atene. Dopo la prima visita del 2012, mi era capitato di ripassare per la capitale, infilandomi però subito sull’autobus che porta al Pireo per imbarcarmi su qualche traghetto. Questa volta, arrivando di pomeriggio, abbiamo deciso di trascorrere qui la prima sera e di andare a fare un salutino all’Acropoli. Basta gironzolare per la Plaka per sentirsi sempre osservati dall’alto dal Partenone, con la sua luce e i suoi ponteggi, e dalla collina del Licabetto. Doveva essere una normale prima sera in cui brindare alle ferie finalmente iniziate e invece è andato in scena lo psicodramma della mia perdita del passaporto. Come ho risolto? Perché cavolo non avevo con me (anche) la carta d’identità? Lo racconterò per bene in un altro post sul tema. Allo scoccare della mezzanotte, però, ci siamo consolati con una moussaka della mitica taverna To Paradosiako (Evgenia). Sei anni dopo un grande revival.

Una piazza di Atene, Plaka

Una piazza di Atene, Plaka

2) Da Atene al Mani

La mattinata è scivolata via fra giri all’ambasciata e alla stazione di polizia, condita da un nuovo psicodramma: persi in queste incombenze, l’agenzia in cui dovevamo ritirare l’auto a noleggio (in questa sede ateniese non abbiamo avuto un’esperienza positiva, altri clienti erano iviperiti per la sporcizia della macchina) ha pensato bene di cancellare la nostra prenotazione visto che ci siamo presentati due ore in ritardo. E’ alta stagione, sapete. E’ scritto nelle condizioni. Mentre prendevamo in causa tutti gli dei dell’Olimpo, in realtà non è andata poi così male: nella zona c’erano altre compagnie e abbiamo recuperato un’ottima Golf da Axon Lease all’incirca allo stesso prezzo (480 euro per 9 giorni). E così, carichi di bile e di caldo, ce ne siamo andati nel Mani.

Mani, Peloponneso

Da Atene a Sparta si impiegano circa due ore e mezza in autostrada, poi, lasciata quella che oggi è una moderna città, la strada inizia a serpeggiare fra distese e distese di ulivi. Non ne ho mai visti tanti e in effetti l’olio assaggiato qui è davvero speciale. Nell’arco di un’altra ora siamo arrivati a Pirgos Dirou, il villaggio in cui si trovava la nostra casa-torre. Nel Mani ce ne sono a centinaia e, se molte versano in stato di abbandono, per fortuna altre sono diventate alberghi, a volte davvero belli. Noi abbiamo scelto lo Sventoura Hotel, che, a discapito del nome, è una vera benedizione per godersi la vista del mare blu, in fondo agli ulivi, vivere ogni sera il rito del tramonto e ascoltare la lunga preghiera che arriva dalla chiesa del paese. Un posto magico. Per il resto a Pirgos si trovano tre locande, un supermercato di frontiera, una farmacia, un fornaio, una pasticceria e ceramiche in vendita. Finito. Ma molti vengono per le grotte che però noi al dunque non abbiamo visitat0 (abbiamo sentito pareri discordanti e l’ingresso costa 12 euro!).

La nostra casa-torre

La nostra casa-torre

3) Mani: la costa occidentale

Il terzo giorno abbiamo esplorato questo lato della costa, sul golfo di Messenia. E’ la parte davvero imperdibile, per cogliere, a ogni curva e su ogni altura, torri e villaggi. Sembra che tante piccole San Gimignano siano state catapultate su questo tratto di costa, fra pietre e ulivi. Il villaggio più suggestivo è quello di Vathia, in gran parte abbandonato, in posizione scenografica col mare sullo sfondo. In questa zona il punto più bello per tuffarsi in quell’immensità azzurra è Marmari, dove si può scegliere fra una bella spiaggia attrezzata (7 euro due lettini con ombrellone) e una più piccola, ma praticamente deserta.

Vathia

Vathia

Imperdibile, su questo lato, una tappa ad Areopoli, con un delizioso centro storico restaurato. La consiglio soprattutto la sera, quando strade e piazze si riempono di tavolini in cui cenare o bere un cocktail. Lo stesso vale per i due minuscoli villaggi sul mare Gerolimenas e Limeni: il primo è perfetto per un aperitivo o un gelato, con la sua placida atmosfera da rifugio di pescatori; il secondo è l’ideale per una cena di pesce, in cui sembra di mangiare direttamente sull’acqua.

Marmari

Marmari

Gerolimenas

Gerolimenas

4) Mani: da Areopoli e Kardamyli

Giorno quattro. Di nuovo in auto, questa volta verso nord, verso Kardamyli. Secondo la nostra datata ma fedele Routard, questo tratto di strada è imperdibile e sono piuttosto d’accordo. Gli scorci sul mare sono bellissimi, mentre la vegetazione diventa sempre più verde. Lungo il tragitto, di oltre un’ora, si attraversano paesini dall’atmosfera sospesa e le tegole di chiesette bizantine punteggiano la campagna.

A Kardamyli volevamo visitare la casa di Patrick Leigh Fermor, autore di quel libro, Mani. Viaggi nel Peloponneso (Adelphi), che abbiamo letto ad alta voce tutti i giorni: da queste parti vale più di mille guide. La casa sulla baia purtroppo era ancora in restauro (ospiterà una residenza per scrittori e artisti) e così siamo saliti sul fianco della montagna per arrivare a Exochori, dove riposano i resti di Bruce Chatwin. Proprio lui, il grande scrittore-viaggiatore, amico di Leigh Fermor, che riposa ai piedi di una chiesetta sperduta fra gli ulivi. Né una lapide né un cartello indicano il luogo, ma ci si arriva da una strada nel bosco che parte dal cimitero. Una bella spiaggia di sassi bianchi (non è attrezzata, ma c’è un bar) è quella di Foneas, qualche chilometro prima di Kardamyli.

Il luogo in cui riposa Chatwin

5) Mani: la costa orientale

Nella quinta giornata abbiamo esplorato la costa orientale, già Laconia. Siamo partiti dal capo Tenaro, dove la strada finisce in una spiaggetta incantevole, dalle acque cristalline (il mio tuffo preferito ammetto). E’ un punto ideale per immergersi dopo avere camminato fino al faro che si trova proprio sulla punta; il sentiero che vi arriva è suggestivo, ma esposto al sole, quindi meglio muoversi presto e con scorte d’acqua (non è lunghissimo, servono 45 minuti ad andare, più quelli per tornare). Il paesaggio qui diventa sempre più essenziale, con pennellate di blu e del rosso del terreno.

Da qui si può sostare a pranzo nella vicina e tranquilla Porto Kagio, per mangiare con i piedi nell’acqua, per poi risalire e incontrare nuovi villaggi. Il più suggestivo è Lagia, con la sua bella piazza, ma si difende anche Flomochori, con le torri più alte della zona. E’ un viaggio nel tempo da fare con lentezza, piccole soste, e un tuffo nella spiaggetta di Alipa (con taverna).

Porto Kagio

Flomochori

6) Dal Mani a Monemvasia

A malincuore abbiamo lasciato il Mani per arrivare in Laconia, ma non prima di passare qualche ora domenicale sulla bella e grande spiaggia di Skoutari, con la sua acqua cristallina e calda. Il luogo giusto per trovarsi fra famiglie greche, mentre le ore scorrono fra bagni, la taverna, un caffè frappè e una siesta sotto le tamerici. Da qui si arriva a Ghytio e alla spiaggia di Valtaki con un relitto che per un attimo mi ha fatto pensare alla Skeleton Coast della Namibia: si tratta di una nave enorme, incagliatasi su questa spiaggia nel 1981, e che non è più stata rimossa.

La nave Dimitrios

La nave Dimitrios

Ancora un’ora di auto, fra olivi e aranceti, ed ecco comparire lo strano sperone di roccia che custodisce la cittadina bizantina di Monemvasia. E’ un luogo pazzesco (pieno di turisti eh, rassegnamoci tutti, mi ha ricordato una Dubrovnik in miniatura), con chiese e vicoli nascosti dalla roccia e visibili sono dal mare.  L’ideale è arrivare verso sera, godersi il tramonto  e cenare nel centro storico (c’è anche una parte della città moderna: costa meno, ma è indubbiamente meno suggestiva). La mattina presto, invece, è il momento ideale per scoprire il dedalo dei vicoli e arrivare fino alla chiesa in cima al monte: dopo la solita salita spezza-gambe dei paesini greci, si è ripagati da una vista splendida, immensa.

Monemvasia

7) Elafonisos

Intorno alle 11 di mattina abbiamo lasciato Monemvasia, per raggiungere la minuscola isola di Elafonisos. In auto si impiega circa un’ora e mezza per arrivare al punto in cui si prende il traghetto: la traversata dura solo dieci minuti, ma la coda per imbarcarsi può richiedere ore, quindi cercate di spostarvi in orari un po’ tattici. A noi, arrivati un po’ prima delle 13, sono serviti circa 45 minuti per portare l’auto di là (13 euro per due persone e un’auto a tratta). Elafonisos è un’isola estesa su 19 chilometri; è piccolissima, la meta ideale per i patiti del mare. Negli ultimi anni la spiaggia di Simos (anzi, le spiagge) è stata più volte considerata la più bella del Mediterraneo per la sua acqua chiarissima, quasi tropicale in effetti, e la particolare forma, come di due semilune divise da una striscia di sabbia. La spiaggia è suggestiva, attrezzata in tre punti, ma per i miei gusti comunque troppo grande e affollata. Una curiosità: è praticamente l’unico posto in cui abbiamo trovato connazionali.

Simos Beach

Simos Beach

L’unico paese si distende sul porto e la sera si anima come non mai: non si contano i ristorantini sul mare e la gente è così tanta (almeno in agosto eh) che per la prima volta in via mia in Grecia ho dovuto prenotare per mangiare! Il pesce comunque è ottimo e il posto migliore per assaggiarlo, così come la specialità locale tsaiti (una croccante sfoglia ripiena di formaggio e menta), è la taverna Aronis (e che prezzi super). Non dovete farvi l’idea che il posto mi abbia deluso, tutt’altro. Mi sono goduta l’atmosfera rilassata, la colazione sull’acqua nella nostra pensioncina, il clima un po’ da Riviera, di passeggiatina serale, e, soprattutto, la sensazione di essere sempre avvolti dall’azzurro tenue del mare e del cielo. Poi, certo, se non siete troppo marittimi due giorni bastano e avanzano.

Elafonisos Hotel

Elafonisos Hotel

8) Elafonisos e città sommerse

Anche l’ottavo giorno lo abbiamo trascorso a Elafonisos. E’ così che ho scoperto la seconda spiaggia dell’isola, Panaghia, che francamente mi è piaciuta molto di più. A parte la trovata di prendere due puff al posto del lettino, l’acqua mi è sembrata, se possibile, ancora più bella e calda e un po’ più profonda come piace a me. E poi, oltre il fatto che ci sono molto meno persone, è davvero bella la strada, se pur breve, che si fa per arrivare.

Verso Panaghia

Verso Panaghia

Nel pomeriggio ci siamo lanciati in quelle esperienze sempre borderline fra la fregatura e la bazza che è il giro in barca organizzato. Anche questo caso ha confermato la statistica, ma almeno costava 10 euro, tutto sommato meritati. L’idea era riuscire a fare snorkeling sopra la città sommersa di Pavlopetri, che si trova fra l’isola e la spiaggia di Pounta sulla terraferma. La storia è davvero affascinante: si tratta di una grande città sommersa, abitata circa 5mila anni fa e pure in epoca micenea. A pochissimi metri sotto la superficie di questa acqua cristallina si possono vedere i resti delle abitazioni e speravo davvero di nuotare in zona. Giustamente le barche non possono arrivare troppo vicine e anche le immersioni sub sono vietate: noi, però, siamo stati lasciati davvero troppo distanti dal punto esatto e dopo avere nuotato a lungo in mare aperto abbiamo dovuto rinunciare per non lasciarci le penne. Vabbè, chi ci riesce mi dica com’è.

Lì sotto c’è Pavlopetri

9) Mistras

Lasciata Elafonisos il mattino, ci siamo rimessi in auto per tornare da dove eravamo partiti: Sparta. In due ore e mezza si arriva in quella che oggi è una città moderna, universitaria, vivace. Le tracce del passato sono davvero poche, ma il piccolo museo archeologico merita una visita prima di cercare una taverna per il pranzo. Il nostro vero obiettivo, però, era proseguire altri cinque chilometri per salire verso Mistras, un sito archeologico davvero imponente. Mistras è stata una città bizantina importante, due volte veneziana e ottomana, e oggi è soprattutto una città fantasma. Sul dorso del monte, sovrastato da un castello franco, spuntano chiese affascinanti, ma anche molti ruderi. Un monastero, in realtà, è ancora abitato da monache: è davvero un luogo di pace, fra affreschi incredibili, gatti e fiori colorati. Si vede che c’è il tocco femminile. Noi siamo entrati dalle 17 alle 20, l’orario secondo me migliore per il caldo e per la luce che incendia la pietra. Si esce giusto in tempo per tornare in taverna nel minuscolo centro abitato e guardare gli umarells locali che conversano nella leggera brezza serale.
(Ps. se alloggiate all’Hotel Byzanthion, è bello passare le ore più calde del pomeriggio nella piscina fra gli ulivi).

Mistras

Mistras

10) Ritorno ad Atene

Siamo partiti alle 7 di mattina per arrivare entro le 10 all’areoporto di Atene, dove dovevo recuperare il mio passaporto ritrovato. Risolto questo nodo cruciale per il rientro in aereo, un po’ ci dispiaceva di tornare nella capitale: sembrava di sprecare un po’ l’ultimo giorno di viaggio. E invece, l’imprevisto si è trasformato in opportunità. Per prima cosa abbiamo fatto il colpo di testa di girare la macchina e puntare verso Capo Suonion, uno dei nostri luoghi preferiti di quella visita di sei anni fa. Il tempio di Poseidone era ancora lì, nel suo candore battuto dal vento, in cima al promontorio su un mare blu denso, quasi violaceo. Irresistibile l’ultimo tuffo, tirando fuori ancora una volta i costumi dalla valigia. E’ stato un momento stupendo, come solo i ritorni nei luoghi amati può regalare. Lo stesso vale per la taverna sulla spiaggia, che è stato bello ritrovare, con l’aria stanca dei camerieri, la retsina e l’insalata greca.

Capo Sounion

Siamo così ritornati in fretta e furia ad Atene, per riportare l’auto in tempo. E il meglio doveva ancora venire perché, esauriti l’altra volta gli imperdibili del viaggio, abbiamo visitato l’incantevole museo Benaki (quel giorno pure gratuito), in cui si ripercorre tutta la storia greca dalle figurine cicladiche, ai vasi con le figure prime nere e poi rosse, fino all’Indipendenza. Noi puntavamo soprattutto, però, alla mostra fotografica di… Joan Leigh Fermor. Ci siamo rituffati, questa volta attraverso le immagini in bianco e nero, nella Grecia degli anni Cinquanta che Paddy Leigh Fermor ci aveva raccontato in Mani. E’ stato come ritrovare vecchi amici, stessi occhi e parole. Non credo siano solo coincidenze.

Col cuore già sazio ci siamo rilanciati un’ultima volta nella Plaka, in un’Atene calda e pulsante di vita. Turisti, giovani, manifestanti, famiglie. C’era un’umanità rumorosa e vivace fra l’Acropoli e la collina di Filopappo, da cui si gode, io credo, la vista più bella della città: dal Licabetto al Pireo. Al di sotto c’è l’Atene di oggi, con le sue rovine che non invecchiano davvero mai, con la sua storia che si sovrascrive incessantemente su colonne e chiese, con i suoi tavoli sempre pieni di persone che mangiano, bevono, ridono. Questa città sembra attraversata da un flusso del tempo che scorre nelle vene, sotto terra, sotto i marciapiedi, dietro i murales. E’ una città viva e io la adoro.

Il mio viaggio in Italia verso la Calabria

Riprendiamoci le nostre piccole patrie — quelle che abbiamo trascurato in nome
dei voli low cost — sapendo che errare, nel clima avvelenato che ci circonda,
non è più evasione, ma il suo contrario. Non fuga dal mondo, ma un modo per aggrapparsi
ad esso e riattivare il contatto fra uomini. 

Paolo Rumiz

Di viaggi in viaggio

E’ da un po’ che mi interrogo sui motivi che mi spingono a viaggiare e su come sia cambiato velocemente, negli ultimi anni, il modo in cui viaggiamo io e la gente che mi circonda. Provengo da una famiglia in cui esistevano solo le vacanze estive, declinate in forma di villeggiatura: due settimane al mare in Riviera e un paio di mesi sull’Appennino, nei luoghi in cui erano nati i nonni, in case con mobili di seconda mano. La tipica estate bolognese, insomma – almeno se non eri uno che aveva la villa sui colli o venivi dal cemento del Pilastro-, intervallata, solo per alcuni anni al liceo, da brevi giri in famiglia fra sud Italia e Francia. Al massimo Austria.

Il mio primo aereo l’ho preso a 17 anni, per Dublino, poi ho esplorato solo il Mediterraneo vicino, fra Sardegna, Grecia e Baleari. Non sembrava possibile immaginare una vacanza senza mare. A 25 anni ho messo il naso fuori dall’Europa, con un viaggio in Marocco che in casa è stato accolto come l’annuncio di un militare che parte per l’Iraq. E così, nella valle del Dadès, è iniziata la grande passione per esplorare questo mondo in cui viviamo; solo questo, immagino, visto che già ho paura dell’aereo e non credo che metterò mai piede su un’astronave. Questa passione non si è più spenta, anzi è stata alimentata da ogni puntino sulla mappa in cui sono arrivata a bordo di un mezzo improbabile, da ogni città visitata, che fosse una metropoli o un villaggio tribale. Ho avuto la fortuna di viaggiare – cosa che mi ricordano del resto ogni due per tre, soprattutto quelle persone che non credo che poi rinuncerebbero, legittimamente, al relax di un lettino in spiaggia a un’ora da casa (l’ho detto, poi tacerò per sempre) – in Asia, India, Africa, Stati Uniti e pure di arrivare fino in Nuova Zelanda. Più lontano di così era difficile. Sono stata quattro volte in Giappone e ne ho scritto una guida. Ho aperto un blog, per lasciar correre i pensieri, per non dimenticarmi facce e sensazioni. Perché mi diverto un sacco quando qualcuno mi chiede un consiglio su una destinazione, che sia un ristorante bolognese o un’isola greca.

Ma in verità, oltre me, il mondo viaggia. Me ne rendo conto nei Paesi che visito, dove comitive di certe nazionalità fino a qualche anno fa non si vedevano neanche all’orizzonte. E’ più facile prenotare un aereo di un bus, costa meno di una notte di un albergo in qualsiasi zona turistica d’Italia. Di viaggi sono pieni i social – ci provo pure io anche se sono una nemica del seo, mi vergogno a risentire la mia voce nelle storie su Instagram e dico bacheca al posto di timeline – così come fioccano mappe da grattare da attaccare da qualche parte, sulla parete. E’ bellissimo, ma il mondo si è come rimpicciolito.

Viaggio in auto verso sud

Dove sto andando a parare, in un post che vuole parlare dell’Italia? Al fatto che andare in luoghi con odori e sapori diversi dal mio è un tipo di sete che non credo si spegnerà mai, perché è una cosa che ho come sposato nella mia vita (quando non sono al verde). Ma viaggiare solo all’estero è viaggiare a metà. E viceversa. Nell’ultimo anno la sete di Paesi sempre nuovi si accompagna a una nuova esigenza, quella di tornare all’incredibilmente vicino. Al piccolo e piccolissimo, a quei boschi sull’Appennino così famigliari quando ero bambina (sto invecchiando, è un chiaro segno), perché case di pietra, tradizioni e storie delle nostre terre stanno scivolando via sotto il nostro naso, fuori dai motori di ricerca e da Wikipedia. Vale per tutto il mondo, immagino, ma sento il bisogno di ripartire dai luoghi che abbiamo più a portata, dove probabilmente non arriverà mai alcun influencer, ma che forse sono davvero il futuro. O meglio, se ci perdiamo quel passato, se ci perdiamo una ricetta, un vitigno autoctono, una casa che abbia la forma di casa, una mozzarella che sappia di mozzarella (che poi ci tocca andarla a recuperare in un mercatino a chilometro zero, dove costa come diamanti, in macchina, ma almeno ci sentiamo sostenibili) secondo me ci perdiamo un pezzo di futuro.

Stilo

Tutti questi pensieri si sono sedimentati nella mia testa soprattutto nell’ultima settimana che ho trascorso nel centro e sud d’Italia. In realtà poi erano iniziati un anno fa, quando abbiamo scelto di comprare casa fuori da Bologna, che già di per sé è una pazzia comprare casa, figuriamoci in mezzo ai calanchi, in un parco, dove internet fa le acrobazie e un temporale mi fa saltare Sky come un birillo. Non saranno i colli bolognesi, però mi sveglio con gli alberi davanti agli occhi.

Ma continuo a divagare.

Dunque eravamo diretti in Calabria, a Soverato, per alcuni giorni in famiglia, e io e Patrick abbiamo deciso di andare in auto, prendendola alla larga. Pensavo di fare tappe vicino alla costiera amalfitana, e invece, complici due amici che hanno scelto di andare a vivere in un borgo del Frusinate, siamo penetrati in un’Italia centrale a me sconosciuta. Un Lazio che non è Roma, che non è Fiumicino, che avevo solo sfiorato a Fiuggi, quando andai a preparare l’esame di stato da giornalista. Poi più. Ho ritrovato un Paese di piccoli borghi, di case di pietra, feste di paese, di cibi semplici ma buonissimi, di vitigni mai sentiti e su cui scommettono produttori giovani. Non importa che a me il vino biodinamico poi piaccia il giusto: loro si prendono a briga di rischiare. E’ un Paese che vive ai lati dell’autostrada, in mezzo al verde: c’è molta più natura di quanto pensassi in Italia, passando fra il Pollino, le Murge e la valle di Comino. Ho deciso che è un tipo di Paese che voglio raccontare, che non è perfetto, con le buche nelle strade e scheletri di case non finite, ma che per certi tratti è così indietro nel tempo da sembrarmi avanti.

Ecco il nostro giro, fra tesori nascosti e altri decisamente conosciuti.

Lazio

Partendo molto presto siamo riusciti fare un passaggio a Civita di Bagnoregio, in provincia di Viterbo, ma a un passo dall’Umbria. E’ un luogo in realtà ormai piuttosto famoso, tanto che siamo scampati per un soffio ai pullman di turisti, soprattutto cinesi. Ma questo minuscolo centro storico aggrappato al tufo, in mezzo a voragini della terra, è davvero suggestivo, soprattutto quando avvistato da lontano. Ve lo ricordate quel pezzetto di Fantàsia che rimane nella Storia Infinita? Mi ha fatto pensare a quello. La chiamano ‘la città che muore’ proprio per questo, per le frane, i terremoti del passato, l’abbandono progressivo degli abitanti. Eppure la vecchia civita se ne sta sempre lì, appollaiata fra i calanchi, e oggi è un piccolo museo a cielo aperto fatto di ristorantini, enoteche e B&b. Fiori ai balconi, vicoletti in pietra, gatti: è il piccolo paradiso del turista, ma dal fascino intatto.
Per accedere al ripido ponte pedonale che porta al borgo si paga un biglietto d’ingresso di 3 euro.

Civita di Bagnoregio

La tappa successiva è stata Ceprano, cittadina che ha pagato i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, ma comoda per incontrare gli amici. Un pranzo in piazza fra un calice di Chardonnay bello freddo e un cacio e pepe è stata una piccola iniziazione a questa campagna laziale. Da qui si raggiungono borghi come Rocca d’Arce, con la sua toponomastica precedente l’Unità d’Italia. O posti come Isola del Liri, dal nome del fiume che si butta nel centro storico con una spettacolare cascata. E’ l’unico esempio in Europa e, prenotando prima la visita, si può quasi quasi toccare l’acqua in salto da un castello privato.

Isola del Liri

Isola del Liri

Sempre nel giro di una mezzora in auto, si arriva, spostandosi verso l’Abruzzo, nella valle di Comino, un luogo verde e fiabesco. Fra i tanti borghi, abbiamo scelto San Donato, aggrappato alla montagna. E’ un luogo che ho amato molto e dove abbiamo trovato una festa di primavera con street food e musica: fra i piatti locali deliziosi ho scoperto vitigni autoctoni, mentre l’arrosticino d’agnello ha già varcato i confini regionali. Sempre nei paraggi c’è la storica abbazia di Montecassino, che abbiamo visto svettare da lontano, mentre riprendevamo l’autostrada per scendere nel Beneventano.
Info: se pernottate in zona vi consiglio il B&b il Bruco, immerso nel verde (e che piscina).

Campania

Volevamo berci un calice di Falanghina, ma è stato più difficile del previsto: di domenica gli agriturismi, in questo periodo dell’anno, nel Sannio sembrano tutti fagocitati da feste di famiglia con partecipanti in grande spolvero. La missione pranzo è stata un po’ fallimentare- e alla fine siamo rimasti incastrati nel menù fisso di un battesimo – ma la tappa a Sant’Agata dei Goti una vera scoperta. Il centro storico di questa cittadina ai piedi del monte Taburno (quello dell’Aglianico) sembra uscito da una serie fantasy, con le cupole colorate delle chiese e la voragine che si apre da un lato (in effetti è stato set di diversi film). Una volta oltrepassato il ponte vertiginoso sul fiume, è tutto un susseguirsi di chiese, alcune di epoca longobarda, e di piazzette. Siamo capitati il 3 giugno, trovando casualmente la celebre infiorata del Corpus Domini, con la sua esplosione di colori.

Sant'Agata de' Goti

Calabria

Ed eccoci di nuovo in auto, per quattro ore, direzione costa ionica. Lungo lo strada ci siamo fermati al bellissimo castello svevo che veglia su Cosenza, fra fichi d’india e rondini. Purtroppo, almeno di domenica, chiudeva alle 18 e siamo rimasti fuori: non capisco una chiusura così presto d’estate, ma così è la Calabria. Siamo giunti alla fine a Soverato, città turistica, che mi resterà per sempre negli occhi per il mare azzurro e trasparente e gli alberi di oleandri fino in spiaggia. Una meraviglia. In realtà il turismo sembra essere soprattutto quello della gente che torna fra luglio e agosto, perché a inizio giugno, nonostante il caldo già estivo, molti bagni erano ancora chiusi. E’ una cosa che colpisce chi viene dalla Romagna dove tutti già sono in spiaggia per la pausa pranzo almeno dal primo maggio. Sembra che l’apertura ai visitatori nuovi sia un capitolo molto recente della storia di questi posti.

La spiaggia di Soverato

Da qui abbiamo esplorato soprattutto la provincia di Cosenza, ma non solo. Ci siamo spinti più a sud nel suggestivo borgo di Badolato, un altro paese quasi ucciso dall’abbandono dei cittadini dopo una drammatica alluvione negli anni Sessanta. Oggi si cammina ancora fra vicoli deserti e chiese chiuse (come la stupenda Chiesa dell’Immacolata), ma gli stranieri hanno cominciato a comprare case e un po’ di vita è tornata fra catoi e muri scrostati. E’ un posto che meriterebbe di più.

Badolato

Poco distante c’è Stilo, altro paese placido, dove è bello gustarsi una granita in piazza con gli anziani che giocano a carte, dopo avere visitato la Cattolica. E’ una chiesa bizantina splendida, un vero angolo di Grecia giunto fin qui, fra fichi d’india, ulivi e macchia mediterranea. L’interno è anche meglio, quando ci si sente osservati da austeri occhi di santi che affiorano dagli affreschi ben restaurati. Tornando più verso Soverato, merita una sosta anche la tranquilla Stalettì, sempre in posizione sopraelevata rispetto al mare, da cui godersi la quotidianità della gente del posto, facendo indigestione di cremolata al bar Jolly (una bontà illegale).

La Cattolica

La piazza di Stilo

La piazza di Stilo

Sulla costa tirrenica, invece, sembra di fare un tuffo nel Regno di Napoli camminando fra i vicoli di Tropea e Pizzo, con i loro scorci mozzafiato sul mare. Ma bisogna uscire dalle strade principali e perdersi nei vicoli dietro. Piccolo aneddoto: a Pizzo, mentre cercavamo la piazza principale una signora ci ha indicato la via dove trovare pescheria e macelleria. Eravamo chiaramente turisti, ma lei non ci ha suggerito chiese o bar, ma una macelleria. Rende proprio l’idea. Se venite fin qui, però, non perdetevi il tartufo di Pizzo, una piccola bomba calorica, ma commovente (noi abbiamo provati quelli artigianali di Domenico Penna). Della cipolla di Tropea sono sicura invece che sapete già tutto, ma non perdetevi la spiaggia, in posizione suggestiva, proprio sotto il paese (la mia preferita, però, è Caminia).

Pizzo

Un altro aspetto affascinante della Calabria, è la presenza di siti e ricchezze archeologiche. Poco distante da Caminia, si varca la soglia di un mondo antico e perduto nel Parco archeologico di Scolacium: un sito meraviglioso e si viaggia fra secoli di storia, dai greci ai bizantini, camminando fra centinaia di ulivi: è un posto magico, soprattutto nella luce del tramonto (chiude alle 19).

Il consiglio: una cena nel cortile dello Spuntino Campagnolo, a Soverato. E’ un vero assaggio di tutti i piatti di questa terra, illustrati dal titolare, allergico ai Trip e trap (che sarebbe poi Trip Advisor). Abbiamo trascorso una serata meravigliosa (è chiuso di mercoledì).

Basilicata

Lungo la via del ritorno la tentazione si chiamava Matera. Una città che volevo vedere da troppo tempo, proprio come la Basilicata, una regione sempre poco conosciuta, un po’ ai margini. E così abbiamo diretto l’auto a nord, lasciando il mare per una campagna rigogliosa, mentre le case si diradavano. L’ingresso è stato memorabile: visto che una strada era chiusa, la Municipale ci ha fatto strada in auto fino al B&b! Abbiamo così iniziato a esplorare la zona del sasso Barisano, fino al Duomo, verso sera, mentre la luce scendeva trasformando la città in un presepe di pietra. Era da tempo che una città non mi emozionava come Matera, con la sua storia di abbandono e rinascita, fino alla nomina di Città della cultura 2019. Ne parlerò presto a parte, ma è un luogo oltre il tempo, incastonato in un paesaggio lunare, fra chiese rupestri, scale bagnate di luce, piazze, terrazze su quella città più bassa, scavata nella pietra. Mi piace pensare che sia una città morta e rinata, anche grazie a un libro: Cristo si è fermato a Eboli, che ha fatto conoscere all’Italia come si viveva dentro quei sassi, in quale miseria, in quegli anni. Da quel libro si è messa in moto la ricostruzione, con i suoi alti e bassi.
Il consiglio: non perdete la visita di Casa Noha, gestita dal Fai, che spiega bene la storia stratificata della città.

Puglia

Una volta che sei arrivato fino a Matera, vuoi non fare altri cinquanta chilometri per arrivare fino a Castel del Monte? E così eccoci arrivare nella campagna assolata di Andria, dove sbuca su un’altura questo castello medievale così particolare. Un po’ per la forma geometrica perfetta, un po’ per le simbologie numeriche legate al numero otto. Un po’ per la posizione isolata, come se fosse stato appoggiato dagli alieni fra gli ulivi, un po’ per la pietra bianca calcarea abbagliante. Federico II amava questi luoghi e, affacciandosi dalle bifore del secondo piano, si capisce anche perché (altro che inverni tedeschi, mi viene da dire). E’ più un monumento che un castello, un simbolo, più che un’abitazione. Se ne sta lassù col suo mistero, mentre cerchiamo un posto per il pranzo fra gli ulivi, prima di imboccare l’A14. Ma la maledizione dell’agriturismo domenicale ci castiga un’altra volta: nei dintorni è tutto prenotato. La burrata ci aspetta per la prossima volta.

Info: l’auto va lasciata nel grande parcheggio sotto Castel del Monte, al costo di 5 euro. Da qui una navetta, su cui farete a sportellate con i tedeschi) vi porta sulla collina in pochi minuti, Il biglietto costa un euro, mentre l’ingresso al castello costa 10 euro.

Come organizzare un viaggio in Giordania

Se dovessi dire la prima parola che mi viene in mente pensando alla Giordania, direi subito divertimento. Quello che ho appena fatto è stato un viaggio un po’ diverso per me, con quattro amiche (e non ci conoscevamo nemmeno tutte fino al giorno prima) ed è stata un’esperienza bellissima, fra risate, cibo, cibo, ancora cibo, qualche birra di contrabbando, e una bella dose di leggerezza. Che ogni tanto proprio non guasta.

Ma, povera Giordania, sarebbe proprio riduttivo se mi fermassi alla parola divertimento. Per me questo era il secondo viaggio (anche se il primo è stato poco più di un assaggio) e la verità che questo paese è splendido, accogliente e ogni giorno stupisce per un aspetto diverso. E’ come sfogliare un libro sempre nuovo a ogni tappa, a ogni curva: dopo essersi sentiti Alberto Angela nell’antica città romana di Jerash, arrivano i grattacieli di Amman, per poi passare ore su strade dai colori polverosi, fino al rosso del Wadi Rum e al mondo, velato di rosa, di Petra.

Le guide

In questo post mi vorrei concentrare sulle informazioni pratiche e sull’itinerario scelto, anche perché l’ultima Lonely Planet, che comunque è affidabile, è del 2015 e ho fatto fatica a trovarla in libreria (e diciamolo, il Medio Oriente purtroppo da anni non è troppo gettonato). In compenso è utilissima la guida ViaggiAutori scritta da Cristina Rampado, che vi porta per due settimane in un paese che è una vera perla rara.  In cui ho trovato una conferma: ho una particolare sintonia con questo angolo di mondo, con paesaggi desertici e il tempo scandito dalla voce dei muezzin (magari di notte no, ecco).

L’itinerario

Il viaggio è durato una settimana, da martedì a martedì e queste due giornate se ne sono un po’ volate via in viaggio. Ma come tempo è tendenzialmente sufficiente per visitare già parecchie cose.

Siamo atterrate ad Amman, dove abbiamo trascorso la prima sera, rompendo il ghiaccio in Rainbow Street, una delle vie più famose in centro.

Apro una parentesi. Questa zona centrale si trova nella parte est della capitale, quella più vecchia, mentre grattacieli, ambasciate e locali alla moda sono in continua espansione nella zona ovest. I due lati della città sono collegati da un ponte pazzesco, alto più di 200 metri e molto suggestivo quando di notte si illumina di blu. Ma dicevo Rainbow street, una via pedonale (una rarità in una città che sembra fatta per spostarsi solo in auto) costellata di locali di vario tipo: il nostro driver Jacob (poi vi parlerò di lui) ci ha portato in un posto molto carino, sotto libreria e sopra caffè, il Books@cafè. Oltre che per la bella terrazza sui sette colli della capitale (vi ricorda qualcosa? La storia si ripete), è uno dei posti da tenere presente per bere qualcosa che assomigli a un alcolico: nonostante Amman sia una città moderna, siamo pur sempre in un paese musulmano e trovare un drink può non essere semplice. Giusto un aneddoto per far capire l’andazzo: la seconda sera eravamo in uno dei ristoranti più rinomati di Amman (il Sufra, bellissimo, sempre in Rainbow street) e quando abbiamo chiesto una birra ci hanno bellamente risposto di no, dicendo che tenevano alla nostra salute! Ci siamo sentite delle vere alcolizzate. Beh, ecco la Giordania è anche questo.

Ma eccoci al secondo giorno di viaggio, dedicato alla parte subito a nord della capitale, quella più verde del paese. La nostra prima tappa era il castello di Ajlun, in posizione suggestiva su un’altura da cui si arriva con lo sguardo fino a Israele: i confini qui sono tutti molto vicini. Il castello è ben restaurato e merita una sosta, anche se il pezzo forte è in realtà Jerash, con i suoi scavi archeologici. La vecchia città romana è enorme e vanno messe in conto circa tre ore per camminare nel tempo fra colonne, teatri e uno stupendo cardo romano dalle pietre sconnesse. E’ un sito patrimonio Unesco ed è veramente imponente: il colore della pietra fra il rosa e il giallo cambia continuamente con la luce. Inutile dire che se arriverete alle 13 come noi il rischio di abbrustolirvi è concreto, quindi occhio al sole! Per riprendervi, comunque, c’è sempre il ristorante Artemis: l’aspetto è un po’ presidenziale, ma la cucina è straordinaria (anche se decisamente abbondante, regolatevi).

Il terzo giorno abbiamo dedicato la mattina al centro di Amman visitando la cittadella, in stupenda posizione sopraelevata, da cui si abbraccia con lo sguardo la città e la sua cascata di case chiare. La dose di archeologia di questi primi due giorni è finita col teatro romano, interessante anche perché pieno di giovani del posto. Non siamo riuscite a entrare nella moschea di re Abdullah, aperta anche ai non musulmani e famosa per la cupola blu, perché era orario di preghiera e così abbiamo proseguito per il Monte Nebo. E’ uno dei posti che mi ha colpito di più e che mostra un’altra faccia della Giordania: quella di paese ricco di siti importanti per la spiritualità di tante religioni, come questo.

Qui, infatti, morì Mosè, una super star anche per i musulmani, che riuscì da questa altura a vedere solo la Terra Promessa, senza però potervi entrare. E’ emozionante ancora oggi guardare da lontano, in mezzo alla sabbia che si alza spesso nel pomeriggio, verso i territori palestinesi e, laggiù dietro la foschia, cercare con gli occhi Gerusalemme. La luminosa chiesa francescana merita anche per l’interno, con enormi mosaici che raffigurano animali. Religione o no, questo posto simboleggia una ricerca durata una vita (e il caffè nel bar del parcheggio è top).

A pochi chilometri da qui si trova Madaba, una cittadina di provincia molto piacevole. Tappa d’obbligo la chiesa ortodossa di San Giorgio, con un mosaico (giuro che è l’ultimo di cui parlo) splendido: è una vera e propria mappa di un mondo antichissimo, rappresentato come nella sigla del Trono di spade. Confesso che Madaba varrebbe il viaggio anche solo per andare a cena nel ristorante Haret Jdoudna, in una corte interna meravigliosa. La migliore cena di tutta la Giordania: piatti buonissimi, birra, narghilè e pure musica dal vivo. Una meraviglia.

Il quarto giorno lo abbiamo dedicato al Mar Morto, un posto spettacolare, con un gioco di colori continuo fra l’azzurro dell’acqua e il paesaggio aspro e desertico circostante. La formula migliore per staccare davvero la spina è quella del resort, anche per accedere a una spiaggia privata, per le donne l’unico posto in cui si può essere libere di mettersi in costume: lungo la costa, altrimenti, scordatevelo (pure negli alberghi vedrete parecchi burkini, quindi fate un po’ voi). Noi abbiamo scelto l’Hilton, albergo inaugurato da poco, dove ci siamo sentite in Mercoledì da leoni, fra piscine a sfioro, cocktail alla frutta e, ovviamente, fanghi e bagni nel mare in cui si galleggia per l’elevata concentrazione di sale. Tradotto, immergersi qui è davvero una sensazione pazzesca, sembra di avere sempre una tavoletta sotto il sedere.

Il quinto giorno ci siamo spostate sempre più a sud, sempre lungo la Strada dei re. Abbiamo rinunciato all’escursione nel Wadi Mujib perché era stato appena riaperto dopo le piogge e l’acqua nel canyon era alta. Credo sia un percorso davvero suggestivo, ma bisogna essere attrezzati, con scarpine di gomma e costume a portata. E così abbiamo puntato direttamente al deserto, passando per il meraviglioso Wadi Araba, con distese e distese di rocce dalle forme più incredibili. Arrivate alle porte del Wadi Rum, abbiamo subito fatto il classico giro fino al tramonto a bordo di una jeep guidata da un beduino scatenato. In realtà non ci siamo fatte mancare nulla: dal ballo con altri beduini nel campo tendato (con barbe curate alla David Beckham, non crediate), dolcetti e narghilè davanti al fuoco, cammello all’alba (cammello che disarciona il passeggero, invece, quello solo a me: nuovo cameo 2018).

Il sesto e il settimo giorno li abbiamo dedicati a Petra, il che vuol dire che è stato come partire per Marte, e ritorno. Non sto scherzando, questa antica città nabatea scavata nella roccia l’avevo pure già vista, ma non ci si può abituare mai a uno spettacolo così. Tanta bellezza non basta mai. E’ molto più di un sito archeologico, sono più città in una, con il suo clima un po’ spettrale visto che, di fatto, la maggior parte delle visite verte attorno a tombe. In generale, un giorno e mezzo dentro il sito è il minimo per vedere le attrattive principali, piccola Petra compresa.
Un consiglio: l’hotel Petra Moon, davvero perfetto come posizione (è a pochi metri dall’ingresso), colazione e terrazza panoramica con tanto di barbeque serale strepitoso. Se andate d’estate c’è pure la piscina.

Volo e documenti

Noi abbiamo volato con una combinazione di Royal Jordanian e Alitalia e globalmente ci siamo trovate bene, nonostante la partenza in un giorno di sciopero. A parte il fatto di avere scoperto di sghetto che ci avevano cancellato il volo da Bologna a Roma (quindi, l’invito è di controllare sempre anche i siti degli aeroporti per non avere sorprese), e le turbolenze a Fiumicino al ritorno, alla fine siamo state graziate e partite in orario. Il prezzo non è mai calato tanto, da gennaio ad aprile: la media era sempre circa 35o euro (ma dall’autunno Ryanair partirà da Bologna!).
Una volta arrivati ad Amman, in aeroporto è tutto molto semplice: è richiesto un visto, che si può fare subito (costa 40 dinari) e che si può pagare anche con la carta di credito. In alternativa, subito prima c’è comunque la possibilità di cambiare un po’ di soldi.
Un consiglio: se fate prima di partire il Jordan Pass, salterete la fila per il visto. Costa dai 70 agli 80 dinari giordani e permette di accedere a una quarantina di siti turistici (Petra compresa, che da sola costa 50 jod, 55 per il biglietto di due giorni).

L’auto (e autista)

Guidare in Giordania non è troppo complicato: il lato è lo stesso nostro e le strade sono in ottime condizioni. Comunque vi voglio vedere poi in mezzo al traffico infernale di Amman o alle prese con certi sorpassi sulla Strada dei re, quindi se amate l’on the road, ma pure prendervela con calma, il consiglio è di rivolgervi a una compagnia. Noi ci siamo affidate a Jordania Aventura e l’esperienza è stata assolutamente positiva. Si possono scegliere varie formule: nel nostro caso abbiamo fissato prima tutte le tappe, poi abbiamo pagato metà della quota totale (circa 600 euro da dividere in 4), comprensiva di autista, assicurazione, benzina e aria condizionata. Mettono un certo pepe per prenotare, ma maggio è anche periodo di alta stagione, ma complessivamente sono molto affidabili.

L’auto era comoda, ibrida, con tanto di wi-fi a bordo. Jacob si è rivelato più una guida che un autista, sempre molto disponibile nel darci spiegazioni e molto scrupoloso (ci ha dato pure un telefono da tenere con noi in caso di necessità). Nel nostro caso abbiamo fatto qualche modifica all’itinerario anche in corsa, con flessibilità: in generale il consiglio è di mettervi subito d’accordo con il driver sugli eventuali cambiamenti di prezzo per non avere sorprese alla fine.

 

Altre informazioni generali

Rispondo in ordine sparso ad alcune domande che mi sono state fatte sia prima che dopo il viaggio.

La Giordania è un paese sicuro? E’ ovvio che fino a prova contraria sì, ma in generale colpisce come sia, a oggi, un angolo di calma in mezzo a tanti vicini di casa dalla storia travagliata. Non mi addentro qui sulle ragioni, ma diciamo che mai, in una settimana, ho avuto la sensazione di correre dei rischi (eccetto che per i cani randagi di Petra, ma questa è un’altra storia). Negli alberghi o musei più grandi, però, è probabile trovare un metal detector all’ingresso e nei siti archeologici si vedono spesso poliziotti.

Il periodo: maggio lo consiglierei. Caldo, da maniche corte di giorno e qualcosa di un po’ più pesante la sera sulle spalle. I turisti c’erano, ma non in modalità orde selvagge, e lo spettacolo degli oleandri rosa fioriti dentro Petra è una di quelle immagini difficili da levarsi dagli occhi.

Come sempre prima di partire, stipulate un’assicurazione sanitaria, ma in generale le condizioni sanitarie sono molto buone e ad Amman ci sono strutture di livello internazionale. Wadi Rum a parte, poi, abbiamo usato davvero ovunque carte di credito e bancomat, con cui abbiamo potuto pagare dagli alberghi al biglietto d’ingresso per Petra.

I prezzi? Ovvio che dipende da tanti fattori, ma la cifra che vi sorprenderà sarà il pernottamento, molto meno costoso che in Italia: una buona doppia con colazione non vi costerà mai più di trenta euro a testa. Lo stesso vale anche per il cibo: mangiando fino a rischiare la lavanda gastrica non abbiamo mai speso più di 25 euro a testa. Ovvio che prezzi più alti si trovano sul Mar Morto: all’Hilton, nuovo di pacca, abbiamo speso circa 100 euro a testa, fanghi e spiaggia compresi.

Dieci cose da fare a Nagasaki

A volte odio il Giappone. Lo odio perché non è un luogo facile da abbandonare. E talvolta temo di essere finito proprio fuori dal mondo. Forse, quando si va fuori dal mondo
si va a finire in Giappone.

Will Ferguson, Autostop con Buddha

Arrivare a Nagasaki è un po’ come arrivare in capo al mondo. Volare fino in Kyushu mi ha fatto la stessa impressione di quando sono andata in posti ancora più lontani dall’Italia, come la Nuova Zelanda, o molto remoti, come Cape Town. Il motivo non credo stia solo nei tre aerei che abbiamo dovuto prendere da Bologna, è che Nagasaki è di per sé un posto di confine, ai confini del Giappone. Un po’ perché la Corea e il resto dell’Asia sono davvero molto vicine. Un po’ perché già dal finestrino dell’aereo si avvista all’improvviso un paese molto molto diverso da quello sorvolato nei viaggi precedenti: l’arrivo su un paesaggio verdissimo e montagnoso, col cielo gonfio di pioggia, mi ha ricordato il primo approccio con il Laos.

E poi c’è la storia particolare di questa città, che a molti fa subito pensare alla bomba atomica- e ci mancherebbe altro-, ma che in realtà ha vissuto momenti drammatici già da molto prima. Almeno, va detto, se nel Seicento eravate cristiani in questo angolo di mondo: le persecuzioni sono state feroci tanto che, per fare un esempio, religiosi e seguaci venivano martirizzati nelle pozze d’acqua bollenti che nel Kyushu si trovano con la stessa facilità che da noi un campo di patate.


Nonostante questi capitoli neri di storia, culminati nel 1945, Nagasaki resta una città aperta alle influenze culturali, oggi è molto pacifica (forse pure troppo) e si gira con estrema facilità. Per un occidentale è un posto dalle dimensioni più rassicuranti rispetto a certe metropoli giapponesi e, nel giro di poche ore, mi sono sentita cullata da tutto quello che in Giappone mi fa stare bene. Scrivevo queste righe il secondo giorno di viaggio:

Dopo solo due giorni è già arrivata la conferma, questo Paese fa bene all’anima. Non è un delirio da lost in translation (dannato jet-lag), ma un dato di fatto. La gentilezza fa bene (nel nostro speciale test annuale questa volta abbiamo lasciato nel pullman i passaporti. Nel giro di tre ore li avevamo già in mano). I tram comodi fanno bene, un ramen caldo fa bene. Un bagno caldo fa bene. Gli alberi nei santuari fanno bene, i prugni in fiore fanno bene.

La sensazione, in effetti, è che nel sud del Paese la gente sia ancora più gentile. Ma, a parte questo, ecco una listina di dieci cose da fare se vi trovate a zonzo per Nagasaki (più una undicesima: procurarvi un ombrello visto che una città particolarmente piovosa. E quando dico che piove intendo che cadono gocce grandi come mele. Ah, l’Asia).

1. Il Museo della Bomba atomica

Un po’ era scontato, ma è una tappa obbligatoria. Chi è già stato a Hiroshima troverà una grande differenza, rispetto al vasto Parco della Pace. La forma di Nagasaki è molto diversa, la città è lunga e stretta e spalmata lungo la baia, quindi anche i luoghi che ricordano quel tragico 9 agosto sono un po’ più sparpagliati. Il museo non è grandissimo, ma esaustivo, sobrio e ben organizzato, all’interno è ricostruita una parte della cattedrale devastata dell’esplosione e ovviamente non mancano oggetti recuperati e strazianti pannelli sulle conseguenze della bomba sulla salute dei sopravvissuti. Le luci basse fanno immergere piano piano in quell’abisso in cui l’umanità è precipitata in quel giorno.
Aperto tutti i giorni dalle 8.30 alle 17.

Continuando la ‘visita della memoria’ si arriva all’ipocentro dell’esplosione: è una piazza vuota, con al centro un monolite nero. Il parco della Pace vero e proprio, invece, ospita statue, fontane zampillanti e un monumento simbolico: un uomo che con il dito punta verso il cielo realizzata da Seibo Kitamura.

2. Passeggiare per Chinatown

Il quartiere cinese è una delle parti che mi sono piaciute di più della città, anche perché dà bene l’idea di come Nagasaki storicamente sia stata una porta (più o meno) aperta sul resto del mondo. Il consiglio è quindi di camminare, soprattutto la sera in questo incrocio di vie, delimitate da porte rosse e illuminato dalle lanterne. Sarà un’ottima occasione per assaggiare la versione locale del ramen, che qui si chiama champon. La differenza? Il brodo molto chiaro e la presenza di carne e pesce, di solito polipetti. Non arriva ai livelli del ramen più tradizionale diciamo, ma resta un piatto buonissimo ed economico.

3. Visitare l’isola di Gunkanjima

E’ uno dei posti più surreali che io abbia mai visto e, anche se di fatto sull’isola non siamo sbarcati perché il mare era troppo agitato, il solo fatto di vederla comparire dalla barca, sotto la pioggia, valeva il viaggio. Enormi edifici squadrati, finestre vuote, blocchi di cemento armato mangiato dal mare e dalla vegetazione. E’ un’ isola dall’atmosfera fantasma, apocalittica, Gunkanjima, abbandonata negli anni, dai minatori che la colonizzarono a partire dal 1887.

Nel profondo di questo grande scoglio (è lunga meno di 500 metri) c’era infatti un cuore di carbone, estratto dalla compagnia Mitsubishi. E così, per anni, su quest’isola abitarono in un inquietante isolamento e condivisione migliaia di abitanti, fino alla chiusura dello stabilimento, nel 1974. Per anni l’isola è rimasta disabitata, poi aperta alle visite e nel frattempo è pure diventata un sito Unesco (e pure set, ricostruita digitalmente, per 007, sapete quale?) e ora attira frotte di turisti (moltissimi i cinesi che arrivano in crociera). E’ un’esperienza costosa, ma che consiglio vivamente, anche solo per il museo da cui parte il tour, ricco di testimonianze toccanti e simpatici allestimenti con realtà aumentata. Le visite sono previste anche in lingua inglese, con un’audioguida (non che in mezzo al mare prenda un granché però).

4. Visitare chiese (già proprio così)

Questo aspetto potrebbe deludere quelli che io chiamo i puristi dell’Asia, che vogliono vedere solo monaci buddhisti e templi. In realtà, se l’effetto di straniamento è inferiore, è vero che visitare una chiesa cattolica a queste latitudini è un’esperienza suggestiva. Come già detto, Nagasaki era l’unica città in cui potevano fermarsi i commercianti stranieri, olandesi e portoghesi (l’isolamento del Giappone in generale è durato dal 1641 al 1858), e così sono rimaste alcune chiese di legno. Noi abbiamo visitato, purtroppo sotto la pioggia battente, quella di Oura, costruita nel 1864.

Da qui sarebbe stato bello proseguire la visita ai Giardini Glover, ma non avevamo molto tempo e credo che sotto quella pioggia sarebbero volati gli accidenti, così poco adatti alle povere e garbate orecchie giapponesi. In generale, è una passeggiata nel verde che consiglio con un clima più clemente.

5. Scoprire i canali

C’è una bella rete acquatica a Nagasaki, adagiata com’è sul mare. La città è moderna e trovare cose antiche è sempre complicato, ma sul fiume Nakashima, potete imbattervi in un ponte davvero curioso, chiamato il Ponte degli occhiali. Costruito nel 1634, è il ponte arcuato di pietra più antico del Giappone, e ricorda curiosamente la forma, appunto, di occhiali quando si riflette nell’acqua. Ovviamente è un punto molto fotografato dai giovani giapponesi che si avventurano sui sassi proprio sopra il fiume. Voi, però, non fatelo!

6. Mangiare cose rosa

Una delle cose che mi hanno colpito della zona di Nagasaki è il quantitativo di quelle che ho ribattezzato cose rosa nel piatto, a partire dalla pasta di pesce che colora il champon. Una gioia per le foto e Instragram, già, ma abbiamo dovuto essere ancora più spericolati del solito negli assaggi. Ad esempio in un posto storico in centro come Yossou, dove il piatto della casa è una sorta di crema di uovo salata e una curiosa… polvere (?) rosa a base di pesce. Piuttosto buono, anche se forse è più che altro fotogenico.

7. Vedere Nagasaki dall’alto

E’ una delle cose a mio avviso imperdibili, in particolare verso sera o di notte, quando la città diventa un mare di luci, sempre più rarefatte sulla baia. Questo spettacolo è possibile grazie alla funivia che arriva sul monte Inasa, che parte tutti i giorni dalle 9 alle 22. La stazione si trova a cinque minuti a piedi a ovest della fermata Takaramchi del tram (linea 1 o 3). La strada che porta alla stazione è molto trafficata e di sera non particolarmente affascinante, ma la sorpresa arriva proprio alla biglietteria, immersa in un suggestivo, se pur piccolo, santuario scintoista.

8. Andare a zonzo con una guida volontaria

Mandando una mail alla  Nagasaki international association (Nia) abbiamo avuto la possibilità di trascorrere qualche ora in compagnia di una guida volontaria, che ci ha fatto conoscere i luoghi legati alla bomba, il quartiere Teramachi con i suoi templi (di cui uno cinese, il Sofuku-ji) e alcune vie pittoresche del centro, compreso un ottimo caffè in un negozio specializzato. E’ sempre bello esplorare la città attraverso gli occhi di chi ci vive e ne abbiamo avuto la riprova con la nostra guida (originaria in realtà di Tokyo), che parlava un ottimo inglese, imparato durante un periodo passato negli Stati Uniti.

9. Visitare il museo dei martiri cristiani

E’ una chicca soprattutto per chi ha apprezzato il film di Martin Scorsese Silence, ambientato in questa zona del Giappone proprio nel periodo delle persecuzioni cristiane. Ad accogliervi, appunto, sarà una grande lapide, che ricorda 26 martiri cristiani crocifissi nel 1597, tra i quali anche dei ragazzini. Poi all’interno del museo, che si visita molto rapidamente (è su due piani), si possono trovare testi dell’epoca, statuette votive e anche la formella con l’immagine di Cristo in croce (è una copia) usata in Silence ogni volta in cui veniva chiesto a qualche personaggio di abiurare. E’ uno di quei musei che io chiamo ‘alla Bill Bryson’, cioè davvero di nicchia e adatti a chi vuole sapere davvero un po’ di tutto, ma è interessante perché racconta una pagina del Giappone decisamente inedita. E, tra l’altro, è pure meta di turismo religioso: abbiamo trovato una comitiva di turisti!

E’ aperto dalle 9 alle 17.

 

10) Fare una gita in giornata

Sappiate subito che conviene noleggiare un’auto per esplorare al meglio i dintorni, ma anche questa è un’esperienza (si guida dall’altro lato ahimè)! Un itinerario potrebbe essere quello della Penisola di Shimabara, a un paio d’ore di distanza, guidando attraverso un paesaggio rurale e piccoli centri cittadini. Una tappa può essere il monte Unzen, vicino al vulcano (attivo), raggiungibile con una funivia e punto di partenza di alcuni trekking: purtroppo quando siamo andati noi (a inizio marzo) la primavera era ancora molto lontana e abbiamo trovato una natura letteralmente congelata e nuvole basse: insomma, addio camminata e funivia. Scendendo, però, abbiamo riparato a Unzen Onsen, piccola e deliziosa stazione termale a poco più di 700 metri di altitudine, il classico posto in cui si va in villeggiatura. Il colmo è stato che l’onsen pubblico, che ho abbiamo avuto la fortuna di trovare vuoto, aveva un’acqua talmente bollente che non sono riuscita a immergermi del tutto (non mi era mai successo!), però magari il contrasto con il freddo esterno non ha aiutato, chissà. Fatto sta che ci siamo rifugiati in un’adorabile trattoria a gestione famigliare: gentili e minuscole vecchiette ci hanno servito il champon della casa che, francamente, ho trovato migliore di quello della città.

Per finire di scaldarci, siamo andati a visitare il percorso dei Jigoku, o dell’inferno, davvero suggestivo: si cammina su una passerella attraverso caldere e pozze di acqua bollente, spesso investiti dal vapore sulfureo: in queste terribili bocche, spalancate, della terra venivano immersi i cristiani (e torno così all’inizio del post). Il luogo è davvero spettacolare, così come l’uovo sodo che si compra per uno yen lungo il percorso, da mangiare sul posto: è bollito direttamente nell’acqua termale. E si sente.

Come sempre, per altre informazioni vi rimando al blog Orizzonti, che sul Giappone ormai ne sa una più del diavolo (anche di quello degli ‘inferni’ di Onsen Unzen!).

 

L’isola di La Digue alle Seychelles

E’ da un po’ di giorni che penso al fatto che ho scritto troppo poco delle Seychelles. Ogni tanto capita di avere un ricordo bellissimo, ma poi lo si lascia un po’ lì nel cassetto. Resta come in una bolla e quasi ci si sorprende di avere fatto realmente una certa cosa, che sul momento è arrivata quasi come un regalo. O forse capita solo a me.
In ogni caso torno a scrivere ora, anche perché le mie Seychelles sono state davvero un viaggio speciale: per la compagnia, perché oggettivamente sono bellissime e perché erano tanti anni che non facevo bagni così lunghi. E poi – non lo sottovaluterei – complice anche un volo molto conveniente e il fatto di essere in quattro a dividere le spese, siamo riusciti nell’impresa di fare un viaggio realmente low cost. Meno di mille euro per una settimana: da queste parti è un mezzo miracolo.

La Digue

Se qualcuno mi chiedesse oggi dove concentrerei la maggior parte del viaggio risponderei sicuramente La Digue, almeno per chi pensa di dormire in guesthouse. Pensando a una sistemazione in resort, le strutture più belle le ho viste certamente a Praslin (ad esempio questo, per farsi un’idea),  ma a La Digue ho trovato una dimensione più nelle mie corde. Tutte le Seychelles sono una combinazione felice di strutture turistiche e immersione nella natura, ma La Digue è più piccola e selvaggia, si può girare in bicicletta, e mi ha fatto sentire effettivamente fuori dal mondo. Sempre per chi viaggia in modo indipendente (e quindi deve affidarsi ai mezzi pubblici o guidare su strade a volte molto ripide), Praslin e soprattutto Mahé, sono molto più trafficate.

Appena sbarcata dal traghetto, il villaggio di La Passe mi è piaciuta al primo colpo, nonostante le nuvole basse e le pozzanghere per la pioggia appena caduta. I colori erano un po’ lividi, ma vedere tutti in bicicletta e gli enormi alberi della strada principale mi ha trasmesso serenità. Serenità persa quasi subito visto che abbiamo scoperto uno dei problemi che possono capitare quando si prenota in guest house su Booking da queste parti: nonostante le nostre stanze risultassero confermate, in realtà alla reception ci hanno guardato prima con sguardo insofferente, poi preoccupato: l’errore infatti era il loro. Nel giro di mezzora, va detto, la signora ci ha trovato una soluzione, per quanto un po’ meno all’altezza della precedente. Mollato i bagagli, inforcate le biciclette a noleggio (quasi tutte le guest house le forniscono), abbiamo iniziato a esplorare l’isola.

Anse Source d’argent

Questa spiaggia, anzi questa serie di calette una di seguito l’altra, è sicuramente uno dei luoghi più belli che abbiamo visitato nell’arcipelago, anche solo per la strada panoramica. Abbiamo pagato un piccolo pedaggio, visto che a un certo punto si entra in una piantagione privata, la Union Estate. Da qui si oltrepassa un cimitero storico (ok, è sempre un cimitero, ma in suggestiva posizione sul mare), per poi arrivare a una casa coloniale, la Old Plantation House. Qui vicino, dopo averle scambiate per sassi in movimento che manco in Fantaghirò, potrete scorgere le simpatiche testuggini giganti, con il loro carico di anni e rughe. Sono radunate sotto una parete di roccia e si fanno beatamente avvicinare in cambio di un po’ d’erba. Inutile ricordare di stare attenti alle mani, ma di certo sembra, almeno per un attimo, di avere guardato negli occhi la preistoria.

Se volete saperne di più su come familiarizzare con le tartarugone, qui potete trovare qualche informazione su Curieuse Island.

Proseguendo lungo la strada in bicicletta si oltrepassano le piante di vaniglia, che cresce su queste isole: la vegetazione tropicale è bellissima e rigogliosa e resta una costante fino alla spiaggia. Anzi, come dicevo, le spiagge. È  forse meglio parlare,infatti, di tante piccole insenature che sono intervallate da quelle colossali rocce granitiche che sono così caratteristiche alle Seychelles e che si vedono in ogni cartolina. Enormi massi grigiastri, che donano all’ambiente  un’atmosfera primordiale, selvaggia. L’altro colore è il verde della foresta che corre subito dietro la spiaggia: camminando in mezzo alla vegetazione si raggiungono i vari punti per fare il bagno, fra rocce, palme e liane. Chi ama l’aperitivo in riva al mare, deve proseguire fino in fondo, quando sbucano chioschetti che vendono bevande di frutta e noci di cocco: è tutto piuttosto caro, ma l’atmosfera è assicurata. In più, Anse Source d’Argent è una delle spiagge balneabili.

Ps. È possibile pranzare lungo il tragitto in in grazioso ristorante sul mare, il Lanbousir. I piatti sono semplici, dal pesce alla griglia e fish & chips. Un pasto abbondante a prezzi abbordabili.

Grand e petite Anse

Ancora una volta, oltre alle spiagge, la vera magia delle Seychelles è la natura rigogliosa che si attraversa per arrivare al mare. A volte si giunge in riva dopo veri e propri trekking (se siete interessati al tema e all’ecoturismo, vi consiglio di guardare qui), in altri casi si può inforcare la bici e pedalare in mezzo a una vera esplosione di colori (e di caldo, poi non lamentatevi). È in questo modo che abbiamo raggiunto la Grand Anse, una meravigliosa, larghissima, spiaggia selvaggia. Qui infatti è in vigore il divieto di balneazione, che francamente rispetterei, anche se qualche surfista si avventura a sfidare le onde. Non ci sono strutture, ma ci si può fermare a leggere sotto i consueti massi di granito. Oppure si può proseguire, camminando per una decina di minuti nella foresta, fino alla Petite Anse.

Sbucando dalle frasche, si intravede il paradiso. Sabbia bianchissima, mare di un azzurro accecante: è un luogo di una bellezza disarmante. Anche qui, almeno nel periodo in cui sono andata io, non si poteva fare il bagno per la corrente, ma stando prudentemente vicino alla riva sono riuscita comunque a immergermi: il consiglio è di fare molta attenzione alle condizioni del mare. Su questa spiaggia si trovano anche piccole capanne fatte con le palme per ripararsi un po’ dal sole, oppure ci si può rinfrescare con un cocco nel chioschetto: costa circa 5 euro, ma ne vale la pena.


Un’alternativa che consiglio è quella di fermarsi lungo la strada che porta alla Grand Anse per sedersi all’ombra e rinfrescarsi con un frullato (o un piatto) di frutta fresca. Si incontrano almeno un paio di postazioni, a prezzi ragionevoli, assaporando una delle poche ricchezze gastronomiche del posto: la frutta tropicale. Popolo del mango: non perdete l’occasione.

Dove cenare

Uno degli aspetti meno convincenti delle Seychelles è sicuramente la scelta nei pasti. Fuori dai resort esistono soprattutto due tipologie di posti per mangiare: il ristorantino piuttosto caro e tendenzialmente turistico o il take away. Questa seconda possibilità permette di risparmiare realmente e se si è in gruppo è abbastanza divertente. In più è l’opzione scelta da molti abitanti del posto, quindi può essere anche un modo per vivere più da vicino la cultura locale. Nel caso di La Digue abbiamo provato il Mi Mum Takeway (dal lunedì al sabato), un posticino defilato, ma molto frequentato e piuttosto simpatico. I piatti sono un po’ sempre quelli, dal fish & chips, al pesce con riso, al curry o piatti di influenza indiana.
Come consiglio finale, su questo punto, direi che per chi viaggia in guest house con cucina indipendente, potrebbe non essere mano portarsi da casa un po’ di pasta e condimenti: la varietà nei supermercati locali è davvero piuttosto scarsa.

Per tutte le informazioni su un viaggio low cost alle Seychelles ⇒ leggete Paola.

 

 

I templi nella penisola di Kunisaki

In Occidente siamo talmente legati alle immagini delle metropolitane affollate di Tokyo e degli impiegati senza volto da dimenticarci che il Giappone è ancora in gran parte un paese rurale e tradizionale. Certo, le zone selvagge non sono più molte – i confini rimasti sono pochi e preziosi- ma campi e villaggi rivestono ancora un ruolo importante nella società giapponese. E il colore dominante del Giappone, quello che trasuda dal paesaggio e genera infiniti panorami, il colore che è il Giappone stesso, è il verde, un verde scuro, umido e tropicale. E’ vero, nella maggior parte delle città giapponesi non troverete molto verde. Ma neanche molto Giappone. I centri urbani sono affollati e pieni di vita, ma allo stesso tempo rappresentano gli scorci più occidentalizzati e globalizzati della nazione. Non lontano da lì esiste un altro Giappone, lungo le strade di campagna, nelle città di provincia, alle estreme periferie.

Will Ferguson, Autostop con Buddha

Sono invidiosa. Vorrei averle scritte io queste parole che così bene raccontano il mio ultimo viaggio in Giappone. Un viaggio, il quarto, che ho vissuto come una piccola grande rivoluzione perché è stato, per certi versi, vedere questo paese per la prima volta. In parte, ho ritrovato tutti quei piccoli piaceri – da un onsen a ordinare in modo spericolato in izakaya -, che da soli valgono l’aereo. Ma la sensazione più forte – nella settimana che ho appena trascorso nel Kyushu– è stata quella di scoprire un mondo più provinciale, tradizionale. Più asiatico. Più dolce e meno rassicurante insieme: il Kyushu è continuamente ingobbito da vulcani, spesso attivi e inacessibili. Qui ho sentito la mia prima scossa di terremoto e l’onsen può essere fin troppo caldo per immergersi. L’inglese è per pochi, così come pochi sono i turisti (ma abbiamo viaggiato in bassa stagione, devo specificare) e il cibo ha sapori meno addomesticati, più complessi (diciamo pure che alcuni sono un po’ sconcertanti). I treni ci sono, pluripremiati, ma in realtà è meglio noleggiare un’auto per arrivare nei punti più remoti. E’ un Giappone visto da un’altra prospettiva, rispetto a quella dell’alta velocità.

Santuario scintoista

Santuario scintoista

Il Kyushu è terra anche di grandi città, come Nagasaki e Fukuoka, ma soprattutto di distese agricole e di piccoli santuari scintoisti nei giardini delle case. Uno squarcio lo avevo intravisto dal treno nei boschi, salendo fino a Takayama, sulle Alpi giapponesi. Dopo agglomerati monocolore di città, all’improvviso dal finestrino erano ricomparse case isolate, vegliate da quei tempietti così ricorrenti nel Sudest asiatico. Poi non li avevo visti più, fino al Kyushu, dove i templi riposano nei boschi, tra fiaba e abbandono. Dove si trovano statue di Buddha strappate al tempo, che sorridono nella foresta. E’ un Giappone meno monumentale di Kyoto e Nara, ma che resta dentro, come una radice.

La penisola di Kunisaki

Questo quadro descrive soprattutto la penisola di Kunisaki, proiettata a est in un Paese che è già simbolo di oriente. La Lonely Planet, che nell’edizione 2009 resta una guida affidabile, le dedica una colonna e mezzo di testo. A noi è sembrato di aprire una porta nuova, più interna, di compiere un passo in più verso il cuore del Giappone. Abbiamo dormito in una fattoria, visitato paesi fermi nel tempo, ma soprattutto templi nel bosco che hanno lasciato il segno. Dopo questa ultima esperienza, non è più il rosa il colore del Giappone, il rosa delicato dei fiori di ciliegio, ma il verde. Il verde della foresta, il verde del muschio che cresce sugli alberi e su immobili lanterne. Un verde che si mescola al rosso del tronco dei cedri e ai vestitini che coprono i jizo, che ti aspettano sereni in fondo al sentiero.

Taizo-ji

Taizo-ji

Kumano Magaibutsu

Appaiono all’improvviso  fra gli alberi. Due enormi volti di pietra, che ti fissano nel verde. I Kumano Magaibutsu sono le più grandi statue buddhiste di questo tipo in Giappone. Si trovano proprio al di sotto del Taizo-ji, un tempio annidato in cima a una scalinata di pietra. Chiamarla scalinata forse è ottimistico, visto che parliamo di un ammasso di pietre antiche parecchio sconnesse.

Dopo un primo sentiero nel bosco fra i cedri rossi (o criptomeria), accompagnati da un torrente che canticchia di lato, la scalinata appare all’improvviso, piuttosto minacciosa, così ripida e malandata. Non a caso, secondo la leggenda locale sarebbe stata costruita dai demoni nel corso di una sola notte. Si oltrepassa un ponticello di pietra, lanterne ricoperte di muschio, si varca l’antico tori, la porta d’accesso allo spazio sacro del tempio, e inizia la salita. Mentre arranco sui sassi, scendono famigliole e anziani, aiutandosi sereni con i loro bastoni. Capisco perché alla biglietteria si potevano prendere in prestito.

Fudo-Myo-o

Fudo-Myo-o

Il Buddha Dainichi

Il Buddha Dainichi

Ed è proprio quando la salita si fa più dura che, sulla sinistra, compaiono il Buddha Dainichi, alto sei metri e realizzato fra il decimo e l’undicesimo secolo, e il suo guardiano, molto probabilmente aggiunto in seguito (nel dodicesimo secolo d.C.), Fudo -Myo-o. Dovrebbe avere un’aria minacciosa, ma sembra sorridere. Rimango a guardarli sdraiata su una panchina di legno, godendomi l’assenza di altri turisti nella golden hour, il suono dell’acqua e del vento e mi sento catapultata in un angolo di Sudest asiatico. La pace è totale, la interrompo solo per salire fino al tempio, che trovo spoglio, come abbandonato. Scuoto la corda e attiro l’attenzione di un dio, accendo una candela, in compagnia degli enormi aceri in cui abitano i kami, le divinità scintoiste. E’ un mondo verde, con odore di sottobosco, un po’ cadente e desolato, se non fosse per il rosso fiammante che ricopre un jizo di pietra, che guarda e sorride.
Orari: fino alle 17, biglietto a 200 yen.

Futago-ji

Ci siamo spostati alle pendici del monte Futago, esattamente al centro della Penisola di Kunisaki, alto 721 metri. Dalla fattoria in cui abbiamo dormito arriviamo nel giro di pochi chilometri e la luce del mattino è stupenda. Fuori dal tempio buddhista Futago-ji, costruito nel 718 d.C. e dedicato a Fudo-Myo-o (sempre lui). Sopra non l’ho spiegato, ma si tratta di una divinità del fuoco che brandisce la spada minacciosamente per proteggere il Buddha. Fuori dal tempio ci sono già i primi ciliegi in fiore, che contrastano con un fiabesco ponticello rosso. Ovviamente non manca l’acqua che scorre a fianco del sentiero. Sembra che tutti gli elementi idilliaci siano stati cercati, e trovati, per incorniciare lo spazio sacro, per offrire un angolo di quiete. Nella natura c’è il sacro. Nella cultura religiosa locale si mescolano elementi di buddhismo, scintoismo e culti di montagna: la zona è nota come Rokugomanzan.

Futago-ji

Futago-ji

Futago-ji

Futago-ji

Arriviamo da sotto, non dal parcheggio principale, per vedere le stupende statue dei due guardiani Nio, che però sono state realizzate più recentemente. Tocchiamo la gamba a uno dei due, come vuole la tradizione locale. Ai piedi di una scalinata le due statue di pietra ci concedono di entrare verso il tempio, custodito anche da due cedri rossi giganteschi e da lanterne. Ho trovato il mio nuovo posto preferito in Giappone.

Orari: dalle 8 alle 17, ingresso 300 yen.

Come si raggiunge la penisola

La Penisola di Kunisaki, famosa per le antiche testimonianze buddhiste, si trova nella Prefettura di Oita, famosa in tutto il Giappone per gli onsen e la ricchezza termale. Potete raggiungerla facilmente da Beppu, la città-simbolo dei bagni caldi termali, adagiata sul mare. Non mancano i collegamenti via treno (gli shinkansen arrivano alla stazione di Fukuoka/Hakata, poi ovvamente c’è la stazione di Beppu) e traghetto (da Kobe e Osaka), ma è una zona comodamente raggiungibile in aereo visto che l’aeroporto di Oita si trova proprio nella penisola. Noi abbiamo noleggiato un’auto, che è sicuramente il mezzo che permette più libertà di spostamento. A patto che guidiate dal lato destro!

Altri miei post sul Giappone

Quello che mi piace del Giappone
Viaggiare con bambini in Giappone
Dove vedere i ciliegi in fiore
Il Giappone tropicale di Hishigaki
Una cena di ostriche a Hiroshima
Tre posticini in cui cenare in Giappone
Una cena speciale a Taketomi
Guida al cibo giapponese
– Street food a Miyajima
Una cena a Yokohama

Con Patrick di Orizzonti ho pubblicato una guida con i ViaggiAutori: Due settimane in Giappone