Latest Posts

Cosa vedere ad Hakone

Una montagna-simbolo, una antica strada su cui è ancora possibile camminare all’ombra di altissimi cedri come i viaggiatori di tempi passati, un volo sulla bocca di un vulcano, un onsen bollente. E la lista potrebbe continuare. C’è un luogo in Giappone in cui sembra che si siano concentrate tutte le cose che amo di questo Paese, dai paesaggi estremi, al ramen fumante, ai santuari nella natura: Hakone. L’ho visitata solo nel mio quinto viaggio e mi sono davvero chiesta perché ho aspettato tanto. Ora, scrivere di Giappone con Patrick in giro per casa è sempre un azzardo, ma questa località turistica- soprattutto d’estate lo è molto-, vale il tentativo. Così come una tappa qui  sul confine del Kanto, a meno di cento chilometri di distanza da Tokyo, ma in un’atmosfera lontanissima dalla tentacolare capitale.

Il lago di Hakone

Ecco qualche motivo per cui vale la pena di inserire questa tappa in un viaggio.

1- La vista (si spera) del monte Fuji

E’ la star di ogni viaggio in Giappone. Si cerca di cogliere il profilo della montagna sacra mentre si è lanciati a tutta velocità sullo shinkansen fra Tokyo e Kyoto. Una volta, tornando dal Kyushu, una hostess ci ha indicato la cima tronca imbiancata: sto parlando del monte Fuji e Hakone, località spalmata sul lago Ashi, è uno dei luoghi in cui si viene ad avvistarlo. E spesso (a meno che non ci sia la foschia estiva), ci si riesce, vista la posizione privilegiata.

Molti degli hotel qui hanno un osservatorio speciale, una specie di cubo sul tetto, da cui contemplare il vulcano. Noi, ad esempio, ci siamo riusciti bene dall’osservatorio dell’Hotel De Yama e, come sempre in Giappone, la contemplazione della natura regala emozioni profonde. Detto questo, le nuvole possono giocare presto brutti scherzi e nel giro di qualche minuto capita che l’incanto sia finito: da un momento all’altro il Fuji, sempre come le star, si nasconde. Ed è qui che si passa al piano B, l’onsen.

Il Fuji da Moto-Hakone

2) Gli Onsen

Come ho detto altre volte, per me valgono il viaggio in Giappone, soprattutto se – come nel nostro caso lo scorso marzo- fa ancora molto freddo. Hakone si trova in una zona geotermale, quindi sono davvero tante le strutture cui rivolgersi. Per provare l’esperienza di un onsen privato, la tappa d’obbligo è ad Hakone Yuryo, stabilimento termale raggiungibile con una navetta gratuita dalla stazione. Il complesso è davvero bello, con un ottimo ristorante tra l’altro, e gli onsen privati, con vasca all’esterno in mezzo alla natura sono fra i più belli che ho provato (e la temperatura dell’acqua non è infernale).

Il nostro onsen privato

Il nostro onsen privato

Gli onsen si trovano spesso all’interno anche degli alberghi- come l’Hotel De Yama già citato (ma i tatuaggi qui sono vietati eh) o in tanti punti dell’area: noi ne abbiamo provato uno spartano, ma verace, poco fuori dalla funivia (sì, c’è un vasto collegamento, sotto spiego perché), alla stazione di Sounzan. Da Yamadaya siamo riusciti a entrare un’ora senza prenotare, ma l’acqua era davvero bollente!

3) La bocca del vulcano

Gli appassionati di vulcani ad Hakone troveranno il loro angolo di paradiso, anche se l’immagine è più che altro… infernale. Tutta la zona è molto attiva dal punto di vista geotermale ed è possibile sorvolare Owakudani (la grande valle ribollente) da una panoramica funivia, che parte dalla località di Togendai. Come dicevo, l’area di Hakone è molto vasta e noi siamo arrivati fin qui navigando sul lago Ashi a bordo di una nave pirata! Siamo pur sempre in Giappone e non mi stupisco più di niente.

La funivia

In funivia, verso il cratere

Ma eravamo rimasti al vulcano. Quando i vapori e i gas sprigionati dalla pancia della terra hanno valori sotto controllo, si può arrivare fino in cima e sorvolare tutto il cratere, con i suoi colori giallo-verdastri e un’atmosfera da Il Signore degli Anelli. Presente quando escono i guerrieri hurak-hai dal sottosuolo? Ecco, l’idea (un po’ meno spaventosa, tranquilli) è quella. Un altro must del posto è l’assaggio delle uova nere (il colore è dato dall’acqua termale), che qui pare allunghino la vita: si mangiano dal sacchetto manco fossero popcorn. Se non ne avete ancora abbastanza, fate come noi: fermatevi a mangiare pure il ramen, ovviamente con i tagliolini neri.

4) L’antica Tokaido

Non è facile trovare testimonianze antiche in Giappone, figuriamoci le strade. Ma, anche se non sarà spettacolare come il tratto di Nakasendo fra Magomè e Tsumago, anche ad Hakone si può percorrere un tratto dell’antica Tokaido, una delle strade che collegavano Tokyo e Kyoto durante il periodo Edo. E’ bello immaginarsi i viandanti, con i loro cappelli a cono, che viaggiavano all’ombra di questi alberi secolari e per un po’ lo si fa ancora oggi fino al check point, completamente ricostruito nel 2007. La visita al museo è interessante, per le ricostruzioni della dura vita al tempo: mettersi in viaggio non era di certo troppo facile.

Il check point

Il check point

5) Il sacro nella natura

Nonostante i negozietti e l’atmosfera turistica, anche ad Hakone basta poco per ritrovarsi in un bosco a contatto con con lo spirito, anzi gli spiriti scintoisti – i kamii– del luogo. Una bella tappa è il santuario di Hakone, nascosto fra gli alberi, con le sue lanterne. In realtà la sua presenza è annunciata da un romantico torii rosso sul lago, che prelude allo spazio sacro. Noi lo abbiamo trovato in restauro, circondato da impalcature, pazienza!

L'ingresso nell'Hakone Shrine

L’ingresso nel santuario di Hakone

Hakone: come arrivare e spostarsi

Hakone è facilmente raggiungibile in treno da Tokyo con la linea Odakyu. Dalla stazione di Shinjuku si può prendere il treno diretto che impiega 85 minuti, oppure si cambia a Odawara e a quel punto il viaggio dura circa 2 ore. Il consiglio è di acquistare l’Hakone Free Pass, valido due o tre giorni. Quello più usato, da due giorni, costa 5700 yen con andata e ritorno da Shinjuku e 4600 yen da Odawara. Con il pass si può accedere ai diversi mezzi di trasporto locali, dalla nave pirata per navigare sul lago, alla ropeway.

In ogni caso è molto importante verificare sul posto se la funivia è attiva: tutto dipende dai gas che si sprigionano nell’area e le condizioni possono cambiare anche durante la stessa giornata.

Un altro servizio molto utile che si può richiedere sul posto è il servizio di trasferimento bagagli, da considerare se si ha poco tempo a disposizione, perché consente di trovare le valigie direttamente in albergo. Arrivando ad Hakone Yumoto entro le 12.30, ad esempio, i bagagli saranno trasferiti per 800 yen a pezzo. Tutte le località principali dell’area di Hakone, poi, sono collegate con un sistema di bus indicati da diversi colori (le mappe si trovano un po’ dappertutto).

Il treno per Odawara

Nel post ho indicato i motivi principali per visitare Hakone in base alla mia esperienza di una giornata, ma ovviamente le cose da fare e vedere sono molte di più. Giusto per fare qualche esempio: l’Hakone Museum of Art, a Gora, immerso in un suggestivo giardino, o il Gora Park, un altro giardino, ma questa volta in stile occidentale.

Una settimana a Cipro

E’ un viaggio di maggio, è vero, ma questa estate mi è decisamente scappata di mano (e leggendo si capisce anche perché). Così, dopo essermi imbattuta nella prima foglia gialla in giardino, ho pensato che fosse meglio darsi una mossa e scrivere qualcosa della mia settimana a Cipro, che una puntatina autunnale se la merita. Anche perché nel pieno dell’estate credo che raggiunga livelli di calore inimmaginabili. Ok, sto esagerando, però Nicosia ad agosto è realmente una delle città più calde d’Europa, quindi perché non  ripiegare su settembre/ottobre?

Lo dico subito: chi ha già visitato, e amato, la Turchia e la Grecia, troverà tanto di entrambi questi due mondi, ma forse non abbastanza di nessuno dei due. L’identità un po’ sfugge, soprattutto sulla costa, dove – al netto di un mare stupendo e del tsatziki in ogni menù come nelle tipiche taverne greche- alcune località sono soprattutto una distesa di alberghi, pub e musica sparata in spiaggia. Si sta benissimo, ma potremmo essere in qualunque punto del Mediterraneo.

Antica Kourion

D’altra parte, proprio la mescolanza continua rende interessante il viaggio, che è davvero molto denso, tanto che ogni giorno ci si stupisce nel vedere cose così diverse, soprattutto dal punto di vista culturale. A partire dai siti archeologici romani, non sempre in buone condizioni, ma unici, al mondo ovattato dei monti Troodos, che custodiscono chiesette bizantine, le vere gemme dell’isola. Poi, certo, c’è il mare. Che, se devo essere sincera, non è il primo motivo per cui verrei fin qui, anche se sulla bellezza dell’acqua non si discute.

Infine, per me resterà sempre un viaggio unico e non solo per la straordinaria compagnia (il team rodato del viaggio in Giordania), ma perché sono partita da sola e… sono tornata in due. Già, quella sensazione di avere un ferro da stiro nello stomaco che avevo dopo la prima cena a Larnaka non era dovuta (solo) ai quantitativi spropositati di cibo o alla stanchezza del viaggio, ma al fatto che ero incinta. Il sospetto che si è insinuato giorno dopo giorno mentre giravamo per l’isola in lungo e in largo ha poi trovato conferma una volta tornata in Italia, quindi… di certo Cipro per me avrà sempre un significato speciale (e, future mamme, posso assicurare questo è un viaggio alla portata di tutti!). E’ come se quest’isola mi abbia fatto un regalo e siamo entrate in sintonia benissimo.

Ma, dopo il momento coming out, vediamo un po’ cosa si fa a Cipro.

Cipro: Grecia, Turchia o cosa?

Buona domanda, perché perfino un’amante dei posti di confine come me, raramente ha mai visto un luogo – per lo meno nel nostro Mediterraneo- così ricco di incroci. Circa due terzi dell’isola rientrano nella Repubblica di Cipro (membro dell’UE, vi abita la comunità greco-cipriota), mentre la parte restante è la Repubblica Turca di Cipro del Nord (comunità turco-cipriota). Il Paese è ancora diviso in due e la capitale Nicosia (o Lefkosia a seconda del lato in cui vi trovate) è l’ultima in Europa ad essere ancora tagliata a metà da un muro lungo la linea verde (green line), tracciata nel 1964 con l’acuirsi dei conflitti. Per andare da una parte dall’altra si oltrepassa ancora una dogana, con tanto di documento da esibire.

Un tratto di muro a Nicosia

Un tratto di muro a Nicosia

Ma i confini sfumano continuamente durante il viaggio. Nelle chiese gotiche diventate moschee, nel cibo dai sapori così simili, sul fondo della tazza del caffè. Di qua è caffè cipriota, un chilometro più in là è caffè turco. E se sbagli alzano ben più di un sopracciglio, seppur con gentilezza.

Ma per forza. Quello che al visitatore sembra un aspetto curioso, questo passare di qua e di là da un muro, è lo strascico di anni di guerra, scontri, dolorose separazioni familiari, case lasciate dall’altra parte. Ci sono persone che dal 1974, anno dell’occupazione militare turca, non hanno più oltrepassato i varchi, aperti per la prima volta nel 2003. E intanto – in quella che è la terza isola per dimensioni nel Mediterraneo – la quadra non si trova mai per superare una separazione che si traduce anche in differenze evidenti nei due lati del Paese: basta fare un giro nei vicoli della capitale per notare come cambiano le condizioni di vita. La Repubblica Turca di Cipro, inoltre, è un vero paradosso, perché non è riconosciuta dalla Comunità internazionale se non dalla Turchia, di cui però sembra solo un’appendice.

Per non dilungarmi troppo, se volete capire qualcosa di più di cosa implica questa separazione continua nella vita quotidiana, consiglio questo film: Torna a casa Jimi: dieci cose da non fare quando perdi un cane a Cipro di Marios Piperides.

Organizzazione del viaggio a Cipro

Siamo partite nella prima metà di maggio. I voli da Bologna non sono ancora così frequenti e per raggiungere Larnaka, a sud-est, abbiamo dovuto fare scalo ad Atene, con orari scomodissimi: siamo arrivate di sera e ripartite all’alba, con la compagnia Aegean. Da altre città come Milano, comunque, dovrebbe esserci il diretto per Pafos, a ovest. Appena sbarcate abbiamo ritirato in aeroporto l’auto a noleggio, il mezzo migliore per spostarsi sull’isola (66 euro a testa con assicurazione totale).

La formazione al completo

Con due avvertenze: la prima è che si guida (dannazione, pure qui) a destra e la seconda è che non si è coperti da assicurazione quando si entra nella parte turca (vista a tutti gli effetti come territorio occupato e, come dicevo, non riconosciuta a livello internazionale). Come fare dunque? Prima strada, se si viaggia per più giorni nel nord: al confine si acquista direttamente un’ulteriore assicurazione. Seconda strada, che consiglio a chi fa solo la classica giornata a Famagosta e Salamina come noi: noleggiare un taxi con autista. In quattro devo dire che è abbastanza conveniente (4o euro a testa circa). Ci siamo accordate direttamente a Protaras dove soggiornavamo, ma magari chiedete prima che auto sarà, visto che ci siamo trovate a spostarci in una sobria… limousine!

L’itinerario di una settimana

Abbiamo cercato di unire la parte archeologica sulla costa sud a un paio di giorni di relax al mare, passando per due delle tappe secondo me imperdibili del viaggio: la capitale Nicosia e i monti Troodos. Ne è uscito un buon mix, sacrificando però la parte turca a nord (per includere anche quella vanno messi in conto dieci giorni).

Giorno 1- Larnaka

Come dicevo, siamo arrivate la sera, giusto in tempo per familiarizzare con la malefica guida al contrario (sempre sante le due di noi che si sono immolate) e perderci sette volte nel minuscolo centro della città: va detto che il nostro appartamento era dentro il complesso di edifici più assurdo da immaginare. Palazzoni, buio e scale cieche, per quanto a un passo dalla Marina, ma abbiamo poi capito che in questa città è normale (dentro comunque era bellissimo, lo consiglio). Abbiamo chiuso in bellezza con la cena in una dimora storica stupenda rischiando la lavanda gastrica viste le quantità di meze e camminato fino alla suggestiva chiesa di San Lazzaro.  Il lungomare di Larnaka è un p0′ il classico posto di villeggiatura che a noi fa tanto ‘inglesi in vacanza’, con una fila di alberghi, ristoranti e pub, ma le viuzze del centro, all’ombra di campanili  e minareti, valgono davvero una sosta.

La chiesa di San Lazzaro a Larnaka, Cipro

La chiesa di San Lazzaro a Larnaka

La marina di Larnaka

La marina di Larnaka

Il ristorante To Arxontikon

Il ristorante To Arxontikon

Giorno 2- Da Larnaka a Pafos

Questa è stata un po’ la giornata-Indiana Jones, dedicata all’archeologia. Abbiamo puntato l’auto verso ovest lungo la costa: strada bella, ma occhio al pedale. Nel giro di un’ora, infatti, avevamo rimediato una multa per eccesso di velocità. Veramente di poco, in realtà, tanto che era dispiaciuto pure il poliziotto. Comunque siamo arrivate fino all‘Antica Kourion, sito con testimonianze romane e un bel teatro sul mare. E’ davvero suggestivo, fra quello che resta di colonne, case e mosaici, ma soprattutto per la distesa azzurra che si spalanca al di sotto.

L'antica Kourion

L’antica Kourion

Dopo una pausa alla famosa spiaggia di Afrodite (Petra Tou Romiou)- questa è l’isola in cui è nata vi ricordate? – siamo arrivate a Pafos. Si tratta di un’altra località turistica invasa dagli alberghi e resort, ma il Parco Archeologico di Nea Pafos merita la visita, soprattutto per i mosaici. Lo stesso vale per le Tombe dei Ress, sito Unesco poco distante. In realtà i re non c’entrano molto e si visitano tombe ipogee di epoca ellenistica e romana molto suggestive, per quanto non proprio in ottime condizioni. Ma il sito colorato dai fiori selvatici, che fioriscono proprio a maggio, è stato uno dei ricordi più belli del nostro viaggio. A detta di tutte.

La spiaggia di Afrodite

I siti fioriti a maggio

Le tombe dei re a Pafos

Le tombe dei re a Pafos

Giorno 3- Monti Troodos

Molti non li includono in un viaggio di una settimana a Cipro, ma mi sembrano fondamentali per cogliere meglio l’essenza dell’isola. Queste località di montagna (d’inverno sul monte Olimpo si scia), infatti, sono punteggiate di moltissime chiesette bizantine, di cui una decina dichiarate Patrimonio Unesco. Bisogna di armarsi di un po’ di pazienza per trovarle, fra boschi e tornanti, ma custodiscono affreschi, dall’XI al XVI secolo, davvero emozionanti.

I monti Troodos

A volte sono chiuse, ma quasi sempre è indicato sulla porta il numero di telefono di un custode che arriverà ad aprirvi. In un mondo diviso fra minareti e chiese ortodosse, queste antiche chiese- un po’ così come i siti archeologici sul mare- sembrano il filo che tiene assieme tutto, una trama comune in questa strana Europa tagliata a metà.

La chiesa di Moutulla

Aggiungo un dettaglio, questa è la zona di Cipro nota per la preduzione di vino, particolarmente antica (è iniziata 6mila anni fa). Sono molte le cantine che si possono visitare in zona, ma – alla luce anche della mia momentanea astinenza da alcol – ho rimandato questo aspetto alla prossima volta.

Giorno 4- Nicosia

Scendendo dai monti, che lentamente lasciano il posto a distese agricole, si arriva a Nicosia, città un po’ sgaruppata, ma piacevole, con i suoi vicoli e le piazzette animate. Noi abbiamo alloggiato nel centro storico dal lato ‘greco’, punto perfetto per iniziare l’esplorazione a piedi. In fondo alla strada principale dello shopping si trova uno dei border (sempre aperti, noi siamo entrate da Ledra Street) e si inizia a vedere la buffer zone, una terra di mezzo, fra case disabitate.

Il centro di Nicosia

Il centro di Nicosia

La parte turca di Nicosia

Una strada di Lefkosia

Una strada di Lefkosia

Il muro a volte si vede bene, a volte si perde fra i palazzi, altre volte si vedono solo cancelli chiusi o bidoni allineati. Nella maggior parte dei casi non abbiamo visto tanti militari nei check point, ma è comunque meglio non esagerare con le scuriosate. Suggestivo l’ingresso nella parte turca, visto che si è subito accolti dal classico bazar. Da non perdere poi sono la Moschea di Selimiye- che se non fosse per i due minareti aggiunti, ricorda ancora chiaramente una chiesa gotica – che il caravanserraglio Buyuk Han, in cui sostare per un caffè.

Giorno 5: Protaras e la costa est

E’ uno dei punti più adatti alla vita da spiaggia in un tratto di costa che, va detto, stupisce per la trasparenza dell’acqua. E il gelo, ma a maggio ce lo aspettavamo, per quanto russi e inglesi fossero già perfettamente a loro agio. Dopo le emozioni dei giorni precedenti, qui si apprezza il relax e la comodità della villeggiatura, tipo la mia Riviera romagnola, scegliendo una delle tante sistemazioni fra le distese di villette, appartamenti e alberghi mastodontici. E ristoranti di ogni tipo, dal pub inglese a forma di sfinge, all’immancabile ristorante italiano. Noi abbiamo trovato il nostro angolo di pesce (e quiete) in un locale su una spiaggetta, il Kalamies (e ottima carta dei vini, prendete nota).

La spiaggia di Protaras

In una settimana a Cipro non perderei Protaras

In una settimana a Cipro non perderei Protaras

Giorno 6: Famagosta e Antica Salamina

Siamo tornate dunque a Cipro Nord in taxi, che poi come dicevo si è rivelato una limousine, giusto per non dare nell’occhio fra le strette strade di Famagosta (Gazimağusa), città fortificata che ci ha conquistate. Per le sue piazze piene di rondini, per i ruderi delle antiche chiese, l’atmosfera decadente e il ritmo lento. E ovviamente per l’ex cattedrale gotica di San Nicola, anche in questo caso trasformata nella moschea Lala Mustafa Paşa Cami.

Il vasto sito archeologico dell’Antica Salamina, invece, è un po’ più deludente: la posizione sul mare e in mezzo alla natura è sempre suggestiva, ed è molto bello anche il teatro, ma tutta l’area è lasciata un po’ allo stato brado e i cartelli andrebbero rivisti. Peccato. La ‘gita’ comprendeva anche la visita alla chiesa dell’Aposto Barnaba, sperduta nella campagna e risparmiata dalle autorità turche e trasformata in museo.

Famagosta

Famagosta

Antica Salamina

Antica Salamina

Giorno 7- Agia Napa

Abbiamo concluso il viaggio in una delle località più famose sulla costa sud, Agia Napa, sulla strada prima di tornare verso Larnaka per l’ultima notte. Valgono le stesse impressioni di Protaras, ma qui la distesa di alberghi è ancor superiore: arrivate presto perché gli ombrelloni negli stabilimenti finiscono in fretta e già a maggio era dura stare sotto il sole. Noi abbiamo scelto la spiaggia di Nissi: sabbia bianca, acqua cristallina e musica ovunque. In questa terra di miti, vedere un gruppo di turisti belli sbronzi a bordo di un unicorno gigante faceva un certo effetto. Ma anche qusto è Cipro, e l’utimo tuffo prima di tornare nel maggio terribile che ci aspettava in Italia ce lo siamo goduto tutto.

Agia Napa

Qualche indirizzo/info utile (random)

Qualcuno l’ho già inserito nel testo, altri li aggiungo qui. Sul capitolo cibo, ricordatevi sempre che le porzioni a Cipro sono enormi. Spesso i camerieri ci hanno avvertito del fatto che “per essere donne” quel cibo era troppo. Ora, noi avevamo una certa reputazione da mantenere e piuttosto che dare loro ragione saremmo morte a tavola, ma in effetti il concetto di antipasti è davvero sterminato. Noi abbiamo mangiato solo nella parte greca, dove tornano i piatti più cari: moussaka, insalata greca, formaggio alla piastra (divino l’alloumi), souvlaki e salse di accompagnamento. Sulla costa, invece, si trova anche tanto pesce, con ricette un po’ più forse legate al turismo inglese (ad esempio le salse o burro all’aglio).

Per assaggiare una cucina tradizionale buonissima, a Larnaka consiglio To Arxontikon, in una bellissima dimora storica sul Lungomare. Per una location più informale, ottima anche la cucina casalinga di Stou Rousia, in un vivace vicolo del centro storico.

Sui Monti Troodos, invece, abbiamo davvero amato l’Ambelikos Agrohotel, a Potamitissa. E’ un po’ imbucato, ma si viene ripagati dal bel patio in cui bere il vino della casa, dalle stanze tradizionali (era la casa di famiglia del proprietario), con camini e arredi storici, dalla compagnia del ruscello sottostante e soprattutto da una favolosa moussaka appena fatta. La più buona del viaggio.

Infine, nelle località di mare, rinunciate subito a cercare quelle pensioncine greche dai colori pastello cui siamo tanto abituati. La scelta qui è quasi solo fra resort, alberghi o appartamenti, a volte anche molto pacchiani costosi (a differenza del resto della vita sull’isola): a Protatas ci siamo trovate bene nel piccolo appartamento Fig Tree Giannis: carino e in ottima posizione vicino alla spiaggia.

 

Viaggio in Cina: Shanghai e dintorni senza visto

 

Assieme alla mia rubrica post nemici del ‘seo‘ e dei motori di ricerca – in cui racconto trasognati itineari in Italia- ce ne vorrebbe una ‘post su viaggi organizzati all’ultimo in un Paese completamente diverso da quello previsto’. Che è poi quest’ultimo caso: se l’anno scorso volevamo andare in Cina e ci siamo trovati in California, per marzo avevamo puntato le Hawaii e invece siamo finiti in Cina. Per chi non si fermerà qui nella lettura pensando che siamo solo degli squinternati (e poi, ovvio, non è che stiamo parlando di scegliere fra, chessò, Ozzano e San Lazzaro, giusto per citare i primi due posti vicini a casa che mi vengono in mente), provo a raccontare il nostro itinerario di 5 giorni fra Shanghai e ‘dintorni’, anche senza visto, ma con il permesso temporaneo di 144 ore che si può fare direttamente all’aeroporto se si è in transito verso un altro Paese. Che nel nostro caso, manco a dirlo, era il Giappone.

I44 ore di Cina anche senza visto

Ovviamente, prenotando all’ultimo (dieci giorni prima circa), eravamo molto stretti con i tempi del visto, documento da fare in Italia obbligatoriamente prima di ogni viaggio in Cina. E così abbiamo prenotato un aereo per il Giappone, con tappa intermedia a Shanghai e scalo su Pechino al ritorno (a proposito, un volo di questo tipo, comprato con questi tempi, a marzo, è costato 600 euro con Air China). In questo modo, una volta arrivati a Shanghai, abbiamo chiesto un ‘visto temporaneo’ che cambia da regione a regione.

Mi spiego meglio: nel nostro caso, il documento permetteva di visitare Shanghai e altre zone limitrofe, come le province Zhejiang e Jiangsu, dove si trovano Hangzhou e Suzhou. In altre parole, non avremmo potuto, ad esempio, visitare nell’arco di questo viaggio anche una città dello Yunnan o, per dire, la Grande Muraglia. Inoltre, questo visto cambia come caratteristiche da zona a zona. A Chengdu, ad esempio, si può stare 144 ore, ma senza uscire dalla città. Insomma, va verificato per ogni destinazione, ad esempio su questo sito.

Shanghai - giardino del mandarino Yu

Shanghai – giardino del mandarino Yu

Già, ma come si fa? Nel caso di Shanghai, appena sbarcati siamo andati verso lo sportello particolare della Immigration – il numero 1, ma non è detto che sia sempre quello-, dedicato a questo tipo di visto, che è gratuito. In precedenza avevamo già lasciato le impronte digitali alle macchinette automatiche e quando siamo arrivati allo sportello, il poliziotto ci lasciato un foglietto da portare sempre con noi nel passaporto, che va riconsegnato al momento della partenza.

L’itinerario

Ecco qui il nostro itinerario per queste 144 ore di Cina. Gli amanti e conoscitori del Paese si contorceranno sulla sedia a vedere quanto poco tempo abbiamo dedicato a certi posti, ma abbiamo deciso comunque di avere un assaggio di più città e tornando indietro farei la stessa cosa. Anche perché gli spostamenti in treno sono davvero molto veloci e consentono di coprire in pochissimo grandi distanze. Poi, ovvio, Shanghai meritava come minimo un paio di giorni in più. Che dire, speriamo di tornare a completare il quadro.

  • Shanghai
  • Suzhou- Tongli
  • Tongli- Hangzhou
  • Hangzhou e ritorno la sera a Shanghai
  • Shanghai e volo serale per Osaka

Shanghai

Siamo arrivati all’alba e quindi siamo riusciti a prendere il primo treno a levitazione magnetica (Maglev) che dall’areoporto di Pudong porta fino a Longyang Lu (2 biglietti 80 yuan). Da questa stazione abbiamo poi preso una metropolitana fino alla Concessione Francese, dove si trovava il nostro albergo. Devo dire che fin qui l’impatto è stato soft: il treno che tocca i 430 chilometri orari è già un viaggio nel viaggio (si percorrono 40 chilometri in 7 minuti) e la metro, rispetto anche solo a quella di Tokyo per dire) è molto chiara, considerando che le 16 linee servono una città da 25 milioni di abitanti: i biglietti (economici) si comprano in macchinette automatiche con spiegazione in inglese (almeno qui, non sarà altrettanto facile nelle stazioni ferroviarie).

Il giardino Yu

La zona della Concessione francese è particolarmente bella, alberata, con case dagli stili un po’ disparati, ma dallo stampo europeo: non a caso in questa parte della città vivono molti stranieri e si trovano tanti ristoranti e locali carini. In generale, consiglio di dormire qui, tra l’altro ci sono diverse fermate della metro, ma non bisogna pensare che sia così facile arrivare a piedi dappertutto: come in tutta la città, le distanze sono enormi e tutto è davvero fuori scala per i nostri parametri. Fra le cose da vedere in questa zona, in particolare a Xintiandi e Tianzifang, ci sono sicuramente le abitazioni tradizionali shikumen, oggetto negli anni di un’operazione di restauro. Purtroppo sotto la pioggia battente che non ci ha dato tregua, la nostra non è stata proprio una passeggiata piacevole, soprattutto quando, con le gambe fiaccate dal jet lag, abbiamo penato per farci caricare da un taxi – una costante un po’ ovunque questa.

L’altro motivo davvero valido per visitare la Concessione Francese è il piccolo museo Propaganda Poster Art Center. Gratuito, si trova nel piano interrato di un palazzone e ripercorre tra pubblicità e immagini del tempo la propaganda comunista fino a tempi  molto recenti. Davvero una rarità da non perdere (non si possono fare foto, ma acquistare copie delle stampe).

Come già detto, a Shanghai siamo stati sicuramente poco e alcune delle attrazioni principali sono state funestate dal maltempo – ad esempio non siamo praticamente riusciti a vedere oltre la nebbia Pudong, la parte avveniristica della città al di là del fiume, dove le baracche dei pescatori nel giro degli ultimi anni hanno lasciato il posto a grattacieli scintillanti -, ma vorrei comunque citare tre cose che mi sono piaciute moltissimo.

Pudong (o almeno quello che emergeva dalla nebbia)

Il giardino Yu. Se il bazar attorno vi lascerà un po’ interdetti (è veramente kitsch), concedetevi comunque un po’ di straordinari bao. Sono ravioli ripieni di carne di maiale e cotti al vapore, preparati in vetrina proprio come fanno a Bologna con le sfogline: sono economici e buonissimi. Scusate la divagazione sul cibo (che comunque giustifica un viaggio fin qui), torno al giardino tradizionale, davvero stupendo. Un po’ perché è una pausa di quiete (ma arrivateci presto) dal delirio della città e poi perché all’improvviso ci si trova in un mondo fatto di grazia, alberi fioriti, draghi che spuntano dai muri, laghetti… insomma un idillio di geometrie da non perdere.

L’altra è il museo di Shanghai, in piazza del Popolo. L’abbiamo scelto, confesso, per ripararci dall’acqua, ma abbiamo fatto bingo. Visto che è gratuito, può essere sufficiente visitare il piano terra, per fare un viaggio millenario nelle diverse epoche e regioni della Cina attraverso sculture straordinarie. Davvero emozionante.

Museo di Shanghai

La terza dritta vale per il Bund. Sicuramente è suggestivo esplorare le differenze fra gli storici edifici lungo il fiume scorrendo le facciate, ma non perdetevi la visita anche all’interno di due mitici hotel, il Peace e il Waldorf Astoria: entrare nelle hall è come tornare indietro alla Shanghai degli anni Trenta.

La cucina dello Yunnan al ristorante Lost Heaven

La cucina dello Yunnan al ristorante Lost Heaven

Shanghai-Sozhou

Il secondo giorno di buon’ora siamo andati nella deliziosa cittadina fluviale di Tongli passando per Sozhou, famosa per i suoi giardini sparsi in un nucleo storico scandito da canali. Da Shanghai si raggiunge in poco più di un’ora di treno proiettile: una sorta di Shinkansen, ma molto più conveniente (circa 9 euro a tratta). La sfida, come sempre, è salirci su quel treno: a partire da riuscire a saltare su un taxi, spiegare – nessun tassista e dico nessuno parla inglese o è interessato a parlarlo – in che stazione della città si vuole andare e comprare un biglietto.

Nella Shanghai Station è inutile tentare di andare alle macchinette – a meno che non capiate il cinese, ovvio-. Il biglietto si compra allo sportello e per stranieri ce n’è uno solo: guardate bene sul vetro, c’è una scritta piccola, ma c’è (è la stessa fila per donne incinte e portatori di handicap, vabbè): dovrete esibire il passaporto e, come sempre, attraversare svariati metal detector con le valigie. In compenso, la stazione è molto bella e, come dimensioni, sembra un nostro aeroporto.

Arrivati a Sozhou la nuova avventura è stata trovare il deposito bagagli: nella solita fiera dell’incomunicabilità, abbiamo capito che si trova solo dal lato nord della stazione (in fondo a destra del tunnel sotterraneo). Da qui si prendono anche i taxi in transito per arrivare fino alle porte del centro storico: proprio all’inizio dell’area pedonale si trova anche il museo di Suzhou, progettato da I.M.Pei. E’ interessante soprattutto per l’architettura, ma è gratis, quindi perché non farci un giro. I giardini da visitare sono molti, sicuramente bello è quello dell’Umile Amministratore, ma ammetto che vale il viaggio la tappa in un ristorante storico Yaba Shengjian per i loro xiang long bao, ravioli fritti ripieni di carne e brodo. Il mio piatto preferito di tutto il viaggio, per pochissimi euro (tipo 10 euro in due).

Tornati alla stazione, abbiamo ripreso un taxi per arrivare a Tongli: doveva essere un viaggio di mezzora, ma il tempo è raddoppiato per dei lavori stradali e il traffico (la corsa è lievitata fino a 170 yuan, ma stiamo parlando di 22 euro in due, quindi non mi lamenterei) . Quando siamo arrivati alle porte del centro storico di questo delizioso villaggio si stava già facendo sera e, attraversando il primo ponte di pietra, siamo entrati in un’altra dimensione.

Sono infiniti i motivi per cui ho amato questo luogo, che secondo me si apprezza appieno solo fermandosi a dormire: per le case basse di pietra su una trama di canali, perché tutto all’improvviso torna piccolo e a portata di piedi. Per le lanterne che brillano sull’acqua, i vivaci ristorantini sul fiume. Per la casa tradizionale che ci ha accolti, con persone all’improvviso gentili, per la cena straordinaria nel ristorante di un vecchietto che ci spiegava i piatti traducendoli sul telefono, per i giardini meravigliosi. I negozietti e il giro in barca sul canale, scivolando sull’acqua, sfiorando i ponti con la testa come in quegli angoli più defilati della laguna veneta.

La storia si tocca, si sente, e in un Paese con città gigantesche davvero fa una bella differenza. Ma senza un’atmosfera troppo patinata: la vita scorre nella sua quotidianità, con tanto di dettagli pulp. Come la gallina sgozzata direttamente sul canale la mattina, giusto per non sentirsi troppo turisti.

Tongli-Hanghzou

Da Tongli siamo ripartiti il pomeriggio successivo con un autobus diretto a Hanghzou, città famosa per il lago occidentale nella regione dello Zhejiang, una di quelle previste dal visto temporaneo.  Il biglietto – 56 yuan – ci è stato gentilmente prenotato sul sito dal personale della nostra guesthouse, quindi per una volta è stato più facile orientarsi una volta arrivati in autostazione (leggermente fuori dal centro storico, ma raggiungibile in una mezz’ora massimo a piedi).

Il viaggio è durato circa due ore, tempo in cui fuori dal finestrino continuavano a scorrere immagini di una campagna un po’ depressa ed enormi palazzoni in schiera.

Devo dire che, con il sole velato che sprigionava una luce fredda e grigiastra, mi sono sentita più volte all’interno di Blade Runner 2049. In questa atmosfera un po’ surreale siamo arrivati all’autostazione di questa città enorme (7 milioni di abitanti), raggiunta dopo venti minuti buoni di taxi fino alla città vecchia, lasciandosi alle spalle uno skyline di edifici mastodontici, dall’aria minacciosa. Un clima che cambia completamente nelle varie parti della città, sia in quella pedonale, in cui si trovava il nostro ostello (molto carino, lascio il link perché lo consiglio proprio), che quelle sul lago.

In generale, la prima mi sembra la zona più comoda in cui pernottare, anche se quelle sponde che sembrano tanto vicine sulla mappa in realtà, per essere raggiunte, richiedono ancora una volta un taxi o quanto meno una bici (noleggiabile facilmente). Visto che si stava facendo buio, abbiamo deciso di rompere il ghiaccio con la città nei due modi che preferisco: dall’alto del vicino City God Pavillon (stupendo quando è illuminato) e mangiando.

Il modo più semplice si è rivelato in uno dei centri commerciali sul lungo fiume: lo so, venendo dall’Italia sembra un’eresia, ma qui come in Giappone in questi mall si trovano spesso ottimi ristoranti e non è da buttare via neppure il fatto di avere un menù in inglese, vi assicuro. Comunque sia il Green Tea è stato un’ottima scelta (ci sono altri punti in città), con una buona cucina del territorio presentata benissimo (160 yuan in due).

Green Tea

Il giorno successivo ci siamo dedicati alla parte che ci stava più a cuore, quella delle piantagioni di tè di Longjing: è una varietà molto pregiata, e costosa, che viene coltivata sulle colline sopra la città, vicino all’omonimo villaggio. E’ una visita straordinaria, perché in pochi chilometri ci si trova all’improvviso un’atmosfera rurale, con quell’immersione in un mondo fatto di tonalità verdi che così tanto amo dell’Asia.

Longjing

Noi siamo arrivati in taxi fino al nuovo Museo nazionale del tè, in posizione davvero suggestiva sulla collina, per quanto meno organizzato per le visite (quasi tutti si fermano al museo originale qualche centinaia di metri più in basso). A meno che non siate dei patiti di tè, le informazioni di quello superiore possono bastare, assaggi compresi e, in pochi minuti a piedi, si può arrivare al villaggio di Lonjing con la sua atmosfera tranquilla. A quel punto non vi resta non vi resta che immergervi nelle piantagioni, seguendo alcuni sentieri indicati da cartelli.
Se a tavola siete abbastanza spericolati, fermatevi a pranzo in questo angolo di quiete. Noi siamo stati ‘catturati’ da un’anziana signora che ci ha fondamentalmente dato da mangiare nel giardino di casa: il menù era scritto solo in cinese, ovvio, ma il pesce estratto dentro la sua cesta dal torrente non richiedeva troppe cerimonie. Col riso e uova strapazzate ordinate alla cieca ci è andata bene.

E il lago? Ci siamo andati dopo pranzo, raggiungendolo direttamente in bus da Lonjing: solo uno scende dalla collina, non potete sbagliare e porta alla riva occidentale. Noi abbiamo attraversato l’isola Gushan e il terrapieno che ricongiunge all’altra sponda. La camminata è piacevole, in una selva umana di gente, selfie stick, barche e aquiloni: se temete la folla, non venite qui!
Appendice finale: siamo tornati a Shanghai in treno, ma non fate come noi l’errore di non prenotarlo prima, soprattutto se è un venerdì sera. Siamo riusciti a prendere l’ultimo per il rotto della cuffia in una stazione straripante di persone dai mille tratti somatici: gente con gli zaini, famiglie cariche di sacche che sembravano dirette in ogni angole sperduto dell’Asia. Forse lo erano.

Il Beit Beirut

Sembra Beirut: viaggio nella capitale del Libano

Sembra Beirut. Perché è Beirut. La città che scivola nella notte sotto i nostri occhi durante il tragitto dall’aeroporto si presenta con le sagome scure degli edifici che sembrano cadere a pezzi e le impalcature dei cantieri. Ma è solo una parte, perché dall’altro lato del finestrino si spalanca uno skyline di grattacieli illuminati e le luci danzano, come in tante grandi metropoli. Siamo in cinque, più l’autista, in un taxi che dovrebbe contenere solo la metà di noi, ci hanno appena fregato sul prezzo- è evidente-, e dopo una prima sequenza di minareti e campanili, a metà strada c’è già il primo posto di blocco militare. Poco importa che davanti siamo sedute in due, una sull’altra: il tassista si preoccupa solo di mettersi la cintura. Ma i militari non ci fanno caso, si prosegue.
E’ un giovedì sera a Beirut, e questo è solo l’antipasto.

Con i miei compagni di viaggio a Downtown

Con i miei compagni di viaggio a Downtown

Una guida alla città

La scelta di partire per un fine settimana nella capitale del Libano è stata istintiva, quasi quanto quella di comprare quei cinque biglietti aerei a prezzi convenienti (un po’ meno gli orari notturni, i collegamenti non sono eccezionali). Il resto però era solo una composizione di immagini da Internet, Instagram e sito della Farnesina per capire che momento stesse vivendo questo piccolo stato, incapsulato fra il Mediterraneo e vicini decisamente ingombranti -Israele sotto e la Siria ai lati.

Di guide aggiornate neanche l’ombra, almeno in italiano (la Lonely Planet è in lavorazione e abbiamo comprato poi una guida americana, piuttosto ben fatta, la Bradt). Informazioni poche, dunque, inversamente proporzionali allo sgomento di parenti e amici a casa. In questi casi tutti si improvvisano esperti di politica estera e Medio Oriente. Sempre per partire tranquilli, insomma.

Achrafieh

E così provo a raccontare le mie impressioni dopo un fine settimana in Libano, su cosa effettivamente abbiamo trovato sulla sponda più esterna del nostro mare comune. Una piccola guida, insomma, per organizzarsi in un posto che è tutto il contrario di tutto, in cui si passa da loft e locali eleganti, ai profughi siriani ai lati delle strade e agli edifici deturpati dagli spari. Una città che da Parigi orientale è diventata il simbolo di ogni casa sgraziata, rovinata, in cui convivono cristiani maroniti, ortodossi, sciiti, sunniti, drusi (sono dei musulmani mooolto particolari), ebrei (pochi), giusto per citarne alcuni.

La moschea Mohammed-al-amin

La moschea Mohammed-al-amin

Cosa vedere in un giorno

Beirut è una città che ne ha passate di tutti i colori e se da un lato non si è tolta di dosso questo passato tormentato, dall’altro esplode di vita, soprattutto di sera. Le zone principali, in cui è possibile camminare a piedi in tranquillità, sono quelle di Hamra, zona a maggioranza musulmana, Downtown e Achrafieh, a predominanza cristiana. E’ la zona in cui si trovano anche alcuni edifici storici, risalenti al periodo del mandato francese, durato fino al 1943, quando il Libano ottenne l’indipendenza. Solo un accenno a quello per cui questa città è diventata un simbolo di distruzione: la guerra civile, durata dal 1975 al 1990, che ha provocato un vero e proprio esodo di libanesi dal Paese. La città era divisa in quegli anni da una green line, che separava la parte musulmana e cristiana. I segni del conflitto – che non è purtroppo stato l’ultimo, se consideriamo anche quello fra Hezbollah e Israele a partire dal 2006 – si vedono ancora in alcuni edifici, come il Beit Beirut, da cui abbiamo iniziato la nostra visita.

Uno degli edifici di Achrafieh

Uno degli edifici di Achrafieh

Prima visita, primo buco nell’acqua: il palazzo giallo restaurato, ma che ancora racconta il recente passato attraverso i buchi sulle pareti e che ospita un centro di documentazione sulla guerra civile, è chiuso per un evento privato. Guardando recensioni, in realtà gli orari di apertura sono piuttosto ‘creativi’ e non sempre si riesce a entrare. Ripieghiamo su una camminata ad Achrafieh, fra ristorantini, negozi hipster e case sventrate, fino a quando non avvistiamo il Dome City Center (o The Egg). E’ un altro edificio-simbolo a portare i segni della guerra e che forse impressiona più di tutti. Espressione dell’architettura mordernista degli anni Sessanta, doveva essere un centro commerciale, ma oggi assomiglia più a uno scheletro abbandonato. Ma anche questa è solo una parte della storia, perché la sera dopo lo ritroviamo illuminato di viola, trasformato nella sede di un evento glamour (sempre a invito, ancora).

The Dome

Subito dopo si apre Downtown, in cui, a pochi metri di distanza, si trovano la moschea Mohamad Al Amin, dalla stupenda cupola blu, e la cattedrale maronita (che purtroppo troviamo chiusa, pure questa). Un bellissimo contrasto, che aumenta subito dietro, fra i resti di una basilica romana e la cattedrale greco-ortodossa di San Giorgio: merita una visita, per la bella iconostasi e soprattutto per il museo sotterraneo, che racconta le stratificazioni della città. E considerando romani, bizantini, mamelucchi e arabi, direi che di strati ce ne sono. Si passa così alla famosa place d’Etoile, in cui svetta un Rolex gigante, e al Parlamento, in un’area della città chiusa al traffico, centrale quanto piuttosto deserta, fra pochi clienti nei caffè all’aperto. Il souk è un’altra sorpresa, perché non c’è nulla di esotico in queste gallerie commerciali, con negozi occidentali e spesso costosi. E’ una parte interessante, che racconta delle trasformazioni recenti della città- pianificate dalla società Solidare-, ma che non emoziona molto.

A questo punto si può però raggiungere la Corniche, il percorso pedonale e ciclabile che costeggia il mare, fra traffico impazzito – il rumore del clacson sarà la vostra compagnia costante, rassegnatevi -, spiagge che non chiamerei proprio spiagge, ma più scogli- gente con la propria sedia a fumare la shisha, coppie e famiglie, e grandi alberghi e appartamenti sempre piuttosto vuoti e concessionarie di auto di lusso. La sensazione che condividiamo fra noi è di una città pronta ad accogliere turisti, visitatori, ma che ancora non ci sono. O non li vediamo noi, difficile dirlo in pochi giorni. Ma quello che incontriamo è soprattutto un gran numero di auto e un edificio davvero pazzesco: la casa del rancore. E’ un condominio piatto che un vicino ha costruito per bloccare la visuale all’altro. Meglio non far incavolare i vicini, insomma.

La passeggiata sulla corniche si conclude ai Pigeons Rocks, due enormi faraglioni nel mare, che si possono anche visitare da sotto con la barca. Noi ce li godiamo al tramonto, nell’ora in cui il sole incendia l’acqua, bevendoci un caffè libanese dai bar panoramici. Il giro in Hamra Street, dove si trovano l’Università americana libanese e una serie di negozi di tutti i tipi, si esaurisce presto: il traffico è assordante ed è tempo di tornare a casa.

La sera a Beirut

E’ il momento della giornata in cui Beirut indossa il suo vestito più inaspettato, divertente, soprattutto nel fine settimana, con giovani dentro e fuori da locali stilosi, costosi, fra coctkail e musica. Può sembrare superficiale, ma non lo è (o almeno non del tutto), perché si sente la vita che pulsa in questa città rinata mille volte. Posti di polizia, filo spinato e macerie all’improvviso sono lontani anni luce. Basta percorrere Gourad Street e Armenian Street e le strade dal sapore bohemienne di Gemmayze e Mar Mickail, per rendersene conto, passeggiando fino al bellissimo museo Sursok, museo di Arte Contemporanea che brilla nella notte, da raggiungere magari dalla scalinata di San Nicolas, famosa per la street art. Poi non resta che scegliere il ristorante preferito.  La cucina libanese, così difficile da trovare in Italia, è strepitosa.

Il museo Sursok

Dove mangiare e bere

Come dicevo sopra, l’esperienza culinaria vale da sola un viaggio a Beirut. Abbiamo mangiato bene sempre, in ristoranti con stili diversi, ma fondamentalmente concentrati nella zona di Gourad e Armenian Street. I piatti, va detto, sono sempre variazioni sul tema, con mezze che tendono a ripetersi, con alcuni must come l’hummus di ceci; il mutabal di melanzane (molto simile al ‘cugino’ babaganoush), spesso servito con chicchi di melograno; Tabbouleh, con prezzemolo e pomodorini; Fattoush, insalata con pane croccante e (il mio preferito) Fatteh, con yogurt, noccioline, melanzane e pane croccante. Un insieme di sapori che spaziano dal Medio Oriente alla Grecia, con molte verdure e legumi.

Hummus e mutabal

Come carne, si mangia soprattutto agnello, in versioni che ho trovato strepitose (ne racconto qualcuna qui sotto). I dolci sono spesso preparati con lo yogurt o formaggio di capra, aromatizzati con miele, pistacchi e un’acqua di arancia da noi soprannominata amichevolmente ‘Vidal’: intensa, ok, ma io l’ho trovata buonissima. Con la stessa essenza si prepara anche un caffè bianco, che altro poi non è che acqua calda aromatizzata, ottima per digerire i quintali di legumi appena ingeriti. Ecco qualche indirizzo.

  1. Marrouche, sulla Corniche. Ideale per una pausa pranzo in una bella giornata, visto che dal primo piano si gode di una bella vista sul mare. Ottimo l’hummus, ma va assolutamente assaggiato l’Arayess Kebab : una specie di piadina croccante ripiena di agnello, con una spolverata di pistacchi sopra. Il mio piatto preferito in assoluto.
  2. The Chef. Un posto storico, in posizione eccezionale per chi è reduce dall’aperitivo in Armenia Street, frequentato dagli stessi libanesi per la cucina casalinga e autentica. E’ spartano, ma pulito, con un servizio impeccabile e un menù che cambia continuamente. Buonissime le melanzane (sul menù si chiamavano moussaka, ma in realtà erano tipo stufate col pomodoro), la cicoria con cipolla croccante e un pesce in salsa di sesamo. Grande rapporto qualità-prezzo.
  3. Enab. Alla fine di Armenian Street è il classico posto trovato per caso, che ti sorprende per l’arredamento caldo (carta da parati colorata, poltrone a fiori, colori pastello). Buonissime tutte le mezze ordinate, comprese le salsicce libanesi, leggermente piccanti e con un po’ di cannella e il formaggio di capra, sia fresco che grigliato. Con vino, birra e shisha finale, abbiamo speso, 220 lire libanesi.
  4. Liza. Un ristorante bellissimo, fra i più famosi in città, che abbiamo potuto prenotare solo la domenica sera perché il weekend era sempre pieno. Si trova in una casa storica vicino al Sursok Museum, con stanze dalle luci soffuse e giochi di specchi. Un vero viaggio nell’atmosfera mediorientale. Abbiamo ordinato la degustazione di mezze, tutte di livello superiore a quelle mangiate nei giorni precedenti, con anche felafel, piccole sfiah, panini ripieni di carne e agnello davvero straordinari e un riso con agnello e frutta secca davvero buonissimo. Il servizio, invece, è migliorabile, visto il livello del locale, che offre anche una bella carta dei vini, molti libanesi. Il prezzo lievita parecchio (circa 60 euro a testa), ma sarebbe corretto se poi non fosse raddoppiato per tre bicchieri di Cognac che (l’abbiamo scoperto al momento del conto) costavano 60 euro l’uno. Noi non avevamo chiesto i prezzi, loro non hanno pensato di dirceli: insomma, è finito con una ‘pelata’, ma anche una risata. Comunque resta un luogo speciale.
  5. Eat Sunshine. Un ultimo consiglio per la colazione. E’ uno di quei posti hipster che mi piacciono tanto, in cui trovare sia piatti orientali che le classiche uova o pancakes con frutta fresca. Caro, ma bello e buono. Ci sta.
  6. Capitolo locali. Come dicevo prima, in Armenian Street non c’è che l’imbarazzo della scelta: sono davvero tanti quelli belli, anche fighetti, con cocktail (non sono un esperta nel campo) ricercati. Ne segnalo comunque due. Il primo è Anise; piccolo, atmosfera bohemienne, molto frequentato. L’altro è, sempre per restare in tema, The Bohemian: simpatico, giovane, atmosfera frizzante nel weekend. I prezzi dei cocktail sono paragonabili a quelli italiani.
Uno dei locali di Armenian Street

Uno dei locali di Armenian Street

Dove dormire a Beirut

Per un piccolo gruppo come il nostro è stato perfetto puntare su un appartamento condiviso. Su Airbnb abbiamo trovato il bellissimo Stylish New Loft Duplex ai margini del quartiere Achrafieh. Abbiamo speso circa 40 euro a testa a notte e per i prezzi generalmente alti di Beirut è un’ottima soluzione. La zona è in trasformazione, sono molti i cantieri nei dintorni, e non è proprio il posto in cui fare un giro a piedi (ci sono solo palazzi, ad eccezione di un mercato a soli 400 metri, per chi vuole un’esperienza very local), ma la casa di Tania è davvero bella, fra arredamento curato, domotica e, diciamolo pure, tre bagni. C’è il garage, ma io personalmente non guiderei a Beirut neanche sotto tortura, quindi consiglio di utilizzare Uber: comodissimo ed economico (soprattutto se diviso in cinque come noi). Serve internet per usarlo: potete procurarvi una sim libanese o, come noi, sfruttare le reti wifi dei locali, diffusissime)
In alternativa, se si è da soli o in coppia, penso che l’ideale sia trovare una sistemazione fra Gemmayze e Gourad Street, in modo da spostarsi a piedi la sera senza problemi ed essere già nella zona più ricca di locali e ristoranti.

Info: noi abbiamo trovato una situazione molto tranquilla, ma consiglio comunque di consultare il sito della Farnesina prima di partire, perché sono indicati i quartieri della città in cui è meglio non andare a zonzo. Ecco qui: http://www.viaggiaresicuri.it/paesi/dettaglio/libano.html

I vini di Lanzarote

L’isola di Lanzarote

Anche dall’aereo si vedono i coni dei vulcani alzarsi dalla terra scura e grappoli di case bianche arrampicate sui fianchi di crateri che, ormai, non fanno più paura. Di solito non scrivo in volo, ma questa volta ho voluto fissare subito alcune immagini e sensazioni che Lanzarote mi ha lasciato, facendomi sentire per cinque giorni fuori dal mondo. E un po’, alle Canarie, si è fuori dal mondo, nel cuore dell’oceano Altlantico. Uno dei motivi per cui questa destinazione ha iniziato a farsi strada nella mia mente è stato il vino, poi l’anima vulcanica, infine la speranza del caldo mentre nella mia Emilia è scesa una coperta di freddo e umido. Il collegamento low cost con Bologna ha chiuso il cerchio. Immaginavo che Lanzarote mi potesse piacere, amo le isole un po’ sperdute, ma la realtà ha superato le aspettative.

Parco del Timanfaya

Parco del Timanfaya

Il motivo principale – oltre il sole che mi ha fatto respirare un po’ d’estate – credo sia lo spirito di frontiera, che spesso ricerco quando viaggio. Amo i luoghi ai margini, dove i tratti si confondono. Mi aspettavo una Spagna insulare, un mondo completamente occidentale. Aspetti che indubbiamente ci sono, ma la verità è che ho trovato una terra africana e colori accesi che non vedevo dai tempi della Namibia e del Marocco, giusto al di là del braccio di oceano. Terra nera, montagne rossastre, rare spiagge di sabbia bianca. Assenza di alberi, ad accezione di cactus e palme, vegetazione rada da bush, case basse, bianche. E’ la natura selvaggia e sempre estrema dell’isola, con i suoi mari di lava solidificata, come se la terra fosse diventata una dura scorza del colore del cioccolato. E africani sono i cieli stellati, i tramonti infuocati, il coriandolo nella salsa che accompagna le patate arrugadas (arrostite con la buccia), come si mangiano qui.

I vini di Lanzarote

Ma veniamo ai vini. Quelli che si bevono a Lanzarote forse non saranno tutti indimenticabili, ma mai, finora, ho visto un sistema di coltivazione spettacolare come questo. La storia della coltivazione dell’uva qui, del resto, è incredibile. Nelle vicine isole Canarie, in particolare a Tenerife, il vino si faceva già dal Cinquecento. Era un vino con aggiunta di alcol, un po’ liquoroso dunque, che veniva esportato fino all’America e che piaceva molto agli Europei, in particolare agli inglesi: persino Shakespeare lo cita. A Lanzarote, invece, il vino si consumava, ma per i contadini era difficile ricavare qualcosa dal terreno arido.

La Geria

Poi, fra il 1730 e il 1736 tutto cambia. Il vulcano Timanfaya erutta devastando parte dell’isola, seppellendo villaggi, spargendo ovunque ciottoli e cenere. Parte della popolazione lascia l’isola, ma quello che per anni deve essere sembrata l’apocalisse, lascia un’eredità. Il nuovo strato di lapilli vulcanici- chiamati picon– rende possibile l’allevamento della vite: trattiene l’umidità che di notte arriva dall’oceano e la fa penetrare fino alle radici delle piante, che possono trattenerla per mesi. E’ così, dunque, che inizia la viticultura, con la nascita della prima cantina, El Grifo, nella seconda metà del Settecento. Per ottenere vini di qualità superiore bisogna aspettare l’Ottocento, quando viene introdotta la Malvasia vulcanica (prima veniva coltivato solo il Palomino). Il paesaggio selvaggio trasformato dalla furia del vulcano viene modellato dall’uomo in modo unico: le viti si trovano all’interno di buchi, dalla forma di imbuti, o spaccature nella distesa di lava – il suolo si trova alcuni metri sotto – e sono protette da muretti a secco circolari o semicircolari (oggi anche rettangolari), che fungono da barriera per gli Alisei, pur facendo passare l’umidità. La Geria, una sorta di strada del vino nel cuore dell’isola e zona vocata alla produzione, è un’emozione per gli occhi: valli e colline sembrano alveari o cerchi disegnati da una mano aliena sulla terra nera.

La Geria

I vitigni di Lanzarote

Sono pochissimi i vitigni coltivati in questo ambiente arido. Quello principale è la Malvasia vulcanica- varietà che si trova solo qui ed è la più antica al mondo-, da cui si ottengono bianchi secchi profumati e minerali, e un vino semidolce. Molto importante è anche il Moscato d’Alessandria (lo stesso di Pantelleria), da cui viene prodotto un vino dolce che ricorda il passito. Seguono la Listan Blanca (o Palomino) e Negra: da quest’ultima si ottengono rosati e vini rossi destinati a essere bevuti giovani, con il loro corredo di frutti rossi, ma con poco corpo. A meno che non venga aggiunto un po’ di Syrah. Un altro vitigno rimasto qui e salvato- come gli altri, grazie al terreno vulcanico- dalla Fillossera, si chiama curiosamente Diego.

Sono 18 le cantine presenti sull’isola che fanno parte della denominazione di Lanzarote (14 ne La Geria), per una produzione di circa un milione e mezzo di bottiglie, ma vanno aggiunte altre piccole realtà al di fuori della DO. Solo alcune sono effettivamente pronte ad accogliere i visitatori tutti i giorni dell’anno (e a volte sono infatti prese d’assalto dai pullman di turisti), magari con tanto di ristorante abbinato; altre stanno iniziando ora questa piccola rivoluzione e vanno avvisate prima di presentarsi all’ultimo per un visita. In molti ristoranti ed enoteche dell’isola, però, fortunatamente si possono assaggiare diverse etichette locali e farsi un’idea piuttosto completa delle tipologie presenti.

La vendemmia

Un accenno alla vendemmia, che qui inizia prima di ogni altro Paese in Europa. La prima uva essere raccolta, sempre a mano, è la Malvasia vulcanica, già a luglio. Seguono, fino a settembre, le altre tipologie: l’ultimo a essere raccolto è ovviamente il Moscato, destinato al vino dolce, e che quindi si lascia maturare di più. Ultima nota di colore. La vicinanza con l’Africa si sente parecchio anche quando si parla di vino: fino a qualche decennio fa, infatti, per la raccolta delle uve si usavano i dromedari, che portavano sulla simpatica gobba le cassette ricolme di grappoli.

Le cantine

El Grifo

Questa cantina è la più antica di Lanzarote (1775) e, di quelle la cui storia è arrivata fino a oggi, anche delle Isole Canarie. Anche per questo merita una visita, per avere una panoramica generale e visitare la bella residenza della famiglia titolare, che comprende anche una ricca libreria. Io ho approfittato di una visita guidata da 90 minuti (tutti i giorni alle 15), comprensiva di spiegazioni in cantina, passeggiata nel vigneto, museo del vino e degustazione di due vini. Una curiosità: il nome deriva da un villaggio sepolto dalla lava ai tempi delle eruzioni del Timanfaya, poi l’artista e architetto più importante dell’isola, César Manrique, ha creato l’attuale logo del Grifone.

A El Grifo – che produce una linea anche per la grande distribuzione e, in generale, 500mila bottiglie – si ha la possibilità di assaggiare alcune tipologie, sempre a base di Malvasia, meno diffuse. Come il metodo classico, un Brut che riposa due anni sui lieviti, molto delicato, e una Malvasia sui lies, dell’annata precedente (di solito questi non sono vini longevi, in un anno e mezzo circa perdono la loro freschezza): al naso si riconosce il sentore dei lieviti lasciato dal batonnage. Per chi vuole un rosso con più corpo, in azienda è prodotto anche un Syrah.
Info: ci sono varie tipologie di visite, per durata ed eventuale accompagnamento di cibo, che si possono prenotare sul sito. La cantina è comunque aperta tutti i giorni per passaggi estemporanei.

El Rubicon

Si trova all’estremo opposto della strada che taglia La Geria, davanti a un’altra azienda molto nota e organizzata per le visite, La Geria, appunto. Anche in questo caso ci troviamo all’interno di una bella residenza tradizionale ristrutturata, che ospita anche un ristorante, ed è possibile visitare in autonomia un piccolo museo del vino.

Si possono prenotare visite, ma si può assaggiare anche da soli vari calici (un euro a bicchiere; 3,50 euro due assaggi con formaggio). E’ una soluzione che, almeno nella nostra esperienza, non ha compreso alcuna spiegazione sui vini, solo il servizio: li abbiamo degustati fuori, sui tavolini affacciati sulla strada (il lato migliore è destinato al ristorante), dove svetta il vulcano e il tramonto cala sulle distese di lava. Delle varie tipologie ho preferito la Malvasia vulcanica, Amalia, con un bel naso floreale e fruttato, ma molto noto, e pluripremiato, è il Moscato d’Alessandria.

Bodega Vulcano

E’ un’azienda giovane, nata nel 2009, ed è l’unica a trovarsi in un contesto cittadino. Siamo a Tìas, in una sala degustazione – la cantina vera e propria è proprio al piano di sotto- molto moderna, che mi ha ricordato, per quanto in piccola, quelle della California. L’accoglienza è garantita tutti i giorni e con 5 euro si possono degustare 3 vini, con un piccolo accompagnamento di cibo. Il personale è molto gentile, ma anche in questo caso non ci sono state offerte particolari spiegazioni sui vini. Ho apprezzato particolarmente il rosato- forse quello che mi ha convinto di più nei miei assaggi sull’isola -, dallo stupendo rosa brillante e piacevoli sentori di fragola. Fresco e vibrante.

Equilibrato fra morbidezza e mineralità anche il Semidulce (90% malvasia e 10% Moscato). Tutti i vini erano dell’annata 2017.

Bodega Vega de Yuco

Questa azienda merita un passaggio anche solo per la vista: si trova in posizione più sopraelevata, e panoramica, rispetto alla strada principale che attraversa La Geria e gli occhi si perdono sulla terra scura e traforata dalle vigne. Confesso che non abbiamo potuto assaggiare i vini sul posto perché colpevolmente non abbiamo avvisato prima di arrivare, ma spero che chi legge non faccia il mio stesso errore e telefoni! L’azienda infatti al momento è aperta solo fino alle 15 dal lunedì al venerdì e non ha personale sempre dedicato all’accoglienza. Comunque sia, la Malvasia vulcanica base è la mia preferita di quelle assaggiate sull’isola (curiosa la bottiglia blu), con una nota spiccatamente minerale: nel bicchiere si sente particolarmente il suolo vulcanico, con una maggiore persistenza. Anche il tinto, con il Syrah.

Queste sono le cantine che abbiamo visitato in modo più approfondito, ma per quelli che sono stati altri assaggi fatti durante la permanenza consiglio di contattare anche la Bodega Los Bermejos (bio). Un luogo ottimo per degustare (con ottime tapas di accompagnamento), sempre restando nella zona della Geria, è la bodega El Chupadero, sempre con una bellissima vista sulle alture mozzate del Timanfaya. Interessante anche la selezione alla Cantina Teguise, nell’antica capitale dell’isola e, perché no, il vino della casa del Teleclub di Haria. Questo centro sociale merita una visita a prescindere, per vedere la gente del posto che si trova a guardare la tv e giovare a carte, per la cucina tradizionale saporita, ma i vini sono stati una sorpresa. Piacevole la Malvasia e davvero sorprendente il Moscato in accompagnamento al dolce tradizionale. Delizioso.

Info. Ci sono diverse possibilità di fare degustazioni organizzate sull’isola. Ad esempio Wine Tours Lanzarote (winetourslanzarote.com) che offre varie combinazioni, a diversi prezzi, con visite in inglese.
Se poi volete saperne di più di vino di Lanzarote (ma non solo), un sito da tenere d’occhio è sicuramente Il Nomade diVino.
Per tante altre informazioni sull’isola, invece, vi rimando anche al blog di Irene.

Tre giorni a Valencia

C’è chi mi ha detto vai che è tanto carina e chi invece mi ha detto che rispetto ad altre città spagnole gioca in un altro campionato. Io so solo che a me Valencia è piaciuta moltissimo.

Forse anche per le aspettative che erano alte, ma non stratosferiche. Forse per la compagnia dell’adorabile Paola e i buffi incontri che abbiamo fatto. E forse perché dopo un po’ di mesi che non salgo su un aereo, poi quando comincio a disegnarmi una nuova meta in testa e quella meta inizia a farsi sentire sotto la pelle, come un solletico, allora poi mi godo questi viaggetti fuori stagione come un grande regalo. E Valencia, in tre giorni, ci ha accolte col suo sorriso migliore: col sole e di domenica. Si è fatta conoscere facilmente, come un compagno di classe estroverso. Non sarà Parigi, non sarà New York, ma mica lo pretende. E, semplicemente, si sta bene.

Valencia, la domenica in piazza

Valencia, la domenica in piazza

Il nostro itinerario di tre giorni (anche un po’ meno)

Non so perché dall’Italia abbiamo la convinzione che in Spagna faccia sempre caldo. Beh, insomma, novembre è novembre in tutto il Mediterraneo ed è inutile dire che un po’ di pioggia ce la siamo presa. E così abbiamo un po’ improvvisato i giri (anche) in base al meteo: nel momento più inclemente, ad esempio, ce ne siamo andate all’acquario. Ma Valencia permette questa improvvisazione, visto che il centro storico è abbastanza compatto e si gira bene a piedi. Scoprendo la cosa più bella: che quella che scorre sotto gli occhi non è una sola città, ma tante, con spaccati e anime completamente diversi.

Città vecchia

Città vecchia

Primo giorno: la città vecchia di Valencia

Siamo arrivate alla domenica mattina presto, con la città che si stava ancora stiracchiando sotto un sole stupendo. Dopo avere provato subito una specialità locale come l’horchata (bevanda dolcissima fatta con le chufas, tipo piccoli tuberi), la prima tappa è stata la Cattedrale. All’interno c’era la messa in corso e quindi non abbiamo visitato proprio tutta la chiesa, ma siamo riuscite a entrare (gratuitamente) nella Capilla del Santo Càliz. Ora, che quel calice sotto vetro sia davvero il mitico Graal non saprei dirlo (io rimango alla versione di Indiana Jones della coppa di legno), ma vale la pena di entrare anche solo per la bellissima sala, affrescata e dall’atmosfera raccolta.

Si può salire sul campanile o proseguire in Plaza de la Virgen, che mi è sembrata un po’ il cuore della Ciutat Vella nord. Forse perché pulsava eccome di vita, fra balli tradizionali e gente seduta sui tavolini al sole. Bella la fontana che rappresenta il fiume Turia placidamente sdraiato, bella la Basilica dedicata alla patrona, con la sua forma circolare.

La fontana che rappresenta il fiume Turia, a Valencia

La fontana che rappresenta il fiume Turia, a Valencia

Il dettaglio della domenica, in questo punto della città, non è da poco, perché si può accedere gratuitamente a musei e monumenti. Come l’Almudìn, il granaio quattrocentesco della città, o La Almoina, con gli scavi archeologici. Il percorso sotterraneo è interessante, da veri Alberto Angela a spasso nel tempo dai romani al periodo islamico, ma l’aspetto più suggestivo è sicuramente il fatto di camminare al di sotto di una vasca piena d’acqua che riflette la luce in modo magico. Sempre gratuita, sconfinando nel Barrio del Carmen, è la salita sulle Torres de Serranos. Un’altra testimonianza antica (XIV sec) della città e un’occasione imperdibile di abbracciare la città dall’alto, dai tetti dei palazzi del centro, al lungo parco nato dove un giorno scorreva il fiume (ma questo ve lo racconto sotto).

Torres de Serranos

Torres de Serranos

Ovviamente non potevano mancare tappe mangerecce, giusto per entrare nello spirito della tapa (motivo che da solo, per me, vale un viaggio in Spagna). Una sosta simpatica, per quanto non troppo economica, è stata quella da Casa Victoria, famosa per il vermouth. Un luogo decisamente vintage, minuscolo e frequentato da umarells locali. Due crostini (con pomodoro e acciuga e col formaggio, buonissimo) e due birre sono costati 12 euro. A Bologna ci prendevi solo la birra, dopo tutto. Pit stop successivo: Empanadas Caseras. Ampia scelta, ottimi prezzi e ricette originali: ha trionfato quella con formaggio di capra e zucca.

Abbiamo proseguito il giro fino all’adorabile piazzetta di Santa Catalina, fra negozietti e gente a spasso per il centro, per poi passare nella parte sud della Ciutat Vella. Lo spirito cambia parecchio, perché si lasciano i vicoli e  piazzette per immergersi in un mondo modernista e liberty. Le strade si allargano, aumentano i negozi, ma anche splendidi edifici che all’improvviso proiettano in città come Parigi o certi angoli vicini a Central Park. Siamo nella zona della Plaza del Ayuntamiento, dove si trova il municipio, anche se la vera chicca della zona è la Estaciòn del Norte. Per gli appassionati di ferrovie è davvero un gioiello modernista, fra decorazioni sui toni del verde, vetrate colorate e  interni in legno. Un vero salto agli inizi del Novecento.

Città vecchia

Città vecchia

Secondo giorno: la città della scienza

Come dicevo, il cielo dall’inizio non è stato dei migliori. Ripartendo sempre dalla città vecchia, abbiamo subito rotto il ghiaccio nella storica Horchateria de Santa Catalina, fra ceramiche, tostada e churros appena fatti, prima di raggiungere la maestosa Lonja (dopo un passaggio per la curiosa plaza Redonda). E’ un edificio patrimonio Unesco, in stile gotico, dove si sente l’influenza araba. Era destinata agli scambi commerciali fra produttori di seta e altri mercanti ed è una vera meraviglia affacciata su un giardino pieno di aranci. Anche la La Lonja sarebbe gratuita di domenica, ma noi non eravamo arrivate in tempo (dannati orari invernali, la chiusura era anticipata alle 14) e così l’abbiamo tenuta per il giorno dop. Proprio davanti, è un incanto il Mercado Central, per un altro salto all’inizio del Novecento. Stupenda la cupola, così come la merce in vendita: noi alla cifra di ben 3.50 euro a testa abbiamo fatto scorta di panini, empanadas e frutta fresca (e anche un cono di chorizo da passeggio, confesso) da portarci direttamente alla Ciudad de las Artes y las Ciencias.

 

Il mercato centrale di Valencia

Il mercato centrale di Valencia

Valencia, la Città della scienza

Valencia, la Città della scienza

Tre giorni a Valencia, la Città della scienza

Tre giorni a Valencia, la Città della scienza

Progettata dall’architetto Santiago Calatrava, siamo nella parte più avveniristica di Valencia e forse in quella che colpisce di più. Un po’ per la bella passeggiata nel parco sorto sul letto del fiume Turia, deviato nel secolo scorso visto che aveva periodicamente la pessima idea di inondare parte del centro storico. In questa striscia verde è bello girare in bicicletta mentre i valenciani corrono, si allenano o portano a spasso il cane (magari in altre città avessero trovato soluzioni urbanistiche così felici).

Dopo aver oltrepassato anche un enorme Gulliver sdraiato, suggestivo gioco per i bambini (ma non solo direi), si arriva al complesso di musei, un ritorno al futuro in mezzo alla città. Le linee bianche, curve, fra edifici che sembrano ora occhi socchiusi, ora navicelle spaziali, sono davvero un ricordo che resta a lungo. Si possono combinare i biglietti per vari musei: noi abbiamo scelto l’Oceanogràfic, l’acquario più grande d’Europa, e il Museo de la Ciencias Prìncipe Felipe (complessivamente 31 euro).

Il secondo, per quanto interessante, mi è parso un po’ dispersivo e forse più adatto alle scolaresche o comunque visite guidate, l’acquario invece merita ogni euro. Visitandolo un lunedì di novembre sicuramente siamo state graziate delle code (e resse), tranne qualche sportellata per vedere i beluga. E’ ovvio che stiamo sempre parlando di animali che non vivono in libertà, ma alcune sezioni sono davvero magiche. Come gli spazi delle meduse, delle foche curiose e degli enormi trichechi. Belli i tunnel, in cui quell’ombra che passa all’improvviso sulla testa è quella di uno squalo. Il tempo ci è davvero volato e siamo uscite dopo circa cinque ore! Aggiungo solo che l’area non è completamente finita ancora, per quanto i costi sostenuti dalla città siano già stati enormi (e in passato non sono mancate le polemiche).

Apro una parentesi serale. Anche per una questione di comodità, abbiamo esplorato a piedi il Barrio del Carmen, che unisce un’anima quasi parigina per il tipo di case e localini e una po’ più dark, fra murales e muri sventrati. Un bel mix, sottofondo di tapas e vino.

Terzo giorno: la città di mare

Come dicevo, per la terza mezza giornata ci siamo affidate all’improvvisazione. La giornata era di nuovo bella e, noleggiate le bici, ce ne siamo andate verso il mare, riattraversando il Turia e sfruttando le numerose piste ciclabili (anche perché dove non ci sono mi pare che guidino come dei matti, e insultano pure). Questa parte della città, un po’ decentrata, deve avere cambiato un po’ pelle dopo la America’s Cup del 2007 e anche in questo caso offre almeno due anime. Da un lato c’è El Cabanyal, il distretto con le abitazioni dei pescatori, più basse e colorate, affacciate su placide stradine.

El Cabanyal, Valencia

El Cabanyal, Valencia

Dall’altro c’è il lungomare vero e proprio, fra palme e larghissime spiagge di sabbia. Ovviamente in novembre erano piuttosto deserte, ma l’atmosfera era da luogo di vacanza da pensionati e l’ho trovato molto rilassante (lo so, resto sempre umarells dentro). Da queste parti ovviamente si viene anche a mangiare la paella. Il riso del resto è una star locale, visto che si coltiva nella vicinissima e lagunare Albufera. Noi abbiamo scelto il ristorante super tradizionale e vintage La Pepica: piatti buonissimi, personale non troppo cordiale (38 euro in due, ma senza vino/birra).

Il Lungomare di Valencia

Il Lungomare di Valencia

La spiaggia a novembre

La spiaggia a novembre

Se il tempo non ci avesse graziate, invece, avremmo puntato sul Museo de Bellas Artes (a ingresso libero per giunta), che custodisce tesori di Sorolla, Goya, Velàzquez e altri maestri spagnoli.

Tre giorni a Valencia: informazioni pratiche

Un altro dei motivi che mi rendono Valencia così simpatica è la comodità dei mezzi. Dalla fermata Colòn, ad esempio, quindi proprio al limitare della Città Vecchia, si arriva all’aeroporto in circa mezzora di metro. Una soluzione anche economica, tra l’altro, visto che il biglietto costa fra i 4 e i 5 euro. Il noleggio della bicicletta, per mezza giornata, oscilla tra i 5 e gli 8 euro circa. Noi l’abbiamo presa direttamente all’ostello Buho House, su cui vorrei spendere due parole.

Ci siamo trovate davvero benissimo, per posizione (a pochi minuti a piedi dalla Cattedrale), stile delle stanze, tutte molto curate, e pulizia. La doppia, tutta in legno, con due letti e bagno privato, costava 44 euro a notte (abbiamo prenotato con Booking). Belli anche gli spazi in comune. Se poi potete spenderci anche dieci euro in più, carinissimo anche il B&b Ottoh Charm, proprio nell’edificio a fianco.

Piccola segnalazione per le tapas, che in generale, mi sono piaciute un po’ di meno (almeno come varietà) rispetto alle ‘sorelle’ andaluse. Però la Taberna El Olivo, in una piccola piazza del Barrio del Carmen mi è piaciuta (bottiglia di vino e quattro tipi di tapas al costo di 50 euro complessivi). Per la colazione, invece, ci siamo trovate bene nella catena Granier (buono il caffè, sofficiose le brioches).

 

 

 

 

Come visitare i Laghi di Plitvice

TACI. Su le soglie,
del bosco non odo
parole che dici umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
(La pioggia nel pineto, Gabriele D’Annunzio)

Credevo fosse Instagram, un filtro che saturava i colori. E invece era tutto vero. L’acqua di Plitvice è davvero così brillante, quasi fluorescente. Non siete tipi da laghi? Pensate che siano una noia? Evidentemente non siete mai stati qui, in questo mondo d’acqua.

I laghi inferiori

I laghi inferiori

In questo post vorrei raccontare come visitare il vasto parco nazionale (patrimonio Unesco) Plitvicka Jezera, in Croazia. Nel mio caso ha fatto parte di un bellissimo giro partito dal Friuli Venezia Giulia e dalla laguna veneta, finito poi nel Collio. Ne avevo sempre sentito parlare, ma nelle mie precedenti scorribande balcaniche alla fine questa zona è sempre rimasta fuori perché un po’ fuori mano. Questa volta, invece, dopo avere studiato le previsioni meteo (qualcosa mi dice che sotto la pioggia potrebbe diventare il posto più umido del mondo), ho deciso di puntare direttamente su questa tappa croata.

Perché andare a Plitvice

Fino a pochi anni fa non avevo sentito parlare molto dei laghi. Sfogliando una vecchia Lonely Planet dei Balcani occidentali del 2011, ad esempio, Plitvice occupa una paginetta, non di più. Poi qualcosa deve essere cambiato, perché ho iniziato a sentire sempre più persone tornate entusiaste dalla zona e, soprattutto, le cascate e le passerelle del parco sono state sempre più immortalate sui social. Reduce da due giorni in zona, devo ammettere che la notorietà è assolutamente meritata. Anche se poi è vietato lamentarsi per la presenza dei turisti. Che in effetti sono tanti. Tantissimi.


Ma dicevo. Perché andare a Plitvice. Perché la natura ha disegnato un panorama idilliaco, in un continuo fluire d’acqua. Si è circondati dall’acqua, dallo scroscio, dal  colore verde più o meno brillante sprigionato dai laghi. Oltre al verde dei boschi, del muschio, dei prati. E’ un mondo un po’ fatato, che mi ha ricordato universi fantasy, come Gran Burrone del Signore degli anelli, per dirne uno. Deve piacere questo contesto… silvano, insomma. E deve piacere camminare (ho scritto camminare, non correre).

Come visitare il parco

Abbiamo articolato la visita due giornate, ma non piene. Il primo giorno siamo stati nel parco da circa le 13 alle 19, mentre il secondo siamo rientrati sulle 9 e usciti alle 11.30. Ora, la zona dei laghi è molto vasta, spalmata su due livelli principali, e all’ingresso vengono proposti vari sentieri a seconda di quanto si vuole camminare. In linea generale si potrebbero visitare i laghi anche solo in una giornata piena, dalla mattina alla sera per dire, ma secondo me è più interessante tararsi sulle due giornate per vedere come, ora dopo ora, cambia l’effetto della luce sull’acqua. E poi perché non è luogo fatto per la fretta. O ci si immerge un po’ in questa vita dei boschi o, forse, non ha poi tanto senso venire fino a qui.


E poi c’è tutto l’aspetto della flora e della fauna: questi boschi sono un habitat molto ben conservato di tante specie vegetali, ma anche animali. Uno dei simboli del parco, non a caso, è un orso.

Primo giorno: i laghi superiori

Abbiamo lasciato l’auto al parcheggio numero 2, quello un pochino più lontano, ma perfetto se si vuole iniziare la visita dal circuito di laghi superiori. Questa è la parte più selvaggia del parco, con più cascate e passerelle e in molti la preferiscono. Seguendo le mappe affisse, andate subito a prendere la navetta al punto St2, che vi lascerà all’St3 in dieci minuti. A quel punto siete pronti per iniziare la camminata, che sarà principalmente in discesa. Visto che i sentieri sono indicati con lettere, noi abbiamo imboccato il percorso H: è un itinerario circolare che da solo potrebbe bastare per vedere le cose principali.

Il percorso H (dal sito del parco: np-plitvicka-jezera.hr)

La prima parte del percorso è davvero emozionante, perché si cammina su alte passerelle di legno in un contesto che mi ha ricordato più l’Asia che l’occidente. Si attraversano canneti, laghi  dalle dimensioni più varie, popolati da pesci, alghe e piante stranissime. Poi il sentiero si snoda soprattutto nel bosco e, mentre diminuisce la luce sotto le chiome degli alberi, aumenta invece la velocità dell’acqua che inizia a lanciarsi nelle prime cascate.

Il sistema dei laghi, infatti, è davvero unico: è organizzato in un sistema di terrazzamenti naturali e l’acqua cade da quello superiore a quello subito sotto. E’ come se comunicassero l’uno con l’altro. Quella sensazione di mondo statico, fermo nel tempo, che ho provato su alcuni grandi laghi italiani qui non esiste. Si è come trascinati, invece, in un continuo fluire, che rilassa la mente. Le passerelle si alternano con veri e propri sentieri fra i laghi e il bosco, che a settembre iniziava, leggermente, a ingiallire. In questi primi chilometri di bosco vedrete molte cascate, fino al punto P2, sul grande lago di Kosjak: da qui ci si imbarca su un battello che avanza lentamente, su un’acqua placida, all’improvviso più blu e scura. A questo punto noi abbiamo imboccato il sentiero C, ma ne abbiamo percorso solo una parte; tornati a piedi lungo il lago fino al punto St2, abbiamo lasciato l’intero circuito dei laghi inferiori al giorno dopo.

Secondo giorno: i laghi inferiori

Questa volta lasciate l’auto al parcheggio 1 e cercate di arrivare il prima possibile per anticipare il pullman. In questa parte ho trovato molti più i gruppi di turisti e in alcuni punti, pur essendo settembre e un giorno infrasettimanale, in alcuni punti si sono formate piccole code. Niente di drammatico, alla fine molti signori in gita mi hanno ricordato i miei nonni che, dopo una vita di fatica, si sono concessi i loro giretti solo in pensione. Insomma, in alcuni casi l’entusiasmo di questi gruppi mi ha fatto sorridere, in altri confesso che avrei preferito meno schiamazzi (ma mai come le orde di cinesi ad Angkor Wat, quelli non li batte ancora nessuno). C’è poi tutta la tipologia umana di ‘quelli con la reflex della domenica’ che si sentono un po’ dei reporter mancati del National Geographic: li vedrete in posizioni complicate lungo le traballanti passerelle e a volte in procinto di finire direttamente dentro l’acqua. C’è poi il micro-mondo asiatico di donne in ballerine o tacchi e quello di chi non rinuncia alle infradito (e invece, vi supplico, portatevi scarpe da trekking).

Insomma, la varietà è tanta, ma quello che conta è che, prima di scendere verso i laghi, la vista della grande cascata Veliki Slap e dei primi due laghi vi toglierà il fiato. Nel sole del mattino l’acqua è verde smeraldo, sembra quasi innaturale, e cambia continuamente tono a seconda dei minerali disciolti e della profondità. E’ questo il mio punto preferito, sulla passerella, sotto una delicata volta di  rami e foglie che porta alla cascata, la più alta della Croazia. In alcuni passaggi l’acqua romba sotto i piedi, tanto è vicina ai visitatori.


Ah proposito, questo è il sentiero A, un anello che permette di visitare i laghi inferiori in un paio d’ore. Vi colpirà la differenza del paesaggio rispetto alla parte superiore: non solo per il bosco meno selvaggio, ma anche per le pareti di roccia bianca che sovrastano i laghi: è un particolare tipo di calcare che regala diversi, più luminosi, giochi di luce.

Info pratiche: parcheggio, biglietto e pernottamento

Il parco è davvero molto ben organizzato: per certi versi mi ha ricordato quelli americani o neozelandesi. Si trovano infatti infopoint, luoghi di ristoro e shopping, tutto è ben conservato e decisamente costoso! Il biglietto d’ingresso varia a seconda della stagione (ovviamente quella più cara è l’estate), ma d’inverno bisogna mettere in conto la neve, per cui non tutte le parti del parco sono poi accessibili. Noi siamo stati a metà settembre e lo consiglio senz’altro, sia per le temperature che per il costo del biglietto un po’ più basso. Che poi. In questo periodo, abbiamo speso 250 kune a testa per il ticket da due giorni (130 per il giorno singolo). E’ tanto, ma pensate che ad agosto sarebbe costato 400! Il prezzo comprende poi i diversi mezzi di trasporto presenti all’interno del parco: la navetta e il battello.
Sul fronte costi, però, non è ancora finita. Dovrete infatti mettere in conto anche il prezzo del parcheggio, in cui è praticamente obbligatorio lasciare l’auto: 7 kune all’ora.

Siete svenuti? Dai che iniziano le belle notizie. Intanto perché si può anche arrivare in autobus da Zara o Zagabria. E poi perché costa decisamente poco dormire se ci si accontenta. Io infatti eviterei di dormire negli hotel dentro il parco: un po’ perché costano di più. Un po’ perché sono piuttosto…vintage e poi perché è vero che poi sarete già pronti subito a visitare il sito, ma in fin dei conti si è circondati dai boschi e dalla natura anche nei paesini subito attorno. In cui, va detto, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Sembra che quasi chiunque avesse una casa un po’ grande, l’abbia riconvertita a guesthouse. Spesso sono stanze spartane, magari con un’area barbeque comune, ma possono essere davvero economiche. La nostra, ad esempio, costata 40 euro in due, era molto semplice, ma vicina ai parcheggi e molto pulita. La consiglio di sicuro.

Anche cenare non è troppo costoso (qua poi dipende quanto mangiate ovvio). Andate senza indugi da House Katarina.  Per un menù del giorno a testa (uno con grigliata mista, uno con la trota, contorni, antipasto con salumi e formaggi, vino e dolce) abbiamo speso 50 euro in due. Sarà che ho il paragone con Bologna, ma davvero niente male.

Ultimo consiglio. Se come noi arrivate dall’Italia e raggiungete il parco all’ora di pranzo, non comprate panini all’interno, perché sono piuttosto costosi. Noi abbiamo fatto scorta di borek, la sfogliata ripiena di formaggio tipica dei Balcani, in un fornaio lungo la strada principale. Abbiamo speso tipo 4 euro in due (sulla leggerezza del tutto ci sarebbe da discutere, ma poi si cammina dai). In più i paesini che si susseguono nella campagna croata sono deliziosi: curva dopo curva si attraversano fattorie che vendono miele e formaggio, chiesette, campi di mais e placide mucche. Un paio d’ore davvero bucoliche.

Come visitare Petra

Cosa c’è di meglio nelle prime vere giornate autunnali di Bologna di scrivere bevendo un té comprato in Giordania? Scrivere di Giordania, appunto, un Paese che mi ha conquistata con i suoi deserti rocciosi, i siti archeologici, gente simpatica e una cucina strepitosa. E per Petra, ovviamente, per molti la meta principale del viaggio. Dopo due esperienze in Giordania posso dire che non è proprio così e che c’è davvero tanto altro da vedere, ma è indubbio che in fondo a quella gola si apre davvero un mondo parallelo, misterioso, lunare. Sembra di avere attraversato una porta per un’altra dimensione senza essersene davvero accorti e quindi… sì, davvero ne è valsa la pena tornarci due volte.

Verso le tombe reali

Verso le tombe reali

Il punto è – e lo racconto in questo post- che non è facilissimo prima di partire capire come visitare questa città perduta, soprattutto se si è viaggiatori indipendenti. La prima volta, infatti, sono arrivata con un piccolo tour organizzato da Tel Aviv e abbiamo avuto a disposizione solo una mezza giornata (dalle 7.30 alle 15). Decisamente troppo poco, per una delle Sette Meraviglie del mondo moderno, ma non potevamo fare diversamente. La seconda volta, lo scorso maggio, ho invece dedicato un giorno e mezzo all’esplorazione del sito e penso sia l’ideale. Se poi avete più tempo e amate i trekking, ci sono molti sentieri che partono dal tragitto principale, quindi i giorni possono raddoppiare tranquillamente.

Sì, ma cos’è Petra?

Per molti Petra coincide con il Tesoro, cioè l’antico sepolcro scavato nella montagna in cui arriva un favoloso Harrison Ford/Indiana Jones alla ricerca del santo Graal. Il gruppo a cavallo nei Cavalieri dell’ultima crociata che all’improvviso sbuca dalla gola è un’immagine che mi ha fatto sognare per anni. Poi ho capito che quella cosa lì si trovava a Petra, in Giordania.
Ecco, in realtà Petra era un’antica capitale, di enormi proporzioni, scavata dai Nabatei (una popolazione araba nomade), nel sesto secolo a.C. La città era molto potente, ma come spesso è accaduto a queste lontane civiltà, all’improvviso è iniziato un declino inesorabile e tutto sembra come essere stato risucchiato fra calamità naturali e spostamento altrove degli assi commerciali. Questi scrigni di pietra sono stati dimenticati, ma non del tutto: i beduini continuavano a tenerli in vita con i loro racconti, arrivati fino alle orecchie dell’esploratore svizzero Johann Ludwig Burckhardt. La vicenda è pazzesca. Burckhardt aveva capito che i racconti su quell’antica città potevano riferirsi a Petra e, travestito da pellegrino, è riuscito a farsi portare all’interno nel 1812. E così, con le immagini fuoriuscite in Occidente, la storia è ricominciata.

Dentro Petra

Che cosa vedrete a Petra oggi

Una delle cose più impressionanti è che Petra oggi è un vastissimo cimitero. E’ una città di tombe. Il famoso Tesoro, ma anche le altre straordinarie architetture venate di rosa, giallo e grigio, che si visitano durante il percorso, sono fondamentalmente monumenti funebri. E la cosa in realtà ci mette ancora di più la sua bella dose di mistero. Però non è finita qui, visto che nel sito si trovano anche molte testimonianze del periodo romano e pure bizantino. Complessivamente sono oltre ottocento i monumenti scavati nella roccia. Una piccola spiegazione sul biglietto d’ingresso: si può comprare quello giornaliero (al prezzo di 50 Jod) oppure per due giornate (a 55 Jod, è quello che abbiamo scelto noi, circa 70 euro). Non costa poco, ovvio, ma il sito è pur sempre un patrimonio Unesco e vale ogni dinaro speso. Anche di più. Un’alternativa è comprare il Jordan Pass, che comprende anche Petra (con fasce di prezzo variabili (dai 70 agli 80 Jod): se contate di visitare molti siti e monumenti in Giordania può essere conveniente (e si salta la fila all’aeroporto al momento di fare il visto).

Primo giorno

Io e tre amiche siamo arrivate in zona intorno all’ora di pranzo, dopo esserci lasciate alle spalle il deserto del Wadi Rum, che dista circa un’ora e mezza di auto. La macchina è  sicuramente il mezzo migliore per raggiungere questo luogo remoto (noi avevamo un autista per tutta la settimana, l’ho raccontato qui, ma i taxi non costano una fortuna). Intanto bisogna sapere che il sito si trova nelle gole sotto Wadi Musa, una cittadina piacevole, che indubbiamente ruota attorno al turismo. Ci sono alberghi per tutte le tasche e ristoranti, oltre che gli immancabili negozi di souvenir e un bagno turco.

Intorno alle 13 ci siamo fatte lasciare a Piccola Petra, distante una decina di minuti dalla città. Vedere questo sito piccolo e già meraviglioso prima di quello principale è come un antipasto che scatena l’appetito. Basta una mezzora per percorrere la mini-gola, fra grotte e scale che si perdono sul fianco del montagna. Sarà facile incontrare beduini che vivono all’interno, alcuni con le loro bancarelle, altri occupati nelle loro faccende quotidiane. Chi è stato in Cappadocia, in Turchia, troverà questa vita nella roccia vagamente familiare.

Wadi Musa al tramonto

Piccola Petra

Dopo uno stop a pranzo (molti ristoranti tradizionali qui sono organizzati con buffet molto ricchi a prezzo fisso), intorno alle 16 siamo entrate nel sito vero e proprio. E’ stato un primo assaggio del luogo, visto che i cancelli chiudono alle 19.30 (l’orario vale per maggio). Arrivando di pomeriggio, con la luce progressivamente più bassa e dorata, è meravigliosa la strada che porta al Siq, vera porta d’accesso: ai lati iniziano a spuntare i primi sepolcri e anche i resti di una sala per banchetti. Già queste prime case trogloditiche illuminate dal sole emozionano, ma il bello deve ancora arrivare.

Arriva infatti il Bab as-Siq, la gola lunga 1,2 chilometri, stretta e tortuosa, la vera porta di Petra. E’ uno spettacolo che toglie il fiato, per le mille venature rosa della roccia, per l’alone di mistero, per come ci si sente inghiottiti dalle pareti che, in alto, sempre più incombenti, sono perfettamente combacianti. E’ una spaccatura della terra, infatti, e anche un luogo sacro: lo si capisce dai pochi altorilievi che disegnano tempietti votivi. La roccia racconta e verso la metà affiorano cammelli e gambe, immagine sbiadita di un’antica carovana.

Quello che resta della rappresentazione di una carovana: al centro e a sinistra, si vedono zampe di cammello

Quando, dopo le ultime due curve, si comincia a intravedere il Tesoro (Khaznah) non si è mai preparati a tanta bellezza. Davvero. Non si è preparati alla pietra rosa, alla perfezione dei capitelli corinzi, alla magia che questo luogo sprigiona. Ancora una volta, quello che sembra un palazzo, in realtà è una tomba nabatea, di cui oggi resta la facciata, perfettamente conservata. Ecco, in questo punto piuttosto affollato (vale la pena tornarci alla mattina molto presto), fra un cammello e un selfie, saltano all’occhio i veri abitanti del sito. Pensavo fossero beduini, in realtà sono gypsy, come la nostra guida Jacob ci ha ripetuto fino allo sfinimento. Una delle differenze principali, ci ha spiegato, è che gli uomini si truccano gli occhi con il kajal nero (sembrano un po’ tutti Johnny Depp ne Il Pirata dei caraibi, in definitiva). Ora, cercheranno di spillarvi qualcosa, o per il cammello, o per guidarvi alla scorciatoia che, subito a sinistra, permette di farsi la foto perfetta per Instagram: quella dall’alto, con il Tesoro in basso. Impossibile salire senza di loro, alla cifra di circa cinque euro. Noi abbiamo quindi fatto il giro lungo, ma lo racconto nel secondo giorno.

Superato il Tesoro, si apre la città bassa e già sui lati della strada sterrata si scorgono meravigliose tombe. La roccia sembra ricoperta da un velo sottile, come lavorata da uno scalpello sovrannaturale. Alcune sono abitate dai nomadi, altre sono in pessime condizioni, ma in ogni caso sembrano uscite da un’altra era. Il mio consiglio, a questo punto, è di arrivare fino all‘altura del Sacrificio. Si tratta di uno dei tre principali punti panoramici e il nome la dice lunga: noi li abbiamo fatti tutti nella seconda giornata, ma lo sconsiglio perché va a finire che ci si arrampica per ore, spesso sotto il sole. Insomma, poi diventa un’impresa spezzagambe e potendo è meglio ‘diluire’ le salite. La collina del Sacrificio, invece, è proprio perfetta per le ultime ore del pomeriggio: si sale a sinistra prima del teatro e dopo circa mezz’ora di salita lungo la parete rocciosa si arriva a un punto in cui si domina non solo il sito, ma tutta la distesa di roccia circostante: in lontananza si vede anche la tomba di Aronne. In cima troverete pastori, gatti e immancabili venditori. E’ un momento splendido, di pace, da assaporare con calma prima.

Il secondo giorno

Siete quelli che a colazione si prendono giusto un caffè? Ecco, per una volta cambiate idea. Mangiate come si deve e rientrate a Petra il prima possibile, sia per dribblare i turisti e avere il sito un po’ più per voi, che per osservare come il colore della roccia cambia assieme alla luce. Se il primo giorno siete arrivati fino all’altezza del teatro, questa volta restate sulla destra (in mezzo alla strada c’è un wadi, un fiume spesso in secca) e, fra un negozietto e un asinello, andate verso le Tombe reali. Confesso che sono uno dei miei monumenti preferiti, imponenti e misteriose.

Tombe reali

Tombe reali

Da qui si imbocca la strada per arrivare al secondo punto panoramico imperdibile, da dove si vede benissimo il Tesoro dall’alto (per chi vuole fare un po’ più fatica per la foto Instagram, in più non dovrete pagare i gypsies). C’è poco da fare: le scalinate sono inevitabili, ma i colori della roccia e il punto di osservazione finale vi ripagheranno di ogni fatica. In cima c’è l’immancabile bar. Devo dire che è il caffè al cardamomo con la vista migliore possibile, ma restate lucidi ed evitate di buttarvi di sotto, pur di fare una foto very social.

 

Tornati indietro restate nella parte ‘sopraelevata’ del sito, sul sentiero che conduce a una chiesa bizantina, dove sono conservati bellissimi mosaici, con il loro racconto di mestieri, stagioni e animali. Proseguendo fino in fondo al sito, oltre i ristoranti, si imbocca il sentiero per l’altro vero tesoro di Petra: il Monastero (El Deir). Confesso che la prima volta le centinaia di gradini mi hanno scoraggiata (e non stavo troppo bene, giuro) e sono salita (shame on me) in cima sull’asino! Al secondo giro ovviamente mi sono sudata ogni gradino, giuro.

Il Monastero (in realtà è sempre una tomba)

Lo spettacolo della roccia in questo punto è così bello che la gioia supera la fatica. Dopo circa 40 minuti si arriva a un’altra tomba nabatea, colossale, sempre addossata alla montagna. E’ una vera sorpresa, perché se il Tesoro è un’immagine vista mille volte, questa sorprende molto di più. E’ il momento giusto di fare una pausa (noi ci eravamo fatte preparare un panino dall’albergo), godendo della meraviglia ultraterrena del posto dall’ennesimo bar sorto davanti. Scendendo, oltre a fare qualche acquisto (trattate senza pietà con le venditrici, che ne sanno una più del diavolo), tenete le energie per fare tutta la strada, questa volta nella parte più bassa del sito, a ritroso.

 

Passerete davanti all’agorà, il Qasr al -Bint (l’unico non scavato nella roccia) e altri monumenti per cui, onestamente, occorro fare un bello sforzo d’immaginazione. A questo punto consiglio di uscire dal sito non oltre le sei, soprattutto se pensate di rientrare per lo show serale.

Petra by night: sì o no?

Se non avete paura dei cani e siete tipi pazienti, la risposta è sì. Scherzi a parte, l’esperienza di Petra by night è continuamente sul filo del meraviglioso e della trashata (si dice?). Probabilmente è un po’ scappata la mano agli organizzatori che imbarcano troppa gente, che non arriva neppure tutta assieme, e l’atmosfera, nel vai e vieni generale, non è delle più suggestive. In più, lo spettacolo in sé è piuttosto misero -c’è una sorta di monologo sulla storia di Petra con accompagnamento musicale-, per non parlare della rissa fra cani randagi (sia a Wadi Musa che dentro il sito si incontrano spesso) in mezzo ai visitatori: non è successo nulla, ma su questo non c’è abbastanza attenzione. Vi ho demolito ogni intenzione di andare?
Ma no. Tornando indietro lo rifarei, magari siamo capitate noi in una serata sfortunata. Lo rifarei per lo spettacolo delle centinaia di candele che ardono nella notte. Per la magia del Siq nel buio, per l’inquietante alone di mistero che Petra sprigiona sempre, e di sera ancora di più. Però, ecco, se proprio non  riuscite a incastrarlo (lo spettacolo non c’è tutte le sere) non strappatevi i capelli: la visita di giorno è comunque l’esperienza più bella. La serata dura circa un paio d’ore. Il biglietto si compra separatamente da quello d’ingresso e costa 17 jod.

Altre informazioni pratiche

Qual è la migliore stagione per visitare Petra? Sono molte quelle adatte e per la mia esperienza posso consigliare maggio. Durante il giorno non era eccessivamente caldo (vi servirà comunque una buona scorta d’acqua) e nel sito erano fioriti stupendi oleandri rosa.C’è ancora, però, una certa escursione termica serale. In dicembre, invece, è stato piacevole trovare pochi turisti, ma confesso che di notte è davvero freddo, soprattutto se dormite in un campo beduino (e noi, manco a dirlo, lo avevamo fatto, ai Seven Wonders).
Sulla scelta dell’albergo, invece, non avrei un dubbio al mondo a consigliare il Petra Moon. Ok, da fuori può sembrare un casermone, ma la posizione vicinissima al sito lo rende davvero comodo per gli spostamenti, soprattutto se pensate di rientrare per Petra by night. Altri punti di forza sono la terrazza all’ultimo piano (con piscina), da cui si intravede e il sito e in cui la sera si organizza un barbeque strepitoso. Super pure la colazione, camere rinnovate da poco. Insomma: giuro che non mi hanno pagata, ma siete matti se non ci andate.
Per la guida: oltre la Lonely Planet, mettete nello zaino Due settimane in Giordania di Cristina Rampado (ViaggiAutori). Così tascabile, sarà più comodo portarsela sulla schiena dentro il sito!

La meravigliosa cucina giordana al Petra Moon Hotel

Alla scoperta del Collio

“Vedete quell’auto bianca laggiù? La strada che sta percorrendo si trova in Italia; quella collina, invece, è già Slovenia. Il paese di fianco, San Floriano, è di nuovo Italia”. Siamo nell’azienda Russiz Superiore, a Capriva del Friuli, e fuori dalla finestra c’è il Collio, terra di agricoltura, di vini e di confini. Continua anche in Slovenia, ma il nome cambia e diventa Brda. In questo angolo di Friuli Venezia Giulia ogni colle è un frammento di una storia di frontiera, abbattuta realmente solo nel 2004, assieme all’ultimo muro di Gorizia. E’ una terra di campanili austro-ungarici, di trincee, di campi di battaglie feroci durante la follia delle Guerre Mondiali. Ma oggi è anche terra di piccoli comuni, di simpatiche osterie e raffinati relais, di prosciutto che fa scendere qualche lacrima (scusate amici vegetariani, ma davvero è irresistibile), di cantine nel centro delle cittadine che, durante la vendemmia sono in pieno fermento. La sera, con il primo odore dell’autunno, ho sentito arrivare anche quello pungente del mosto e dell’uva in trasformazione, semplicemente camminando per strada. E’ l’odore delle cantine dei nonni, almeno di uno come il mio, che teneva il tino che si era portato dal podere sull’Appennino sotto il cortile di una casa a un passo dal centro di Bologna.

Visitare il collio, fra borghi e vigneti

Visitare il collio, fra borghi e vigneti (foto di Letizia Gamberini, 2018)

Il Collio è una Doc, ma soprattutto una culla di vini bianchi, quelli che amo di più. Vini freschi, con la sapidità portata da un mare non poi così lontano (una trentina di chilometri), un po’ taglienti, che a volte chiedono di farsi aspettare, quando non ci pensa il legno a smussare gli angoli. Qui, protetta a Nord dalle Alpi Giulie, abita la Ribolla gialla, ma anche il Friulano, il Sauvignon Blanc, la Malvasia Istriana, il Cabernet Franc e il Merlot. La zona si estende per 7mila ettari, ma solo circa 1.500 sono adibiti a vigneto, per mantenere l’equilibrio con la parte di bosco. Il suolo ha un nome particolare, ponca, composto da marne (calcare) e arenarie.

Il Collio è stato un ritorno e una sorpresa. La scintilla era scattata un anno fa, ma mi era rimasta la voglia di questi luoghi, dopo una di quelle giornate perfette e una stimolante visita in cantina (sotto ve la racconto). E così, ci sono tornata davvero, assieme ad amici e ritrovando amici. Perché se no, a bere bene senza condividere, che gusto c’è. Ecco una piccola guida, se vi trovate da queste parti e volete orientarvi un po’ fra visite e degustazioni e sapere dove mangiare, per tutte le tasche.

Scoprire le cantine del Collio

Ce ne sono davvero tantissime e dalle anime molto diverse. Ovviamente sono riuscita a visitarne solo alcune, mentre di altre ho avuto modo di assaggiare i vini, sia nelle scorribande sul posto o in occasioni come il Vinitaly. Generalmente, per la mia esperienza, è sempre meglio prendere accordi prima, soprattutto se capitate, come me, in piena vendemmia (a metà settembre quindi) e i produttori sono davvero impegnati.

Castello di Spessa

Qui non si parla di solo vino, ma di fare un tuffo nella storia, viaggiando fino al Medioevo. Ci si trova, infatti, in un vero e proprio castello, con un giardino che regala romantici scorci sulle colline circostanti, soprattutto al tramonto. Un luogo bello, ma denso anche di curiosità: ad esempio uno degli ospiti vip del Settecento, era il mitico Giacomo Casanova, che apprezzava parecchio il vino del posto (e non solo, si sa). Per gli appassionati di storia più recente, invece, un’esperienza unica nel suo genere è visitare la riserva personale dell’attuale titolare, Loretto Pali, scendendo in un bunker scavato durante la Seconda Guerra Mondiale dai contadini della zona. E’ incredibile il cambio di temperatura 18 metri sotto terra!


Passando ai vini, da annotare il Pinot Bianco, dai profumi delicati, vellutato, ma con una bella sapidità, e il Pinot Grigio Ramato, Joy, con la sua nota finale un po’ amara. Una chicca, davvero, il Pinot Nero, vitigno dal carattere difficile si sa, ma che qui si deve essere davvero trovato a suo agio. Riposa in legno per circa 15 mesi e la produzione è limitata, a circa mille/1.500 bottiglie. Un’esplosione di profumi, in particolare la viola. Il nome non poteva che essere uno, Casanova!

Info: Il Castello di Spessa, a Capriva del Friuli, è un Golf & wine resort, ma potete farvi un regalo anche completando la visita in uno dei ristoranti, la Tavernetta al Castello, dove la cucina internazionale si sposa con i prodotti del territorio. Un paio di piatti davvero super? Il risotto con cubetti di asado, oppure il diaframma. Avete letto bene, ero molto curiosa e ho trovato una carne morbidissima e saporita. Ma il menù ha davvero tanti assi nella manica. Interessante la carta dei vini, senza prezzi da capogiro. E’ chiuso la domenica sera e il lunedì.

Russiz Superiore

L’arrivo in mezzo alle vigne è fiabesco, così come il grande camino friulano tradizionale nella villa al centro della tenuta. Russiz Superiore, sempre a Capriva del Friuli, è un angolo di pace, ma anche di storia. Come spiega Roberto Felluga, titolare dell’azienda (assieme all’altra che porta il nome del padre, la Marco Felluga), l’avventura di famiglia è iniziata molto tempo fa. Il nonno Giovanni era partito dall’Istria, per poi trasferirsi con l’attività a Grado e, infine, approdare a Gradisca d’Isonzo nel 1938. Nel 1967, ecco l’azienda Russiz Superiore, proprio negli anni in cui nasceva il consorzio Collio (il terzo in Italia) e la Doc. Il confine sloveno è davvero a un passo e fino a non molti anni fa per spostarsi fra i due paesi era necessario presentare un documento, avere un permesso agricolo o un lasciapassare se si viveva entro dieci chilometri dalla frontiera. Un territorio complesso da conoscere prima di visitare questa azienda in cui la filosofia è interpretare quello che la natura dispone per ogni annata.

L’amore scatta con il Sauvignon, in varie declinazioni: dal Collio Sauvignon 2017 (un 15-20% fermenta in legno), fino al Collio Sauvignon Riserva 2013 (30-40% di legno e tre anni sulle fecce nobili) o al Collio Bianco Col Disôre 2015, un uvaggio di Pinot Bianco, Ribolla gialla, Sauvignon e Friulano (100% legno). Interessante anche il Cabernet Franc 2015, speziato e con un tannino morbido: le vigne hanno oltre 50 anni.

 

Russiz Superiore

Russiz Superiore

Info: a Russiz Superiore da aprile a novembre si può anche soggiornare in relais, facendo colazione nella villa, condivisa dalla famiglia Felluga assieme agli ospiti. Le degustazioni e visite si fanno su appuntamento. Tel. 0481 80328-92237.  www.russizsuperiore.it

Roncùs

Un’altra cantina a Capriva del Friuli e un’altra storia di famiglia. Roncuz era il toponimo ai tempi del catasto asburgico e i Perco erano mezzadri in terre che appartenevano alle suore. L’azienda vinicola, ora in regime biologico, è nata nel 1985 e oggi in cantina c’è Marco, che interpreta il territorio con una sua visione molto chiara: far parlare il vitigno lasciandosi esprimere con naturalezza, ma unendo una certa ‘rusticità’ all’eleganza. La sorella Antonella si occupa dell’accoglienze guida nelle degustazioni, che si tengono in una bella sala al pian terreno, proprio davanti alla cantina. Abbiamo particolarmente apprezzato il Collio 2016, un uvaggio di Friulano, Pinot Bianco, Sauvignon (tutto acciaio) e il Vecchie vigne 2014, bland di Malvasia istriana, Friulano e Ribolla, da vigneti con più di 50 anni di età, con affinamento in botti grandi di Slavonia. La mia preferita, però, resta la Malvasia istriana 2017 in purezza, profumata, con la sua nota finale amarognola. Per piatti di struttura (13.5°!).

Info: Roncùs è in centro a Capriva e pernottare qui può essere interessante per chi vuole dormire proprio sopra una cantina di paese (compresi i suoni, dalle oche al mattino alle campane della vicina chiesa che suonano davvero spesso. A me tutto questo piace molto, ma non aspettatevi il silenzio assoluto ecco).  Stanze e appartamenti ben curati, la colazione è da concordare. Il prezzo di una degustazione è di 12 euro per cinque calici (appartamento per 4 persone, 105 euro). Tel. 0481 809349.

Pascolo

Ecco un produttore con le idee chiare, la nuova generazione di un’azienda di famiglia. La visita da Alessandro Pascolo è una vero viaggio nella viticoltura locale, raccontata in modo preciso ed esaustivo dal titolare, che fa un vino senza fronzoli e senza voler tentare soluzioni originali a tutti i costi. E, va detto, si occupa interamente del vigneto (7 ettari, per 30mila bottiglie). Nel nostro caso è stato possibile degustare, facendo il confronto, due tipologie di vino in due versioni: quella appena vendemmiata, col vino ancora in maturazione, e quella dell’annata, direttamente dalla botte. Davvero interessanti, con la loro freschezza e sapidità, Sauvignon e Ribolla gialla, prodotta anche nella versione spumantizzata.

Ruttars

L’azienda Pascolo

Info: la cantina è a Dolegna del Collio, nella località Ruttàrs, ed è sempre aperta dalle 10 alle 17. Tel, 0481 61144.

Dove mangiare

Segnalo tre ristoranti del collio. Tre fasce di prezzo diverse, tre esperienze diverse.

L’Argine a Vencò

Scommetto che il nome vi dice qualcosa. Magari vi farà pensare al programma tv Masterchef, ma di certo non si arriva abbastanza preparati all’oasi di pace in cui è immerso questo ristorante che in tempi rapidissimi è stato illuminato da una stella Michelin. Ma la vera luce è quella che circonda la chef, Antonia Klugmann, che si muove silenziosa e attenta in cucina, prima di uscire a salutare ogni tavolo (sono sei), ringraziando tutti con un sorriso delicato. Un tocco femminile e garbato che si ritrova anche nei piatti, che interpretano la stagione con prodotti del territorio, giocando con colori, frutta e… semi. In sala c’è Romano, diavolo tentatore degli appassionati di vini. Ci ha proposto solo etichette locali, abbinate alla perfezione. Per completare davvero l’esperienza, però, bisognerebbe dormire in una delle tre camere disponibili. Un po’ perché scoprirete presto che Romano non versa il vino col contagocce, anzi; un po’ perché vi risveglierete nella pace, davanti all’orto e a quelle piante che si ritrovano poi nei piatti. E poi perché la colazione preparata da Antonia, che alle 9 abbiamo già ritrovato in cucina, è qualcosa che supera ogni immaginazione (preparatevi pure a saltare il pranzo dopo, eh).

 

Ecco un pre-dessert. Il fiore si mangia: è di finocchio, ricoperto di cioccolato

Ecco un pre-dessert. Il fiore si mangia: è di finocchio, ricoperto di cioccolato

Raviolini di salsiccia e zafferano, in un brodo di menta

Raviolini di salsiccia e zafferano, in un brodo di menta

Info. Il ristorante si trova a Dolegna sul Collio ed è chiuso il martedì. Aperto pranzo e cena dal giovedì alla domenica; solo cena da mercoledì al lunedì. Mangiare da Antonia Klugmann è ovviamente costoso, ma il prezzo è adeguato: il costo del menù che abbiamo scelto noi- sei portate con i vini abbinati- è di 120 euro a persona. Il costo della camera con colazione è di 130 euro in due. 

La Subida

E’ una vera istituzione locale, e a ragione. E’ un posto incantevole, in mezzo alla natura, con prodotti di grande qualità (alcuni si possono anche acquistare). C’è pure un ristorante stellato, il Cacciatore, ma uno dei miei ristoranti preferiti in assoluto è l’Osteria, con i suoi tavoli all’aperto, in mezzo alle colline, dove il telefono parla già sloveno. Cosa si mangia? Un po’ di tutto. Noi abbiamo condiviso formaggi, lo strepitoso prosciutto d’Osvaldo (un produttore ormai mitico che si trova a Cormons) e il tradizionale frico (a base di patate e formaggio). Fra i vari primi piatti, io ho scelto gli gnocchi alle susine (erano proprio ripieni di marmellata di susine, cotti nel burro e cosparsi di cannella e formaggio grattugiato: molto dolci, ma molto buoni). Fra caffè, vino della casa e dolci siamo arrivati a un conto di 23 euro a testa (eravamo in otto).

Facce (soddisfatte) da Subida

Facce (soddisfatte) da Subida


Info: la Subida si trova a Cormons e non è solo un luogo in cui mangiare, ma un country resort, per cui potete anche fermarvi a dormire. Di questo non ho esperienza, ma le foto del sito parlano da sole. L’Osteria è chiusa il giovedì. 

Agli antenati

Ecco la trattoria che uno si aspetta di trovare in Friuli Venezia Giulia. Ambiente caldo, anziani al bar con il loro bicchiere di vino, cucina casalinga e saporita, un oste simpatico. Le specialità del giorno fanno bella mostra di sé sulla lavagna: noi abbiamo diviso un antipasto (a peso) di salumi e formaggi (spaziali), frico, lubjanska (una cotoletta al quadrato: carne di maiale impanata con dentro prosciutto e formaggio), calamari fritti e un hamburger scomposto davvero enorme. E poi verdura e vino della casa: insomma, una di quelle cene che finiscono alzando bandiera bianca, ma che resta memorabili. Come il prezzo: 17 euro a testa, con digestivo offerto.

Il 'piccolo' antipasto di salumi e formaggi

Il ‘piccolo’ antipasto di salumi e formaggi

Info: la trattoria, aperta già dal mattino, si trova a San Lorenzo Isontino.

Cosa vedere nel Collio e nei dintorni

Visitare il Collio friulano vale il viaggio, ma se avete ancora un po’ di energie dopo le cantine, nei dintorni ci sono parecchi luoghi da scoprire. Intanto, a un’ora e mezza di auto c’è Lubiana, e in quaranta minuti si arriva a Trieste, dove l’Italia finisce e, addentrandosi nel Carso, si può scoprire qualche osmiza (un sito spiega quali sono aperte giorno per giorno). Ma, per restare più vicini, io consiglio una visita a Gorizia. Ci siamo fermati per una passeggiata pomeridiana e ho trovato un grazioso centro storico, con case colorate e porticate dall’atmosfera austroungarica, e una bella piazza (della Vittoria), all’ombra di un castello. Detto questo, la cittadina non mi è parsa molto vivace, ma merita lo stesso una tappa, almeno in piazza della Transalpina, per capire una pagina di storia che, almeno per chi viene da altre regioni, forse non è poi così conosciuta. Fino al 2004, questa piazza, dove si trova la stazione, era divisa in due dall’ultimo muro rimasto in Europa.  Da una parte c’era Gorizia e dall’altra Nova Gorica. Con l’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea questo confine è stato abbattuto e oggi nella piazza resta il cippo che ricorda il confine italiano del 1947 affianco ai nuovi cartelli, che recitano Insieme in Europa, 1 maggio 2004. Una tappa per rinfrescare la memoria a chi non pensa alla fortuna che abbiamo ogni volta che passiamo un confine senza documenti, senza pensieri, esattamente come si va in Slovenia oggi. E a chi fa lo splendido dicendo che tanto, chissenefrega dell’Europa. Così, piccolo sassolino levato.

Piazza della Vittoria a Gorizia

Piazza della Vittoria a Gorizia

Le valli del Natisone

Siamo un po’ più a nord rispetto al Collio, fra Cividale, la cittadina longobarda patrimonio Unesco e il confine sloveno. Le valli sono piuttosto remote, distese di boschi sono intervallate solo da alcuni piccoli paesi, in parte pure abbandonati. La curiosità di visitare questa parte ancora più isolata del Friuli Venezia Giulia mi era venuta leggendo la Lonely Planet dedicata e tutto sommato lo rifarei, perché sono luoghi con un fascino selvaggio, ma con alcune accortezze. La guida dà spunti, ma non spiega davvero come vedere al meglio questi posti, se non che la stagione ideale è sicuramente quella estiva. Altrimenti il paesaggio è davvero spettrale. Dopo avere vagato in auto per quattro ore buone, sono arrivata ad alcune conclusioni: probabilmente questa zona è più adatta agli escursionisti, che possono inoltrarsi nei boschi e magari trovare Cisgne, un borgo abbandonato, chiamato l’Angkor Wat friulana. Di fatto, anche chiedendo nella frazione di Cravero non sono riuscita a capire esattamente quale sterrata andasse imboccata e quanto cammino fosse necessario. Se lo scoprite, fatemelo sapere.
Sicuramente è suggestiva Topolò, minuscola borgata che si anima in agosto per un conosciuto festival: già a metà settembre, però, abbiamo incontrato si e no due persone. Infine Stregna: la cittadina è davvero molto piccola e si visita davvero in un attimo, a meno che non vi fermiate al noto ristorante Sale e pepe.

Topolò

Topolò

Cividale

Cividale (foto di Letizia Gamberini 2018)

A ognuno la sua Grecia

Spesso mi fanno una domanda sulla Grecia: che isola consigli? E’ sempre difficile rispondere, perché nonostante tanti aspetti si ripetano, ognuna ha una sua particolarità. E lo stesso vale per le destinazioni nella parte continentale del Paese. Poi ho i miei angoli preferiti, ma è anche vero che in vacanza non cerchiamo tutti le stesse cose. Anzi.

E così, di ritorno dal mio sesto viaggio, mi è venuto in mente di fare un test semi-serio (più che altro semi, e scemo forse) su come aiutarvi a scegliere il posto giusto per voi in Grecia. Della serie, dimmi chi sei e ti dirò quale traghetto prendere. Ovviamente si fa un po’ per giocare, in una sera di agosto in una Bologna deserta: poi chissà magari ci salta fuori pure qualche dritta utile. Se poi volete una panoramica vera (e un ventaglio molto più ampio) vi rimando al prezioso sito Grecia Mia.

1) I dinamici: Amorgos

Confesso subito che questa è la mia isola preferita, e non solo nelle Cicladi. Ma Amorgos, oltre a essere bellissima- tanto per il paesaggio brullo e montagnoso, per i villaggi tradizionali, che per il mare di un azzurro intensissimo – non è adatta ai sedentari. Intanto perché anche arrivare richiede un piccolo sforzo: è una delle isole più orientali dell’arcipelago, non ci sono areoporti e da Atene vanno messe in conto almeno 4 ore di aliscafo. E poi perché, oltre le spiagge – la più bella è Agios Pavlos- non mancano le attività all’aria aperta. Amorgos è molto amata dai camminatori, per la sua fitta rete di sentieri che attraversano boschi, muretti a secco e chiesette imbiancate a calce. Ce n’è anche per i sub, che possono fare base al simpatico e organizzato centro diving di Aegiali e vivere scene da film – Le grand bleu, girato qui- in un’acqua scura e violacea. E poi anche visitare i mitici paesini richiederà un bel lavoro di gambe: Chora, Langada e Tholaria sono ancora abbastanza abitate e non troppo turistiche. Una meraviglia.

Un consiglio, anche ai più scatenati: non perdete il ritmo lento dei piccoli borghi. Fa parte della magia del luogo.

2) I sognatori: da Atene a Epidauro

Se non si è sognatori e capaci di vedere anche l’invisibile, difficilmente la ‘Grecia classica’ lascerà il segno. Un po’ di delusione, in siti a volte poco curati o dove rispetto a quanto si è studiato è rimasto forse un capitello dorico, altrimenti potrebbe essere in agguato. Forse non vale per l’Acropoli, spettacolare sulla sua collina, così come per il suo moderno museo. O per il Museo Archeologico, in cui sembra di tornare non solo alle origini della nostra civiltà, ma anche di qualcosa dentro noi stessi.
Un po’ di immaginazione, e poesia, serve invece a Micene, da visitare al tramonto quando i raggi del sole incendiano la campagna e può capitare di restare da soli a pensare ad Agamennone o alla guerra di Troia. Serve a Epidauro, nella luce argentea del mattino, quando dopo lo stupore dello spettacolare teatro, si resta un po’ perplessi davanti a colonne ricostruite con tasselli non originali. Serve immaginazione (e tanta acqua) sull’Acrocorinto, cercando il mito fra rovine e candele accese nelle chiese bizantine.

Capo Sounio

Capo Sounio

Il consiglio: noleggiate l’auto ad Atene e non tralasciate, anche se si trova dalla parte opposta, anche Capo Sounion col suo splendido Tempio di Poseidone. Per veri irriducibili del classico, con tuffo e taverna garantiti.

3) I rocker: Serifos

Se Amorgos è la mia isola preferita, Serifos è la più simpatica. Non vuole piacere per forza e la consiglio a chi cerca le casette bianche della Grecia, gli adorabili paesini cicladici, ma non punta alla perfezione, alla cornice idialliaca a tutti i costi. Serifos può permettersi di avere anche qualche spiaggia non strepitosa e qualche murales, ma il grappolo di case bianche della Chora è uno degli spettacoli più belli che ho trovato in Grecia. Trovo molto rock il monaco che da tanti anni vive da solo nel bellissimo montastero di Tachiarchis, gioviale e circondato da gatti. Trovo rock il gestore dell’unica cantina organizzata dell’isola, il giovane Christos che porta avanti le sue radici, innovando. E dormire in spiaggia sotto le tamerici invece che sotto l’ombrellone, in vero stile locale. Greek power!

Il consiglio: è un’isola comoda anche se non si hanno tanti giorni a disposizione. Dal Pireo infatti il traghetto veloce impiega solo un’ora e mezza.

4) I radical chic: il Mani

Vathia

Vathia

Può sembrare un paradosso nella stretta terra che si allunga sotto Sparta, mentre ci si inoltra in una terra di campagna, fra gli ulivi. Questo dito del Peloponneso è stato a lungo isolato, e molto povero, anche per il paesaggio arido e difficile da coltivare. Lo dimostrano i borghi in abbandono e le case-torri in rovina. Eppure. Eppure quelle restaurate oggi sono boutique hotel belli (e cari a volte) come mai avevo visto in Grecia, con la pietra viva e arredati con gusto. Accanto a calette semideserte dall’acqua cristallina, si trovano bagni attrezzati con gusto, con servizio in spiaggia, ma mai pacchiani. Se fossi un vegano (o quanto meno un vegetariano)- al netto che si mangiano stupende salsicce aromatizzate all’arancia- verrei certamente qui, dove le verdure sono freschissime e saporite, le insalate più originali del solito e quasi dappertutto ho trovato prodotti biologici. Infine, ad Areopoli e Limeni la sera il cocktail è assicurato.

Il consiglio: non si può viaggiare in questa regione senza leggere il meraviglioso libro Mani di Patrick Leigh Fermor, vera guida, anche se con gli occhi di 70 anni fa, di questi piccolo, fiero, mondo nascosto.

5)  I buongustai: Sifnos

E’ una delle isole in cui ho mangiato meglio. E’ davvero una meta, sempre nelle Cicladi, da chi cerca sì i piatti tipici, ma anche una cucina più innovativa. E magari qualche cocktail curato. Per questo il posto da non perdere è Apollonia, la cittadina che d’estate si anima di vacanzieri fra gli stretti vicoli. In uno di questi si trova anche il ristorante Rambagas del giudice dello chef greco Yiannis Loucacos, dove, ad esempio, assaggiare una moussaka fighetta (ma io preferisco quella casalinga). Sulla spiaggia di Platis Gialos, invece, oltre alle proposte con hummus del Maiolica e colazioni vegane al Palmira c’è pure un gettonato fish bar, Omega 3, in cui si è fermata Scarlett Johansson: l’anno scorso in spiaggia se ne parlava molto e i prezzi del locale, per quanto non proprio da New York, iniziano a salire.

Il consiglio: per un pranzo con i fiocchi, si può mangiare pesce fresco nel piccolo porticciolo di Heronissos, proprio sull’acqua e a un passo dalle reti.

6) I romantici: da Nauplia a Monemvasia

Amate i paesini, il loro dedalo di viuzze, gli scorci sul mare? La Grecia continentale ha i suoi assi nella manica. Come Nauplia, in Argolide, cinta dalle sue mura, con la sua impronta  veneziana e il piccolo centro da esplorare a piedi (nel senso che l’auto la si lascia proprio fuori). Per gli inguaribili romantici, si può fare anche il giro in calessino alla luce del tramonto da vedere, ovviamente, sul mare. Posizione scenografica unica per Monemvasia, nel vicino dito del Peloponneso, che resta nascosta dalla montagna per chi arriva dalla strada. Anche qui si lascia l’auto nella lunga salita che collega questa antica città bizantina alla terraferma e ci si immerge in un mondo sospeso di tetti rossi, stradine da cui sospirare davanti ai flutti e boutique hotel.

Il consiglio: in entrambe le cittadine, mettetevi una mano sul cuore e sul portafogli. Se volete visitarle, conviene spendere qualcosa in più, ma dormire dentro le mura. Qui, del resto, si viene per l’atmosfera, che però abita in vie pedonali e silenziose.

7) Per tutti: Santorini

Ci ho pensato e ripensto, questa isola entra in tante categorie e nessuna. E’ uno dei posti più iconici e fotografati della Grecia, ci sono sempre turisti, costa di più e molti puristi saranno allergici a questi aspetti. Però… però è bellissima. La verità è che Santorini secondo me è perfetta per tutti perché oguno saprà trovarci una sua speciale isola: va solo cercato il proprio angolo. La consiglio a chi ama la natura nelle sue manifestazioni più spettacolari e violente: quella semiluna di isola mancante, sprofondata sotto il mare, emozionerebbe anche un ghiacciolo, così come il contrasto fra la roccia nera, vulcanica, e un mare di un azzurro che resta per sempre negli occhi. I colori sono esplosivi nella Red Beach, ma anche nelle spiagge dove la sabbia è nera. La consiglio a chi ama il vino, perché si possono visitare cantine di buon livello e organizzate. A chi ama l’archeologia, per il sito di Akrotiri e a chi ama gli aperitivi al tramonto e la movida serale di Oia. Così come a chi vuole scappare dalla folla nei paesini, magari nel piccolo Pyrgos e rifugiarsi al ristorante Selene.

Santorini vista dal centro della Caldera

Santorini vista dal centro della Caldera

Il consiglio: Santorini è davvero tanto più affollata di altre isole (anche se confesso di essere sempre stata alla larga da quelle davvero trendy tipo Mykonos o Skiathos, che magari sono pure peggio) e per non spenderci pure troppo, può valere la pena di tenerla come base- sia in aereo che in nave- per poi magari visitare altre isole vicine come Amorgos, ad esempio, o Folegandros.

8) Gli adattabili: Naxos

E, aggiungerei, a chi sa viaggiare col cuore e occhi aperti, chi si emoziona per il semplice fatto di essere in Grecia. Fra le Cicladi, Naxos è un’isola più grande e meno spettacolare di altre, ma è davvero comoda. Si può arrivare anche con l’aereo e offre tantissimi tipi di sistemazioni, il che la rende molto adatta a chi viaggia in famiglia, magari con bambini. Quest’isola, famosa per la Portara, un suggestivo portale di pietra da cui ammirare il tramonto (ultimo frammento rimasto del tempio di Apollo), dà meno la sensazione di essere lontani dal mondo – ma può capitare nelle spiagge più occidentali come Psilli Ammos, ma offre tutto quello che si può amare della Grecia. Colorate e generose taverne sulla spiaggia, magari in quella bella di Agios Prokopios; paesini immacolati come Koronos e Koronida; una chiesetta candida per ogni giorno dell’anno, vasche serali al porto, magari fermandosi a bere un Kitron locale. E la vita diventa semplice, per chi si ferma ad apprezzarla.

Il consiglio: una sosta da I Platsa, a Koronos. La moussaka sotto il pergolato vale il viaggio.