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Viaggio in Cina: Shanghai e dintorni senza visto

 

Assieme alla mia rubrica post nemici del ‘seo‘ e dei motori di ricerca – in cui racconto trasognati itineari in Italia- ce ne vorrebbe una ‘post su viaggi organizzati all’ultimo in un Paese completamente diverso da quello previsto’. Che è poi quest’ultimo caso: se l’anno scorso volevamo andare in Cina e ci siamo trovati in California, per marzo avevamo puntato le Hawaii e invece siamo finiti in Cina. Per chi non si fermerà qui nella lettura pensando che siamo solo degli squinternati (e poi, ovvio, non è che stiamo parlando di scegliere fra, chessò, Ozzano e San Lazzaro, giusto per citare i primi due posti vicini a casa che mi vengono in mente), provo a raccontare il nostro itinerario di 5 giorni fra Shanghai e ‘dintorni’, anche senza visto, ma con il permesso temporaneo di 144 ore che si può fare direttamente all’aeroporto se si è in transito verso un altro Paese. Che nel nostro caso, manco a dirlo, era il Giappone.

I44 ore di Cina anche senza visto

Ovviamente, prenotando all’ultimo (dieci giorni prima circa), eravamo molto stretti con i tempi del visto, documento da fare in Italia obbligatoriamente prima di ogni viaggio in Cina. E così abbiamo prenotato un aereo per il Giappone, con tappa intermedia a Shanghai e scalo su Pechino al ritorno (a proposito, un volo di questo tipo, comprato con questi tempi, a marzo, è costato 600 euro con Air China). In questo modo, una volta arrivati a Shanghai, abbiamo chiesto un ‘visto temporaneo’ che cambia da regione a regione.

Mi spiego meglio: nel nostro caso, il documento permetteva di visitare Shanghai e altre zone limitrofe, come le province Zhejiang e Jiangsu, dove si trovano Hangzhou e Suzhou. In altre parole, non avremmo potuto, ad esempio, visitare nell’arco di questo viaggio anche una città dello Yunnan o, per dire, la Grande Muraglia. Inoltre, questo visto cambia come caratteristiche da zona a zona. A Chengdu, ad esempio, si può stare 144 ore, ma senza uscire dalla città. Insomma, va verificato per ogni destinazione, ad esempio su questo sito.

Shanghai - giardino del mandarino Yu

Shanghai – giardino del mandarino Yu

Già, ma come si fa? Nel caso di Shanghai, appena sbarcati siamo andati verso lo sportello particolare della Immigration – il numero 1, ma non è detto che sia sempre quello-, dedicato a questo tipo di visto, che è gratuito. In precedenza avevamo già lasciato le impronte digitali alle macchinette automatiche e quando siamo arrivati allo sportello, il poliziotto ci lasciato un foglietto da portare sempre con noi nel passaporto, che va riconsegnato al momento della partenza.

L’itinerario

Ecco qui il nostro itinerario per queste 144 ore di Cina. Gli amanti e conoscitori del Paese si contorceranno sulla sedia a vedere quanto poco tempo abbiamo dedicato a certi posti, ma abbiamo deciso comunque di avere un assaggio di più città e tornando indietro farei la stessa cosa. Anche perché gli spostamenti in treno sono davvero molto veloci e consentono di coprire in pochissimo grandi distanze. Poi, ovvio, Shanghai meritava come minimo un paio di giorni in più. Che dire, speriamo di tornare a completare il quadro.

  • Shanghai
  • Suzhou- Tongli
  • Tongli- Hangzhou
  • Hangzhou e ritorno la sera a Shanghai
  • Shanghai e volo serale per Osaka

Shanghai

Siamo arrivati all’alba e quindi siamo riusciti a prendere il primo treno a levitazione magnetica (Maglev) che dall’areoporto di Pudong porta fino a Longyang Lu (2 biglietti 80 yuan). Da questa stazione abbiamo poi preso una metropolitana fino alla Concessione Francese, dove si trovava il nostro albergo. Devo dire che fin qui l’impatto è stato soft: il treno che tocca i 430 chilometri orari è già un viaggio nel viaggio (si percorrono 40 chilometri in 7 minuti) e la metro, rispetto anche solo a quella di Tokyo per dire) è molto chiara, considerando che le 16 linee servono una città da 25 milioni di abitanti: i biglietti (economici) si comprano in macchinette automatiche con spiegazione in inglese (almeno qui, non sarà altrettanto facile nelle stazioni ferroviarie).

Il giardino Yu

La zona della Concessione francese è particolarmente bella, alberata, con case dagli stili un po’ disparati, ma dallo stampo europeo: non a caso in questa parte della città vivono molti stranieri e si trovano tanti ristoranti e locali carini. In generale, consiglio di dormire qui, tra l’altro ci sono diverse fermate della metro, ma non bisogna pensare che sia così facile arrivare a piedi dappertutto: come in tutta la città, le distanze sono enormi e tutto è davvero fuori scala per i nostri parametri. Fra le cose da vedere in questa zona, in particolare a Xintiandi e Tianzifang, ci sono sicuramente le abitazioni tradizionali shikumen, oggetto negli anni di un’operazione di restauro. Purtroppo sotto la pioggia battente che non ci ha dato tregua, la nostra non è stata proprio una passeggiata piacevole, soprattutto quando, con le gambe fiaccate dal jet lag, abbiamo penato per farci caricare da un taxi – una costante un po’ ovunque questa.

L’altro motivo davvero valido per visitare la Concessione Francese è il piccolo museo Propaganda Poster Art Center. Gratuito, si trova nel piano interrato di un palazzone e ripercorre tra pubblicità e immagini del tempo la propaganda comunista fino a tempi  molto recenti. Davvero una rarità da non perdere (non si possono fare foto, ma acquistare copie delle stampe).

Come già detto, a Shanghai siamo stati sicuramente poco e alcune delle attrazioni principali sono state funestate dal maltempo – ad esempio non siamo praticamente riusciti a vedere oltre la nebbia Pudong, la parte avveniristica della città al di là del fiume, dove le baracche dei pescatori nel giro degli ultimi anni hanno lasciato il posto a grattacieli scintillanti -, ma vorrei comunque citare tre cose che mi sono piaciute moltissimo.

Pudong (o almeno quello che emergeva dalla nebbia)

Il giardino Yu. Se il bazar attorno vi lascerà un po’ interdetti (è veramente kitsch), concedetevi comunque un po’ di straordinari bao. Sono ravioli ripieni di carne di maiale e cotti al vapore, preparati in vetrina proprio come fanno a Bologna con le sfogline: sono economici e buonissimi. Scusate la divagazione sul cibo (che comunque giustifica un viaggio fin qui), torno al giardino tradizionale, davvero stupendo. Un po’ perché è una pausa di quiete (ma arrivateci presto) dal delirio della città e poi perché all’improvviso ci si trova in un mondo fatto di grazia, alberi fioriti, draghi che spuntano dai muri, laghetti… insomma un idillio di geometrie da non perdere.

L’altra è il museo di Shanghai, in piazza del Popolo. L’abbiamo scelto, confesso, per ripararci dall’acqua, ma abbiamo fatto bingo. Visto che è gratuito, può essere sufficiente visitare il piano terra, per fare un viaggio millenario nelle diverse epoche e regioni della Cina attraverso sculture straordinarie. Davvero emozionante.

Museo di Shanghai

La terza dritta vale per il Bund. Sicuramente è suggestivo esplorare le differenze fra gli storici edifici lungo il fiume scorrendo le facciate, ma non perdetevi la visita anche all’interno di due mitici hotel, il Peace e il Waldorf Astoria: entrare nelle hall è come tornare indietro alla Shanghai degli anni Trenta.

La cucina dello Yunnan al ristorante Lost Heaven

La cucina dello Yunnan al ristorante Lost Heaven

Shanghai-Sozhou

Il secondo giorno di buon’ora siamo andati nella deliziosa cittadina fluviale di Tongli passando per Sozhou, famosa per i suoi giardini sparsi in un nucleo storico scandito da canali. Da Shanghai si raggiunge in poco più di un’ora di treno proiettile: una sorta di Shinkansen, ma molto più conveniente (circa 9 euro a tratta). La sfida, come sempre, è salirci su quel treno: a partire da riuscire a saltare su un taxi, spiegare – nessun tassista e dico nessuno parla inglese o è interessato a parlarlo – in che stazione della città si vuole andare e comprare un biglietto.

Nella Shanghai Station è inutile tentare di andare alle macchinette – a meno che non capiate il cinese, ovvio-. Il biglietto si compra allo sportello e per stranieri ce n’è uno solo: guardate bene sul vetro, c’è una scritta piccola, ma c’è (è la stessa fila per donne incinte e portatori di handicap, vabbè): dovrete esibire il passaporto e, come sempre, attraversare svariati metal detector con le valigie. In compenso, la stazione è molto bella e, come dimensioni, sembra un nostro aeroporto.

Arrivati a Sozhou la nuova avventura è stata trovare il deposito bagagli: nella solita fiera dell’incomunicabilità, abbiamo capito che si trova solo dal lato nord della stazione (in fondo a destra del tunnel sotterraneo). Da qui si prendono anche i taxi in transito per arrivare fino alle porte del centro storico: proprio all’inizio dell’area pedonale si trova anche il museo di Suzhou, progettato da I.M.Pei. E’ interessante soprattutto per l’architettura, ma è gratis, quindi perché non farci un giro. I giardini da visitare sono molti, sicuramente bello è quello dell’Umile Amministratore, ma ammetto che vale il viaggio la tappa in un ristorante storico Yaba Shengjian per i loro xiang long bao, ravioli fritti ripieni di carne e brodo. Il mio piatto preferito di tutto il viaggio, per pochissimi euro (tipo 10 euro in due).

Tornati alla stazione, abbiamo ripreso un taxi per arrivare a Tongli: doveva essere un viaggio di mezzora, ma il tempo è raddoppiato per dei lavori stradali e il traffico (la corsa è lievitata fino a 170 yuan, ma stiamo parlando di 22 euro in due, quindi non mi lamenterei) . Quando siamo arrivati alle porte del centro storico di questo delizioso villaggio si stava già facendo sera e, attraversando il primo ponte di pietra, siamo entrati in un’altra dimensione.

Sono infiniti i motivi per cui ho amato questo luogo, che secondo me si apprezza appieno solo fermandosi a dormire: per le case basse di pietra su una trama di canali, perché tutto all’improvviso torna piccolo e a portata di piedi. Per le lanterne che brillano sull’acqua, i vivaci ristorantini sul fiume. Per la casa tradizionale che ci ha accolti, con persone all’improvviso gentili, per la cena straordinaria nel ristorante di un vecchietto che ci spiegava i piatti traducendoli sul telefono, per i giardini meravigliosi. I negozietti e il giro in barca sul canale, scivolando sull’acqua, sfiorando i ponti con la testa come in quegli angoli più defilati della laguna veneta.

La storia si tocca, si sente, e in un Paese con città gigantesche davvero fa una bella differenza. Ma senza un’atmosfera troppo patinata: la vita scorre nella sua quotidianità, con tanto di dettagli pulp. Come la gallina sgozzata direttamente sul canale la mattina, giusto per non sentirsi troppo turisti.

Tongli-Hanghzou

Da Tongli siamo ripartiti il pomeriggio successivo con un autobus diretto a Hanghzou, città famosa per il lago occidentale nella regione dello Zhejiang, una di quelle previste dal visto temporaneo.  Il biglietto – 56 yuan – ci è stato gentilmente prenotato sul sito dal personale della nostra guesthouse, quindi per una volta è stato più facile orientarsi una volta arrivati in autostazione (leggermente fuori dal centro storico, ma raggiungibile in una mezz’ora massimo a piedi).

Il viaggio è durato circa due ore, tempo in cui fuori dal finestrino continuavano a scorrere immagini di una campagna un po’ depressa ed enormi palazzoni in schiera.

Devo dire che, con il sole velato che sprigionava una luce fredda e grigiastra, mi sono sentita più volte all’interno di Blade Runner 2049. In questa atmosfera un po’ surreale siamo arrivati all’autostazione di questa città enorme (7 milioni di abitanti), raggiunta dopo venti minuti buoni di taxi fino alla città vecchia, lasciandosi alle spalle uno skyline di edifici mastodontici, dall’aria minacciosa. Un clima che cambia completamente nelle varie parti della città, sia in quella pedonale, in cui si trovava il nostro ostello (molto carino, lascio il link perché lo consiglio proprio), che quelle sul lago.

In generale, la prima mi sembra la zona più comoda in cui pernottare, anche se quelle sponde che sembrano tanto vicine sulla mappa in realtà, per essere raggiunte, richiedono ancora una volta un taxi o quanto meno una bici (noleggiabile facilmente). Visto che si stava facendo buio, abbiamo deciso di rompere il ghiaccio con la città nei due modi che preferisco: dall’alto del vicino City God Pavillon (stupendo quando è illuminato) e mangiando.

Il modo più semplice si è rivelato in uno dei centri commerciali sul lungo fiume: lo so, venendo dall’Italia sembra un’eresia, ma qui come in Giappone in questi mall si trovano spesso ottimi ristoranti e non è da buttare via neppure il fatto di avere un menù in inglese, vi assicuro. Comunque sia il Green Tea è stato un’ottima scelta (ci sono altri punti in città), con una buona cucina del territorio presentata benissimo (160 yuan in due).

Green Tea

Il giorno successivo ci siamo dedicati alla parte che ci stava più a cuore, quella delle piantagioni di tè di Longjing: è una varietà molto pregiata, e costosa, che viene coltivata sulle colline sopra la città, vicino all’omonimo villaggio. E’ una visita straordinaria, perché in pochi chilometri ci si trova all’improvviso un’atmosfera rurale, con quell’immersione in un mondo fatto di tonalità verdi che così tanto amo dell’Asia.

Longjing

Noi siamo arrivati in taxi fino al nuovo Museo nazionale del tè, in posizione davvero suggestiva sulla collina, per quanto meno organizzato per le visite (quasi tutti si fermano al museo originale qualche centinaia di metri più in basso). A meno che non siate dei patiti di tè, le informazioni di quello superiore possono bastare, assaggi compresi e, in pochi minuti a piedi, si può arrivare al villaggio di Lonjing con la sua atmosfera tranquilla. A quel punto non vi resta non vi resta che immergervi nelle piantagioni, seguendo alcuni sentieri indicati da cartelli.
Se a tavola siete abbastanza spericolati, fermatevi a pranzo in questo angolo di quiete. Noi siamo stati ‘catturati’ da un’anziana signora che ci ha fondamentalmente dato da mangiare nel giardino di casa: il menù era scritto solo in cinese, ovvio, ma il pesce estratto dentro la sua cesta dal torrente non richiedeva troppe cerimonie. Col riso e uova strapazzate ordinate alla cieca ci è andata bene.

E il lago? Ci siamo andati dopo pranzo, raggiungendolo direttamente in bus da Lonjing: solo uno scende dalla collina, non potete sbagliare e porta alla riva occidentale. Noi abbiamo attraversato l’isola Gushan e il terrapieno che ricongiunge all’altra sponda. La camminata è piacevole, in una selva umana di gente, selfie stick, barche e aquiloni: se temete la folla, non venite qui!
Appendice finale: siamo tornati a Shanghai in treno, ma non fate come noi l’errore di non prenotarlo prima, soprattutto se è un venerdì sera. Siamo riusciti a prendere l’ultimo per il rotto della cuffia in una stazione straripante di persone dai mille tratti somatici: gente con gli zaini, famiglie cariche di sacche che sembravano dirette in ogni angole sperduto dell’Asia. Forse lo erano.

Il Beit Beirut

Sembra Beirut: viaggio nella capitale del Libano

Sembra Beirut. Perché è Beirut. La città che scivola nella notte sotto i nostri occhi durante il tragitto dall’aeroporto si presenta con le sagome scure degli edifici che sembrano cadere a pezzi e le impalcature dei cantieri. Ma è solo una parte, perché dall’altro lato del finestrino si spalanca uno skyline di grattacieli illuminati e le luci danzano, come in tante grandi metropoli. Siamo in cinque, più l’autista, in un taxi che dovrebbe contenere solo la metà di noi, ci hanno appena fregato sul prezzo- è evidente-, e dopo una prima sequenza di minareti e campanili, a metà strada c’è già il primo posto di blocco militare. Poco importa che davanti siamo sedute in due, una sull’altra: il tassista si preoccupa solo di mettersi la cintura. Ma i militari non ci fanno caso, si prosegue.
E’ un giovedì sera a Beirut, e questo è solo l’antipasto.

Con i miei compagni di viaggio a Downtown

Con i miei compagni di viaggio a Downtown

Una guida alla città

La scelta di partire per un fine settimana nella capitale del Libano è stata istintiva, quasi quanto quella di comprare quei cinque biglietti aerei a prezzi convenienti (un po’ meno gli orari notturni, i collegamenti non sono eccezionali). Il resto però era solo una composizione di immagini da Internet, Instagram e sito della Farnesina per capire che momento stesse vivendo questo piccolo stato, incapsulato fra il Mediterraneo e vicini decisamente ingombranti -Israele sotto e la Siria ai lati.

Di guide aggiornate neanche l’ombra, almeno in italiano (la Lonely Planet è in lavorazione e abbiamo comprato poi una guida americana, piuttosto ben fatta, la Bradt). Informazioni poche, dunque, inversamente proporzionali allo sgomento di parenti e amici a casa. In questi casi tutti si improvvisano esperti di politica estera e Medio Oriente. Sempre per partire tranquilli, insomma.

Achrafieh

E così provo a raccontare le mie impressioni dopo un fine settimana in Libano, su cosa effettivamente abbiamo trovato sulla sponda più esterna del nostro mare comune. Una piccola guida, insomma, per organizzarsi in un posto che è tutto il contrario di tutto, in cui si passa da loft e locali eleganti, ai profughi siriani ai lati delle strade e agli edifici deturpati dagli spari. Una città che da Parigi orientale è diventata il simbolo di ogni casa sgraziata, rovinata, in cui convivono cristiani maroniti, ortodossi, sciiti, sunniti, drusi (sono dei musulmani mooolto particolari), ebrei (pochi), giusto per citarne alcuni.

La moschea Mohammed-al-amin

La moschea Mohammed-al-amin

Cosa vedere in un giorno

Beirut è una città che ne ha passate di tutti i colori e se da un lato non si è tolta di dosso questo passato tormentato, dall’altro esplode di vita, soprattutto di sera. Le zone principali, in cui è possibile camminare a piedi in tranquillità, sono quelle di Hamra, zona a maggioranza musulmana, Downtown e Achrafieh, a predominanza cristiana. E’ la zona in cui si trovano anche alcuni edifici storici, risalenti al periodo del mandato francese, durato fino al 1943, quando il Libano ottenne l’indipendenza. Solo un accenno a quello per cui questa città è diventata un simbolo di distruzione: la guerra civile, durata dal 1975 al 1990, che ha provocato un vero e proprio esodo di libanesi dal Paese. La città era divisa in quegli anni da una green line, che separava la parte musulmana e cristiana. I segni del conflitto – che non è purtroppo stato l’ultimo, se consideriamo anche quello fra Hezbollah e Israele a partire dal 2006 – si vedono ancora in alcuni edifici, come il Beit Beirut, da cui abbiamo iniziato la nostra visita.

Uno degli edifici di Achrafieh

Uno degli edifici di Achrafieh

Prima visita, primo buco nell’acqua: il palazzo giallo restaurato, ma che ancora racconta il recente passato attraverso i buchi sulle pareti e che ospita un centro di documentazione sulla guerra civile, è chiuso per un evento privato. Guardando recensioni, in realtà gli orari di apertura sono piuttosto ‘creativi’ e non sempre si riesce a entrare. Ripieghiamo su una camminata ad Achrafieh, fra ristorantini, negozi hipster e case sventrate, fino a quando non avvistiamo il Dome City Center (o The Egg). E’ un altro edificio-simbolo a portare i segni della guerra e che forse impressiona più di tutti. Espressione dell’architettura mordernista degli anni Sessanta, doveva essere un centro commerciale, ma oggi assomiglia più a uno scheletro abbandonato. Ma anche questa è solo una parte della storia, perché la sera dopo lo ritroviamo illuminato di viola, trasformato nella sede di un evento glamour (sempre a invito, ancora).

The Dome

Subito dopo si apre Downtown, in cui, a pochi metri di distanza, si trovano la moschea Mohamad Al Amin, dalla stupenda cupola blu, e la cattedrale maronita (che purtroppo troviamo chiusa, pure questa). Un bellissimo contrasto, che aumenta subito dietro, fra i resti di una basilica romana e la cattedrale greco-ortodossa di San Giorgio: merita una visita, per la bella iconostasi e soprattutto per il museo sotterraneo, che racconta le stratificazioni della città. E considerando romani, bizantini, mamelucchi e arabi, direi che di strati ce ne sono. Si passa così alla famosa place d’Etoile, in cui svetta un Rolex gigante, e al Parlamento, in un’area della città chiusa al traffico, centrale quanto piuttosto deserta, fra pochi clienti nei caffè all’aperto. Il souk è un’altra sorpresa, perché non c’è nulla di esotico in queste gallerie commerciali, con negozi occidentali e spesso costosi. E’ una parte interessante, che racconta delle trasformazioni recenti della città- pianificate dalla società Solidare-, ma che non emoziona molto.

A questo punto si può però raggiungere la Corniche, il percorso pedonale e ciclabile che costeggia il mare, fra traffico impazzito – il rumore del clacson sarà la vostra compagnia costante, rassegnatevi -, spiagge che non chiamerei proprio spiagge, ma più scogli- gente con la propria sedia a fumare la shisha, coppie e famiglie, e grandi alberghi e appartamenti sempre piuttosto vuoti e concessionarie di auto di lusso. La sensazione che condividiamo fra noi è di una città pronta ad accogliere turisti, visitatori, ma che ancora non ci sono. O non li vediamo noi, difficile dirlo in pochi giorni. Ma quello che incontriamo è soprattutto un gran numero di auto e un edificio davvero pazzesco: la casa del rancore. E’ un condominio piatto che un vicino ha costruito per bloccare la visuale all’altro. Meglio non far incavolare i vicini, insomma.

La passeggiata sulla corniche si conclude ai Pigeons Rocks, due enormi faraglioni nel mare, che si possono anche visitare da sotto con la barca. Noi ce li godiamo al tramonto, nell’ora in cui il sole incendia l’acqua, bevendoci un caffè libanese dai bar panoramici. Il giro in Hamra Street, dove si trovano l’Università americana libanese e una serie di negozi di tutti i tipi, si esaurisce presto: il traffico è assordante ed è tempo di tornare a casa.

La sera a Beirut

E’ il momento della giornata in cui Beirut indossa il suo vestito più inaspettato, divertente, soprattutto nel fine settimana, con giovani dentro e fuori da locali stilosi, costosi, fra coctkail e musica. Può sembrare superficiale, ma non lo è (o almeno non del tutto), perché si sente la vita che pulsa in questa città rinata mille volte. Posti di polizia, filo spinato e macerie all’improvviso sono lontani anni luce. Basta percorrere Gourad Street e Armenian Street e le strade dal sapore bohemienne di Gemmayze e Mar Mickail, per rendersene conto, passeggiando fino al bellissimo museo Sursok, museo di Arte Contemporanea che brilla nella notte, da raggiungere magari dalla scalinata di San Nicolas, famosa per la street art. Poi non resta che scegliere il ristorante preferito.  La cucina libanese, così difficile da trovare in Italia, è strepitosa.

Il museo Sursok

Dove mangiare e bere

Come dicevo sopra, l’esperienza culinaria vale da sola un viaggio a Beirut. Abbiamo mangiato bene sempre, in ristoranti con stili diversi, ma fondamentalmente concentrati nella zona di Gourad e Armenian Street. I piatti, va detto, sono sempre variazioni sul tema, con mezze che tendono a ripetersi, con alcuni must come l’hummus di ceci; il mutabal di melanzane (molto simile al ‘cugino’ babaganoush), spesso servito con chicchi di melograno; Tabbouleh, con prezzemolo e pomodorini; Fattoush, insalata con pane croccante e (il mio preferito) Fatteh, con yogurt, noccioline, melanzane e pane croccante. Un insieme di sapori che spaziano dal Medio Oriente alla Grecia, con molte verdure e legumi.

Hummus e mutabal

Come carne, si mangia soprattutto agnello, in versioni che ho trovato strepitose (ne racconto qualcuna qui sotto). I dolci sono spesso preparati con lo yogurt o formaggio di capra, aromatizzati con miele, pistacchi e un’acqua di arancia da noi soprannominata amichevolmente ‘Vidal’: intensa, ok, ma io l’ho trovata buonissima. Con la stessa essenza si prepara anche un caffè bianco, che altro poi non è che acqua calda aromatizzata, ottima per digerire i quintali di legumi appena ingeriti. Ecco qualche indirizzo.

  1. Marrouche, sulla Corniche. Ideale per una pausa pranzo in una bella giornata, visto che dal primo piano si gode di una bella vista sul mare. Ottimo l’hummus, ma va assolutamente assaggiato l’Arayess Kebab : una specie di piadina croccante ripiena di agnello, con una spolverata di pistacchi sopra. Il mio piatto preferito in assoluto.
  2. The Chef. Un posto storico, in posizione eccezionale per chi è reduce dall’aperitivo in Armenia Street, frequentato dagli stessi libanesi per la cucina casalinga e autentica. E’ spartano, ma pulito, con un servizio impeccabile e un menù che cambia continuamente. Buonissime le melanzane (sul menù si chiamavano moussaka, ma in realtà erano tipo stufate col pomodoro), la cicoria con cipolla croccante e un pesce in salsa di sesamo. Grande rapporto qualità-prezzo.
  3. Enab. Alla fine di Armenian Street è il classico posto trovato per caso, che ti sorprende per l’arredamento caldo (carta da parati colorata, poltrone a fiori, colori pastello). Buonissime tutte le mezze ordinate, comprese le salsicce libanesi, leggermente piccanti e con un po’ di cannella e il formaggio di capra, sia fresco che grigliato. Con vino, birra e shisha finale, abbiamo speso, 220 lire libanesi.
  4. Liza. Un ristorante bellissimo, fra i più famosi in città, che abbiamo potuto prenotare solo la domenica sera perché il weekend era sempre pieno. Si trova in una casa storica vicino al Sursok Museum, con stanze dalle luci soffuse e giochi di specchi. Un vero viaggio nell’atmosfera mediorientale. Abbiamo ordinato la degustazione di mezze, tutte di livello superiore a quelle mangiate nei giorni precedenti, con anche felafel, piccole sfiah, panini ripieni di carne e agnello davvero straordinari e un riso con agnello e frutta secca davvero buonissimo. Il servizio, invece, è migliorabile, visto il livello del locale, che offre anche una bella carta dei vini, molti libanesi. Il prezzo lievita parecchio (circa 60 euro a testa), ma sarebbe corretto se poi non fosse raddoppiato per tre bicchieri di Cognac che (l’abbiamo scoperto al momento del conto) costavano 60 euro l’uno. Noi non avevamo chiesto i prezzi, loro non hanno pensato di dirceli: insomma, è finito con una ‘pelata’, ma anche una risata. Comunque resta un luogo speciale.
  5. Eat Sunshine. Un ultimo consiglio per la colazione. E’ uno di quei posti hipster che mi piacciono tanto, in cui trovare sia piatti orientali che le classiche uova o pancakes con frutta fresca. Caro, ma bello e buono. Ci sta.
  6. Capitolo locali. Come dicevo prima, in Armenian Street non c’è che l’imbarazzo della scelta: sono davvero tanti quelli belli, anche fighetti, con cocktail (non sono un esperta nel campo) ricercati. Ne segnalo comunque due. Il primo è Anise; piccolo, atmosfera bohemienne, molto frequentato. L’altro è, sempre per restare in tema, The Bohemian: simpatico, giovane, atmosfera frizzante nel weekend. I prezzi dei cocktail sono paragonabili a quelli italiani.
Uno dei locali di Armenian Street

Uno dei locali di Armenian Street

Dove dormire a Beirut

Per un piccolo gruppo come il nostro è stato perfetto puntare su un appartamento condiviso. Su Airbnb abbiamo trovato il bellissimo Stylish New Loft Duplex ai margini del quartiere Achrafieh. Abbiamo speso circa 40 euro a testa a notte e per i prezzi generalmente alti di Beirut è un’ottima soluzione. La zona è in trasformazione, sono molti i cantieri nei dintorni, e non è proprio il posto in cui fare un giro a piedi (ci sono solo palazzi, ad eccezione di un mercato a soli 400 metri, per chi vuole un’esperienza very local), ma la casa di Tania è davvero bella, fra arredamento curato, domotica e, diciamolo pure, tre bagni. C’è il garage, ma io personalmente non guiderei a Beirut neanche sotto tortura, quindi consiglio di utilizzare Uber: comodissimo ed economico (soprattutto se diviso in cinque come noi). Serve internet per usarlo: potete procurarvi una sim libanese o, come noi, sfruttare le reti wifi dei locali, diffusissime)
In alternativa, se si è da soli o in coppia, penso che l’ideale sia trovare una sistemazione fra Gemmayze e Gourad Street, in modo da spostarsi a piedi la sera senza problemi ed essere già nella zona più ricca di locali e ristoranti.

Info: noi abbiamo trovato una situazione molto tranquilla, ma consiglio comunque di consultare il sito della Farnesina prima di partire, perché sono indicati i quartieri della città in cui è meglio non andare a zonzo. Ecco qui: http://www.viaggiaresicuri.it/paesi/dettaglio/libano.html

I vini di Lanzarote

L’isola di Lanzarote

Anche dall’aereo si vedono i coni dei vulcani alzarsi dalla terra scura e grappoli di case bianche arrampicate sui fianchi di crateri che, ormai, non fanno più paura. Di solito non scrivo in volo, ma questa volta ho voluto fissare subito alcune immagini e sensazioni che Lanzarote mi ha lasciato, facendomi sentire per cinque giorni fuori dal mondo. E un po’, alle Canarie, si è fuori dal mondo, nel cuore dell’oceano Altlantico. Uno dei motivi per cui questa destinazione ha iniziato a farsi strada nella mia mente è stato il vino, poi l’anima vulcanica, infine la speranza del caldo mentre nella mia Emilia è scesa una coperta di freddo e umido. Il collegamento low cost con Bologna ha chiuso il cerchio. Immaginavo che Lanzarote mi potesse piacere, amo le isole un po’ sperdute, ma la realtà ha superato le aspettative.

Parco del Timanfaya

Parco del Timanfaya

Il motivo principale – oltre il sole che mi ha fatto respirare un po’ d’estate – credo sia lo spirito di frontiera, che spesso ricerco quando viaggio. Amo i luoghi ai margini, dove i tratti si confondono. Mi aspettavo una Spagna insulare, un mondo completamente occidentale. Aspetti che indubbiamente ci sono, ma la verità è che ho trovato una terra africana e colori accesi che non vedevo dai tempi della Namibia e del Marocco, giusto al di là del braccio di oceano. Terra nera, montagne rossastre, rare spiagge di sabbia bianca. Assenza di alberi, ad accezione di cactus e palme, vegetazione rada da bush, case basse, bianche. E’ la natura selvaggia e sempre estrema dell’isola, con i suoi mari di lava solidificata, come se la terra fosse diventata una dura scorza del colore del cioccolato. E africani sono i cieli stellati, i tramonti infuocati, il coriandolo nella salsa che accompagna le patate arrugadas (arrostite con la buccia), come si mangiano qui.

I vini di Lanzarote

Ma veniamo ai vini. Quelli che si bevono a Lanzarote forse non saranno tutti indimenticabili, ma mai, finora, ho visto un sistema di coltivazione spettacolare come questo. La storia della coltivazione dell’uva qui, del resto, è incredibile. Nelle vicine isole Canarie, in particolare a Tenerife, il vino si faceva già dal Cinquecento. Era un vino con aggiunta di alcol, un po’ liquoroso dunque, che veniva esportato fino all’America e che piaceva molto agli Europei, in particolare agli inglesi: persino Shakespeare lo cita. A Lanzarote, invece, il vino si consumava, ma per i contadini era difficile ricavare qualcosa dal terreno arido.

La Geria

Poi, fra il 1730 e il 1736 tutto cambia. Il vulcano Timanfaya erutta devastando parte dell’isola, seppellendo villaggi, spargendo ovunque ciottoli e cenere. Parte della popolazione lascia l’isola, ma quello che per anni deve essere sembrata l’apocalisse, lascia un’eredità. Il nuovo strato di lapilli vulcanici- chiamati picon– rende possibile l’allevamento della vite: trattiene l’umidità che di notte arriva dall’oceano e la fa penetrare fino alle radici delle piante, che possono trattenerla per mesi. E’ così, dunque, che inizia la viticultura, con la nascita della prima cantina, El Grifo, nella seconda metà del Settecento. Per ottenere vini di qualità superiore bisogna aspettare l’Ottocento, quando viene introdotta la Malvasia vulcanica (prima veniva coltivato solo il Palomino). Il paesaggio selvaggio trasformato dalla furia del vulcano viene modellato dall’uomo in modo unico: le viti si trovano all’interno di buchi, dalla forma di imbuti, o spaccature nella distesa di lava – il suolo si trova alcuni metri sotto – e sono protette da muretti a secco circolari o semicircolari (oggi anche rettangolari), che fungono da barriera per gli Alisei, pur facendo passare l’umidità. La Geria, una sorta di strada del vino nel cuore dell’isola e zona vocata alla produzione, è un’emozione per gli occhi: valli e colline sembrano alveari o cerchi disegnati da una mano aliena sulla terra nera.

La Geria

I vitigni di Lanzarote

Sono pochissimi i vitigni coltivati in questo ambiente arido. Quello principale è la Malvasia vulcanica- varietà che si trova solo qui ed è la più antica al mondo-, da cui si ottengono bianchi secchi profumati e minerali, e un vino semidolce. Molto importante è anche il Moscato d’Alessandria (lo stesso di Pantelleria), da cui viene prodotto un vino dolce che ricorda il passito. Seguono la Listan Blanca (o Palomino) e Negra: da quest’ultima si ottengono rosati e vini rossi destinati a essere bevuti giovani, con il loro corredo di frutti rossi, ma con poco corpo. A meno che non venga aggiunto un po’ di Syrah. Un altro vitigno rimasto qui e salvato- come gli altri, grazie al terreno vulcanico- dalla Fillossera, si chiama curiosamente Diego.

Sono 18 le cantine presenti sull’isola che fanno parte della denominazione di Lanzarote (14 ne La Geria), per una produzione di circa un milione e mezzo di bottiglie, ma vanno aggiunte altre piccole realtà al di fuori della DO. Solo alcune sono effettivamente pronte ad accogliere i visitatori tutti i giorni dell’anno (e a volte sono infatti prese d’assalto dai pullman di turisti), magari con tanto di ristorante abbinato; altre stanno iniziando ora questa piccola rivoluzione e vanno avvisate prima di presentarsi all’ultimo per un visita. In molti ristoranti ed enoteche dell’isola, però, fortunatamente si possono assaggiare diverse etichette locali e farsi un’idea piuttosto completa delle tipologie presenti.

La vendemmia

Un accenno alla vendemmia, che qui inizia prima di ogni altro Paese in Europa. La prima uva essere raccolta, sempre a mano, è la Malvasia vulcanica, già a luglio. Seguono, fino a settembre, le altre tipologie: l’ultimo a essere raccolto è ovviamente il Moscato, destinato al vino dolce, e che quindi si lascia maturare di più. Ultima nota di colore. La vicinanza con l’Africa si sente parecchio anche quando si parla di vino: fino a qualche decennio fa, infatti, per la raccolta delle uve si usavano i dromedari, che portavano sulla simpatica gobba le cassette ricolme di grappoli.

Le cantine

El Grifo

Questa cantina è la più antica di Lanzarote (1775) e, di quelle la cui storia è arrivata fino a oggi, anche delle Isole Canarie. Anche per questo merita una visita, per avere una panoramica generale e visitare la bella residenza della famiglia titolare, che comprende anche una ricca libreria. Io ho approfittato di una visita guidata da 90 minuti (tutti i giorni alle 15), comprensiva di spiegazioni in cantina, passeggiata nel vigneto, museo del vino e degustazione di due vini. Una curiosità: il nome deriva da un villaggio sepolto dalla lava ai tempi delle eruzioni del Timanfaya, poi l’artista e architetto più importante dell’isola, César Manrique, ha creato l’attuale logo del Grifone.

A El Grifo – che produce una linea anche per la grande distribuzione e, in generale, 500mila bottiglie – si ha la possibilità di assaggiare alcune tipologie, sempre a base di Malvasia, meno diffuse. Come il metodo classico, un Brut che riposa due anni sui lieviti, molto delicato, e una Malvasia sui lies, dell’annata precedente (di solito questi non sono vini longevi, in un anno e mezzo circa perdono la loro freschezza): al naso si riconosce il sentore dei lieviti lasciato dal batonnage. Per chi vuole un rosso con più corpo, in azienda è prodotto anche un Syrah.
Info: ci sono varie tipologie di visite, per durata ed eventuale accompagnamento di cibo, che si possono prenotare sul sito. La cantina è comunque aperta tutti i giorni per passaggi estemporanei.

El Rubicon

Si trova all’estremo opposto della strada che taglia La Geria, davanti a un’altra azienda molto nota e organizzata per le visite, La Geria, appunto. Anche in questo caso ci troviamo all’interno di una bella residenza tradizionale ristrutturata, che ospita anche un ristorante, ed è possibile visitare in autonomia un piccolo museo del vino.

Si possono prenotare visite, ma si può assaggiare anche da soli vari calici (un euro a bicchiere; 3,50 euro due assaggi con formaggio). E’ una soluzione che, almeno nella nostra esperienza, non ha compreso alcuna spiegazione sui vini, solo il servizio: li abbiamo degustati fuori, sui tavolini affacciati sulla strada (il lato migliore è destinato al ristorante), dove svetta il vulcano e il tramonto cala sulle distese di lava. Delle varie tipologie ho preferito la Malvasia vulcanica, Amalia, con un bel naso floreale e fruttato, ma molto noto, e pluripremiato, è il Moscato d’Alessandria.

Bodega Vulcano

E’ un’azienda giovane, nata nel 2009, ed è l’unica a trovarsi in un contesto cittadino. Siamo a Tìas, in una sala degustazione – la cantina vera e propria è proprio al piano di sotto- molto moderna, che mi ha ricordato, per quanto in piccola, quelle della California. L’accoglienza è garantita tutti i giorni e con 5 euro si possono degustare 3 vini, con un piccolo accompagnamento di cibo. Il personale è molto gentile, ma anche in questo caso non ci sono state offerte particolari spiegazioni sui vini. Ho apprezzato particolarmente il rosato- forse quello che mi ha convinto di più nei miei assaggi sull’isola -, dallo stupendo rosa brillante e piacevoli sentori di fragola. Fresco e vibrante.

Equilibrato fra morbidezza e mineralità anche il Semidulce (90% malvasia e 10% Moscato). Tutti i vini erano dell’annata 2017.

Bodega Vega de Yuco

Questa azienda merita un passaggio anche solo per la vista: si trova in posizione più sopraelevata, e panoramica, rispetto alla strada principale che attraversa La Geria e gli occhi si perdono sulla terra scura e traforata dalle vigne. Confesso che non abbiamo potuto assaggiare i vini sul posto perché colpevolmente non abbiamo avvisato prima di arrivare, ma spero che chi legge non faccia il mio stesso errore e telefoni! L’azienda infatti al momento è aperta solo fino alle 15 dal lunedì al venerdì e non ha personale sempre dedicato all’accoglienza. Comunque sia, la Malvasia vulcanica base è la mia preferita di quelle assaggiate sull’isola (curiosa la bottiglia blu), con una nota spiccatamente minerale: nel bicchiere si sente particolarmente il suolo vulcanico, con una maggiore persistenza. Anche il tinto, con il Syrah.

Queste sono le cantine che abbiamo visitato in modo più approfondito, ma per quelli che sono stati altri assaggi fatti durante la permanenza consiglio di contattare anche la Bodega Los Bermejos (bio). Un luogo ottimo per degustare (con ottime tapas di accompagnamento), sempre restando nella zona della Geria, è la bodega El Chupadero, sempre con una bellissima vista sulle alture mozzate del Timanfaya. Interessante anche la selezione alla Cantina Teguise, nell’antica capitale dell’isola e, perché no, il vino della casa del Teleclub di Haria. Questo centro sociale merita una visita a prescindere, per vedere la gente del posto che si trova a guardare la tv e giovare a carte, per la cucina tradizionale saporita, ma i vini sono stati una sorpresa. Piacevole la Malvasia e davvero sorprendente il Moscato in accompagnamento al dolce tradizionale. Delizioso.

Info. Ci sono diverse possibilità di fare degustazioni organizzate sull’isola. Ad esempio Wine Tours Lanzarote (winetourslanzarote.com) che offre varie combinazioni, a diversi prezzi, con visite in inglese.
Se poi volete saperne di più di vino di Lanzarote (ma non solo), un sito da tenere d’occhio è sicuramente Il Nomade diVino.
Per tante altre informazioni sull’isola, invece, vi rimando anche al blog di Irene.

Tre giorni a Valencia

C’è chi mi ha detto vai che è tanto carina e chi invece mi ha detto che rispetto ad altre città spagnole gioca in un altro campionato. Io so solo che a me Valencia è piaciuta moltissimo.

Forse anche per le aspettative che erano alte, ma non stratosferiche. Forse per la compagnia dell’adorabile Paola e i buffi incontri che abbiamo fatto. E forse perché dopo un po’ di mesi che non salgo su un aereo, poi quando comincio a disegnarmi una nuova meta in testa e quella meta inizia a farsi sentire sotto la pelle, come un solletico, allora poi mi godo questi viaggetti fuori stagione come un grande regalo. E Valencia, in tre giorni, ci ha accolte col suo sorriso migliore: col sole e di domenica. Si è fatta conoscere facilmente, come un compagno di classe estroverso. Non sarà Parigi, non sarà New York, ma mica lo pretende. E, semplicemente, si sta bene.

Valencia, la domenica in piazza

Valencia, la domenica in piazza

Il nostro itinerario di tre giorni (anche un po’ meno)

Non so perché dall’Italia abbiamo la convinzione che in Spagna faccia sempre caldo. Beh, insomma, novembre è novembre in tutto il Mediterraneo ed è inutile dire che un po’ di pioggia ce la siamo presa. E così abbiamo un po’ improvvisato i giri (anche) in base al meteo: nel momento più inclemente, ad esempio, ce ne siamo andate all’acquario. Ma Valencia permette questa improvvisazione, visto che il centro storico è abbastanza compatto e si gira bene a piedi. Scoprendo la cosa più bella: che quella che scorre sotto gli occhi non è una sola città, ma tante, con spaccati e anime completamente diversi.

Città vecchia

Città vecchia

Primo giorno: la città vecchia di Valencia

Siamo arrivate alla domenica mattina presto, con la città che si stava ancora stiracchiando sotto un sole stupendo. Dopo avere provato subito una specialità locale come l’horchata (bevanda dolcissima fatta con le chufas, tipo piccoli tuberi), la prima tappa è stata la Cattedrale. All’interno c’era la messa in corso e quindi non abbiamo visitato proprio tutta la chiesa, ma siamo riuscite a entrare (gratuitamente) nella Capilla del Santo Càliz. Ora, che quel calice sotto vetro sia davvero il mitico Graal non saprei dirlo (io rimango alla versione di Indiana Jones della coppa di legno), ma vale la pena di entrare anche solo per la bellissima sala, affrescata e dall’atmosfera raccolta.

Si può salire sul campanile o proseguire in Plaza de la Virgen, che mi è sembrata un po’ il cuore della Ciutat Vella nord. Forse perché pulsava eccome di vita, fra balli tradizionali e gente seduta sui tavolini al sole. Bella la fontana che rappresenta il fiume Turia placidamente sdraiato, bella la Basilica dedicata alla patrona, con la sua forma circolare.

La fontana che rappresenta il fiume Turia, a Valencia

La fontana che rappresenta il fiume Turia, a Valencia

Il dettaglio della domenica, in questo punto della città, non è da poco, perché si può accedere gratuitamente a musei e monumenti. Come l’Almudìn, il granaio quattrocentesco della città, o La Almoina, con gli scavi archeologici. Il percorso sotterraneo è interessante, da veri Alberto Angela a spasso nel tempo dai romani al periodo islamico, ma l’aspetto più suggestivo è sicuramente il fatto di camminare al di sotto di una vasca piena d’acqua che riflette la luce in modo magico. Sempre gratuita, sconfinando nel Barrio del Carmen, è la salita sulle Torres de Serranos. Un’altra testimonianza antica (XIV sec) della città e un’occasione imperdibile di abbracciare la città dall’alto, dai tetti dei palazzi del centro, al lungo parco nato dove un giorno scorreva il fiume (ma questo ve lo racconto sotto).

Torres de Serranos

Torres de Serranos

Ovviamente non potevano mancare tappe mangerecce, giusto per entrare nello spirito della tapa (motivo che da solo, per me, vale un viaggio in Spagna). Una sosta simpatica, per quanto non troppo economica, è stata quella da Casa Victoria, famosa per il vermouth. Un luogo decisamente vintage, minuscolo e frequentato da umarells locali. Due crostini (con pomodoro e acciuga e col formaggio, buonissimo) e due birre sono costati 12 euro. A Bologna ci prendevi solo la birra, dopo tutto. Pit stop successivo: Empanadas Caseras. Ampia scelta, ottimi prezzi e ricette originali: ha trionfato quella con formaggio di capra e zucca.

Abbiamo proseguito il giro fino all’adorabile piazzetta di Santa Catalina, fra negozietti e gente a spasso per il centro, per poi passare nella parte sud della Ciutat Vella. Lo spirito cambia parecchio, perché si lasciano i vicoli e  piazzette per immergersi in un mondo modernista e liberty. Le strade si allargano, aumentano i negozi, ma anche splendidi edifici che all’improvviso proiettano in città come Parigi o certi angoli vicini a Central Park. Siamo nella zona della Plaza del Ayuntamiento, dove si trova il municipio, anche se la vera chicca della zona è la Estaciòn del Norte. Per gli appassionati di ferrovie è davvero un gioiello modernista, fra decorazioni sui toni del verde, vetrate colorate e  interni in legno. Un vero salto agli inizi del Novecento.

Città vecchia

Città vecchia

Secondo giorno: la città della scienza

Come dicevo, il cielo dall’inizio non è stato dei migliori. Ripartendo sempre dalla città vecchia, abbiamo subito rotto il ghiaccio nella storica Horchateria de Santa Catalina, fra ceramiche, tostada e churros appena fatti, prima di raggiungere la maestosa Lonja (dopo un passaggio per la curiosa plaza Redonda). E’ un edificio patrimonio Unesco, in stile gotico, dove si sente l’influenza araba. Era destinata agli scambi commerciali fra produttori di seta e altri mercanti ed è una vera meraviglia affacciata su un giardino pieno di aranci. Anche la La Lonja sarebbe gratuita di domenica, ma noi non eravamo arrivate in tempo (dannati orari invernali, la chiusura era anticipata alle 14) e così l’abbiamo tenuta per il giorno dop. Proprio davanti, è un incanto il Mercado Central, per un altro salto all’inizio del Novecento. Stupenda la cupola, così come la merce in vendita: noi alla cifra di ben 3.50 euro a testa abbiamo fatto scorta di panini, empanadas e frutta fresca (e anche un cono di chorizo da passeggio, confesso) da portarci direttamente alla Ciudad de las Artes y las Ciencias.

 

Il mercato centrale di Valencia

Il mercato centrale di Valencia

Valencia, la Città della scienza

Valencia, la Città della scienza

Tre giorni a Valencia, la Città della scienza

Tre giorni a Valencia, la Città della scienza

Progettata dall’architetto Santiago Calatrava, siamo nella parte più avveniristica di Valencia e forse in quella che colpisce di più. Un po’ per la bella passeggiata nel parco sorto sul letto del fiume Turia, deviato nel secolo scorso visto che aveva periodicamente la pessima idea di inondare parte del centro storico. In questa striscia verde è bello girare in bicicletta mentre i valenciani corrono, si allenano o portano a spasso il cane (magari in altre città avessero trovato soluzioni urbanistiche così felici).

Dopo aver oltrepassato anche un enorme Gulliver sdraiato, suggestivo gioco per i bambini (ma non solo direi), si arriva al complesso di musei, un ritorno al futuro in mezzo alla città. Le linee bianche, curve, fra edifici che sembrano ora occhi socchiusi, ora navicelle spaziali, sono davvero un ricordo che resta a lungo. Si possono combinare i biglietti per vari musei: noi abbiamo scelto l’Oceanogràfic, l’acquario più grande d’Europa, e il Museo de la Ciencias Prìncipe Felipe (complessivamente 31 euro).

Il secondo, per quanto interessante, mi è parso un po’ dispersivo e forse più adatto alle scolaresche o comunque visite guidate, l’acquario invece merita ogni euro. Visitandolo un lunedì di novembre sicuramente siamo state graziate delle code (e resse), tranne qualche sportellata per vedere i beluga. E’ ovvio che stiamo sempre parlando di animali che non vivono in libertà, ma alcune sezioni sono davvero magiche. Come gli spazi delle meduse, delle foche curiose e degli enormi trichechi. Belli i tunnel, in cui quell’ombra che passa all’improvviso sulla testa è quella di uno squalo. Il tempo ci è davvero volato e siamo uscite dopo circa cinque ore! Aggiungo solo che l’area non è completamente finita ancora, per quanto i costi sostenuti dalla città siano già stati enormi (e in passato non sono mancate le polemiche).

Apro una parentesi serale. Anche per una questione di comodità, abbiamo esplorato a piedi il Barrio del Carmen, che unisce un’anima quasi parigina per il tipo di case e localini e una po’ più dark, fra murales e muri sventrati. Un bel mix, sottofondo di tapas e vino.

Terzo giorno: la città di mare

Come dicevo, per la terza mezza giornata ci siamo affidate all’improvvisazione. La giornata era di nuovo bella e, noleggiate le bici, ce ne siamo andate verso il mare, riattraversando il Turia e sfruttando le numerose piste ciclabili (anche perché dove non ci sono mi pare che guidino come dei matti, e insultano pure). Questa parte della città, un po’ decentrata, deve avere cambiato un po’ pelle dopo la America’s Cup del 2007 e anche in questo caso offre almeno due anime. Da un lato c’è El Cabanyal, il distretto con le abitazioni dei pescatori, più basse e colorate, affacciate su placide stradine.

El Cabanyal, Valencia

El Cabanyal, Valencia

Dall’altro c’è il lungomare vero e proprio, fra palme e larghissime spiagge di sabbia. Ovviamente in novembre erano piuttosto deserte, ma l’atmosfera era da luogo di vacanza da pensionati e l’ho trovato molto rilassante (lo so, resto sempre umarells dentro). Da queste parti ovviamente si viene anche a mangiare la paella. Il riso del resto è una star locale, visto che si coltiva nella vicinissima e lagunare Albufera. Noi abbiamo scelto il ristorante super tradizionale e vintage La Pepica: piatti buonissimi, personale non troppo cordiale (38 euro in due, ma senza vino/birra).

Il Lungomare di Valencia

Il Lungomare di Valencia

La spiaggia a novembre

La spiaggia a novembre

Se il tempo non ci avesse graziate, invece, avremmo puntato sul Museo de Bellas Artes (a ingresso libero per giunta), che custodisce tesori di Sorolla, Goya, Velàzquez e altri maestri spagnoli.

Tre giorni a Valencia: informazioni pratiche

Un altro dei motivi che mi rendono Valencia così simpatica è la comodità dei mezzi. Dalla fermata Colòn, ad esempio, quindi proprio al limitare della Città Vecchia, si arriva all’aeroporto in circa mezzora di metro. Una soluzione anche economica, tra l’altro, visto che il biglietto costa fra i 4 e i 5 euro. Il noleggio della bicicletta, per mezza giornata, oscilla tra i 5 e gli 8 euro circa. Noi l’abbiamo presa direttamente all’ostello Buho House, su cui vorrei spendere due parole.

Ci siamo trovate davvero benissimo, per posizione (a pochi minuti a piedi dalla Cattedrale), stile delle stanze, tutte molto curate, e pulizia. La doppia, tutta in legno, con due letti e bagno privato, costava 44 euro a notte (abbiamo prenotato con Booking). Belli anche gli spazi in comune. Se poi potete spenderci anche dieci euro in più, carinissimo anche il B&b Ottoh Charm, proprio nell’edificio a fianco.

Piccola segnalazione per le tapas, che in generale, mi sono piaciute un po’ di meno (almeno come varietà) rispetto alle ‘sorelle’ andaluse. Però la Taberna El Olivo, in una piccola piazza del Barrio del Carmen mi è piaciuta (bottiglia di vino e quattro tipi di tapas al costo di 50 euro complessivi). Per la colazione, invece, ci siamo trovate bene nella catena Granier (buono il caffè, sofficiose le brioches).

 

 

 

 

Come visitare i Laghi di Plitvice

TACI. Su le soglie,
del bosco non odo
parole che dici umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
(La pioggia nel pineto, Gabriele D’Annunzio)

Credevo fosse Instagram, un filtro che saturava i colori. E invece era tutto vero. L’acqua di Plitvice è davvero così brillante, quasi fluorescente. Non siete tipi da laghi? Pensate che siano una noia? Evidentemente non siete mai stati qui, in questo mondo d’acqua.

I laghi inferiori

I laghi inferiori

In questo post vorrei raccontare come visitare il vasto parco nazionale (patrimonio Unesco) Plitvicka Jezera, in Croazia. Nel mio caso ha fatto parte di un bellissimo giro partito dal Friuli Venezia Giulia e dalla laguna veneta, finito poi nel Collio. Ne avevo sempre sentito parlare, ma nelle mie precedenti scorribande balcaniche alla fine questa zona è sempre rimasta fuori perché un po’ fuori mano. Questa volta, invece, dopo avere studiato le previsioni meteo (qualcosa mi dice che sotto la pioggia potrebbe diventare il posto più umido del mondo), ho deciso di puntare direttamente su questa tappa croata.

Perché andare a Plitvice

Fino a pochi anni fa non avevo sentito parlare molto dei laghi. Sfogliando una vecchia Lonely Planet dei Balcani occidentali del 2011, ad esempio, Plitvice occupa una paginetta, non di più. Poi qualcosa deve essere cambiato, perché ho iniziato a sentire sempre più persone tornate entusiaste dalla zona e, soprattutto, le cascate e le passerelle del parco sono state sempre più immortalate sui social. Reduce da due giorni in zona, devo ammettere che la notorietà è assolutamente meritata. Anche se poi è vietato lamentarsi per la presenza dei turisti. Che in effetti sono tanti. Tantissimi.


Ma dicevo. Perché andare a Plitvice. Perché la natura ha disegnato un panorama idilliaco, in un continuo fluire d’acqua. Si è circondati dall’acqua, dallo scroscio, dal  colore verde più o meno brillante sprigionato dai laghi. Oltre al verde dei boschi, del muschio, dei prati. E’ un mondo un po’ fatato, che mi ha ricordato universi fantasy, come Gran Burrone del Signore degli anelli, per dirne uno. Deve piacere questo contesto… silvano, insomma. E deve piacere camminare (ho scritto camminare, non correre).

Come visitare il parco

Abbiamo articolato la visita due giornate, ma non piene. Il primo giorno siamo stati nel parco da circa le 13 alle 19, mentre il secondo siamo rientrati sulle 9 e usciti alle 11.30. Ora, la zona dei laghi è molto vasta, spalmata su due livelli principali, e all’ingresso vengono proposti vari sentieri a seconda di quanto si vuole camminare. In linea generale si potrebbero visitare i laghi anche solo in una giornata piena, dalla mattina alla sera per dire, ma secondo me è più interessante tararsi sulle due giornate per vedere come, ora dopo ora, cambia l’effetto della luce sull’acqua. E poi perché non è luogo fatto per la fretta. O ci si immerge un po’ in questa vita dei boschi o, forse, non ha poi tanto senso venire fino a qui.


E poi c’è tutto l’aspetto della flora e della fauna: questi boschi sono un habitat molto ben conservato di tante specie vegetali, ma anche animali. Uno dei simboli del parco, non a caso, è un orso.

Primo giorno: i laghi superiori

Abbiamo lasciato l’auto al parcheggio numero 2, quello un pochino più lontano, ma perfetto se si vuole iniziare la visita dal circuito di laghi superiori. Questa è la parte più selvaggia del parco, con più cascate e passerelle e in molti la preferiscono. Seguendo le mappe affisse, andate subito a prendere la navetta al punto St2, che vi lascerà all’St3 in dieci minuti. A quel punto siete pronti per iniziare la camminata, che sarà principalmente in discesa. Visto che i sentieri sono indicati con lettere, noi abbiamo imboccato il percorso H: è un itinerario circolare che da solo potrebbe bastare per vedere le cose principali.

Il percorso H (dal sito del parco: np-plitvicka-jezera.hr)

La prima parte del percorso è davvero emozionante, perché si cammina su alte passerelle di legno in un contesto che mi ha ricordato più l’Asia che l’occidente. Si attraversano canneti, laghi  dalle dimensioni più varie, popolati da pesci, alghe e piante stranissime. Poi il sentiero si snoda soprattutto nel bosco e, mentre diminuisce la luce sotto le chiome degli alberi, aumenta invece la velocità dell’acqua che inizia a lanciarsi nelle prime cascate.

Il sistema dei laghi, infatti, è davvero unico: è organizzato in un sistema di terrazzamenti naturali e l’acqua cade da quello superiore a quello subito sotto. E’ come se comunicassero l’uno con l’altro. Quella sensazione di mondo statico, fermo nel tempo, che ho provato su alcuni grandi laghi italiani qui non esiste. Si è come trascinati, invece, in un continuo fluire, che rilassa la mente. Le passerelle si alternano con veri e propri sentieri fra i laghi e il bosco, che a settembre iniziava, leggermente, a ingiallire. In questi primi chilometri di bosco vedrete molte cascate, fino al punto P2, sul grande lago di Kosjak: da qui ci si imbarca su un battello che avanza lentamente, su un’acqua placida, all’improvviso più blu e scura. A questo punto noi abbiamo imboccato il sentiero C, ma ne abbiamo percorso solo una parte; tornati a piedi lungo il lago fino al punto St2, abbiamo lasciato l’intero circuito dei laghi inferiori al giorno dopo.

Secondo giorno: i laghi inferiori

Questa volta lasciate l’auto al parcheggio 1 e cercate di arrivare il prima possibile per anticipare il pullman. In questa parte ho trovato molti più i gruppi di turisti e in alcuni punti, pur essendo settembre e un giorno infrasettimanale, in alcuni punti si sono formate piccole code. Niente di drammatico, alla fine molti signori in gita mi hanno ricordato i miei nonni che, dopo una vita di fatica, si sono concessi i loro giretti solo in pensione. Insomma, in alcuni casi l’entusiasmo di questi gruppi mi ha fatto sorridere, in altri confesso che avrei preferito meno schiamazzi (ma mai come le orde di cinesi ad Angkor Wat, quelli non li batte ancora nessuno). C’è poi tutta la tipologia umana di ‘quelli con la reflex della domenica’ che si sentono un po’ dei reporter mancati del National Geographic: li vedrete in posizioni complicate lungo le traballanti passerelle e a volte in procinto di finire direttamente dentro l’acqua. C’è poi il micro-mondo asiatico di donne in ballerine o tacchi e quello di chi non rinuncia alle infradito (e invece, vi supplico, portatevi scarpe da trekking).

Insomma, la varietà è tanta, ma quello che conta è che, prima di scendere verso i laghi, la vista della grande cascata Veliki Slap e dei primi due laghi vi toglierà il fiato. Nel sole del mattino l’acqua è verde smeraldo, sembra quasi innaturale, e cambia continuamente tono a seconda dei minerali disciolti e della profondità. E’ questo il mio punto preferito, sulla passerella, sotto una delicata volta di  rami e foglie che porta alla cascata, la più alta della Croazia. In alcuni passaggi l’acqua romba sotto i piedi, tanto è vicina ai visitatori.


Ah proposito, questo è il sentiero A, un anello che permette di visitare i laghi inferiori in un paio d’ore. Vi colpirà la differenza del paesaggio rispetto alla parte superiore: non solo per il bosco meno selvaggio, ma anche per le pareti di roccia bianca che sovrastano i laghi: è un particolare tipo di calcare che regala diversi, più luminosi, giochi di luce.

Info pratiche: parcheggio, biglietto e pernottamento

Il parco è davvero molto ben organizzato: per certi versi mi ha ricordato quelli americani o neozelandesi. Si trovano infatti infopoint, luoghi di ristoro e shopping, tutto è ben conservato e decisamente costoso! Il biglietto d’ingresso varia a seconda della stagione (ovviamente quella più cara è l’estate), ma d’inverno bisogna mettere in conto la neve, per cui non tutte le parti del parco sono poi accessibili. Noi siamo stati a metà settembre e lo consiglio senz’altro, sia per le temperature che per il costo del biglietto un po’ più basso. Che poi. In questo periodo, abbiamo speso 250 kune a testa per il ticket da due giorni (130 per il giorno singolo). E’ tanto, ma pensate che ad agosto sarebbe costato 400! Il prezzo comprende poi i diversi mezzi di trasporto presenti all’interno del parco: la navetta e il battello.
Sul fronte costi, però, non è ancora finita. Dovrete infatti mettere in conto anche il prezzo del parcheggio, in cui è praticamente obbligatorio lasciare l’auto: 7 kune all’ora.

Siete svenuti? Dai che iniziano le belle notizie. Intanto perché si può anche arrivare in autobus da Zara o Zagabria. E poi perché costa decisamente poco dormire se ci si accontenta. Io infatti eviterei di dormire negli hotel dentro il parco: un po’ perché costano di più. Un po’ perché sono piuttosto…vintage e poi perché è vero che poi sarete già pronti subito a visitare il sito, ma in fin dei conti si è circondati dai boschi e dalla natura anche nei paesini subito attorno. In cui, va detto, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Sembra che quasi chiunque avesse una casa un po’ grande, l’abbia riconvertita a guesthouse. Spesso sono stanze spartane, magari con un’area barbeque comune, ma possono essere davvero economiche. La nostra, ad esempio, costata 40 euro in due, era molto semplice, ma vicina ai parcheggi e molto pulita. La consiglio di sicuro.

Anche cenare non è troppo costoso (qua poi dipende quanto mangiate ovvio). Andate senza indugi da House Katarina.  Per un menù del giorno a testa (uno con grigliata mista, uno con la trota, contorni, antipasto con salumi e formaggi, vino e dolce) abbiamo speso 50 euro in due. Sarà che ho il paragone con Bologna, ma davvero niente male.

Ultimo consiglio. Se come noi arrivate dall’Italia e raggiungete il parco all’ora di pranzo, non comprate panini all’interno, perché sono piuttosto costosi. Noi abbiamo fatto scorta di borek, la sfogliata ripiena di formaggio tipica dei Balcani, in un fornaio lungo la strada principale. Abbiamo speso tipo 4 euro in due (sulla leggerezza del tutto ci sarebbe da discutere, ma poi si cammina dai). In più i paesini che si susseguono nella campagna croata sono deliziosi: curva dopo curva si attraversano fattorie che vendono miele e formaggio, chiesette, campi di mais e placide mucche. Un paio d’ore davvero bucoliche.

Come visitare Petra

Cosa c’è di meglio nelle prime vere giornate autunnali di Bologna di scrivere bevendo un té comprato in Giordania? Scrivere di Giordania, appunto, un Paese che mi ha conquistata con i suoi deserti rocciosi, i siti archeologici, gente simpatica e una cucina strepitosa. E per Petra, ovviamente, per molti la meta principale del viaggio. Dopo due esperienze in Giordania posso dire che non è proprio così e che c’è davvero tanto altro da vedere, ma è indubbio che in fondo a quella gola si apre davvero un mondo parallelo, misterioso, lunare. Sembra di avere attraversato una porta per un’altra dimensione senza essersene davvero accorti e quindi… sì, davvero ne è valsa la pena tornarci due volte.

Verso le tombe reali

Verso le tombe reali

Il punto è – e lo racconto in questo post- che non è facilissimo prima di partire capire come visitare questa città perduta, soprattutto se si è viaggiatori indipendenti. La prima volta, infatti, sono arrivata con un piccolo tour organizzato da Tel Aviv e abbiamo avuto a disposizione solo una mezza giornata (dalle 7.30 alle 15). Decisamente troppo poco, per una delle Sette Meraviglie del mondo moderno, ma non potevamo fare diversamente. La seconda volta, lo scorso maggio, ho invece dedicato un giorno e mezzo all’esplorazione del sito e penso sia l’ideale. Se poi avete più tempo e amate i trekking, ci sono molti sentieri che partono dal tragitto principale, quindi i giorni possono raddoppiare tranquillamente.

Sì, ma cos’è Petra?

Per molti Petra coincide con il Tesoro, cioè l’antico sepolcro scavato nella montagna in cui arriva un favoloso Harrison Ford/Indiana Jones alla ricerca del santo Graal. Il gruppo a cavallo nei Cavalieri dell’ultima crociata che all’improvviso sbuca dalla gola è un’immagine che mi ha fatto sognare per anni. Poi ho capito che quella cosa lì si trovava a Petra, in Giordania.
Ecco, in realtà Petra era un’antica capitale, di enormi proporzioni, scavata dai Nabatei (una popolazione araba nomade), nel sesto secolo a.C. La città era molto potente, ma come spesso è accaduto a queste lontane civiltà, all’improvviso è iniziato un declino inesorabile e tutto sembra come essere stato risucchiato fra calamità naturali e spostamento altrove degli assi commerciali. Questi scrigni di pietra sono stati dimenticati, ma non del tutto: i beduini continuavano a tenerli in vita con i loro racconti, arrivati fino alle orecchie dell’esploratore svizzero Johann Ludwig Burckhardt. La vicenda è pazzesca. Burckhardt aveva capito che i racconti su quell’antica città potevano riferirsi a Petra e, travestito da pellegrino, è riuscito a farsi portare all’interno nel 1812. E così, con le immagini fuoriuscite in Occidente, la storia è ricominciata.

Dentro Petra

Che cosa vedrete a Petra oggi

Una delle cose più impressionanti è che Petra oggi è un vastissimo cimitero. E’ una città di tombe. Il famoso Tesoro, ma anche le altre straordinarie architetture venate di rosa, giallo e grigio, che si visitano durante il percorso, sono fondamentalmente monumenti funebri. E la cosa in realtà ci mette ancora di più la sua bella dose di mistero. Però non è finita qui, visto che nel sito si trovano anche molte testimonianze del periodo romano e pure bizantino. Complessivamente sono oltre ottocento i monumenti scavati nella roccia. Una piccola spiegazione sul biglietto d’ingresso: si può comprare quello giornaliero (al prezzo di 50 Jod) oppure per due giornate (a 55 Jod, è quello che abbiamo scelto noi, circa 70 euro). Non costa poco, ovvio, ma il sito è pur sempre un patrimonio Unesco e vale ogni dinaro speso. Anche di più. Un’alternativa è comprare il Jordan Pass, che comprende anche Petra (con fasce di prezzo variabili (dai 70 agli 80 Jod): se contate di visitare molti siti e monumenti in Giordania può essere conveniente (e si salta la fila all’aeroporto al momento di fare il visto).

Primo giorno

Io e tre amiche siamo arrivate in zona intorno all’ora di pranzo, dopo esserci lasciate alle spalle il deserto del Wadi Rum, che dista circa un’ora e mezza di auto. La macchina è  sicuramente il mezzo migliore per raggiungere questo luogo remoto (noi avevamo un autista per tutta la settimana, l’ho raccontato qui, ma i taxi non costano una fortuna). Intanto bisogna sapere che il sito si trova nelle gole sotto Wadi Musa, una cittadina piacevole, che indubbiamente ruota attorno al turismo. Ci sono alberghi per tutte le tasche e ristoranti, oltre che gli immancabili negozi di souvenir e un bagno turco.

Intorno alle 13 ci siamo fatte lasciare a Piccola Petra, distante una decina di minuti dalla città. Vedere questo sito piccolo e già meraviglioso prima di quello principale è come un antipasto che scatena l’appetito. Basta una mezzora per percorrere la mini-gola, fra grotte e scale che si perdono sul fianco del montagna. Sarà facile incontrare beduini che vivono all’interno, alcuni con le loro bancarelle, altri occupati nelle loro faccende quotidiane. Chi è stato in Cappadocia, in Turchia, troverà questa vita nella roccia vagamente familiare.

Wadi Musa al tramonto

Piccola Petra

Dopo uno stop a pranzo (molti ristoranti tradizionali qui sono organizzati con buffet molto ricchi a prezzo fisso), intorno alle 16 siamo entrate nel sito vero e proprio. E’ stato un primo assaggio del luogo, visto che i cancelli chiudono alle 19.30 (l’orario vale per maggio). Arrivando di pomeriggio, con la luce progressivamente più bassa e dorata, è meravigliosa la strada che porta al Siq, vera porta d’accesso: ai lati iniziano a spuntare i primi sepolcri e anche i resti di una sala per banchetti. Già queste prime case trogloditiche illuminate dal sole emozionano, ma il bello deve ancora arrivare.

Arriva infatti il Bab as-Siq, la gola lunga 1,2 chilometri, stretta e tortuosa, la vera porta di Petra. E’ uno spettacolo che toglie il fiato, per le mille venature rosa della roccia, per l’alone di mistero, per come ci si sente inghiottiti dalle pareti che, in alto, sempre più incombenti, sono perfettamente combacianti. E’ una spaccatura della terra, infatti, e anche un luogo sacro: lo si capisce dai pochi altorilievi che disegnano tempietti votivi. La roccia racconta e verso la metà affiorano cammelli e gambe, immagine sbiadita di un’antica carovana.

Quello che resta della rappresentazione di una carovana: al centro e a sinistra, si vedono zampe di cammello

Quando, dopo le ultime due curve, si comincia a intravedere il Tesoro (Khaznah) non si è mai preparati a tanta bellezza. Davvero. Non si è preparati alla pietra rosa, alla perfezione dei capitelli corinzi, alla magia che questo luogo sprigiona. Ancora una volta, quello che sembra un palazzo, in realtà è una tomba nabatea, di cui oggi resta la facciata, perfettamente conservata. Ecco, in questo punto piuttosto affollato (vale la pena tornarci alla mattina molto presto), fra un cammello e un selfie, saltano all’occhio i veri abitanti del sito. Pensavo fossero beduini, in realtà sono gypsy, come la nostra guida Jacob ci ha ripetuto fino allo sfinimento. Una delle differenze principali, ci ha spiegato, è che gli uomini si truccano gli occhi con il kajal nero (sembrano un po’ tutti Johnny Depp ne Il Pirata dei caraibi, in definitiva). Ora, cercheranno di spillarvi qualcosa, o per il cammello, o per guidarvi alla scorciatoia che, subito a sinistra, permette di farsi la foto perfetta per Instagram: quella dall’alto, con il Tesoro in basso. Impossibile salire senza di loro, alla cifra di circa cinque euro. Noi abbiamo quindi fatto il giro lungo, ma lo racconto nel secondo giorno.

Superato il Tesoro, si apre la città bassa e già sui lati della strada sterrata si scorgono meravigliose tombe. La roccia sembra ricoperta da un velo sottile, come lavorata da uno scalpello sovrannaturale. Alcune sono abitate dai nomadi, altre sono in pessime condizioni, ma in ogni caso sembrano uscite da un’altra era. Il mio consiglio, a questo punto, è di arrivare fino all‘altura del Sacrificio. Si tratta di uno dei tre principali punti panoramici e il nome la dice lunga: noi li abbiamo fatti tutti nella seconda giornata, ma lo sconsiglio perché va a finire che ci si arrampica per ore, spesso sotto il sole. Insomma, poi diventa un’impresa spezzagambe e potendo è meglio ‘diluire’ le salite. La collina del Sacrificio, invece, è proprio perfetta per le ultime ore del pomeriggio: si sale a sinistra prima del teatro e dopo circa mezz’ora di salita lungo la parete rocciosa si arriva a un punto in cui si domina non solo il sito, ma tutta la distesa di roccia circostante: in lontananza si vede anche la tomba di Aronne. In cima troverete pastori, gatti e immancabili venditori. E’ un momento splendido, di pace, da assaporare con calma prima.

Il secondo giorno

Siete quelli che a colazione si prendono giusto un caffè? Ecco, per una volta cambiate idea. Mangiate come si deve e rientrate a Petra il prima possibile, sia per dribblare i turisti e avere il sito un po’ più per voi, che per osservare come il colore della roccia cambia assieme alla luce. Se il primo giorno siete arrivati fino all’altezza del teatro, questa volta restate sulla destra (in mezzo alla strada c’è un wadi, un fiume spesso in secca) e, fra un negozietto e un asinello, andate verso le Tombe reali. Confesso che sono uno dei miei monumenti preferiti, imponenti e misteriose.

Tombe reali

Tombe reali

Da qui si imbocca la strada per arrivare al secondo punto panoramico imperdibile, da dove si vede benissimo il Tesoro dall’alto (per chi vuole fare un po’ più fatica per la foto Instagram, in più non dovrete pagare i gypsies). C’è poco da fare: le scalinate sono inevitabili, ma i colori della roccia e il punto di osservazione finale vi ripagheranno di ogni fatica. In cima c’è l’immancabile bar. Devo dire che è il caffè al cardamomo con la vista migliore possibile, ma restate lucidi ed evitate di buttarvi di sotto, pur di fare una foto very social.

 

Tornati indietro restate nella parte ‘sopraelevata’ del sito, sul sentiero che conduce a una chiesa bizantina, dove sono conservati bellissimi mosaici, con il loro racconto di mestieri, stagioni e animali. Proseguendo fino in fondo al sito, oltre i ristoranti, si imbocca il sentiero per l’altro vero tesoro di Petra: il Monastero (El Deir). Confesso che la prima volta le centinaia di gradini mi hanno scoraggiata (e non stavo troppo bene, giuro) e sono salita (shame on me) in cima sull’asino! Al secondo giro ovviamente mi sono sudata ogni gradino, giuro.

Il Monastero (in realtà è sempre una tomba)

Lo spettacolo della roccia in questo punto è così bello che la gioia supera la fatica. Dopo circa 40 minuti si arriva a un’altra tomba nabatea, colossale, sempre addossata alla montagna. E’ una vera sorpresa, perché se il Tesoro è un’immagine vista mille volte, questa sorprende molto di più. E’ il momento giusto di fare una pausa (noi ci eravamo fatte preparare un panino dall’albergo), godendo della meraviglia ultraterrena del posto dall’ennesimo bar sorto davanti. Scendendo, oltre a fare qualche acquisto (trattate senza pietà con le venditrici, che ne sanno una più del diavolo), tenete le energie per fare tutta la strada, questa volta nella parte più bassa del sito, a ritroso.

 

Passerete davanti all’agorà, il Qasr al -Bint (l’unico non scavato nella roccia) e altri monumenti per cui, onestamente, occorro fare un bello sforzo d’immaginazione. A questo punto consiglio di uscire dal sito non oltre le sei, soprattutto se pensate di rientrare per lo show serale.

Petra by night: sì o no?

Se non avete paura dei cani e siete tipi pazienti, la risposta è sì. Scherzi a parte, l’esperienza di Petra by night è continuamente sul filo del meraviglioso e della trashata (si dice?). Probabilmente è un po’ scappata la mano agli organizzatori che imbarcano troppa gente, che non arriva neppure tutta assieme, e l’atmosfera, nel vai e vieni generale, non è delle più suggestive. In più, lo spettacolo in sé è piuttosto misero -c’è una sorta di monologo sulla storia di Petra con accompagnamento musicale-, per non parlare della rissa fra cani randagi (sia a Wadi Musa che dentro il sito si incontrano spesso) in mezzo ai visitatori: non è successo nulla, ma su questo non c’è abbastanza attenzione. Vi ho demolito ogni intenzione di andare?
Ma no. Tornando indietro lo rifarei, magari siamo capitate noi in una serata sfortunata. Lo rifarei per lo spettacolo delle centinaia di candele che ardono nella notte. Per la magia del Siq nel buio, per l’inquietante alone di mistero che Petra sprigiona sempre, e di sera ancora di più. Però, ecco, se proprio non  riuscite a incastrarlo (lo spettacolo non c’è tutte le sere) non strappatevi i capelli: la visita di giorno è comunque l’esperienza più bella. La serata dura circa un paio d’ore. Il biglietto si compra separatamente da quello d’ingresso e costa 17 jod.

Altre informazioni pratiche

Qual è la migliore stagione per visitare Petra? Sono molte quelle adatte e per la mia esperienza posso consigliare maggio. Durante il giorno non era eccessivamente caldo (vi servirà comunque una buona scorta d’acqua) e nel sito erano fioriti stupendi oleandri rosa.C’è ancora, però, una certa escursione termica serale. In dicembre, invece, è stato piacevole trovare pochi turisti, ma confesso che di notte è davvero freddo, soprattutto se dormite in un campo beduino (e noi, manco a dirlo, lo avevamo fatto, ai Seven Wonders).
Sulla scelta dell’albergo, invece, non avrei un dubbio al mondo a consigliare il Petra Moon. Ok, da fuori può sembrare un casermone, ma la posizione vicinissima al sito lo rende davvero comodo per gli spostamenti, soprattutto se pensate di rientrare per Petra by night. Altri punti di forza sono la terrazza all’ultimo piano (con piscina), da cui si intravede e il sito e in cui la sera si organizza un barbeque strepitoso. Super pure la colazione, camere rinnovate da poco. Insomma: giuro che non mi hanno pagata, ma siete matti se non ci andate.
Per la guida: oltre la Lonely Planet, mettete nello zaino Due settimane in Giordania di Cristina Rampado (ViaggiAutori). Così tascabile, sarà più comodo portarsela sulla schiena dentro il sito!

La meravigliosa cucina giordana al Petra Moon Hotel

Alla scoperta del Collio

“Vedete quell’auto bianca laggiù? La strada che sta percorrendo si trova in Italia; quella collina, invece, è già Slovenia. Il paese di fianco, San Floriano, è di nuovo Italia”. Siamo nell’azienda Russiz Superiore, a Capriva del Friuli, e fuori dalla finestra c’è il Collio, terra di agricoltura, di vini e di confini. Continua anche in Slovenia, ma il nome cambia e diventa Brda. In questo angolo di Friuli Venezia Giulia ogni colle è un frammento di una storia di frontiera, abbattuta realmente solo nel 2004, assieme all’ultimo muro di Gorizia. E’ una terra di campanili austro-ungarici, di trincee, di campi di battaglie feroci durante la follia delle Guerre Mondiali. Ma oggi è anche terra di piccoli comuni, di simpatiche osterie e raffinati relais, di prosciutto che fa scendere qualche lacrima (scusate amici vegetariani, ma davvero è irresistibile), di cantine nel centro delle cittadine che, durante la vendemmia sono in pieno fermento. La sera, con il primo odore dell’autunno, ho sentito arrivare anche quello pungente del mosto e dell’uva in trasformazione, semplicemente camminando per strada. E’ l’odore delle cantine dei nonni, almeno di uno come il mio, che teneva il tino che si era portato dal podere sull’Appennino sotto il cortile di una casa a un passo dal centro di Bologna.

Visitare il collio, fra borghi e vigneti

Visitare il collio, fra borghi e vigneti (foto di Letizia Gamberini, 2018)

Il Collio è una Doc, ma soprattutto una culla di vini bianchi, quelli che amo di più. Vini freschi, con la sapidità portata da un mare non poi così lontano (una trentina di chilometri), un po’ taglienti, che a volte chiedono di farsi aspettare, quando non ci pensa il legno a smussare gli angoli. Qui, protetta a Nord dalle Alpi Giulie, abita la Ribolla gialla, ma anche il Friulano, il Sauvignon Blanc, la Malvasia Istriana, il Cabernet Franc e il Merlot. La zona si estende per 7mila ettari, ma solo circa 1.500 sono adibiti a vigneto, per mantenere l’equilibrio con la parte di bosco. Il suolo ha un nome particolare, ponca, composto da marne (calcare) e arenarie.

Il Collio è stato un ritorno e una sorpresa. La scintilla era scattata un anno fa, ma mi era rimasta la voglia di questi luoghi, dopo una di quelle giornate perfette e una stimolante visita in cantina (sotto ve la racconto). E così, ci sono tornata davvero, assieme ad amici e ritrovando amici. Perché se no, a bere bene senza condividere, che gusto c’è. Ecco una piccola guida, se vi trovate da queste parti e volete orientarvi un po’ fra visite e degustazioni e sapere dove mangiare, per tutte le tasche.

Scoprire le cantine del Collio

Ce ne sono davvero tantissime e dalle anime molto diverse. Ovviamente sono riuscita a visitarne solo alcune, mentre di altre ho avuto modo di assaggiare i vini, sia nelle scorribande sul posto o in occasioni come il Vinitaly. Generalmente, per la mia esperienza, è sempre meglio prendere accordi prima, soprattutto se capitate, come me, in piena vendemmia (a metà settembre quindi) e i produttori sono davvero impegnati.

Castello di Spessa

Qui non si parla di solo vino, ma di fare un tuffo nella storia, viaggiando fino al Medioevo. Ci si trova, infatti, in un vero e proprio castello, con un giardino che regala romantici scorci sulle colline circostanti, soprattutto al tramonto. Un luogo bello, ma denso anche di curiosità: ad esempio uno degli ospiti vip del Settecento, era il mitico Giacomo Casanova, che apprezzava parecchio il vino del posto (e non solo, si sa). Per gli appassionati di storia più recente, invece, un’esperienza unica nel suo genere è visitare la riserva personale dell’attuale titolare, Loretto Pali, scendendo in un bunker scavato durante la Seconda Guerra Mondiale dai contadini della zona. E’ incredibile il cambio di temperatura 18 metri sotto terra!


Passando ai vini, da annotare il Pinot Bianco, dai profumi delicati, vellutato, ma con una bella sapidità, e il Pinot Grigio Ramato, Joy, con la sua nota finale un po’ amara. Una chicca, davvero, il Pinot Nero, vitigno dal carattere difficile si sa, ma che qui si deve essere davvero trovato a suo agio. Riposa in legno per circa 15 mesi e la produzione è limitata, a circa mille/1.500 bottiglie. Un’esplosione di profumi, in particolare la viola. Il nome non poteva che essere uno, Casanova!

Info: Il Castello di Spessa, a Capriva del Friuli, è un Golf & wine resort, ma potete farvi un regalo anche completando la visita in uno dei ristoranti, la Tavernetta al Castello, dove la cucina internazionale si sposa con i prodotti del territorio. Un paio di piatti davvero super? Il risotto con cubetti di asado, oppure il diaframma. Avete letto bene, ero molto curiosa e ho trovato una carne morbidissima e saporita. Ma il menù ha davvero tanti assi nella manica. Interessante la carta dei vini, senza prezzi da capogiro. E’ chiuso la domenica sera e il lunedì.

Russiz Superiore

L’arrivo in mezzo alle vigne è fiabesco, così come il grande camino friulano tradizionale nella villa al centro della tenuta. Russiz Superiore, sempre a Capriva del Friuli, è un angolo di pace, ma anche di storia. Come spiega Roberto Felluga, titolare dell’azienda (assieme all’altra che porta il nome del padre, la Marco Felluga), l’avventura di famiglia è iniziata molto tempo fa. Il nonno Giovanni era partito dall’Istria, per poi trasferirsi con l’attività a Grado e, infine, approdare a Gradisca d’Isonzo nel 1938. Nel 1967, ecco l’azienda Russiz Superiore, proprio negli anni in cui nasceva il consorzio Collio (il terzo in Italia) e la Doc. Il confine sloveno è davvero a un passo e fino a non molti anni fa per spostarsi fra i due paesi era necessario presentare un documento, avere un permesso agricolo o un lasciapassare se si viveva entro dieci chilometri dalla frontiera. Un territorio complesso da conoscere prima di visitare questa azienda in cui la filosofia è interpretare quello che la natura dispone per ogni annata.

L’amore scatta con il Sauvignon, in varie declinazioni: dal Collio Sauvignon 2017 (un 15-20% fermenta in legno), fino al Collio Sauvignon Riserva 2013 (30-40% di legno e tre anni sulle fecce nobili) o al Collio Bianco Col Disôre 2015, un uvaggio di Pinot Bianco, Ribolla gialla, Sauvignon e Friulano (100% legno). Interessante anche il Cabernet Franc 2015, speziato e con un tannino morbido: le vigne hanno oltre 50 anni.

 

Russiz Superiore

Russiz Superiore

Info: a Russiz Superiore da aprile a novembre si può anche soggiornare in relais, facendo colazione nella villa, condivisa dalla famiglia Felluga assieme agli ospiti. Le degustazioni e visite si fanno su appuntamento. Tel. 0481 80328-92237.  www.russizsuperiore.it

Roncùs

Un’altra cantina a Capriva del Friuli e un’altra storia di famiglia. Roncuz era il toponimo ai tempi del catasto asburgico e i Perco erano mezzadri in terre che appartenevano alle suore. L’azienda vinicola, ora in regime biologico, è nata nel 1985 e oggi in cantina c’è Marco, che interpreta il territorio con una sua visione molto chiara: far parlare il vitigno lasciandosi esprimere con naturalezza, ma unendo una certa ‘rusticità’ all’eleganza. La sorella Antonella si occupa dell’accoglienze guida nelle degustazioni, che si tengono in una bella sala al pian terreno, proprio davanti alla cantina. Abbiamo particolarmente apprezzato il Collio 2016, un uvaggio di Friulano, Pinot Bianco, Sauvignon (tutto acciaio) e il Vecchie vigne 2014, bland di Malvasia istriana, Friulano e Ribolla, da vigneti con più di 50 anni di età, con affinamento in botti grandi di Slavonia. La mia preferita, però, resta la Malvasia istriana 2017 in purezza, profumata, con la sua nota finale amarognola. Per piatti di struttura (13.5°!).

Info: Roncùs è in centro a Capriva e pernottare qui può essere interessante per chi vuole dormire proprio sopra una cantina di paese (compresi i suoni, dalle oche al mattino alle campane della vicina chiesa che suonano davvero spesso. A me tutto questo piace molto, ma non aspettatevi il silenzio assoluto ecco).  Stanze e appartamenti ben curati, la colazione è da concordare. Il prezzo di una degustazione è di 12 euro per cinque calici (appartamento per 4 persone, 105 euro). Tel. 0481 809349.

Pascolo

Ecco un produttore con le idee chiare, la nuova generazione di un’azienda di famiglia. La visita da Alessandro Pascolo è una vero viaggio nella viticoltura locale, raccontata in modo preciso ed esaustivo dal titolare, che fa un vino senza fronzoli e senza voler tentare soluzioni originali a tutti i costi. E, va detto, si occupa interamente del vigneto (7 ettari, per 30mila bottiglie). Nel nostro caso è stato possibile degustare, facendo il confronto, due tipologie di vino in due versioni: quella appena vendemmiata, col vino ancora in maturazione, e quella dell’annata, direttamente dalla botte. Davvero interessanti, con la loro freschezza e sapidità, Sauvignon e Ribolla gialla, prodotta anche nella versione spumantizzata.

Ruttars

L’azienda Pascolo

Info: la cantina è a Dolegna del Collio, nella località Ruttàrs, ed è sempre aperta dalle 10 alle 17. Tel, 0481 61144.

Dove mangiare

Segnalo tre ristoranti del collio. Tre fasce di prezzo diverse, tre esperienze diverse.

L’Argine a Vencò

Scommetto che il nome vi dice qualcosa. Magari vi farà pensare al programma tv Masterchef, ma di certo non si arriva abbastanza preparati all’oasi di pace in cui è immerso questo ristorante che in tempi rapidissimi è stato illuminato da una stella Michelin. Ma la vera luce è quella che circonda la chef, Antonia Klugmann, che si muove silenziosa e attenta in cucina, prima di uscire a salutare ogni tavolo (sono sei), ringraziando tutti con un sorriso delicato. Un tocco femminile e garbato che si ritrova anche nei piatti, che interpretano la stagione con prodotti del territorio, giocando con colori, frutta e… semi. In sala c’è Romano, diavolo tentatore degli appassionati di vini. Ci ha proposto solo etichette locali, abbinate alla perfezione. Per completare davvero l’esperienza, però, bisognerebbe dormire in una delle tre camere disponibili. Un po’ perché scoprirete presto che Romano non versa il vino col contagocce, anzi; un po’ perché vi risveglierete nella pace, davanti all’orto e a quelle piante che si ritrovano poi nei piatti. E poi perché la colazione preparata da Antonia, che alle 9 abbiamo già ritrovato in cucina, è qualcosa che supera ogni immaginazione (preparatevi pure a saltare il pranzo dopo, eh).

 

Ecco un pre-dessert. Il fiore si mangia: è di finocchio, ricoperto di cioccolato

Ecco un pre-dessert. Il fiore si mangia: è di finocchio, ricoperto di cioccolato

Raviolini di salsiccia e zafferano, in un brodo di menta

Raviolini di salsiccia e zafferano, in un brodo di menta

Info. Il ristorante si trova a Dolegna sul Collio ed è chiuso il martedì. Aperto pranzo e cena dal giovedì alla domenica; solo cena da mercoledì al lunedì. Mangiare da Antonia Klugmann è ovviamente costoso, ma il prezzo è adeguato: il costo del menù che abbiamo scelto noi- sei portate con i vini abbinati- è di 120 euro a persona. Il costo della camera con colazione è di 130 euro in due. 

La Subida

E’ una vera istituzione locale, e a ragione. E’ un posto incantevole, in mezzo alla natura, con prodotti di grande qualità (alcuni si possono anche acquistare). C’è pure un ristorante stellato, il Cacciatore, ma uno dei miei ristoranti preferiti in assoluto è l’Osteria, con i suoi tavoli all’aperto, in mezzo alle colline, dove il telefono parla già sloveno. Cosa si mangia? Un po’ di tutto. Noi abbiamo condiviso formaggi, lo strepitoso prosciutto d’Osvaldo (un produttore ormai mitico che si trova a Cormons) e il tradizionale frico (a base di patate e formaggio). Fra i vari primi piatti, io ho scelto gli gnocchi alle susine (erano proprio ripieni di marmellata di susine, cotti nel burro e cosparsi di cannella e formaggio grattugiato: molto dolci, ma molto buoni). Fra caffè, vino della casa e dolci siamo arrivati a un conto di 23 euro a testa (eravamo in otto).

Facce (soddisfatte) da Subida

Facce (soddisfatte) da Subida


Info: la Subida si trova a Cormons e non è solo un luogo in cui mangiare, ma un country resort, per cui potete anche fermarvi a dormire. Di questo non ho esperienza, ma le foto del sito parlano da sole. L’Osteria è chiusa il giovedì. 

Agli antenati

Ecco la trattoria che uno si aspetta di trovare in Friuli Venezia Giulia. Ambiente caldo, anziani al bar con il loro bicchiere di vino, cucina casalinga e saporita, un oste simpatico. Le specialità del giorno fanno bella mostra di sé sulla lavagna: noi abbiamo diviso un antipasto (a peso) di salumi e formaggi (spaziali), frico, lubjanska (una cotoletta al quadrato: carne di maiale impanata con dentro prosciutto e formaggio), calamari fritti e un hamburger scomposto davvero enorme. E poi verdura e vino della casa: insomma, una di quelle cene che finiscono alzando bandiera bianca, ma che resta memorabili. Come il prezzo: 17 euro a testa, con digestivo offerto.

Il 'piccolo' antipasto di salumi e formaggi

Il ‘piccolo’ antipasto di salumi e formaggi

Info: la trattoria, aperta già dal mattino, si trova a San Lorenzo Isontino.

Cosa vedere nel Collio e nei dintorni

Visitare il Collio friulano vale il viaggio, ma se avete ancora un po’ di energie dopo le cantine, nei dintorni ci sono parecchi luoghi da scoprire. Intanto, a un’ora e mezza di auto c’è Lubiana, e in quaranta minuti si arriva a Trieste, dove l’Italia finisce e, addentrandosi nel Carso, si può scoprire qualche osmiza (un sito spiega quali sono aperte giorno per giorno). Ma, per restare più vicini, io consiglio una visita a Gorizia. Ci siamo fermati per una passeggiata pomeridiana e ho trovato un grazioso centro storico, con case colorate e porticate dall’atmosfera austroungarica, e una bella piazza (della Vittoria), all’ombra di un castello. Detto questo, la cittadina non mi è parsa molto vivace, ma merita lo stesso una tappa, almeno in piazza della Transalpina, per capire una pagina di storia che, almeno per chi viene da altre regioni, forse non è poi così conosciuta. Fino al 2004, questa piazza, dove si trova la stazione, era divisa in due dall’ultimo muro rimasto in Europa.  Da una parte c’era Gorizia e dall’altra Nova Gorica. Con l’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea questo confine è stato abbattuto e oggi nella piazza resta il cippo che ricorda il confine italiano del 1947 affianco ai nuovi cartelli, che recitano Insieme in Europa, 1 maggio 2004. Una tappa per rinfrescare la memoria a chi non pensa alla fortuna che abbiamo ogni volta che passiamo un confine senza documenti, senza pensieri, esattamente come si va in Slovenia oggi. E a chi fa lo splendido dicendo che tanto, chissenefrega dell’Europa. Così, piccolo sassolino levato.

Piazza della Vittoria a Gorizia

Piazza della Vittoria a Gorizia

Le valli del Natisone

Siamo un po’ più a nord rispetto al Collio, fra Cividale, la cittadina longobarda patrimonio Unesco e il confine sloveno. Le valli sono piuttosto remote, distese di boschi sono intervallate solo da alcuni piccoli paesi, in parte pure abbandonati. La curiosità di visitare questa parte ancora più isolata del Friuli Venezia Giulia mi era venuta leggendo la Lonely Planet dedicata e tutto sommato lo rifarei, perché sono luoghi con un fascino selvaggio, ma con alcune accortezze. La guida dà spunti, ma non spiega davvero come vedere al meglio questi posti, se non che la stagione ideale è sicuramente quella estiva. Altrimenti il paesaggio è davvero spettrale. Dopo avere vagato in auto per quattro ore buone, sono arrivata ad alcune conclusioni: probabilmente questa zona è più adatta agli escursionisti, che possono inoltrarsi nei boschi e magari trovare Cisgne, un borgo abbandonato, chiamato l’Angkor Wat friulana. Di fatto, anche chiedendo nella frazione di Cravero non sono riuscita a capire esattamente quale sterrata andasse imboccata e quanto cammino fosse necessario. Se lo scoprite, fatemelo sapere.
Sicuramente è suggestiva Topolò, minuscola borgata che si anima in agosto per un conosciuto festival: già a metà settembre, però, abbiamo incontrato si e no due persone. Infine Stregna: la cittadina è davvero molto piccola e si visita davvero in un attimo, a meno che non vi fermiate al noto ristorante Sale e pepe.

Topolò

Topolò

Cividale

Cividale (foto di Letizia Gamberini 2018)

A ognuno la sua Grecia

Spesso mi fanno una domanda sulla Grecia: che isola consigli? E’ sempre difficile rispondere, perché nonostante tanti aspetti si ripetano, ognuna ha una sua particolarità. E lo stesso vale per le destinazioni nella parte continentale del Paese. Poi ho i miei angoli preferiti, ma è anche vero che in vacanza non cerchiamo tutti le stesse cose. Anzi.

E così, di ritorno dal mio sesto viaggio, mi è venuto in mente di fare un test semi-serio (più che altro semi, e scemo forse) su come aiutarvi a scegliere il posto giusto per voi in Grecia. Della serie, dimmi chi sei e ti dirò quale traghetto prendere. Ovviamente si fa un po’ per giocare, in una sera di agosto in una Bologna deserta: poi chissà magari ci salta fuori pure qualche dritta utile. Se poi volete una panoramica vera (e un ventaglio molto più ampio) vi rimando al prezioso sito Grecia Mia.

1) I dinamici: Amorgos

Confesso subito che questa è la mia isola preferita, e non solo nelle Cicladi. Ma Amorgos, oltre a essere bellissima- tanto per il paesaggio brullo e montagnoso, per i villaggi tradizionali, che per il mare di un azzurro intensissimo – non è adatta ai sedentari. Intanto perché anche arrivare richiede un piccolo sforzo: è una delle isole più orientali dell’arcipelago, non ci sono areoporti e da Atene vanno messe in conto almeno 4 ore di aliscafo. E poi perché, oltre le spiagge – la più bella è Agios Pavlos- non mancano le attività all’aria aperta. Amorgos è molto amata dai camminatori, per la sua fitta rete di sentieri che attraversano boschi, muretti a secco e chiesette imbiancate a calce. Ce n’è anche per i sub, che possono fare base al simpatico e organizzato centro diving di Aegiali e vivere scene da film – Le grand bleu, girato qui- in un’acqua scura e violacea. E poi anche visitare i mitici paesini richiederà un bel lavoro di gambe: Chora, Langada e Tholaria sono ancora abbastanza abitate e non troppo turistiche. Una meraviglia.

Un consiglio, anche ai più scatenati: non perdete il ritmo lento dei piccoli borghi. Fa parte della magia del luogo.

2) I sognatori: da Atene a Epidauro

Se non si è sognatori e capaci di vedere anche l’invisibile, difficilmente la ‘Grecia classica’ lascerà il segno. Un po’ di delusione, in siti a volte poco curati o dove rispetto a quanto si è studiato è rimasto forse un capitello dorico, altrimenti potrebbe essere in agguato. Forse non vale per l’Acropoli, spettacolare sulla sua collina, così come per il suo moderno museo. O per il Museo Archeologico, in cui sembra di tornare non solo alle origini della nostra civiltà, ma anche di qualcosa dentro noi stessi.
Un po’ di immaginazione, e poesia, serve invece a Micene, da visitare al tramonto quando i raggi del sole incendiano la campagna e può capitare di restare da soli a pensare ad Agamennone o alla guerra di Troia. Serve a Epidauro, nella luce argentea del mattino, quando dopo lo stupore dello spettacolare teatro, si resta un po’ perplessi davanti a colonne ricostruite con tasselli non originali. Serve immaginazione (e tanta acqua) sull’Acrocorinto, cercando il mito fra rovine e candele accese nelle chiese bizantine.

Capo Sounio

Capo Sounio

Il consiglio: noleggiate l’auto ad Atene e non tralasciate, anche se si trova dalla parte opposta, anche Capo Sounion col suo splendido Tempio di Poseidone. Per veri irriducibili del classico, con tuffo e taverna garantiti.

3) I rocker: Serifos

Se Amorgos è la mia isola preferita, Serifos è la più simpatica. Non vuole piacere per forza e la consiglio a chi cerca le casette bianche della Grecia, gli adorabili paesini cicladici, ma non punta alla perfezione, alla cornice idialliaca a tutti i costi. Serifos può permettersi di avere anche qualche spiaggia non strepitosa e qualche murales, ma il grappolo di case bianche della Chora è uno degli spettacoli più belli che ho trovato in Grecia. Trovo molto rock il monaco che da tanti anni vive da solo nel bellissimo montastero di Tachiarchis, gioviale e circondato da gatti. Trovo rock il gestore dell’unica cantina organizzata dell’isola, il giovane Christos che porta avanti le sue radici, innovando. E dormire in spiaggia sotto le tamerici invece che sotto l’ombrellone, in vero stile locale. Greek power!

Il consiglio: è un’isola comoda anche se non si hanno tanti giorni a disposizione. Dal Pireo infatti il traghetto veloce impiega solo un’ora e mezza.

4) I radical chic: il Mani

Vathia

Vathia

Può sembrare un paradosso nella stretta terra che si allunga sotto Sparta, mentre ci si inoltra in una terra di campagna, fra gli ulivi. Questo dito del Peloponneso è stato a lungo isolato, e molto povero, anche per il paesaggio arido e difficile da coltivare. Lo dimostrano i borghi in abbandono e le case-torri in rovina. Eppure. Eppure quelle restaurate oggi sono boutique hotel belli (e cari a volte) come mai avevo visto in Grecia, con la pietra viva e arredati con gusto. Accanto a calette semideserte dall’acqua cristallina, si trovano bagni attrezzati con gusto, con servizio in spiaggia, ma mai pacchiani. Se fossi un vegano (o quanto meno un vegetariano)- al netto che si mangiano stupende salsicce aromatizzate all’arancia- verrei certamente qui, dove le verdure sono freschissime e saporite, le insalate più originali del solito e quasi dappertutto ho trovato prodotti biologici. Infine, ad Areopoli e Limeni la sera il cocktail è assicurato.

Il consiglio: non si può viaggiare in questa regione senza leggere il meraviglioso libro Mani di Patrick Leigh Fermor, vera guida, anche se con gli occhi di 70 anni fa, di questi piccolo, fiero, mondo nascosto.

5)  I buongustai: Sifnos

E’ una delle isole in cui ho mangiato meglio. E’ davvero una meta, sempre nelle Cicladi, da chi cerca sì i piatti tipici, ma anche una cucina più innovativa. E magari qualche cocktail curato. Per questo il posto da non perdere è Apollonia, la cittadina che d’estate si anima di vacanzieri fra gli stretti vicoli. In uno di questi si trova anche il ristorante Rambagas del giudice dello chef greco Yiannis Loucacos, dove, ad esempio, assaggiare una moussaka fighetta (ma io preferisco quella casalinga). Sulla spiaggia di Platis Gialos, invece, oltre alle proposte con hummus del Maiolica e colazioni vegane al Palmira c’è pure un gettonato fish bar, Omega 3, in cui si è fermata Scarlett Johansson: l’anno scorso in spiaggia se ne parlava molto e i prezzi del locale, per quanto non proprio da New York, iniziano a salire.

Il consiglio: per un pranzo con i fiocchi, si può mangiare pesce fresco nel piccolo porticciolo di Heronissos, proprio sull’acqua e a un passo dalle reti.

6) I romantici: da Nauplia a Monemvasia

Amate i paesini, il loro dedalo di viuzze, gli scorci sul mare? La Grecia continentale ha i suoi assi nella manica. Come Nauplia, in Argolide, cinta dalle sue mura, con la sua impronta  veneziana e il piccolo centro da esplorare a piedi (nel senso che l’auto la si lascia proprio fuori). Per gli inguaribili romantici, si può fare anche il giro in calessino alla luce del tramonto da vedere, ovviamente, sul mare. Posizione scenografica unica per Monemvasia, nel vicino dito del Peloponneso, che resta nascosta dalla montagna per chi arriva dalla strada. Anche qui si lascia l’auto nella lunga salita che collega questa antica città bizantina alla terraferma e ci si immerge in un mondo sospeso di tetti rossi, stradine da cui sospirare davanti ai flutti e boutique hotel.

Il consiglio: in entrambe le cittadine, mettetevi una mano sul cuore e sul portafogli. Se volete visitarle, conviene spendere qualcosa in più, ma dormire dentro le mura. Qui, del resto, si viene per l’atmosfera, che però abita in vie pedonali e silenziose.

7) Per tutti: Santorini

Ci ho pensato e ripensto, questa isola entra in tante categorie e nessuna. E’ uno dei posti più iconici e fotografati della Grecia, ci sono sempre turisti, costa di più e molti puristi saranno allergici a questi aspetti. Però… però è bellissima. La verità è che Santorini secondo me è perfetta per tutti perché oguno saprà trovarci una sua speciale isola: va solo cercato il proprio angolo. La consiglio a chi ama la natura nelle sue manifestazioni più spettacolari e violente: quella semiluna di isola mancante, sprofondata sotto il mare, emozionerebbe anche un ghiacciolo, così come il contrasto fra la roccia nera, vulcanica, e un mare di un azzurro che resta per sempre negli occhi. I colori sono esplosivi nella Red Beach, ma anche nelle spiagge dove la sabbia è nera. La consiglio a chi ama il vino, perché si possono visitare cantine di buon livello e organizzate. A chi ama l’archeologia, per il sito di Akrotiri e a chi ama gli aperitivi al tramonto e la movida serale di Oia. Così come a chi vuole scappare dalla folla nei paesini, magari nel piccolo Pyrgos e rifugiarsi al ristorante Selene.

Santorini vista dal centro della Caldera

Santorini vista dal centro della Caldera

Il consiglio: Santorini è davvero tanto più affollata di altre isole (anche se confesso di essere sempre stata alla larga da quelle davvero trendy tipo Mykonos o Skiathos, che magari sono pure peggio) e per non spenderci pure troppo, può valere la pena di tenerla come base- sia in aereo che in nave- per poi magari visitare altre isole vicine come Amorgos, ad esempio, o Folegandros.

8) Gli adattabili: Naxos

E, aggiungerei, a chi sa viaggiare col cuore e occhi aperti, chi si emoziona per il semplice fatto di essere in Grecia. Fra le Cicladi, Naxos è un’isola più grande e meno spettacolare di altre, ma è davvero comoda. Si può arrivare anche con l’aereo e offre tantissimi tipi di sistemazioni, il che la rende molto adatta a chi viaggia in famiglia, magari con bambini. Quest’isola, famosa per la Portara, un suggestivo portale di pietra da cui ammirare il tramonto (ultimo frammento rimasto del tempio di Apollo), dà meno la sensazione di essere lontani dal mondo – ma può capitare nelle spiagge più occidentali come Psilli Ammos, ma offre tutto quello che si può amare della Grecia. Colorate e generose taverne sulla spiaggia, magari in quella bella di Agios Prokopios; paesini immacolati come Koronos e Koronida; una chiesetta candida per ogni giorno dell’anno, vasche serali al porto, magari fermandosi a bere un Kitron locale. E la vita diventa semplice, per chi si ferma ad apprezzarla.

Il consiglio: una sosta da I Platsa, a Koronos. La moussaka sotto il pergolato vale il viaggio.

 

Viaggio nel Peloponneso

Quest’anno, fino adesso, è stato scandito da viaggi di ritorno. Sono tornata in Giappone, in Giordania e in Grecia (tutti paesi con la lettera G, ora che vedo) e ancora una volta ho avuto la dimostrazione di come sia stimolante rivedere un luogo e sentirsi a casa in una parte del mondo diversa. Ritrovare piccole abitudini e aspetti familiari. Gli ultimi dieci giorni me lo hanno insegnato ancora di più. Nel mio sesto viaggio in Grecia, il quinto assieme a Patrick, abbiamo deciso di esplorare una parte nuova: il Peloponneso, in particolare le due ‘dita’ da Sparta in giù.

Abbiamo quindi visitato parte della Messenia e la Laconia, che a chi ha studiato greco a scuola evocheranno ben più di un compito in classe. La destinazione era un po’ una mia fissa da due anni, da quando intervistai dei ragazzi che per primi mi parlarono del Mani, una zona fuori dall’ideale classico della Grecia fatta di casine bianche e tetti azzurri che rendono così adorabili le Cicladi. Pianificai un primo viaggio nel settembre 2016, ma per un problema fisico saltò tutto all’ultimo. Mi ero messa in testa di riprovarci e così quest’anno sono riuscita a prendermi la mia rivincita. L’altro motivo, meno romantico, è che avendo ferie ad agosto ed essendoci mossi tardino, i prezzi delle isole erano lievitati. E così, trovato un volo accettabile per Atene, ci siamo andati a prendere un altro pezzetto di uno dei nostri Paesi del cuore.

Mani, Peloponneso

Mani, Peloponneso

Il cuore del viaggio è stato il Mani, la penisola centrale del Peloponneso, che si protende, sempre più stretta e tortuosa, nel Mediterraneo. Il monte Taigeto, quello su cui gli spartani abbandonavano i bambini con difetti fisici, e che quindi non sarebbero stati abili guerrieri (lo avete letto Lo Scudo di Talos?), è come se si allungasse, con le sue cime sempre più basse, fino al mare, fra Ionio ed Egeo.  E’ un angolo ellenico diverso da tutti gli altri, cristianizzato molto secoli dopo il resto del Paese e che ha sempre mantenuto una certa autonomia dalla dominazione turca. E’ un popolo che si ritiene discendente direttamente dagli spartani, non proprio caratterizzato dal carattere accomodante, visto che fino all’Ottocento nei villaggi c’era un bel far west: le famiglie erano in lotta fra di loro e si barricavano in case torri, che ancora oggi scandiscono il paesaggio, sempre più brullo e aspro man mano che ci si avvicina al Capo Tenaro, il punto più a sud della Grecia continentale.

Il Mani

Il Mani

In questo post parto dall’itinerario, sia mai che qualche vacanziero indeciso ancora possa trovare qualche idea per l’estate.

1) Atene

A volte ritornano. Anche Atene. Dopo la prima visita del 2012, mi era capitato di ripassare per la capitale, infilandomi però subito sull’autobus che porta al Pireo per imbarcarmi su qualche traghetto. Questa volta, arrivando di pomeriggio, abbiamo deciso di trascorrere qui la prima sera e di andare a fare un salutino all’Acropoli. Basta gironzolare per la Plaka per sentirsi sempre osservati dall’alto dal Partenone, con la sua luce e i suoi ponteggi, e dalla collina del Licabetto. Doveva essere una normale prima sera in cui brindare alle ferie finalmente iniziate e invece è andato in scena lo psicodramma della mia perdita del passaporto. Come ho risolto? Perché cavolo non avevo con me (anche) la carta d’identità? Lo racconterò per bene in un altro post sul tema. Allo scoccare della mezzanotte, però, ci siamo consolati con una moussaka della mitica taverna To Paradosiako (Evgenia). Sei anni dopo un grande revival.

Una piazza di Atene, Plaka

Una piazza di Atene, Plaka

2) Da Atene al Mani

La mattinata è scivolata via fra giri all’ambasciata e alla stazione di polizia, condita da un nuovo psicodramma: persi in queste incombenze, l’agenzia in cui dovevamo ritirare l’auto a noleggio (in questa sede ateniese non abbiamo avuto un’esperienza positiva, altri clienti erano iviperiti per la sporcizia della macchina) ha pensato bene di cancellare la nostra prenotazione visto che ci siamo presentati due ore in ritardo. E’ alta stagione, sapete. E’ scritto nelle condizioni. Mentre prendevamo in causa tutti gli dei dell’Olimpo, in realtà non è andata poi così male: nella zona c’erano altre compagnie e abbiamo recuperato un’ottima Golf da Axon Lease all’incirca allo stesso prezzo (480 euro per 9 giorni). E così, carichi di bile e di caldo, ce ne siamo andati nel Mani.

Mani, Peloponneso

Da Atene a Sparta si impiegano circa due ore e mezza in autostrada, poi, lasciata quella che oggi è una moderna città, la strada inizia a serpeggiare fra distese e distese di ulivi. Non ne ho mai visti tanti e in effetti l’olio assaggiato qui è davvero speciale. Nell’arco di un’altra ora siamo arrivati a Pirgos Dirou, il villaggio in cui si trovava la nostra casa-torre. Nel Mani ce ne sono a centinaia e, se molte versano in stato di abbandono, per fortuna altre sono diventate alberghi, a volte davvero belli. Noi abbiamo scelto lo Sventoura Hotel, che, a discapito del nome, è una vera benedizione per godersi la vista del mare blu, in fondo agli ulivi, vivere ogni sera il rito del tramonto e ascoltare la lunga preghiera che arriva dalla chiesa del paese. Un posto magico. Per il resto a Pirgos si trovano tre locande, un supermercato di frontiera, una farmacia, un fornaio, una pasticceria e ceramiche in vendita. Finito. Ma molti vengono per le grotte che però noi al dunque non abbiamo visitat0 (abbiamo sentito pareri discordanti e l’ingresso costa 12 euro!).

La nostra casa-torre

La nostra casa-torre

3) Mani: la costa occidentale

Il terzo giorno abbiamo esplorato questo lato della costa, sul golfo di Messenia. E’ la parte davvero imperdibile, per cogliere, a ogni curva e su ogni altura, torri e villaggi. Sembra che tante piccole San Gimignano siano state catapultate su questo tratto di costa, fra pietre e ulivi. Il villaggio più suggestivo è quello di Vathia, in gran parte abbandonato, in posizione scenografica col mare sullo sfondo. In questa zona il punto più bello per tuffarsi in quell’immensità azzurra è Marmari, dove si può scegliere fra una bella spiaggia attrezzata (7 euro due lettini con ombrellone) e una più piccola, ma praticamente deserta.

Vathia

Vathia

Imperdibile, su questo lato, una tappa ad Areopoli, con un delizioso centro storico restaurato. La consiglio soprattutto la sera, quando strade e piazze si riempono di tavolini in cui cenare o bere un cocktail. Lo stesso vale per i due minuscoli villaggi sul mare Gerolimenas e Limeni: il primo è perfetto per un aperitivo o un gelato, con la sua placida atmosfera da rifugio di pescatori; il secondo è l’ideale per una cena di pesce, in cui sembra di mangiare direttamente sull’acqua.

Marmari

Marmari

Gerolimenas

Gerolimenas

4) Mani: da Areopoli e Kardamyli

Giorno quattro. Di nuovo in auto, questa volta verso nord, verso Kardamyli. Secondo la nostra datata ma fedele Routard, questo tratto di strada è imperdibile e sono piuttosto d’accordo. Gli scorci sul mare sono bellissimi, mentre la vegetazione diventa sempre più verde. Lungo il tragitto, di oltre un’ora, si attraversano paesini dall’atmosfera sospesa e le tegole di chiesette bizantine punteggiano la campagna.

A Kardamyli volevamo visitare la casa di Patrick Leigh Fermor, autore di quel libro, Mani. Viaggi nel Peloponneso (Adelphi), che abbiamo letto ad alta voce tutti i giorni: da queste parti vale più di mille guide. La casa sulla baia purtroppo era ancora in restauro (ospiterà una residenza per scrittori e artisti) e così siamo saliti sul fianco della montagna per arrivare a Exochori, dove riposano i resti di Bruce Chatwin. Proprio lui, il grande scrittore-viaggiatore, amico di Leigh Fermor, che riposa ai piedi di una chiesetta sperduta fra gli ulivi. Né una lapide né un cartello indicano il luogo, ma ci si arriva da una strada nel bosco che parte dal cimitero. Una bella spiaggia di sassi bianchi (non è attrezzata, ma c’è un bar) è quella di Foneas, qualche chilometro prima di Kardamyli.

Il luogo in cui riposa Chatwin

5) Mani: la costa orientale

Nella quinta giornata abbiamo esplorato la costa orientale, già Laconia. Siamo partiti dal capo Tenaro, dove la strada finisce in una spiaggetta incantevole, dalle acque cristalline (il mio tuffo preferito ammetto). E’ un punto ideale per immergersi dopo avere camminato fino al faro che si trova proprio sulla punta; il sentiero che vi arriva è suggestivo, ma esposto al sole, quindi meglio muoversi presto e con scorte d’acqua (non è lunghissimo, servono 45 minuti ad andare, più quelli per tornare). Il paesaggio qui diventa sempre più essenziale, con pennellate di blu e del rosso del terreno.

Da qui si può sostare a pranzo nella vicina e tranquilla Porto Kagio, per mangiare con i piedi nell’acqua, per poi risalire e incontrare nuovi villaggi. Il più suggestivo è Lagia, con la sua bella piazza, ma si difende anche Flomochori, con le torri più alte della zona. E’ un viaggio nel tempo da fare con lentezza, piccole soste, e un tuffo nella spiaggetta di Alipa (con taverna).

Porto Kagio

Flomochori

6) Dal Mani a Monemvasia

A malincuore abbiamo lasciato il Mani per arrivare in Laconia, ma non prima di passare qualche ora domenicale sulla bella e grande spiaggia di Skoutari, con la sua acqua cristallina e calda. Il luogo giusto per trovarsi fra famiglie greche, mentre le ore scorrono fra bagni, la taverna, un caffè frappè e una siesta sotto le tamerici. Da qui si arriva a Ghytio e alla spiaggia di Valtaki con un relitto che per un attimo mi ha fatto pensare alla Skeleton Coast della Namibia: si tratta di una nave enorme, incagliatasi su questa spiaggia nel 1981, e che non è più stata rimossa.

La nave Dimitrios

La nave Dimitrios

Ancora un’ora di auto, fra olivi e aranceti, ed ecco comparire lo strano sperone di roccia che custodisce la cittadina bizantina di Monemvasia. E’ un luogo pazzesco (pieno di turisti eh, rassegnamoci tutti, mi ha ricordato una Dubrovnik in miniatura), con chiese e vicoli nascosti dalla roccia e visibili sono dal mare.  L’ideale è arrivare verso sera, godersi il tramonto  e cenare nel centro storico (c’è anche una parte della città moderna: costa meno, ma è indubbiamente meno suggestiva). La mattina presto, invece, è il momento ideale per scoprire il dedalo dei vicoli e arrivare fino alla chiesa in cima al monte: dopo la solita salita spezza-gambe dei paesini greci, si è ripagati da una vista splendida, immensa.

Monemvasia

7) Elafonisos

Intorno alle 11 di mattina abbiamo lasciato Monemvasia, per raggiungere la minuscola isola di Elafonisos. In auto si impiega circa un’ora e mezza per arrivare al punto in cui si prende il traghetto: la traversata dura solo dieci minuti, ma la coda per imbarcarsi può richiedere ore, quindi cercate di spostarvi in orari un po’ tattici. A noi, arrivati un po’ prima delle 13, sono serviti circa 45 minuti per portare l’auto di là (13 euro per due persone e un’auto a tratta). Elafonisos è un’isola estesa su 19 chilometri; è piccolissima, la meta ideale per i patiti del mare. Negli ultimi anni la spiaggia di Simos (anzi, le spiagge) è stata più volte considerata la più bella del Mediterraneo per la sua acqua chiarissima, quasi tropicale in effetti, e la particolare forma, come di due semilune divise da una striscia di sabbia. La spiaggia è suggestiva, attrezzata in tre punti, ma per i miei gusti comunque troppo grande e affollata. Una curiosità: è praticamente l’unico posto in cui abbiamo trovato connazionali.

Simos Beach

Simos Beach

L’unico paese si distende sul porto e la sera si anima come non mai: non si contano i ristorantini sul mare e la gente è così tanta (almeno in agosto eh) che per la prima volta in via mia in Grecia ho dovuto prenotare per mangiare! Il pesce comunque è ottimo e il posto migliore per assaggiarlo, così come la specialità locale tsaiti (una croccante sfoglia ripiena di formaggio e menta), è la taverna Aronis (e che prezzi super). Non dovete farvi l’idea che il posto mi abbia deluso, tutt’altro. Mi sono goduta l’atmosfera rilassata, la colazione sull’acqua nella nostra pensioncina, il clima un po’ da Riviera, di passeggiatina serale, e, soprattutto, la sensazione di essere sempre avvolti dall’azzurro tenue del mare e del cielo. Poi, certo, se non siete troppo marittimi due giorni bastano e avanzano.

Elafonisos Hotel

Elafonisos Hotel

8) Elafonisos e città sommerse

Anche l’ottavo giorno lo abbiamo trascorso a Elafonisos. E’ così che ho scoperto la seconda spiaggia dell’isola, Panaghia, che francamente mi è piaciuta molto di più. A parte la trovata di prendere due puff al posto del lettino, l’acqua mi è sembrata, se possibile, ancora più bella e calda e un po’ più profonda come piace a me. E poi, oltre il fatto che ci sono molto meno persone, è davvero bella la strada, se pur breve, che si fa per arrivare.

Verso Panaghia

Verso Panaghia

Nel pomeriggio ci siamo lanciati in quelle esperienze sempre borderline fra la fregatura e la bazza che è il giro in barca organizzato. Anche questo caso ha confermato la statistica, ma almeno costava 10 euro, tutto sommato meritati. L’idea era riuscire a fare snorkeling sopra la città sommersa di Pavlopetri, che si trova fra l’isola e la spiaggia di Pounta sulla terraferma. La storia è davvero affascinante: si tratta di una grande città sommersa, abitata circa 5mila anni fa e pure in epoca micenea. A pochissimi metri sotto la superficie di questa acqua cristallina si possono vedere i resti delle abitazioni e speravo davvero di nuotare in zona. Giustamente le barche non possono arrivare troppo vicine e anche le immersioni sub sono vietate: noi, però, siamo stati lasciati davvero troppo distanti dal punto esatto e dopo avere nuotato a lungo in mare aperto abbiamo dovuto rinunciare per non lasciarci le penne. Vabbè, chi ci riesce mi dica com’è.

Lì sotto c’è Pavlopetri

9) Mistras

Lasciata Elafonisos il mattino, ci siamo rimessi in auto per tornare da dove eravamo partiti: Sparta. In due ore e mezza si arriva in quella che oggi è una città moderna, universitaria, vivace. Le tracce del passato sono davvero poche, ma il piccolo museo archeologico merita una visita prima di cercare una taverna per il pranzo. Il nostro vero obiettivo, però, era proseguire altri cinque chilometri per salire verso Mistras, un sito archeologico davvero imponente. Mistras è stata una città bizantina importante, due volte veneziana e ottomana, e oggi è soprattutto una città fantasma. Sul dorso del monte, sovrastato da un castello franco, spuntano chiese affascinanti, ma anche molti ruderi. Un monastero, in realtà, è ancora abitato da monache: è davvero un luogo di pace, fra affreschi incredibili, gatti e fiori colorati. Si vede che c’è il tocco femminile. Noi siamo entrati dalle 17 alle 20, l’orario secondo me migliore per il caldo e per la luce che incendia la pietra. Si esce giusto in tempo per tornare in taverna nel minuscolo centro abitato e guardare gli umarells locali che conversano nella leggera brezza serale.
(Ps. se alloggiate all’Hotel Byzanthion, è bello passare le ore più calde del pomeriggio nella piscina fra gli ulivi).

Mistras

Mistras

10) Ritorno ad Atene

Siamo partiti alle 7 di mattina per arrivare entro le 10 all’areoporto di Atene, dove dovevo recuperare il mio passaporto ritrovato. Risolto questo nodo cruciale per il rientro in aereo, un po’ ci dispiaceva di tornare nella capitale: sembrava di sprecare un po’ l’ultimo giorno di viaggio. E invece, l’imprevisto si è trasformato in opportunità. Per prima cosa abbiamo fatto il colpo di testa di girare la macchina e puntare verso Capo Suonion, uno dei nostri luoghi preferiti di quella visita di sei anni fa. Il tempio di Poseidone era ancora lì, nel suo candore battuto dal vento, in cima al promontorio su un mare blu denso, quasi violaceo. Irresistibile l’ultimo tuffo, tirando fuori ancora una volta i costumi dalla valigia. E’ stato un momento stupendo, come solo i ritorni nei luoghi amati può regalare. Lo stesso vale per la taverna sulla spiaggia, che è stato bello ritrovare, con l’aria stanca dei camerieri, la retsina e l’insalata greca.

Capo Sounion

Siamo così ritornati in fretta e furia ad Atene, per riportare l’auto in tempo. E il meglio doveva ancora venire perché, esauriti l’altra volta gli imperdibili del viaggio, abbiamo visitato l’incantevole museo Benaki (quel giorno pure gratuito), in cui si ripercorre tutta la storia greca dalle figurine cicladiche, ai vasi con le figure prime nere e poi rosse, fino all’Indipendenza. Noi puntavamo soprattutto, però, alla mostra fotografica di… Joan Leigh Fermor. Ci siamo rituffati, questa volta attraverso le immagini in bianco e nero, nella Grecia degli anni Cinquanta che Paddy Leigh Fermor ci aveva raccontato in Mani. E’ stato come ritrovare vecchi amici, stessi occhi e parole. Non credo siano solo coincidenze.

Col cuore già sazio ci siamo rilanciati un’ultima volta nella Plaka, in un’Atene calda e pulsante di vita. Turisti, giovani, manifestanti, famiglie. C’era un’umanità rumorosa e vivace fra l’Acropoli e la collina di Filopappo, da cui si gode, io credo, la vista più bella della città: dal Licabetto al Pireo. Al di sotto c’è l’Atene di oggi, con le sue rovine che non invecchiano davvero mai, con la sua storia che si sovrascrive incessantemente su colonne e chiese, con i suoi tavoli sempre pieni di persone che mangiano, bevono, ridono. Questa città sembra attraversata da un flusso del tempo che scorre nelle vene, sotto terra, sotto i marciapiedi, dietro i murales. E’ una città viva e io la adoro.

Il mio viaggio in Italia verso la Calabria

Riprendiamoci le nostre piccole patrie — quelle che abbiamo trascurato in nome
dei voli low cost — sapendo che errare, nel clima avvelenato che ci circonda,
non è più evasione, ma il suo contrario. Non fuga dal mondo, ma un modo per aggrapparsi
ad esso e riattivare il contatto fra uomini. 

Paolo Rumiz

Di viaggi in viaggio

E’ da un po’ che mi interrogo sui motivi che mi spingono a viaggiare e su come sia cambiato velocemente, negli ultimi anni, il modo in cui viaggiamo io e la gente che mi circonda. Provengo da una famiglia in cui esistevano solo le vacanze estive, declinate in forma di villeggiatura: due settimane al mare in Riviera e un paio di mesi sull’Appennino, nei luoghi in cui erano nati i nonni, in case con mobili di seconda mano. La tipica estate bolognese, insomma – almeno se non eri uno che aveva la villa sui colli o venivi dal cemento del Pilastro-, intervallata, solo per alcuni anni al liceo, da brevi giri in famiglia fra sud Italia e Francia. Al massimo Austria.

Il mio primo aereo l’ho preso a 17 anni, per Dublino, poi ho esplorato solo il Mediterraneo vicino, fra Sardegna, Grecia e Baleari. Non sembrava possibile immaginare una vacanza senza mare. A 25 anni ho messo il naso fuori dall’Europa, con un viaggio in Marocco che in casa è stato accolto come l’annuncio di un militare che parte per l’Iraq. E così, nella valle del Dadès, è iniziata la grande passione per esplorare questo mondo in cui viviamo; solo questo, immagino, visto che già ho paura dell’aereo e non credo che metterò mai piede su un’astronave. Questa passione non si è più spenta, anzi è stata alimentata da ogni puntino sulla mappa in cui sono arrivata a bordo di un mezzo improbabile, da ogni città visitata, che fosse una metropoli o un villaggio tribale. Ho avuto la fortuna di viaggiare – cosa che mi ricordano del resto ogni due per tre, soprattutto quelle persone che non credo che poi rinuncerebbero, legittimamente, al relax di un lettino in spiaggia a un’ora da casa (l’ho detto, poi tacerò per sempre) – in Asia, India, Africa, Stati Uniti e pure di arrivare fino in Nuova Zelanda. Più lontano di così era difficile. Sono stata quattro volte in Giappone e ne ho scritto una guida. Ho aperto un blog, per lasciar correre i pensieri, per non dimenticarmi facce e sensazioni. Perché mi diverto un sacco quando qualcuno mi chiede un consiglio su una destinazione, che sia un ristorante bolognese o un’isola greca.

Ma in verità, oltre me, il mondo viaggia. Me ne rendo conto nei Paesi che visito, dove comitive di certe nazionalità fino a qualche anno fa non si vedevano neanche all’orizzonte. E’ più facile prenotare un aereo di un bus, costa meno di una notte di un albergo in qualsiasi zona turistica d’Italia. Di viaggi sono pieni i social – ci provo pure io anche se sono una nemica del seo, mi vergogno a risentire la mia voce nelle storie su Instagram e dico bacheca al posto di timeline – così come fioccano mappe da grattare da attaccare da qualche parte, sulla parete. E’ bellissimo, ma il mondo si è come rimpicciolito.

Viaggio in auto verso sud

Dove sto andando a parare, in un post che vuole parlare dell’Italia? Al fatto che andare in luoghi con odori e sapori diversi dal mio è un tipo di sete che non credo si spegnerà mai, perché è una cosa che ho come sposato nella mia vita (quando non sono al verde). Ma viaggiare solo all’estero è viaggiare a metà. E viceversa. Nell’ultimo anno la sete di Paesi sempre nuovi si accompagna a una nuova esigenza, quella di tornare all’incredibilmente vicino. Al piccolo e piccolissimo, a quei boschi sull’Appennino così famigliari quando ero bambina (sto invecchiando, è un chiaro segno), perché case di pietra, tradizioni e storie delle nostre terre stanno scivolando via sotto il nostro naso, fuori dai motori di ricerca e da Wikipedia. Vale per tutto il mondo, immagino, ma sento il bisogno di ripartire dai luoghi che abbiamo più a portata, dove probabilmente non arriverà mai alcun influencer, ma che forse sono davvero il futuro. O meglio, se ci perdiamo quel passato, se ci perdiamo una ricetta, un vitigno autoctono, una casa che abbia la forma di casa, una mozzarella che sappia di mozzarella (che poi ci tocca andarla a recuperare in un mercatino a chilometro zero, dove costa come diamanti, in macchina, ma almeno ci sentiamo sostenibili) secondo me ci perdiamo un pezzo di futuro.

Stilo

Tutti questi pensieri si sono sedimentati nella mia testa soprattutto nell’ultima settimana che ho trascorso nel centro e sud d’Italia. In realtà poi erano iniziati un anno fa, quando abbiamo scelto di comprare casa fuori da Bologna, che già di per sé è una pazzia comprare casa, figuriamoci in mezzo ai calanchi, in un parco, dove internet fa le acrobazie e un temporale mi fa saltare Sky come un birillo. Non saranno i colli bolognesi, però mi sveglio con gli alberi davanti agli occhi.

Ma continuo a divagare.

Dunque eravamo diretti in Calabria, a Soverato, per alcuni giorni in famiglia, e io e Patrick abbiamo deciso di andare in auto, prendendola alla larga. Pensavo di fare tappe vicino alla costiera amalfitana, e invece, complici due amici che hanno scelto di andare a vivere in un borgo del Frusinate, siamo penetrati in un’Italia centrale a me sconosciuta. Un Lazio che non è Roma, che non è Fiumicino, che avevo solo sfiorato a Fiuggi, quando andai a preparare l’esame di stato da giornalista. Poi più. Ho ritrovato un Paese di piccoli borghi, di case di pietra, feste di paese, di cibi semplici ma buonissimi, di vitigni mai sentiti e su cui scommettono produttori giovani. Non importa che a me il vino biodinamico poi piaccia il giusto: loro si prendono a briga di rischiare. E’ un Paese che vive ai lati dell’autostrada, in mezzo al verde: c’è molta più natura di quanto pensassi in Italia, passando fra il Pollino, le Murge e la valle di Comino. Ho deciso che è un tipo di Paese che voglio raccontare, che non è perfetto, con le buche nelle strade e scheletri di case non finite, ma che per certi tratti è così indietro nel tempo da sembrarmi avanti.

Ecco il nostro giro, fra tesori nascosti e altri decisamente conosciuti.

Lazio

Partendo molto presto siamo riusciti fare un passaggio a Civita di Bagnoregio, in provincia di Viterbo, ma a un passo dall’Umbria. E’ un luogo in realtà ormai piuttosto famoso, tanto che siamo scampati per un soffio ai pullman di turisti, soprattutto cinesi. Ma questo minuscolo centro storico aggrappato al tufo, in mezzo a voragini della terra, è davvero suggestivo, soprattutto quando avvistato da lontano. Ve lo ricordate quel pezzetto di Fantàsia che rimane nella Storia Infinita? Mi ha fatto pensare a quello. La chiamano ‘la città che muore’ proprio per questo, per le frane, i terremoti del passato, l’abbandono progressivo degli abitanti. Eppure la vecchia civita se ne sta sempre lì, appollaiata fra i calanchi, e oggi è un piccolo museo a cielo aperto fatto di ristorantini, enoteche e B&b. Fiori ai balconi, vicoletti in pietra, gatti: è il piccolo paradiso del turista, ma dal fascino intatto.
Per accedere al ripido ponte pedonale che porta al borgo si paga un biglietto d’ingresso di 3 euro.

Civita di Bagnoregio

La tappa successiva è stata Ceprano, cittadina che ha pagato i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, ma comoda per incontrare gli amici. Un pranzo in piazza fra un calice di Chardonnay bello freddo e un cacio e pepe è stata una piccola iniziazione a questa campagna laziale. Da qui si raggiungono borghi come Rocca d’Arce, con la sua toponomastica precedente l’Unità d’Italia. O posti come Isola del Liri, dal nome del fiume che si butta nel centro storico con una spettacolare cascata. E’ l’unico esempio in Europa e, prenotando prima la visita, si può quasi quasi toccare l’acqua in salto da un castello privato.

Isola del Liri

Isola del Liri

Sempre nel giro di una mezzora in auto, si arriva, spostandosi verso l’Abruzzo, nella valle di Comino, un luogo verde e fiabesco. Fra i tanti borghi, abbiamo scelto San Donato, aggrappato alla montagna. E’ un luogo che ho amato molto e dove abbiamo trovato una festa di primavera con street food e musica: fra i piatti locali deliziosi ho scoperto vitigni autoctoni, mentre l’arrosticino d’agnello ha già varcato i confini regionali. Sempre nei paraggi c’è la storica abbazia di Montecassino, che abbiamo visto svettare da lontano, mentre riprendevamo l’autostrada per scendere nel Beneventano.
Info: se pernottate in zona vi consiglio il B&b il Bruco, immerso nel verde (e che piscina).

Campania

Volevamo berci un calice di Falanghina, ma è stato più difficile del previsto: di domenica gli agriturismi, in questo periodo dell’anno, nel Sannio sembrano tutti fagocitati da feste di famiglia con partecipanti in grande spolvero. La missione pranzo è stata un po’ fallimentare- e alla fine siamo rimasti incastrati nel menù fisso di un battesimo – ma la tappa a Sant’Agata dei Goti una vera scoperta. Il centro storico di questa cittadina ai piedi del monte Taburno (quello dell’Aglianico) sembra uscito da una serie fantasy, con le cupole colorate delle chiese e la voragine che si apre da un lato (in effetti è stato set di diversi film). Una volta oltrepassato il ponte vertiginoso sul fiume, è tutto un susseguirsi di chiese, alcune di epoca longobarda, e di piazzette. Siamo capitati il 3 giugno, trovando casualmente la celebre infiorata del Corpus Domini, con la sua esplosione di colori.

Sant'Agata de' Goti

Calabria

Ed eccoci di nuovo in auto, per quattro ore, direzione costa ionica. Lungo lo strada ci siamo fermati al bellissimo castello svevo che veglia su Cosenza, fra fichi d’india e rondini. Purtroppo, almeno di domenica, chiudeva alle 18 e siamo rimasti fuori: non capisco una chiusura così presto d’estate, ma così è la Calabria. Siamo giunti alla fine a Soverato, città turistica, che mi resterà per sempre negli occhi per il mare azzurro e trasparente e gli alberi di oleandri fino in spiaggia. Una meraviglia. In realtà il turismo sembra essere soprattutto quello della gente che torna fra luglio e agosto, perché a inizio giugno, nonostante il caldo già estivo, molti bagni erano ancora chiusi. E’ una cosa che colpisce chi viene dalla Romagna dove tutti già sono in spiaggia per la pausa pranzo almeno dal primo maggio. Sembra che l’apertura ai visitatori nuovi sia un capitolo molto recente della storia di questi posti.

La spiaggia di Soverato

Da qui abbiamo esplorato soprattutto la provincia di Cosenza, ma non solo. Ci siamo spinti più a sud nel suggestivo borgo di Badolato, un altro paese quasi ucciso dall’abbandono dei cittadini dopo una drammatica alluvione negli anni Sessanta. Oggi si cammina ancora fra vicoli deserti e chiese chiuse (come la stupenda Chiesa dell’Immacolata), ma gli stranieri hanno cominciato a comprare case e un po’ di vita è tornata fra catoi e muri scrostati. E’ un posto che meriterebbe di più.

Badolato

Poco distante c’è Stilo, altro paese placido, dove è bello gustarsi una granita in piazza con gli anziani che giocano a carte, dopo avere visitato la Cattolica. E’ una chiesa bizantina splendida, un vero angolo di Grecia giunto fin qui, fra fichi d’india, ulivi e macchia mediterranea. L’interno è anche meglio, quando ci si sente osservati da austeri occhi di santi che affiorano dagli affreschi ben restaurati. Tornando più verso Soverato, merita una sosta anche la tranquilla Stalettì, sempre in posizione sopraelevata rispetto al mare, da cui godersi la quotidianità della gente del posto, facendo indigestione di cremolata al bar Jolly (una bontà illegale).

La Cattolica

La piazza di Stilo

La piazza di Stilo

Sulla costa tirrenica, invece, sembra di fare un tuffo nel Regno di Napoli camminando fra i vicoli di Tropea e Pizzo, con i loro scorci mozzafiato sul mare. Ma bisogna uscire dalle strade principali e perdersi nei vicoli dietro. Piccolo aneddoto: a Pizzo, mentre cercavamo la piazza principale una signora ci ha indicato la via dove trovare pescheria e macelleria. Eravamo chiaramente turisti, ma lei non ci ha suggerito chiese o bar, ma una macelleria. Rende proprio l’idea. Se venite fin qui, però, non perdetevi il tartufo di Pizzo, una piccola bomba calorica, ma commovente (noi abbiamo provati quelli artigianali di Domenico Penna). Della cipolla di Tropea sono sicura invece che sapete già tutto, ma non perdetevi la spiaggia, in posizione suggestiva, proprio sotto il paese (la mia preferita, però, è Caminia).

Pizzo

Un altro aspetto affascinante della Calabria, è la presenza di siti e ricchezze archeologiche. Poco distante da Caminia, si varca la soglia di un mondo antico e perduto nel Parco archeologico di Scolacium: un sito meraviglioso e si viaggia fra secoli di storia, dai greci ai bizantini, camminando fra centinaia di ulivi: è un posto magico, soprattutto nella luce del tramonto (chiude alle 19).

Il consiglio: una cena nel cortile dello Spuntino Campagnolo, a Soverato. E’ un vero assaggio di tutti i piatti di questa terra, illustrati dal titolare, allergico ai Trip e trap (che sarebbe poi Trip Advisor). Abbiamo trascorso una serata meravigliosa (è chiuso di mercoledì).

Basilicata

Lungo la via del ritorno la tentazione si chiamava Matera. Una città che volevo vedere da troppo tempo, proprio come la Basilicata, una regione sempre poco conosciuta, un po’ ai margini. E così abbiamo diretto l’auto a nord, lasciando il mare per una campagna rigogliosa, mentre le case si diradavano. L’ingresso è stato memorabile: visto che una strada era chiusa, la Municipale ci ha fatto strada in auto fino al B&b! Abbiamo così iniziato a esplorare la zona del sasso Barisano, fino al Duomo, verso sera, mentre la luce scendeva trasformando la città in un presepe di pietra. Era da tempo che una città non mi emozionava come Matera, con la sua storia di abbandono e rinascita, fino alla nomina di Città della cultura 2019. Ne parlerò presto a parte, ma è un luogo oltre il tempo, incastonato in un paesaggio lunare, fra chiese rupestri, scale bagnate di luce, piazze, terrazze su quella città più bassa, scavata nella pietra. Mi piace pensare che sia una città morta e rinata, anche grazie a un libro: Cristo si è fermato a Eboli, che ha fatto conoscere all’Italia come si viveva dentro quei sassi, in quale miseria, in quegli anni. Da quel libro si è messa in moto la ricostruzione, con i suoi alti e bassi.
Il consiglio: non perdete la visita di Casa Noha, gestita dal Fai, che spiega bene la storia stratificata della città.

Puglia

Una volta che sei arrivato fino a Matera, vuoi non fare altri cinquanta chilometri per arrivare fino a Castel del Monte? E così eccoci arrivare nella campagna assolata di Andria, dove sbuca su un’altura questo castello medievale così particolare. Un po’ per la forma geometrica perfetta, un po’ per le simbologie numeriche legate al numero otto. Un po’ per la posizione isolata, come se fosse stato appoggiato dagli alieni fra gli ulivi, un po’ per la pietra bianca calcarea abbagliante. Federico II amava questi luoghi e, affacciandosi dalle bifore del secondo piano, si capisce anche perché (altro che inverni tedeschi, mi viene da dire). E’ più un monumento che un castello, un simbolo, più che un’abitazione. Se ne sta lassù col suo mistero, mentre cerchiamo un posto per il pranzo fra gli ulivi, prima di imboccare l’A14. Ma la maledizione dell’agriturismo domenicale ci castiga un’altra volta: nei dintorni è tutto prenotato. La burrata ci aspetta per la prossima volta.

Info: l’auto va lasciata nel grande parcheggio sotto Castel del Monte, al costo di 5 euro. Da qui una navetta, su cui farete a sportellate con i tedeschi) vi porta sulla collina in pochi minuti, Il biglietto costa un euro, mentre l’ingresso al castello costa 10 euro.