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Dieci cose da fare a Nagasaki

A volte odio il Giappone. Lo odio perché non è un luogo facile da abbandonare. E talvolta temo di essere finito proprio fuori dal mondo. Forse, quando si va fuori dal mondo
si va a finire in Giappone.

Will Ferguson, Autostop con Buddha

Arrivare a Nagasaki è un po’ come arrivare in capo al mondo. Volare fino in Kyushu mi ha fatto la stessa impressione di quando sono andata in posti ancora più lontani dall’Italia, come la Nuova Zelanda, o molto remoti, come Cape Town. Il motivo non credo stia solo nei tre aerei che abbiamo dovuto prendere da Bologna, è che Nagasaki è di per sé un posto di confine, ai confini del Giappone. Un po’ perché la Corea e il resto dell’Asia sono davvero molto vicine. Un po’ perché già dal finestrino dell’aereo si avvista all’improvviso un paese molto molto diverso da quello sorvolato nei viaggi precedenti: l’arrivo su un paesaggio verdissimo e montagnoso, col cielo gonfio di pioggia, mi ha ricordato il primo approccio con il Laos.

E poi c’è la storia particolare di questa città, che a molti fa subito pensare alla bomba atomica- e ci mancherebbe altro-, ma che in realtà ha vissuto momenti drammatici già da molto prima. Almeno, va detto, se nel Seicento eravate cristiani in questo angolo di mondo: le persecuzioni sono state feroci tanto che, per fare un esempio, religiosi e seguaci venivano martirizzati nelle pozze d’acqua bollenti che nel Kyushu si trovano con la stessa facilità che da noi un campo di patate.


Nonostante questi capitoli neri di storia, culminati nel 1945, Nagasaki resta una città aperta alle influenze culturali, oggi è molto pacifica (forse pure troppo) e si gira con estrema facilità. Per un occidentale è un posto dalle dimensioni più rassicuranti rispetto a certe metropoli giapponesi e, nel giro di poche ore, mi sono sentita cullata da tutto quello che in Giappone mi fa stare bene. Scrivevo queste righe il secondo giorno di viaggio:

Dopo solo due giorni è già arrivata la conferma, questo Paese fa bene all’anima. Non è un delirio da lost in translation (dannato jet-lag), ma un dato di fatto. La gentilezza fa bene (nel nostro speciale test annuale questa volta abbiamo lasciato nel pullman i passaporti. Nel giro di tre ore li avevamo già in mano). I tram comodi fanno bene, un ramen caldo fa bene. Un bagno caldo fa bene. Gli alberi nei santuari fanno bene, i prugni in fiore fanno bene.

La sensazione, in effetti, è che nel sud del Paese la gente sia ancora più gentile. Ma, a parte questo, ecco una listina di dieci cose da fare se vi trovate a zonzo per Nagasaki (più una undicesima: procurarvi un ombrello visto che una città particolarmente piovosa. E quando dico che piove intendo che cadono gocce grandi come mele. Ah, l’Asia).

1. Il Museo della Bomba atomica

Un po’ era scontato, ma è una tappa obbligatoria. Chi è già stato a Hiroshima troverà una grande differenza, rispetto al vasto Parco della Pace. La forma di Nagasaki è molto diversa, la città è lunga e stretta e spalmata lungo la baia, quindi anche i luoghi che ricordano quel tragico 9 agosto sono un po’ più sparpagliati. Il museo non è grandissimo, ma esaustivo, sobrio e ben organizzato, all’interno è ricostruita una parte della cattedrale devastata dell’esplosione e ovviamente non mancano oggetti recuperati e strazianti pannelli sulle conseguenze della bomba sulla salute dei sopravvissuti. Le luci basse fanno immergere piano piano in quell’abisso in cui l’umanità è precipitata in quel giorno.
Aperto tutti i giorni dalle 8.30 alle 17.

Continuando la ‘visita della memoria’ si arriva all’ipocentro dell’esplosione: è una piazza vuota, con al centro un monolite nero. Il parco della Pace vero e proprio, invece, ospita statue, fontane zampillanti e un monumento simbolico: un uomo che con il dito punta verso il cielo realizzata da Seibo Kitamura.

2. Passeggiare per Chinatown

Il quartiere cinese è una delle parti che mi sono piaciute di più della città, anche perché dà bene l’idea di come Nagasaki storicamente sia stata una porta (più o meno) aperta sul resto del mondo. Il consiglio è quindi di camminare, soprattutto la sera in questo incrocio di vie, delimitate da porte rosse e illuminato dalle lanterne. Sarà un’ottima occasione per assaggiare la versione locale del ramen, che qui si chiama champon. La differenza? Il brodo molto chiaro e la presenza di carne e pesce, di solito polipetti. Non arriva ai livelli del ramen più tradizionale diciamo, ma resta un piatto buonissimo ed economico.

3. Visitare l’isola di Gunkanjima

E’ uno dei posti più surreali che io abbia mai visto e, anche se di fatto sull’isola non siamo sbarcati perché il mare era troppo agitato, il solo fatto di vederla comparire dalla barca, sotto la pioggia, valeva il viaggio. Enormi edifici squadrati, finestre vuote, blocchi di cemento armato mangiato dal mare e dalla vegetazione. E’ un’ isola dall’atmosfera fantasma, apocalittica, Gunkanjima, abbandonata negli anni, dai minatori che la colonizzarono a partire dal 1887.

Nel profondo di questo grande scoglio (è lunga meno di 500 metri) c’era infatti un cuore di carbone, estratto dalla compagnia Mitsubishi. E così, per anni, su quest’isola abitarono in un inquietante isolamento e condivisione migliaia di abitanti, fino alla chiusura dello stabilimento, nel 1974. Per anni l’isola è rimasta disabitata, poi aperta alle visite e nel frattempo è pure diventata un sito Unesco (e pure set, ricostruita digitalmente, per 007, sapete quale?) e ora attira frotte di turisti (moltissimi i cinesi che arrivano in crociera). E’ un’esperienza costosa, ma che consiglio vivamente, anche solo per il museo da cui parte il tour, ricco di testimonianze toccanti e simpatici allestimenti con realtà aumentata. Le visite sono previste anche in lingua inglese, con un’audioguida (non che in mezzo al mare prenda un granché però).

4. Visitare chiese (già proprio così)

Questo aspetto potrebbe deludere quelli che io chiamo i puristi dell’Asia, che vogliono vedere solo monaci buddhisti e templi. In realtà, se l’effetto di straniamento è inferiore, è vero che visitare una chiesa cattolica a queste latitudini è un’esperienza suggestiva. Come già detto, Nagasaki era l’unica città in cui potevano fermarsi i commercianti stranieri, olandesi e portoghesi (l’isolamento del Giappone in generale è durato dal 1641 al 1858), e così sono rimaste alcune chiese di legno. Noi abbiamo visitato, purtroppo sotto la pioggia battente, quella di Oura, costruita nel 1864.

Da qui sarebbe stato bello proseguire la visita ai Giardini Glover, ma non avevamo molto tempo e credo che sotto quella pioggia sarebbero volati gli accidenti, così poco adatti alle povere e garbate orecchie giapponesi. In generale, è una passeggiata nel verde che consiglio con un clima più clemente.

5. Scoprire i canali

C’è una bella rete acquatica a Nagasaki, adagiata com’è sul mare. La città è moderna e trovare cose antiche è sempre complicato, ma sul fiume Nakashima, potete imbattervi in un ponte davvero curioso, chiamato il Ponte degli occhiali. Costruito nel 1634, è il ponte arcuato di pietra più antico del Giappone, e ricorda curiosamente la forma, appunto, di occhiali quando si riflette nell’acqua. Ovviamente è un punto molto fotografato dai giovani giapponesi che si avventurano sui sassi proprio sopra il fiume. Voi, però, non fatelo!

6. Mangiare cose rosa

Una delle cose che mi hanno colpito della zona di Nagasaki è il quantitativo di quelle che ho ribattezzato cose rosa nel piatto, a partire dalla pasta di pesce che colora il champon. Una gioia per le foto e Instragram, già, ma abbiamo dovuto essere ancora più spericolati del solito negli assaggi. Ad esempio in un posto storico in centro come Yossou, dove il piatto della casa è una sorta di crema di uovo salata e una curiosa… polvere (?) rosa a base di pesce. Piuttosto buono, anche se forse è più che altro fotogenico.

7. Vedere Nagasaki dall’alto

E’ una delle cose a mio avviso imperdibili, in particolare verso sera o di notte, quando la città diventa un mare di luci, sempre più rarefatte sulla baia. Questo spettacolo è possibile grazie alla funivia che arriva sul monte Inasa, che parte tutti i giorni dalle 9 alle 22. La stazione si trova a cinque minuti a piedi a ovest della fermata Takaramchi del tram (linea 1 o 3). La strada che porta alla stazione è molto trafficata e di sera non particolarmente affascinante, ma la sorpresa arriva proprio alla biglietteria, immersa in un suggestivo, se pur piccolo, santuario scintoista.

8. Andare a zonzo con una guida volontaria

Mandando una mail alla  Nagasaki international association (Nia) abbiamo avuto la possibilità di trascorrere qualche ora in compagnia di una guida volontaria, che ci ha fatto conoscere i luoghi legati alla bomba, il quartiere Teramachi con i suoi templi (di cui uno cinese, il Sofuku-ji) e alcune vie pittoresche del centro, compreso un ottimo caffè in un negozio specializzato. E’ sempre bello esplorare la città attraverso gli occhi di chi ci vive e ne abbiamo avuto la riprova con la nostra guida (originaria in realtà di Tokyo), che parlava un ottimo inglese, imparato durante un periodo passato negli Stati Uniti.

9. Visitare il museo dei martiri cristiani

E’ una chicca soprattutto per chi ha apprezzato il film di Martin Scorsese Silence, ambientato in questa zona del Giappone proprio nel periodo delle persecuzioni cristiane. Ad accogliervi, appunto, sarà una grande lapide, che ricorda 26 martiri cristiani crocifissi nel 1597, tra i quali anche dei ragazzini. Poi all’interno del museo, che si visita molto rapidamente (è su due piani), si possono trovare testi dell’epoca, statuette votive e anche la formella con l’immagine di Cristo in croce (è una copia) usata in Silence ogni volta in cui veniva chiesto a qualche personaggio di abiurare. E’ uno di quei musei che io chiamo ‘alla Bill Bryson’, cioè davvero di nicchia e adatti a chi vuole sapere davvero un po’ di tutto, ma è interessante perché racconta una pagina del Giappone decisamente inedita. E, tra l’altro, è pure meta di turismo religioso: abbiamo trovato una comitiva di turisti!

E’ aperto dalle 9 alle 17.

 

10) Fare una gita in giornata

Sappiate subito che conviene noleggiare un’auto per esplorare al meglio i dintorni, ma anche questa è un’esperienza (si guida dall’altro lato ahimè)! Un itinerario potrebbe essere quello della Penisola di Shimabara, a un paio d’ore di distanza, guidando attraverso un paesaggio rurale e piccoli centri cittadini. Una tappa può essere il monte Unzen, vicino al vulcano (attivo), raggiungibile con una funivia e punto di partenza di alcuni trekking: purtroppo quando siamo andati noi (a inizio marzo) la primavera era ancora molto lontana e abbiamo trovato una natura letteralmente congelata e nuvole basse: insomma, addio camminata e funivia. Scendendo, però, abbiamo riparato a Unzen Onsen, piccola e deliziosa stazione termale a poco più di 700 metri di altitudine, il classico posto in cui si va in villeggiatura. Il colmo è stato che l’onsen pubblico, che ho abbiamo avuto la fortuna di trovare vuoto, aveva un’acqua talmente bollente che non sono riuscita a immergermi del tutto (non mi era mai successo!), però magari il contrasto con il freddo esterno non ha aiutato, chissà. Fatto sta che ci siamo rifugiati in un’adorabile trattoria a gestione famigliare: gentili e minuscole vecchiette ci hanno servito il champon della casa che, francamente, ho trovato migliore di quello della città.

Per finire di scaldarci, siamo andati a visitare il percorso dei Jigoku, o dell’inferno, davvero suggestivo: si cammina su una passerella attraverso caldere e pozze di acqua bollente, spesso investiti dal vapore sulfureo: in queste terribili bocche, spalancate, della terra venivano immersi i cristiani (e torno così all’inizio del post). Il luogo è davvero spettacolare, così come l’uovo sodo che si compra per uno yen lungo il percorso, da mangiare sul posto: è bollito direttamente nell’acqua termale. E si sente.

Come sempre, per altre informazioni vi rimando al blog Orizzonti, che sul Giappone ormai ne sa una più del diavolo (anche di quello degli ‘inferni’ di Onsen Unzen!).

 

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