Latest Posts

Alla scoperta delle Seychelles

Doveva essere San Pietroburgo e invece ci siamo trovati alle Seychelles. Uguale uguale vero? Questo post è il primo di quelli che voglio dedicare a questa piccola repubblica nel cuore dell’Oceano indiano. Un po’ di terra e colori brillanti immersi in un’acqua azzurrissima e calda scoperta in un viaggio ritmato dall’amicizia. E già che ci sono, voglio anche sfatare qualche cliché. Il primo, che sia solo una destinazione da luna di miele: noi eravamo in quattro – abbiamo avuto la fortuna di trovarci con quei due grandi viaggiatori (e persone straordinarie) che sono Paola e Gianni-, non particolarmente in fissa con il mare, ed è andata alla grande. Poi c’è il punto dei costi: è vero che queste isole tropicali sono una destinazione cara, ma con un po’ di accorgimenti si riescono a rispettare budget insospettabili. Sul fatto che le spiagge siano paradisiache, invece, non c’è nulla da dire: sono davvero così. Sono perfette, incorniciate da palme e dalle rocce granitiche, e selvagge. Comincio con un po’ di informazioni pratiche, dall’itinerario a come ci siamo spostati. Il cibo invece lo racconto nella prossima puntata.

Le Seychelles a novembre

Novembre, almeno per quanto riguarda noi italiani, non è mai un mese in cui si viaggia molto. Anche per questo, forse, abbiamo trovato un’offerta di quelle un po’ imperdibili: un volo Turkish a 400 euro, comprato in estate: normalmente è difficile trovare biglietti a meno di 700 euro, quindi chi può permettersi di viaggiare anche non in agosto o a Natale dovrebbe compulsare i motori di ricerca. Per quanto riguarda il periodo – cito la Lonely Planet, l’unica guida che ho trovato di questa destinazione – ci troviamo in una stagione teoricamente ideale.  Ma. Ma siamo a cavallo dell’equatore e in mezzo all’oceano: la pioggia è una compagna di viaggio da mettere in conto. Insomma, al netto della stagione, ci vuole un po’ di fortuna: in una settimana abbiamo avuto solo un giorno davvero un po’ funestato dall’acqua, mentre negli altri c’è stata sempre alternanza e anche sole pieno e cieli tersi.

E ricordate sempre l’equazione: verde brillante della foresta e fiori colorati ⇒ pioggia frequente. Conclusioni: portatevi un k-way e tanti bei libri per i momenti umidi.

Spiagge belle anche con le nuvole

Spiagge belle anche con le nuvole

Le Seychelles, sì. Ma quali?

Nel nostro itinerario abbiamo toccato tre isole (in realtà cinque, considerando anche le piccole Curieuse Island e Saint Pierre). Mahè, che è la più grande e sede dell’aeroporto internazionale, Praslin e La Digue. Quale scegliere? Dipende, visitarne più di una è meglio. Personalmente la mia preferita è La Digue, distante un quarto d’ora di traghetto da Praslin, più piccola e comoda visto che ci si può spostare in bicicletta. In più le spiagge sono particolarmente belle, anche se non tutte balneabili per via delle correnti. E’ in assoluto quella in cui ci sente più fuori dal mondo, in contatto costante con una natura esplosiva.

Il nostro viaggio durava una settimana e ci siamo fermati qui solo una notte, ma io ne consiglio almeno due o, potendo anche tre.

Curieuse Island

Curieuse Island

Per quanto riguarda Mahè, essendo la più grande, è anche la più trafficata, soprattutto nella capitale Victoria. Il centro e la zona del mercato valgono una visita, ma in generale ho trovato più affascinante la parte meridionale dell’isola e consiglierei di pernottare qui. Anche per questo è necessario noleggiare un’auto (guida a sinistra, eh) per avere massima libertà negli spostamenti. Abbiamo provato anche gli autobus, che costano solo 5 rupie, ma sono sempre molto affollati ed è facile restare in piedi. Occhio dunque nelle rotonde: sembra di prendere il volo e sono finita addosso a parecchi (pazienti) passeggeri locali!
Praslin è la via di mezzo: richiede comunque l’auto viste le salite ripidissime e regala alcune spiagge incantevoli, a partire da Anse Lazio. Secondo me manca un vero centro di aggregazione, ma in generale offre un po’ di tutto, dai resort alle guest house, dai supermercati (mooolto local) ai centri diving, alle principali escursioni.

Dove dormire alle Seychelles

Noi ci siamo concentrati sulle guest house, che, a differenza di altri paradisi tropicali, sono piuttosto diffuse, con standard e prezzi variabili. A Praslin abbiamo scelto la zona di Baie Sainte Anne, che ho trovato molto carina, tranquilla, relativamente vicina al porto e ad alcuni supermercati. Per dare un’idea dei costi, la nostra Villa Kass, su due piani, con cucina e veranda costava 120 euro a notte (da dividere in quattro).
Se invece volete concedervi un hotel proprio sulla spiaggia (le vacanze son pur sempre vacanze!) consiglio il Paradise Sun Hotel, in fondo alla frequentata e bianchissima Anse Volbert. E’ una delle strutture storiche dell’isola e vi ho trovato una bella atmosfera: il personale, in gran parte femminile, è gentilissimo, ma senza formalità. Mi sono piaciute le camere con vista sulla spiaggia privata ed è ottimo il ristorante (aperto anche a chi non soggiorna, ma bisogna presentarsi a cena presto prima che finiscano i posti disponibili).

La vista dalla camera al Paradise Sun Hotel

La vista dalla camera al Paradise Sun Hotel

La Digue, invece, è il regno delle guest house, alcune anche molto belle, nascoste nella foresta. In generale mettono a disposizione le biciclette, ma occhio a verificare la prenotazione: a volte, anche se su siti come Booking le stanze risultano disponibili, in realtà potrebbero essere al completo. A noi è capitato, ma va anche detto che abbiamo trovato un piano B nel giro di pochissimo.

La mia top five

Ogni volta che viaggio, l’ultimo giorno, mi piace formulare una piccola classifica, sui posti visitati.  Ecco, secondo me, le cinque tappe imperdibili di un viaggio alle Seychelles.

Anse Lazio
E’ una delle spiagge più iconiche delle Seychelles e meritatamente. Sabbia bianchissima, l’ombra delle palme da cocco, l’acqua meravigliosa e calda e i blocchi di granito compongono il quadro, rendendo l’atmosfera un po’ selvaggia. A pochi metri dalla riva, facendo snorkeling, ho visto due razze placidamente adagiate sul fondo (anche per questo il consiglio è di fare sempre il bagno con la maschera). Anse Lazio è raggiungibile in auto e, volendo, ci sono un paio di bar sulla spiaggia, oltre l’immancabile venditore di cocco.

#seychelles #anselazio #traveltheworldtoday #travelgram #instatravel #instapassport #praslin #praslinisland

A post shared by Patrick Colgan - OrizzontiBlog (@patrick.s.colgan) on

Anse Source d’Argent

Siamo a La Digue, in quella che non è solo una spiaggia, ma una serie di tante calette raggiungibili con un suggestivo percorso nella foresta. Sono tantissimi gli scorci e i punti in cui appoggiare il telo, in una natura che sembra quella di Jurassic Park. Non a caso, proprio qui si trovano tante ‘chiesette’, spesso realizzate con le palme, usate dalle tante coppie che si sposano qui. Una, tante, spiagge davvero suggestive, raggiungibili in bici. A proposito, in questo caso si paga una quota per accedere all’area visto che si attraversa una piantagione di vaniglia. Sulla strada incontrerete anche uno storico cimitero e altre simpatiche testuggini.

Grande e Petit anse 

Altre due spiagge a La Digue, collegate da un sentiero nella foresta, in cui la cartolina incontra l’anima selvaggia dell’isola. Anche qui i massi di granito sembrano appoggiati da mani di giganti, e l’acqua si accende di mille sfumature, anche se può essere pericoloso fare il bagno per le correnti. Noi siamo riusciti a immergerci nella Petit Anse, ma stando vicinissimi alla riva: il mare era caldo e trasparente, un sogno, ma non sottovalutate mai le onde. Queste due spiagge si raggiungono in bicicletta attraversando un tratto di foresta: è un luogo incantato, ma occhio alla salita al ritorno!

Anse Soleil


Siamo a Mahè, nella parte meridionale dell’isola. Di questa spiaggia, l’ultima visitata prima di andare a prendere l’aereo e salutare le Seychelles, ho un ricordo bellissimo fatto di chiacchiere in acqua durante un bagno lunghissimo, durato tipo un’ora! Dopo una ripida discesa, si arriva in una spiaggia riparata, dove il verde scuro della costa si perde nel turchese dell’acqua. Da non perdere.

Curieuse Island


In questa piccola isola che fa parte dell’arcipelago delle Seychelles abbiamo vissuto divertenti incontri ravvicinati con le flemmatiche testuggini giganti, che qui sono protette, e camminato in una natura rigogliosa, fra mangrovie e rocce nere (e visti i piccoli squaletti limone).

Spesso è abbinata a una puntata all’isolotto di Saint Pierre, dove l’acqua offre le sue sfumature più belle e si può fare snorkeling circondati da pesci colorati. L’escursione di mezza giornata, abbondante pranzo compreso, costa circa 50 euro.

 

Un alberello pantesco

Le cantine di Pantelleria

Torno a scrivere di Pantelleria, che non solo è stato il nostro ultimo viaggio, ma anche la scoperta di un posto nuovo con tutti gli ingredienti che piacciono a me.
Facile indovinare: è un’isola sperduta, che sono riuscita a visitare in bassa stagione, è vulcanica, la terra fuma e in generale la natura non è di quelle più ospitali.  Insomma, è uno di quei luoghi, dall’Islanda alla Nuova Zelanda, in cui ci si sente un po’ gli intrusi (ma per fortuna costa meno eh). E poi, la ciliegina sulla torta: ci sono le cantine da visitare e il vino. E che vino.

Cantine di Pantelleria: Donnafugata

Cantine di Pantelleria: Donnafugata

Tutti quelli a cui ho detto che partivo per Pantelleria sono partiti in tromba con i capperi e il passito. Per fortuna non ci sono solo quelli, ma in effetti sì, si guida fra distese di vigne e piante verdissime di cappero che si trovano, oltre che nelle apposite coltivazioni, anche sui muretti a secco o sulle rocce. E poi c’è un altro mare, oltre il Mediterraneo: quelle delle viti, dei bassi alberelli che dal 2014 sono patrimonio Unesco. E’ così che nasce lo Zibibbo, a queste latitudini, che regala non solo il prezioso passito Doc, ma anche il moscato e straordinari vini bianchi secchi. Quest’uva, ci hanno spiegato, fu portata dalla vicina Africa e qui è rimasta, adattandosi perfettamente all’ambiente. Anche se prendersi cura di queste viti è tutto fuorché facile. Intanto per la siccità: negli ultimi due anni sono caduti qualcosa come 55 millimetri di pioggia.

E poi perché sono viti molto basse e la raccolta manuale è una vera fatica. In ogni punto dell’isola, inoltre, si vendemmia in un periodo diverso, a seconda della posizione: una di quelle più favorevoli è la piana di Ghirlanda, ma lungo la collina, dove non ristagna l’umidità. E poi c’è la difficoltà di tanti contadini che devono conferire le loro uve, delle cantine che devono sempre fare i conti con le spedizioni e spesso devono organizzarsi con magazzini sul continente. Insomma, è un patrimonio prezioso, ma che richiede grandi sforzi in un’isola, ci spiegano in un’azienda, in cui tante proprietà sono state vendute negli scorsi anni a forestieri. E non tutti, di fatto, curano queste terre che a volte finiscono per essere abbandonate. Archiviata la parte dei problemi, il bello è che abbiamo assaggiato ottimi prodotti e che dalle difficoltà, il vino lo ricorda spesso, escono le cose migliori.

I tipici terrazzamenti con i muretti a secco di Pantelleria

I tipici terrazzamenti con i muretti a secco di Pantelleria

Anche per questo ho scelto Pantelleria: per visitare alcune cantine e parlare con i produttori. Confesso che rischiavo di rosicare parecchio perché fine settembre è ormai (contrariamente a quanto credevo) bassa stagione e alcune aziende sono chiuse o comunque non incontrano più il pubblico. E’ stato il caso, ad esempio, delle due che forse tutti conoscono, Donnafugata e Cantine Pellegrino. In piena estate organizzano molte attività, ma nella seconda metà  di settembre (per quanto sul sito non fosse esattamente specificato) era tutto finito. Per non fare come me e scoprirlo sul posto, telefonate sempre prima. Fortunatamente non sono mancate altre possibilità e l’esperienza è stata poi bellissima e appagante. Ecco quattro indirizzi che consiglio caldamente. Vado in ordine cronologico.

Salvatore Murana
L’incontro con i vini di Salvatore Murana è avvenuto a tavola, nel grazioso dammuso che si trova a Gadir, proprio sopra il pontile da cui si accede all’acqua. L’azienda, infatti, in realtà si trova a Mueggen, ma anche nel delizioso porticciolo sul mare (subito sopra ci sono i dammusi di Giorgio Armani per dire quanto è brutto il posto) si possono degustare i vini, magari pranzando sotto il pergolato. Noi abbiamo fatto così, quindi non abbiamo, va detto, visitato la cantina.

Un calice di Gadì

Un calice di Gadì

La sbriciolata di ricotta

La sbriciolata di ricotta

Ma davanti al mare e alle rocce nere di Gadir abbiamo potuto assaggiare due vini bianchi secchi, da uve Zibibbo: il Gadì 2014, più fruttato, e il Praia 2013, un po’ più secco. In realtà entrambi hanno un naso profumatissimo e una sapidità che richiama il mare sottostante. Molto buono anche il passito Mueggen 2011, dal bellissimo color miele, che fa solo acciaio, ideale a fine pasto. Ci sono anche due tipologie barricate, il Kamma e il Martingana. Abbiamo accompagnato i vini a piatti del giorno, interamente a base di verdure prodotte in azienda: parmigiana di melanzane, sciakisciuka (tipica di Pantelleria, con zucchine, melanzane, patate, olive e, in questo caso, mandorle e uva passa. Ricorda la caponata e si mangia tiepida) e tumma, un formaggio bianco di mucca. Infine, una sbriciolata di ricotta, pasticceria secca e l’uva zibibbo portata dal titolare: ha offerto i grappoli a tutti i bagnanti, raggiunti uno a uno. Un angolo speciale.

Info: il costo del pasto, caffè compreso, è stato di 48 euro in due. Il dammuso è aperto a pranzo.

Cantina Valenza

Prendete l’idea che avete di una visita in una cantina e capovolgetela completamente. Stravolgetela. Varcate la soglia per una degustazione e invece vi trovate a chiacchierare per ore con Salvatore Valenza. Nessuna descrizione del vino: qui lo Zibibbo si beve senza tacche sulla bottiglia e lo si assaggia dalle mani del produttore. Il vino non si definisce con analisi organolettiche, ma è veicolo di incontro, racconto, senza mezze misure. Ma, attenzione, il fatto che enologi, critici o sommelier non siano esattamente i benvenuti non significa certo che qualcosa è lasciato al caso: il bianco secco 2016, aromatico e minerale, è il migliore che ho assaggiato sull’isola. E il vulcanico e loquace Valenza, che adesso lavora solo con la sua affezionata clientela in tutta Italia, sembra giunto in quella fase della vita, per dirla alla Jep Gambardella della Grande Bellezza, in cui non può più permettersi di fare cose di cui non ha voglia. Di certo, il suo vino è musica, personalità e calore umano, che scorre sul tavolo di legno del giardino in cui ci accoglie, con il cancello sempre aperto. Il giardino non è un dettaglio da poco, bellissimo, all’interno di quello che in passato è stato, pare, un monastero.


E Monastero si chiama la zona dell’isola, una caldera, ci spiega, da cui non si vede il mare ma si coglie la pace dei sensi. E’ un luogo meraviglioso, in cui le vigne si perdono a vista d’occhio e l’unico rumore è l’abbaiare dei cani. Chiacchieriamo di tutto, delle difficoltà del Paese, di alimentazione sana come valore da trasmettere ai giovani, di politica, di Patti Smith, mentre ci porta formaggio al peperoncino e patè di capperi. E’ la prima volta che lo vediamo, sembra di essere stati lì tante volte. Ce ne andiamo che è buio e  dopo avere ordinato una cassa di vino. Sperando di tornare presto.
Info: Contrada Monastero, telefono: 334 730 7887.  svalenza56@libero.it

Vinisola

Un’azienda giovane (la prima vinificazione è del 2011), ma davvero interessante. Soprattutto perché si possono assaggiare anche tipologie di vino un po’ diverse, rigorosamente da uve zibibbo.  Innovare un po’ la tradizione si può ed è bello. La cantina si trova vicino a Pantelleria città e siamo stati accolti, nonostante fossimo piombati un po’ a sorpresa, da un addetto molto disponibile e preparato. Ci ha spiegato tantissimo dell’isola e della distribuzione della terra molto frammentata: uno dei motivi è che i genitori distribuivano a ogni figlio una parte di ogni appezzamento (invece che un appezzamento ciascuno). In questo modo, anche in caso di annata negativa, almeno in un punto dell’isola sarebbe stato possibile ricavare qualcosa. Un’altra cosa che ho imparato è che di solito si vendemmia prima lo Zibibbo che si trova vicino al mare e che è quello normalmente destinato all’appassimento e alla produzione del passito. Anche in questo caso abbiamo conversato di tantissime cose e, con la scusa di parlare di vino, in realtà abbiamo conosciuto un po’ di più il micro-mondo pantesco. E una massima: più è pesante la pietra sotto le radici, migliore è l’uva.

Tutte le sfumature dello zibibbo: secco, moscato e passito

Tutte le sfumature dello zibibbo: secco, moscato e passito

Passando ai vini, la chicca della cantina si chiama Shalai, uno spumante démi sec davvero piacevole, con un netto sentore di rosmarino. C’è anche un frizzante, A mano libera, sempre da zibibbo, molto adatto ai pasti quotidiani. Ottimi anche il moscato e il passito Arbaria: in quest’ultimo il 40 per cento delle uve è sottoposto ad appassimento, poi il vino fa un anno di affinamento nel silos e altri sei mesi in bottiglia. Un’altra curiosità: A’mmare, un bianco secco 2011 ottenuto da uve surmature molto particolare, che mi ha ricordato certi vini in anfora: un esperimento riuscito bene. Una bellissima carrellata fra i colori di quest’uva che ancora una volta abbiamo assaggiato appassita. Una bella scoperta.
Info: Contrada Kazzen 11.  0923 91 20 78 e  335 60 42 155.

 Cantina Minardi

Di tutte quelle che abbiamo visitato, questa storica cantina è quella con un approccio più moderno, direi internazionale, e sicuramente più attento all’immagine. La formula che abbiamo provato noi (che comunque non è l’unica, una sera a settimana c’è anche la cena. Ripeto, telefonate sempre!) è quella dell’aperitivo del martedì: nella bella sede, dalle 18.30 alle 20.30, con dieci euro si possono degustare cinque vini con un piattino che nel nostro caso era composto da caponata, panelle arancino e formaggio.

E’ stato direttamente il produttore Minardi a illustrarci le tipologie, che poi assaggiavamo fuori in veranda. Siamo partiti dal bianco secco, il Leukos, confrontando le annate: rispetto al 2016, il 2015 era più equilibrato (anche se a me i vini un po’ sbilanciati sulle durezze piacciono) e lo stesso Minardi lo ha definito un bicchiere che “non teme nessuna portata”. Poi siamo passati a un rosso un po’ particolare, Gusiras, adatto al pesce spada: 50% Nero d’Avola siciliano e 50% Nero d’Avola pantesco, che conferisce la mineralità. Ed eccoci al passito: abbiamo provato due annate, il 2012 e il 2007, da abbinare a un sigaro o cioccolato fondente, con i suoi sentori di fichi secchi e liquerizia. Tutto molto professionale, un indirizzo davvero da non perdere sull’isola, dove si possono acquistare anche altri prodotti tipici.

I vini in degustazione alla Minardi

I vini in degustazione alla Minardi


Info: Azienda vinicola Minardi, Karuscia. Tel: 0923/911160 o  333/1386836

Pantelleria a settembre

 

La prima immagine che ho di Pantelleria è un produttore che arriva nel suo ristorantino sul mare, un piccolo dammuso dove si può pranzare e degustare i vini, e inizia a distribuire a tutti grappoli di zibibbo. Scende le scale e offre qualche chicco a tutti i bagnanti che riesce a trovare a Gadir. C’è chi sta uscendo ancora dall’acqua, chi sta prendendo il sole. Per tutti c’è un po’ d’uva. La mia Pantelleria è questo. Vite complicata da coltivare in una terra sempre assetata e da raccogliere, con le schiene curve su quei bassi alberelli. Ma anche gente che ci ha accolto con cortesia, in maniera semplice, senza effetti speciali.

Pantelleria, un’isola lontana da tutto

Pantelleria è bellissima e non assomiglia a nessun altro posto, con il suo isolamento e la sua anima nera. Scura è la roccia vulcanica, che a volte ricorda il carbone delle calze della befana, e scuri sono gli scogli su cui si cerca, rischiando a volte di rompersi l’osso del collo, di arrampicarsi per arrivare al mare. Nera è la lava che si è solidificata in mille forme diverse, modellate dall’acqua, creando misteriose creature lungo la costa. Un colore sempre presente che rende il mare ancora più profondo e il verde di capperi e fichi d’india ancora più brillanti.
L’isola ha una sua musicalità orizzontale, solcata com’è da file e file di muretti a secco. Sembrano le righe di uno spartito. Proteggono dalla forza del vento gli alberelli, così è coltivata qui la vite, piccola e bassa (dal 2014 è patrimonio Unesco), con i suoi preziosi chicchi di zibibbo. Ma, ci spiegano, i motivi per cui esistono questi terrazzamenti sono anche altri: ad esempio dividere la terra fra le famiglie e anche utilizzare le tante rocce che sono state tolte dal terreno per fare spazio alle coltivazioni. Ora, passando in auto nella piana di Ghirlanda, ma in realtà in ogni punto dell’isola, sono parte integrante del paesaggio, così come i dammusi, le abitazioni tradizionali.

Dammusi

Dammusi

I dammusi sono fra le tante cose che a Pantelleria ricordano più l’Africa, distante solo 27 miglia, più vicina dell’Italia. Sono piccole case, spesso con una cupola sul tetto, interamente realizzate con la stessa pietra scura che ci circonda. Più volte guardarli, sia che siano moderne case lussuose o ruderi, mi ha riportato a certe valli del Marocco, e alle tante kasbah. Quest’isola, del resto, l’Africa se la porta dentro, nel calore della pietra, nei nomi di contrade e piatti. Anche se queste parole non assomigliano a nessun’altra. Siamo in Sicilia, ma i termini mi portano oltre il mare.

E’ una terra indecisa, Pantelleria. Ha un’anima rurale, abitata da contadini o persone che si arrabattano con più di un lavoro durante l’anno. Ma ha anche un’anima ricercata, che piace ad attori e a personaggi famosi, con le loro case dai muri più alti. Tutto è complicato, sull’isola.

Punta Spadillo

Punta Spadillo

La vendemmia

La vendemmia

E’ una faccenda complicata fare il bagno, perché le spiagge non ci sono. Ci si può appollaiare sugli scogli o stendere sui pontili: niente di comodo, tutto bellissimo. E’ complicato coltivare l’uva, perché il clima è sempre un nemico da combattere e la produzione di vino, ci dicono, sta calando. E poi c’è sempre un braccio di mare da percorrere, mezzi di trasporto da incastrare, spedizioni da fare. Fino agli anni Settanta molte zone dell’isola non avevano neppure la luce, il desalinizzatore è una conquista recente. La benzina costa tantissimo. Non è facile, essere un’isola.
Ma per chi decide di arrivare fino a qui, in nave o in aereo, ogni scorcio è un regalo, soprattutto se si va fuori dal picco stagionale, quando si coglie la bella anima selvatica.

Come arrivare a Pantelleria

Il mare di Pantelleria

Il mare di Pantelleria

Lo specchio di Venere

Lo specchio di Venere

Arrivare a Pantelleria in aereo

Noi avevamo alcuni giorni a fine settembre e abbiamo volato su Trapani con un volo Ryanair (da Bologna, a circa 100 euro preso tre settimane prima). In realtà ho poi scoperto che ci sono collegamenti diretti anche da altre città, come Parma, Verona e Venezia (con Volotea), ma in generale dopo metà settembre la frequenza cala parecchio (se non del tutto). Da Trapani, poi, ci sono due possibilità. Noi, visto che secondo le previsioni il mare era mosso e volte in questi casi il traghetto non parte, abbiamo optato per il volo Mistral (compagnia delle Poste Italiane, il colore giallo è inconfondibile), che ha un prezzo di 58 euro a tratta: il volo è stato comodo ed è durato circa 40 minuti. In generale consiglio di chiedere direttamente a chi vi ospiterà qualche informazione sul mare per non rischiare di restare a terra: in caso di annullamento del viaggio in nave, infatti, c’è il rischio che gli aerei siano presi d’assalto. Meglio giocare d’anticipo (noi comunque, a settembre, abbiamo comunque prenotato il volo il giorno prima).

Ci sono voli Mistral anche da Palermo.

Arrivare a Pantelleria in nave

Capitolo traghetto. Ce n’è uno lento che parte di notte, intorno alle 23 e arriva a Pantelleria alle 6.30 (69 euro, costa di più con le cabine). Il ritorno è diurno, alle 12 con arrivo alle 17.45. Da gennaio a maggio gli orari cambiano leggermente. In alternativa, ma solo in alta stagione, si può prendere l’aliscafo di giorno: nelle date in cui avevo guardato per noi- quindi settembre- partiva alle 13.40 da Trapani impiegando circa due ore.

Per info e biglietti usate il sito Siremar/Libertylines o siti come Direct Ferries.

Noleggiare un’auto a Pantelleria

Credo che sia impossibile non noleggiare un’auto a Pantelleria, o quanto meno un motorino. E comunque anche così è difficile guidare fra strette e ripide stradine, spesso a doppio senso anche quando passa con difficoltà una macchina sola. Ma almeno avrete la possibilità di raggiungere tutti i posti, anche quelli più sperduti, o le cantine. Per quanto riguarda i prezzi ho trovato molte soluzioni (sempre nel mese di settembre) sui 35 euro al giorno (anche il dammuso, per un prezzo simile, può mettere l’auto a disposizione). La benzina, che si trova solo a Pantelleria centro, è piuttosto cara, sfiora i due euro al litro.

Alloggiare a Pantelleria

Capitolo pernottamenti. In generale sconsiglio di trovare una sistemazione a Pantelleria città, paese che ho trovato notevolmente più brutto rispetto all’isola. Completamente bombardato durante la Seconda Guerra Mondiale oggi offre il porto da cui partono i diversi giri in barca dell’isola, qualche gelateria, ma davvero poco altro (oltre i negozi). Insomma, non sembra fare parte della stessa isola e io consiglio vivamente di dormire in un dammuso, dove spesso c’è il servizio di B&b o, come nel nostro caso su richiesta, di mezza pensione. Ci siamo trovati benissimo a Il Cortiglio, vicino alla contrada di Scauri: si tratta di un vero e proprio agriturismo, gestito da due medici in pensione, in parallelo con un’altra azienda agricola, la principale, di Avellino.

I dammusi sono belli e si affacciano su un giardino con una piccola ma gradevole piscina. Si mangia all’aperto davanti al mare e sotto un cielo stellato e vale la pena di fermarsi almeno per una cena perché il proprietario è davvero un asso ai fornelli  e combina gli ingredienti tipici dell’isola, come capperi, cucunci e insalata pantesca, ai sapori campani. Tutto biologico o fatto in casa (come il liquore di fico d’india) a prezzi ragionevoli, anzi sicuramente più convenienti di molti ristoranti dell’isola. A notte, con colazione, abbiamo speso in due circa ottanta euro.

Ode alla taverna greca

Solo quando mi siedo sulla seggiola di legno blu, quando mi hanno portato un cestino con dentro pane e posate e un piccolo bicchiere, come quello delle mie osterie bolognesi, allora mi sento in Grecia. Solo dopo che il caldo insistente si placa all’improvviso – un miracolo che si rinnova tutte le volte, sotto una veranda o un pergolato – sono arrivata. Anzi, tornata. Non c’è posto in cui io mi senta più a casa nel mondo che una taverna greca, sia che affondi i miei piedi sulla sabbia e mi sembri di mangiare direttamente sul mare, sia che mi sia spezzata le gambe su scalini e vicoli di bianchi in minuscoli paesi. Ogni volta, quando il cameriere ferma in modo sbrigativo al tavolo la tovaglia di carta con la mappa dell’isola di turno disegnata e mi racconta quei piatti che sono sempre uguali eppure sempre diversi, il tempo si ferma. E io mi sento in pace.

Questo post è una dichiarazione d’amore alla taverna (taberna? Estiatorio?) greca. Un mondo rassicurante fatto di storie di famiglia, di ingredienti semplici, di vino resinoso, di frescura inaspettata. Io la amo tantissimo e amo mangiare in Grecia, in barba a chi dice che la cucina è ripetitiva e pesante. A volte è vero, ma nell’ultimo viaggio a Serifos e Sifnos, peraltro rinomate per la buona cucina, ci siamo imposti di non esagerare e per una volta siamo riusciti ad alzarci da tavola senza la sensazione di dover svenire in spiaggia. E così voglio raccontare qualche piatto per me speciale e, soprattutto, dove mangiarlo, scorrazzando fra il Peloponneso e l’Egeo.

Le crocchette al finocchietto

Le crocchette al finocchietto

Tzatziki e dintorni

Sono tante le salse ricorrenti negli antipasti, sempre molto colorati. In Grecia si potrebbe pasteggiare anche solo con le meze: tanti piattini, per lo più a base di verdure o legumi. In nessuna taverna mancherà mai il tzatziki, fatto con yogurt, cetriolo e (tanto) aglio, ma anche varianti realizzate con melanzane arrostite (melitzanosalata), uova di pesce (taramosalata) o le fave (fava). Quest’ultima è la mia preferita, anche perché ricorda molto l’hummus. Una delle migliori che ho mangiato è quella della Taverna Chryssopigi  sulla spiaggia omonima, proprio all’ombra dell’omonimo monastero. Ce l’hanno servito con cipolla, olio e capperi, che a Sifnos sono una vera specialità. Un’altra delle mie preferite è l’insalata di rapa rossa, in cui lo yogurt diventa di un intenso color ciclamino. Il posto in cui l’ho scoperta è Creta, alla taverna Apothiki, sulla spiaggia di Triopetra: è servita con una spolverata di arachidi.

Un’altra tipologia di piatto che amo moltissimo in Grecia sono le crocchette di verdure o legumi: buonissime quelle di ceci, veri e propri felafel, ma anche quelle di zucchine sono sempre gustose. L’ultima volta, ho provato una variante al finocchietto, da Nikoulias, a Serifos. Davvero super!

La classica tavola imbandita a Creta

La classica tavola imbandita a Creta

Insalata greca

Quasi impossibile scegliere fra le tante taverne: l’insalata greca, che esiste davvero e non ce la siamo inventati noi, non è mai mancata a ogni pranzo. I pomodori sono sempre succosi e maturi, mentre il cetriolo rinfresca. Cipolla e peperoni non sono per tutti, è vero, mentre la feta, le olive e l’olio saporito del Mediterraneo danno il carattere giusto al piatto. Sembra sempre uguale, invece ogni taverna, e ogni famiglia, ha il suo tocco: un formaggio diverso, i capperi, qualche erba aromatica. E ogni volta sono grandi soddisfazioni. Almeno una la voglio segnalare: siamo ancora a Sifnos, a Kastro, lo stupendo borgo candido affacciato sull’Egeo. Il ristorante To Astro ci ha conquistati, per l’abbondanza dei piatti e la gentilezza della proprietaria. Qui l’insalata greca è particolarmente abbondante, servita in una grande ciotola colorata con un formaggio di capra locale, molto cremoso e grandi olive.

Saganaki

La feta la amo moltissimo: semplice, candida, saporita. Oltre che nell’insalata greca vi capiterà di trovarla cotta al forno, avvolta nella stagnola, o fritta nell’olio, modalità saganaki. Inutile dire che non è proprio la variante più leggera, ma la trovo irresistibile. Ecco due posti da segnarsi. Il primo è ancora una volta a Sifnos (ve l’ho detto che è l’isola per gourmet), nel bellissimo paesino di Artemonas, con le sue case neoclassiche, subito sopra Apollonia. La taverna, con una bellissima terrazza, perfetta per l’ora del tramonto, si chiama To Chriso. Qui potrete anche assaggiare il Mastelo, un piatto locale a base di agnello. L’altro indirizzo non si trova su un’isola, perché sto parlando di Galaxidi, graziosa cittadina sul mare poco distante da Delfi. Andate sul lungomare, alla Taverna Porto: non ve ne pentirete. Le foto non renderanno mai abbastanza giustizia: non resta che assaggiare.

Ad Artemonas da To Chriso

Ad Artemonas da To Chriso

Moussaka

Un piatto mitico, che per me che vengo da Bologna fa tanto casa visto che ricorda, e molto, le lasagne. E’ la nemesi in spiaggia, mentre la sera ti costringe a camminate e amari digestivi. Ma la moussaka, strati di puro piacere a base di melanzane, besciamella, carne macinata e, a volte, patate, è da provare almeno una volta. Nel dubbio segnalo tre posti in cui assaggiare la versione migliore: quella casalinga. Provatela alla Taverna Platsa Matina e Stavros, nell’abbagliante paesino di Koronos, sull’isola di Naxos. Rigenerati dall’ombra del pergolato, si trova l’audacia di assaggiare la moussaka anche a pranzo, mentre i vecchietti del posto vi guarderanno con curiosità. Ancora più casalinga la versione di Choreutis, a Tholaria, sull’isola di Amorgos. Un altro pergolato, un altro vino sincero dal colore dubbio e un’altra cuoca in cucina che vi farà scegliere dalla teglia che vi ispira di più per pochi euro. Da qui si vola a Delfi, nella più elegante Taverna To  Patriko Mas. Sulla meravigliosa terrazza, affacciati sul golfo di Corinto, concedetevi un’ora di paradiso con un cocktail del formidabile Vasilis e una porzione di moussaka davvero strepitosa.

A Koronos

A Koronos

Polipo grigliato

Sarà stata la vista sul meraviglioso tempo di Poseidone a Capo Sounio, sarà stato mangiare in riva al mare, oppure sarà stato che era la prima volta che tornavo in Grecia da tempo, ma il polipo della taverna Akrogiali me lo ricordo ancora dopo cinque anni: croccante e saporito. E’ un altro piatto ricorrente nella cucina greca, perfetto per un pranzo che non richieda la lavanda gastrica. Un altro indirizzo può essere la taverna sulla spiaggia di Sikamia, sulla costa nord di Serifos.

Pesce e dintorni

Non è vero che in Grecia si mangia solo carne, per quanto sia un piatto, soprattutto l’agnello, della tradizione. Ma del resto non va dimenticato mai, e a tavola si capisce una volta di più, che la gente per secoli ha vissuto nei paesini dell’interno, per sfuggire agli attacchi dei pirati. Ma oggi le cose stanno diversamente: anzi, i posti che propongono specialità di pesce mi sembrano in aumento. Se capitate a Sifnos vale la pena arrivare in cima all’isola per raggiungere il villaggio di pescatori Heronissos. Il porticciolo è incantevole, anche se la spiaggia piuttosto piccola, ma colorata dalle barche e dalle reti gialle. E poi è circondata da taverne, in cui sembra di mangiare sull’acqua: noi abbiamo provato la taverna di pesce (Fish tavern) sulla sinistra, con i tavolini blu e il pescato del giorno era davvero ottimo.

Lo so, nel piatto c'è l'insalata, ma la foto rende l'idea di come è mangiare in questo porticciolo... praticamente sull'acqua

Lo so, nel piatto c’è l’insalata, ma la foto rende l’idea di come è mangiare in questo porticciolo… praticamente sull’acqua

[Salto un attimo in un’altra categoria, quella dei fish bar. Sempre se siete a Sifnos e volete farvi un regalo c’è l’Omega 3, direttamente sulla spiaggia di Platis Gialos. Mettete via le tovaglie di carta, qui ci si siede su alti sgabelli ed è tutto molto trendy, ma ne vale la pena, perché i piatti di pesce, anche crudi, sono buonissimi e serviti in un tripudio di colori: provate il ceviche. Qualche sera prima di noi era passata di qui Scarlett Johansson: ma star o no, qui si mangia davvero bene, ed è decisamente meglio prenotare per non restare con le pive nel sacco (se vi trovate nei paraggi, passate a pranzo anche al Maiolica, per ottime specialità, un po’ piccole ahimè, mediterranee come l’hummus e polipo scottato o al Palmira, per una bella collazione dai ritmi soft, anche per vegani].

Uno dei piatti all'Omega 3

Uno dei piatti all’Omega 3

Uno dei piatti del Maiolica

Uno dei piatti del Maiolica

Ed eccoci alla carne (in effetti c’è anche il Pita giros)

Visto che non si mangiano solo giros e souvlaki? Ma certo che ci sono anche loro e sono buonissimi. Il primo è la classica carne ‘sfilacciata’ tipo kebab e i secondi sono spiedini di carne, dal maiale al pollo, sempre serviti con patate fritte, pomodori e tzatziki. Sono spesso piatti abbondanti e generalmente economici, un indirizzo sicuro è la taverna Markos a Serifos, proprio sul mare, a Livadi. Un po’ in tutte le località troverete poi piatti a base di agnello, ad esempio il Sofrito (stufato) o varianti alla griglia (del Mastelo ho già parlato sopra). Lo stesso vale per la carne di pecora, dal sapore più deciso: ad Amorgos, al Thalassino Oneiro di Tholaria, mi è capitato di mangiarlo con riso e cannella: l’Oriente era decisamente vicino. Se poi siete vegetariani convinti potete puntare su un altro piatto: i pomodori e peperoni ripieni di riso, cotti al forna, gemista. E anche voi andrete a casa soddisfatti.

 

 

I vini delle Cicladi: a Serifos

La prima immagine che ho di Serifos è di me che arranco su una salita, fra i muretti. In fondo, il monastero di Tachiarchis, dove vive un monaco solo da anni. A sinistra l’Egeo. L’unico suono è quello di grilli e cicale, nella campagna bruciata dal sole. Ma che fatica salire a piedi fino alla cantina, non me lo sono mai sudato così tanto un calice di vino.

La strada per la cantina

La strada per la cantina

Questa storia inizia a Serifos, una delle ultime due isole delle Cicladi che abbiamo visitato. L’altra era Sifnos, l’isola di fronte, ma non nascondo che la prima è stata la vera scoperta di questo viaggio. Piccola, brulla, divisa fra paesini quasi disabitati e una chora bellissima, Serifos ha un’anima un po’ punk con il suo passato legato alle miniere, murales e tante imperfezioni che la rendono più spontanea. E poi c’è il vino- quello locale dal colore ambrato, servito a temperatura ambiente -, ma soprattutto la cantina Chrysoloras, piccolo gioiello scoperto la prima sera a cena, nel porto di Livadi. Il vino bianco ci è piaciuto subito e così abbiamo mandato una mail: nel giro di un paio di giorni la visita era organizzata (con grande gentilezza, perché normalmente non ricevono, per ora, visite).

Sì, ma perché poi ci stavo andando a piedi? Perché l’azienda si trova in una stupenda zona panoramica, ma per arrivare bisogna imboccare una strada molto ripida e la nostra piccola auto a noleggio si è piantata. Dunque sono scesa, per alleggerire il mezzo che, in qualche modo è poi andato su. E così, sotto il sole cocente ho potuto comunque osservare la bellezza del posto, fra muretti a secco, terrazzamenti, chiesette bianche, viti, fino alla cantina, piccola ma molto moderna. Salendo lentamente ho capito un po’ meglio il luogo in cui questo vino nasce, avvantaggiato dall’altitudine, ma comunque vicino al mare.

La vista dalla cantina

La vista dalla cantina

Il padrone di casa è Christos Chrysoloras, classe 1982, cresciuto nell’isola di Serifos. Una storia semplice e bella come la terra che ci circonda: è nato a Platis Ghialos, dove c’è la bella spiaggia che si vede in fondo alla strada, in cui eravamo stati la mattina. In quella casa ancora ci vive, con la moglie che da Atene è venuta a lavorare qui come insegnante. Christos non parla inglese ed Eugenia traduce per noi.

Se già non fosse bellissima l’idea che uno faccia il lavoro che ama nel posto in cui ha le sue radici -in più con una vista sul mare che toglie il fiato – quello che rende ancora più emozionante la faccenda è che quella di Christos è la prima vera cantina sull’isola. La sua famiglia, spiega, ha sempre fatto il vino, rigorosamente sfuso, ma lui ha voluto fare qualcosa di più. E così si è lanciato in questa avventura nel 2008 (la produzione è iniziata nel 2015): fa tutto lui, dal lavoro in vigna, all’imbottigliamento in cantina dove la new entry è la macchina per etichettare le bottiglie. Solo durante la vendemmia, che ha già iniziato ormai, si fa aiutare da qualcuno per la raccolta manuale. Poi l’uva corre in cantina: parte del vino è ancora venduto sfuso, ma ora nascono anche due etichette, un bianco e un rosè, certificati bio. Entrambi si chiamano Ξηρό Χωριό (Xiro Chorio, significa villaggio secco ed è il nome della località). Le vigne sono come grandi cespugli, ricordano un po’ gli alberelli. In questo modo le foglie fanno ombra e le viti, più basse, non rischiano di essere danneggiate dal vento che qui può essere molto forte. L’uva coltivata è fondamentalmente di due tipi: il serfiotiko e la mandilaria. Non si butta via niente: con le vinacce viene poi prodotta una specie di grappa.

Dopo avere visitato la piccola ma attrezzata cantina, usciamo sulla stupenda veranda, da cui assistiamo a una delle più belle viste dell’isola. Stanno pensando di portare i turisti qui, per degustare i vini con qualche prodotto tipico, ma un passo dopo l’altro: l’avventura iniziata è davvero impegnativa. Intanto il vino viene venduto sull’isola e ad Atene. Noi assaggiamo il rosè, con un bellissimo colore brillante, fruttato, sapido, abbastanza lungo. Il rosè in Italia sta vivendo una nuova stagione visto che fino a pochi anni fa era tendenzialmente snobbato. In realtà, spiega Christos, il suo è fatto con le uve rosse migliori. E nel bicchiere, si sente tutto.

Chrysoloras winery, Flaskos, Serifos, Tel. +30 697 727 5993 –  chrysoloras@gmail.com

Cinque posti che amo dell’Asia

In  questi giorni di trasloco mi è spesso venuta in mente l’Asia. Fra gastriti per gli intoppi e la mia capacità di prendersela per cose, in fondo, minime, ho pensato spesso alla quiete e alla capacità di sano distacco che si respira in certi luoghi in un raggio un po’ vasto in realtà, diciamo dall’India al Giappone. Qualche migliaia di chilometri in cui vagare per templi, guardare lo scorrere del fiume, far sì che l’abito di un monaco colori la giornata. Ho fatto una piccola lista di tutti quei luoghi asiatici in cui torno ogni volta che chiudo gli occhi. L’Asia, per quanto sia difficile raggruppare sotto questa etichetta una serie di paesi in  cui sono stata negli ultimi anni, non è il posto in cui io più mi senta in sintonia, o diciamo a casa. Per me è l’altrove, l’altro modo possibile di vivere e diventa una voce che chiama.  E può provocarmi grandi innamoramenti.

1) Luang Prabang, Laos

Luang Prabang

Luang Prabang

E’ sempre la prima della lista, pur con i suoi difetti. Ma chi non li ha? Per me è la città del vero primo viaggio in Asia, è il cuore del Laos, è la città dei due fiumi, quelli che guardava Terzani immaginando che forse il tempo non scorre proprio come sembra a noi. Forse il futuro è già successo, rifletteva Tiziano sulla collina del Phou si durante il suo viaggio a caccia di indovini. Luang Prabang è una città accogliente, è una città dolce. E’ bello trascorrervi qualche giorno fra giri in bici, lunghe colazioni in riva al Mekong, assaggiando le contaminazioni con la cucina francese e soprattutto visitando i templi, così numerosi. Passate verso l’ora del tramonto, potreste imbattervi in giovani monaci impegnati a cantare, è un momento ipnotico e commovente. Tralascio invece la famosa questa mattutina: è vero che è presa d’assalto dai turisti e che ormai è molto commerciale, verissimo. Ma la sfilata di quelle decine di monaci di tutte le età che sembrano camminare sull’aria nelle loro vesti raccogliendo le offerte è uno spettacolo che vale sempre la sveglia all’alba.

2)  Ponto cho, Giappone

Ponto cho

Ponto cho

Un’altra prima volta, quella in Giappone e con Kyoto. In quella occasione la città mi accolse sotto la pioggia, come se non bastasse già il jet lag. Ma varcare la soglia e scoprire il piccolo mondo che si celava dietro una porticina scorrevole è stato come essere accolti per sempre in quell’universo giapponese fatto di gesti, di gentilezza, di calore. E in quel caso anche di yakitori, i divertenti spiedini mangiati al bancone che mi hanno fatto dimenticare la stanchezza. E’ stata un’iniziazione. E un innamoramento. Quel localino a Ponto cho, il vicolo storico nel centro di Kyoto, non esiste più, ma tutto il resto sì. L’atmosfera sospesa, le porte di legno, i ristoranti costosi solo intravisti e immaginati dietro la carta di riso. Il fiume scorre a un passo e con un po’ di fortuna, fra una lanterna e l’altra, potreste restare abbagliati dal candore del viso di una geisha.

Yakitori

Yakitori

3) Bayon, Cambogia

Il bayon

Il bayon

Come è fastidiosa Siam Reap, con la sua confusione perenne, così i templi di Angkor sono incantevoli. Non sembrano di questo mondo; avvolti come sono dalla giungla, sembrano arrivare da un altro pianeta. In questo labirinto di pietra, il mio preferito resta comunque lui, il Bayon, con i suoi volti che ti osservano da ogni prospettiva. Di quella visita ho due ricordi: quello del mattino, con attacco di bile per i turisti urlanti, i selfie stick e il cibo buttato alle scimmie sempre più impertinenti. E poi quello del pomeriggio, col sito archeologico mezzo vuoto, e poca gente insieme a noi nella luce dorata che precede il tramonto. In mezzo a tutti quei sorrisi. Sorridere del mondo, con tutte le sue follie? O forse è benevolenza verso il genere umano. O forse è un invito a fregarsene delle beghe quotidiane. Comunque sia, è un luogo potente e magico, che mi fa pensare ad Angkor come a uno di questi posti nel mondo che proprio non si possono non visitare.

Facce soddisfatte nel tempio Bayon

Facce soddisfatte nel tempio Bayon

4) Varkala

Silenzio, pescatori e tanto caldo. Varkala può essere una trappola turistica, ma in realtà poi dispiace ripartire quando si riprende l’ennesimo treno indiano affollato. Paradiso hippie e del viaggiatore zaino in spalla – in particolare di quella tipologia (che mi fa rosicare con una specie di nostalgia delle cose non vissute) che parte col biglietto di sola andata perché tanto è in pieno anno sabbatico -, la spiaggia di Varkala è anche meta di cacciatori di medicina ayurvedica. E infatti abbondano le spa, molte vere, altre un po’ alla buona, diciamolo. Ma dietro il lato Occidentali’s Karma su questa sponda del caldissimo oceano Indiano si trova quel puro piacere di oziare in mezzo a una natura rigogliosa, che è il grande regalo del Kerala. Vale proprio la pena pernottare un po’ prima della spiaggia principale, dove cenare in intime spiaggette davanti al mare, interrotti solo dal rumore della risacca. E aspettare il buio, quando i pescatori, avvolti nel loro corto sarong, salpano dopo avere sistemato le reti per ore. Allora è bello osservarli, ormai ridotti a punti luminosi che galleggiano sull’acqua, da lontano.

Pescatori a Varkala

Pescatori a Varkala

5) Takayama

Sono tanti i luoghi che amo in Giappone, per esempio Kyoto e il Monte Koya, ma Takayama è proprio un po’ speciale. Concentra nel suo piccolo centro tutte le cose che amo di più quando mi trovo là e dove anche un Paese così modernizzato all’improvviso si scopre ‘più asiatico’ del previsto. Un po’ per le tante case tradizionali in legno perfettamente conservate, un po’ per il bellissimo santuario di Sakurayama Hachiman. E poi per i suggestivi matsuri, le feste legate alle stagioni che si tengono due volte l’anno, in primavera e in autunno, in cui sfilano enormi carri che come stile rimandano alla Cina. Ma non è finita qui. Non posso non citare i ryokan tradizionali con onsen dall’acqua bollente, o la favolosa carne di Hida, la specialità locale che si scioglie in bocca. E poi c’è il viaggio in treno, che si arrampica sulle Alpi giapponesi fra gole, risaie e case isolate, con il loro tempietto fuori dalla porta. Ci sono i giri in bicicletta, i fiori nei tombini, i negozi di ceramiche e le distillerie di sakè. C’è il mercato mattutino sulla riva del fiume e Shirakawa-go, con le sue casette tradizionali è un passo. Devo aggiungere altro?

 

A Opuwo per visitare gli Himba

In lingua locale Opuwo significa ‘la fine’. La fine della Namibia? La fine della civiltà per come la intendiamo noi? La fine della strada asfaltata? Torno con la mia fissa per i luoghi di confine, gli avamposti. In Namibia quella di trovarsi alla fine del mondo è una sensazione più o meno ricorrente, ma qui, verso l’estremo nord del Paese, la si sente ancora di più.

 

A Opuwo ci si viene per due motivi: per visitare un villaggio Himba e le Epupa Falls, al confine con l’Angola. Chi ha più tempo e voglia di incontrare una delle etnie più fotogeniche del Paese prosegue circa 200 chilometri a Nord dall’Etosha National Park su una strada in mezzo a territori selvaggi, ma che fortunatamente oggi è asfaltata. Per chi, come nel nostro caso, arriva da sud – dalla costa e da Twyfeltontein – , il salto è grande. Finché l’Africa è fatta di enormi spazi, di passaggi montani e di deserti, prevale un senso di spaesamento, ma anche di meraviglia. Le città, invece, spesso hanno qualcosa di inquietante, saltano gli schemi a cui siamo abituati. Come, ad esempio, trovare donne mezze nude che attraversano la strada, le Himba, o fare fatica a scendere dall’auto per l’assalto di un gruppo di ragazze che vendono braccialetti. Oppure vedere, fra gli scaffali del supermercato, una signora Herero avvolta nel suo voluminoso e colorato vestito di epoca vittoriana. Opuwo è una città in cui esplodono le contraddizioni, per questo credo che un viaggio in Namibia senza una tappa qui sia fondamentalmente un po’ incompleto.

Nel villaggio himba

Nel villaggio himba

Per visitare gli Himba abbiamo trovato su Internet John, un ragazzo di origini Himba con un notevole piglio imprenditoriale. Nel giro di qualche anno si è fatto un nome come guida- parla molto bene in inglese- e da poco ha aperto un camping proprio lungo la strada che porta ai villaggi: è un posto decisamente spartano ancora, ma ci sono parecchi alberi sotto i quali campeggiare per chi ama immergersi nella natura africana. Noi lo abbiamo incontrato in città la sera prima, per accordarci sulla visita: è così che abbiamo scoperto che l’avremmo condivisa con Bogdan, un ragazzo romeno che stava finendo un giro pazzesco in bicicletta, da Il Cairo a Città del Capo. In cambio del nostro giro al villaggio abbiamo dato a John soldi per comprare farina di mais, pane e altri alimenti per gli Himba. Poi, la mattina alle 8, siamo partiti.

Nel villaggio

La strada sterrata che porta al villaggio è lunga circa 40 chilometri. Si incontrano altri villaggi e ragazzini che spingono il bestiame in mezzo alla strada per far fermare i turisti (non poi tanti in verità) e spillare loro qualche soldo. La nostra guida però li sorprende urlando dietro cose incomprensibili, ma che ottengono un risultato immediato: i bambini scappano di gran carriera. Ogni tanto si staglia in lontananza la figura di una donna Himba, con il suo carico di acqua sulla testa. Mi resta impressa l’immagine di due montagne gemelle, sembrano vulcani grigi all’orizzonte.

Quando arriviamo al villaggio troviamo un tempo sospeso, o quasi. Se non fosse per il solito fuoristrada, un po’ sgangherato in verità, parcheggiato fuori dalla staccionata e il cellulare che intravedo sul gonnellino della moglie del capo, potrei trovarmi in qualsiasi momento della storia umana. Al villaggio i ragazzi non sembrano far troppo caso alla nostra presenza: per loro è una normale mattinata di lavoro, iniziata con il sorgere del sole. Dico ragazzi perché nello spazio recintato troviamo soprattutto bambini e giovani: gli anziani sono fuori con le pecore, mentre le donne si occupano di varie faccende domestiche. Una ragazza munge una mucca, una donna prepara una specie di formaggio agitando due otri, un’altra ripulisce la soglia della capanna, anche se è difficile pensare al concetto di pulizia quando viene usato sterco di mucca al posto dello sgrassatore. In effetti questo materiale decisamente a chilometro zero viene anche bruciato: in generale a queste latitudini si potrebbe dire che della mucca non si butta via niente.

La maggiore parte degli abitanti ci guarda appena, soprattutto gli uomini impegnati a… evirare un toro. Una scena cruenta, che spezza la monotonia della mattinata, mentre la vista di quegli animali che scalciano mi impaurisce. Ma va tutto bene, tutto avviene del recinto, il cameo di me incornata viene fortunatamente rimandato e i ragazzi si riposano chiacchierando sotto gli alberi. Sembra una conversazione concitata, ma scopriamo poi che stavano parlando così animatamente di mucche.

Quelli veramente incuriositi dalla nostra presenza e dal nostro abbigliamento sono i bambini. Soprattutto uno, davvero piccolo, vuole assolutamente essere tenuto per mano da noi e da Bodgan: ci segue come un’ombra, è molto insistente, ma anche tenerissimo nella sua felpa rossa. Gli altri, un po’ più grandi, sono impegnati nella versione locale del lancio di palle di neve. Se avete letto poco più sopra, avrete già capito la consistenza dei ‘missili’: mi sento anni luce dai parchetti in cui giocano i miei nipoti, dalle salviette profumate sempre a portata di mano che escono dalle borse delle mamme in Italia. Qui non si lavano proprio, ci spiega John, le donne si coprono la pelle e i capelli di questa sostanza rossa che protegge dal sole e dagli insetti e che le caratterizza. E basta. Qualcuno va a scuola, ma per la maggior parte della tribù la vita si svolge nel villaggio; al massimo si va in città a Opuwo a piedi, o in auto quando c’è un passaggio. La corrente elettrica arriva, ma solo nelle capanne più vicino alla strada.

Le donne hanno l’aria sempre un po’ seccata, alcune sono giovanissime, ma molte di loro hanno già dei figli. Una mi invita a cucinare con lei una specie di polenta che sobbolle in un pentolone: non ho la sua forza e mi sento maldestra, ma almeno mi accenna un sorriso. È un mondo, devo ammetterlo, che mi sconcerta parecchio. Mi colpisce nel profondo, mi incuriosisce, ma sento che ci vorrebbe del tempo per capire davvero come si può vivere così, lontano da tutto, in barba a tutto. In un’altra dimensione. Una volta di più ragiono sul fatto che nel nostro mondo abbiamo troppe cose, ne siamo assuefatti. Ma qui, francamente, mi pare che ne manchino un po troppe. Oppure il problema è che viaggiamo sempre con troppe aspettative, facciamo subito il confronto con il nostro mondo, mentre forse dovremmo guardare e basta. Non so cosa pensassi di trovare, forse un’esperienza più turistica, tanto artigianato locale pronto solo ad essere messo su aereo e mostrato a casa, raccontando che l’ho pagato due soldi. Niente, per fortuna, di tutto questo è successo. Mi sembra di essere atterrata sulla terra qualche secolo fa.

Mentre sono persa in tutti questi pensieri, la prima moglie del capo villaggio ci accoglie nella sua capanna. All’interno è pulita, ma l’odore è pungente fra l’odore delle braci e quello dei gonnellini in pelle attaccati alle pareti. La donna mi scruta con aria un po’ severa. Ci chiede se siamo sposati e da quanto, se abbiamo figli. Chiede da dove veniamo, ma non so la parola Italia su quale mappa se la possa visualizzare. Consegniamo il cibo e capiamo in fretta che il pane a fette è l’oggetto che va a ruba. Ce ne andiamo e lasciamo il gruppo così, sotto quell’albero che ripara dal sole infuocato di mezzogiorno, con le loro chiacchiere.

Solitaire, nel deserto della Namibia

Ho sempre avuto un debole per i luoghi di confine, gli avamposti. Presente quella descrizione sulle guide a proposito dei posti di frontiera, che sono l’ultimo segno di umanità prima delle terre selvagge? Quelle tappe del viaggio in cui la natura fa uno scarto; da lì in avanti il paesaggio cambia e diventa inospitale. Nel mio recente viaggio in Namibia molti posti potrebbero rientrare in questa tipologia far west, ma quello che vince a mani bassi la mia personale categoria del ‘desolato’ è sicuramente Solitaire. Con un nome così, non poteva essere altrimenti.

strade della Namibia

Da Windhoek a Sossusvlei

Solitaire è una tappa obbligata per chi è diretto a Sossusvlei. Molti viaggiatori raggiungono questo cuore assetato fra le dune – una delle foto più scattate in Namibia- come prima tappa direttamente dalla Capitale, ma c’è anche chi arriva da Nord, solitamente da Swakopmund, sulla costa atlantica. Le strade in Namibia non sono mai molte e per arrivare a Sesriem, la porta per il Namib-Naukluft National Park, una sosta in questo luogo sperduto lo fanno praticamente tutti. Ed è qui il bello, perché quando si arriva con l’auto in questo piccolo agglomerato nel deserto, si incontrano tutti i tipi di viaggiatori.

paesaggio della Namibia

Noi arrivavamo da nord, accaldati dopo i primi 250 chilometri di strada da Windhoek. Appena fuori dalla capitale, infatti, inizia subito un bianco sterrato, che si inoltra fra pascoli e fattorie: è facile incontrare mucche marroni che fissano placide il passaggio dei fuoristrada dal ciglio della strada. Il tragitto cambia lentamente sulla C26 e la C1275, fino al Gamsberg Pass, quando si inizia a scavallare in una terra sempre più rocciosa. Si attraversa anche il Tropico del Capricorno in questo scendere sempre più a Sud, sempre più vicini al cielo. E’ così vasto che sembra di toccare le nuvole bianche che ci accompagnano dall’inizio: sono così dense da proiettare la loro ombra sulla terra, regalando continui giochi di colore. Un punto panoramico pazzesco, da cui l’occhio corre, per la prima volta, sul deserto marrone sottostante, è il passo di Spreetshoogte Questo tratto è percorribile dai fuoristrada, ma non dai camper. Se rientrate nella prima categoria, fermatevi ad ammirare la vastità che vi aspetta dal punto panoramico: c’è anche un tavolino per chi vuole fare una sosta più lunga.

La strada continua sterrata, ma dritta, fino a Solitaire. I primi insediamenti iniziano a vedersi qualche chilometro prima, quando fanno la loro comparsa campeggi e guesthouse. Non credete, sono una manciata di sistemazioni, non è certo un posto molto frequentato! Poi, ecco il piccolo agglomerato, annunciato da una serie di colorate auto d’epoca, di cui alcune ribaltate verso l’alto. Un tipo di immagine, questa, che  ho ritrovato spesso nel mio viaggio in Africa: come se le cose che appartengono alla modernità vengano a un certo punto superate, non siano più che dei ferri vecchi, a queste latitudini. E’ come se quello che si rompe qui non venga riaggiustato. Oppure qui fa solo folclore, chissà.

La Solitaire Desert Bakery

Comunque sia, eccoci arrivati, fra cactus, i cartelli di un’area di sosta e un campeggio. Ma il pezzo forte è il fornaio. Sì, quello che mi fa impazzire è che qui, in mezzo al nulla, c’è una bakery. Buonissima per giunta. Per risparmiare un po’ e una sosta veloce, si può scegliere fra muffin, torta ai mirtilli o una pasta alla cannella (ottimo anche il caffè). Volendo si può anche puntare sull’hamburger o il fish & chips, ma l’importante è guardarsi attorno e ‘curiosare’ fra i tavoli degli altri viaggiatori: ci sono famiglie, gruppi di varie nazionalità che si spostano a bordo di pulmini panoramici. Oppure coppie di amiche, armate di reflex, o di amici, che sembrano usciti da Mr. Crocodile Dundee. Comunque è il trionfo del color kaki, del camper, del gilet pieno di tasche e gadget da safari. E’ una straordinaria umanità quella che si ritrova sotto le pale della veranda, nel caldo infuocato del deserto. Fra pneumatici, taniche di benzina e vento caldo.

deserto della namibia

Solitaire, nel deserto della Namibia

Il deserto della Namibia: ultimo tratto verso Sossuvlei

Da Solitaire ripartiamo verso il deserto, che si fa sempre più arido. La nostra meta è il Quiver Desert Camp, un luogo bellissimo, circondato da rocce che la sera si incendiano di rosso. Un panorama arido da ammirare dalla propria casetta che si confonde con i colori sabbiosi circostanti, magari cuocendosi la carne nel barbecue (braai) sulla veranda o semplicemente guardando il sole che sparisce lasciando un cielo stellato commovente. Insomma, un posto arroventato (per fortuna c’è una piscina, eh) in cui aspettare solo che la giornata scivoli via, nella pace più totale. Da qui si arriva dunque a Sesriem, la porta di accesso per Sossusvlei.

Solitaire, nel deserto della Namibia

All’interno dell’area parco ci sono solo due possibilità di dormire: un campeggio molto ben organizzato e un lodge lussuoso. Indovinate quale abbiamo scelto noi? E abbiamo fatto bene, perché la piazzola alberata dotata di acqua ed elettricità è straordinaria: un luogo in cui aspettare il tramonto con un calice di vino in mano.

Dal campeggio si prende la strada (asfaltata, miracolo) che porta fino a Sossusvlei e Deadvlei. Ma questo, è un altro post.

Altri post sulla Namibia

  1. Guida pratica per un viaggio in Namibia
  2. Twyfelfontein, nel rosso della Namibia
  3. Solitaire, nel deserto della Namibia

A Twyfelfontein, nel rosso della Namibia

Forse non sarà il luogo più noto della Namibia, come l’Etosha o Sossusvlei, ma in viaggio a volte capita che il cuore resti in posti che in noi accendono una scintilla. Questa volta è successo a Twyfelfontein, una delle tappe che più ho amato, anche se tutto lasciava presagire una serata disastrosa, per quanto fossimo pure usciti indenni dalla Skeleton Coast. Ci troviamo nel Damaraland, una zona non solo bellissima dal punto di vista paesaggistico, ma anche interessante da quello culturale, grazie alle incisioni rupestri che permettono di fare un salto nel tempo di millenni.

Dalla Skeleton Coast a Twyfelfontein

Sapevamo che sarebbe stata una delle tappe più lunghe del nostro viaggio, quello che non sapevamo è quale strada avremmo scelto. Parliamo di una meta, la zona di Twyfelfontein, che rientra normalmente nei tour fra l’Etosha e Swakopmund e che la maggior parte dei viaggiatori di solito raggiunge passando per una strada interna, la C35, che passa per Uis costeggiando il Branberg. E anche noi stavamo per fare la stessa scelta, visto che il navigatore la consigliava come opzione più veloce, più corta di circa 40 chilometri rispetto alla Skeleton Coast (un tragitto totale di 460 chilometri). In più, dopo una lunga ricerca su Internet, sembravano pochi gli avventurieri della costa, che in certe stagioni può diventare davvero spettrale a causa della nebbia e della strada salina scivolosa. Dunque che fare? Mentre facevamo colazione alle 6 nell’ostello di Swakopmund, la graziosa cittadina coloniale tedesca sull’Oceano, abbiamo deciso di scegliere in base alle condizioni meteo.

Viaggio in Namibia: le strade

Il segreto è essere mattinieri: alle 8 avevamo già visto da una spiaggia desolata vicino a Henties Bay il relitto della nave Zeila, giusto in tempo prima di essere ‘assaltati’ da venditori ambulanti, e ci siamo diretti verso Cape Cross, area protetta abitata da migliaia di otarie. Lo spettacolo offerto dalla colonia è potente e inquietante, mitigato solo da un bellissimo lodge poco lontano – non del tutto immune dal cattivo odore delle amiche otarie ahimè-, ma che è stata una meravigliosa tappa per una seconda colazione, davanti a un fazzoletto azzurro d’oceano. Una scena da Oceano Mare, per certi versi ricordava proprio la locanda immaginata da Baricco.  Abbiamo chiesto un’ultima volta consiglio sulla strada e alla fine abbiamo proseguito lungo la famigerata Skeleton Coast, puntando a uscire entro le 15 dal gate di Springbokwasser. Perché racconto tutto questo: perché arrivare nel roccioso Damaraland dopo avere percorso oltre 200 chilometri di costa piatta e grigiastra, è stato come atterrare su un altro pianeta. Un pianeta sempre aspro e infuocato, ma esplosivo nei suoi colori. Anche se di esseri umani non se ne vedono poi molti di più.

L'ingresso al parco della Skeleton Coast, Namibia

L’ingresso al parco della Skeleton Coast, Namibia

La Skeleton Coast

La Skeleton Coast

Nel Damaraland

Qualcuno c’è. Qualche allevatore, non lontano dai recinti in cui pascolano mucche marroni sotto un sole rovente. A volte si intravede qualche casupola e, addirittura, minuscoli villaggi che sembrano popolati da gommisti: avere un intoppo con l’auto in questo tratto di nulla può essere una rogna non da poco ed evidentemente qualcuno si è attrezzato. Altre volte si incrociano carcasse di macchine, senza ruote, rivoltate verso l’alto come scheletri di insetti. Non sembra un mondo per uomini, la Namibia. Ma, rispetto alla costa, questo sterrato roccioso incute comunque meno timore: forse è merito dell’erba verdissima che, chilometro dopo chilometro, torna a popolare questo mondo. Il rosso della pietra circostante esalta i radi prati, che in questa fine dell’estate sono pure più rigogliosi del solito. Gli alberi si contorcono, ci diciamo più volte che l’Africa, da casa, ce l’aspettavamo proprio così. Così come? Spazi sconfinati, luoghi primordiali, che sembrano solo sfiorati dall’uomo.

La strada sale e scende continuamente, alcune buche sono impossibili, ma procediamo spediti verso il lodge che ci attende, sognando la piscina, senza curarci del pranzo saltato e delle temperature esterne. Mi ricorderò di non avere praticamente bevuto solo prima di cena, quando il caldo desertico mi taglia le gambe e mi sembra di avere la  testa nel forno: a Twyfelfontein ho capito cosa si intende con disidratazione e perché tutti ti fanno una testa così sul fatto di bere quando è molto caldo anche se non hai sete: il rischio, altrimenti, è di stramazzare a un passo dal buffet (nulla che un po’ di ghiaccio sui polsi e carne alla griglia ben salata non abbia poi risolto). Nel frattempo, infatti, dopo circa 7 ore di auto, siamo arrivati al  nostro lodge, nascosto dalle rocce rosse, che sembrano inglobarlo.

Le stelle del Sud

Verso sera il luogo cambia. Del caldo della giornata resta un’arietta dolce, che mi fa rinascere. Si sentono solo i grilli, mentre sul lodge cala un manto stellato. A Twyfelfontein ho imparato a leggere il cielo australe, grazie alla lezione di un signore tedesco che ormai vive lì da 50 anni e che regala un viaggio di un’ora nella Via Lattea. Con laser e telescopio, ci mostra la Croce del sud, Alfa e Beta Centauri, ci aiuta a riconoscere Orione e le costellazioni del Leone e dei Gemelli. Infilando l’occhio in quel minuscolo foro, ci porta con lui fra le lune di Giove. E’ un momento magico, in cui mi sembra di avvicinarmi un po’ di più a questa natura travolgente, ma essenziale, che ci stupisce ogni giorno di più da quando siamo in Namibia. Mi avvicina a quegli uomini, che millenni fa, hanno lasciato una loro traccia incidendo la roccia qui vicino. Ed è lì che andiamo di buon’ora, il giorno dopo.

Per quelle strane casualità del viaggio, i nostri compagni nella visita guidata – l’unica formula possibile nel sito che è patrimonio Unesco- sono due signori tedeschi che la notte prima hanno esplorato il cielo con noi. Il centro visite si confonde ancora una volta con il panorama circostante: è realizzato con vecchi barili di benzina. La struttura sembra un guscio di bronzo ed è progettata per essere facilmente rimossa, proprio come le passerelle da cui si osservano le incisioni rupestri. Kudu, giraffe, rinoceronti e leoni sono lì su quelle rocce da circa 10mila anni. Ci sono anche impronte umane, come se quelle pietre fossero lavagne, su cui prepararsi, prima di andare a caccia. C’è persino una foca, che stupisce, a tanti chilometri dalla costa e lascia correre l’immaginazione. Molte di queste immagini mostrano animali con tratti umani: la spiegazione sta nel fatto che molte di questi figure rimandano allo stato di trance degli sciamani.

Il luogo, infatti, era sacro ed è stato colonizzato – con il nome che tradotto significa “sorgente dubbia”- nel 1947 dai primi bianchi. Vicino al sito si vedono ancora i resti della casa, poi abbandonata quando la famiglia che vi abitava è stata costretta a tornare in Sud Africa negli anni della segregazione razziale. Qui i bianchi non potevano stare. Tornando dalla visita non resisto e chiedo alla nostra guida, una ragazza che parla un ottimo inglese, qualcosa su tutti quegli schiocchi che fanno con la lingua, il che è poi una scusa per farla parlare un po’ del mosaico etnico della zona. Lei è di etnia Damara, una delle 14 che ancora si trovano in Namibia: circa la metà di queste parla inglese, obbligatorio a scuola, mentre sei mantengono la loro lingua. Alcune, poi, hanno quattro schiocchi caratteristici e molto diversi con la lingua: meglio non sbagliare, se non si vuole fare una grossa figuraccia.

Verso Khorixas

Da qui si possono visitare, in una sorta di anello, altri due siti molto interessanti, sempre pagando una piccola quota per i biglietti d’ingresso. La prima è la montagna bruciata, un’area in cui la roccia, di origine vulcanica, è particolarmente scura e sembra annerita dal fuoco. Poco distante si trovano gli Organ pipes, rocce che ricordano distese di canne d’organo e si visitano in un piccolo canyon. Infine, la zona è famosa anche per la foresta pietrificata: in una zona brulla, in cui pascolano capre scortate dai cani, una guida mostra questi blocchi di pietra che in tutto e per tutto sembrano legno. Ora sono rocce, ma millenni fa erano davvero tronchi, portati fin qui dall’acqua. Col tempo, sono diventati pietra, conservando però i caratteristici anelli e solchi degli alberi. Non è una visita sconvolgente, ma interessante, ed è anche una buona occasione per osservare le Welwitschia, simbolo della Namibia. Sono piante grasse, alcune maschili e altre femminili, che possono vivere centinaia di anni. E ancora una volta la natura qui batte l’uomo.

La foresta pietrificata

La foresta pietrificata

Da qui abbiamo caricato una signora che lavorava nel nostro lodge e che aveva bisogno di un passaggio fino a Khorixas, cittadina principale della zona in cui si trova l’ospedale. Ancora una volta ho pensato alla differenza nella concezione del tempo fra noi e l’Africa. Per noi è impossibile pensare di affidarsi al caso, a un’auto che può passare come no per fare qualcosa, figuriamoci poi andare all’ospedale. Il tempo scorre con altre regole, forse. Ma intanto siamo arrivati in città, che ci accoglie con un tratto di asfalto che salutiamo con un grido dal fuoristrada. Basta sobbalzi per un po’.

I post sulla Namibia

  1. Viaggio in Namibia: guida pratica
  2. A Twyfelfontein
  3. Solitaire, nel deserto della Namibia
Solitaire

Viaggio in Namibia, una guida pratica

Dopo nove anni sono tornata in Africa. Sono tornata, da molto tempo mi chiamava, sempre nella parte australe: dopo il Sud Africa, ho aggiunto un tassello del puzzle con la Namibia. Ho ritrovato gli spazi, enormi, e i cieli, sconfinati. Quella vita scandita da albe e tramonti. Il vero dono dell’Africa sono i cieli, secondo me. E ho ritrovato anche gli animali, che sembrano sempre venire da un altro tempo, con i loro colori polverosi e le goffe andature (quando sono di buon umore). Ma la Namibia – che è uno dei Paesi meno popolati al mondo – in realtà ci ha regalato scenari che non sembrano di questa terra. Oppure sono la nostra terra nella sua faccia più vera, chissà. Non ho mai visto – neppure in Nuova Zelanda- cambiare il paesaggio tanto rapidamente. E soprattutto non l’ho mai visto così desolato, così privo di esistenza umana. Oppure a volte le tracce umane sono solo resti, relitti, ruggine. Quella della Namibia è una natura bellissima, ma anche spietata, sconcertante, sempre pronta a riprendersi tutto quanto. E sempre esplosiva nei suoi colori.

Sossusvlei

Sossusvlei, Namibia

Sono appena atterrata dopo questi dodici giorni intensi, tutti passati sulla strada. Tremila chilometri macinati, di cui gran parte su sterrati. Ed è da qui che voglio partire, da informazioni pratiche, per organizzare un viaggio che avevo sempre immaginato molto costoso e poco organizzabile in autonomia. E quindi lungamente rimandato. Invece non è proprio così, anche se, certo, quella in Namibia non sarà mai una vacanza low cost. Difficilmente, poi, si potrà improvvisare l’itinerario, a meno che non si abbia molto tempo a disposizione. Con questo post tento di dare risposte che io stessa ho cercato nella preparazione del viaggio, ma che ho fatto fatica a trovare, anche a causa di guide o un po’ datate o che non mi hanno troppo soddisfatta (Lonely Planet, mi spiace. Sei stata compagna di mille avventure, ma in questo caso si poteva fare un po’ di più). Sono stati molto utili, invece, i post di Viaggi Verde Acido e Diqua&Dilà.

Sulla strada per Sesriem

Viaggio in Namibia: sulla strada per Sesriem

Quando andare in Namibia

Non ho trovato alcuna informazione su un viaggio in Namibia fra marzo e aprile come il nostro, fondamentalmente perché è una stagione di mezzo. Noi siamo arrivati il 26 marzo e siamo ripartiti il 6 aprile e, nella parte settentrionale del Paese, aveva smesso di piovere da circa un paio di settimane. L’alta stagione, secca, vera e propria è quella che inizia a maggio e ha il suo culmine nella nostra estate. Fino a ottobre i vantaggi sono tanti: nell’Etosha National Park si avvistano più facilmente gli animali, fa meno caldo e anche le zanzare sono un pensiero in meno. D’altra parte i costi lievitano e immagino che tutti i posti più turistici siano presi d’assalto.

Le dune a Sandwich Harbour

Le dune a Sandwich Harbour, Namibia

Se consiglierei il nostro periodo intermedio? Sì. I prezzi erano sempre più bassi, in alcune destinazioni, tipo Opuwo, eravamo praticamente gli unici turisti, di notte si dorme in tenda senza gelare e francamente l’erba alta che ondeggia come un mare dentro l’Etosha è magica. Poi, ovvio, le pozze in cui si avvistano gli animali sono oggettivamente meno popolate. Ma, comunque, a noi hanno regalato un paio di rinoceronti, e non è poco (sul leone non c’è stato proprio niente da fare, amen). Capitolo zanzare. Io sono la loro vittima sacrificale preferita, dalla giungla laotiana a Marina di Ravenna sono letteralmente assaltata: visto che qualcuna ne ho incontrata, ho scelto di fare la profilassi antimalarica con il Malarone, decidendo sul posto. Ci siamo quasi avvelenati con lo spray, la vera arma fondamentale in questi casi, ma siamo vivi per raccontarlo, dai.

Quanto costa andare in Namibia?

Non è per forza un viaggio da nababbi, ma è meglio fare esempi, sempre partendo dal presupposto che ci siamo organizzati autonomamente e immagino che i viaggi in gruppi organizzati con autista costino di più. Il nostro volo, acquistato un mese prima della partenza, è costato circa 850 euro a testa. Avevamo trovato una combinazione a 200 euro di meno con Ethiopian Airlines, passando per Roma e Addis Abeba, ma è stato simpaticamente cancellato qualche giorno dopo la prenotazione. E così abbiamo ripiegato su Lufthansa (sempre ottima) in combo con South African Airlines: l’itinerario da Bologna è degno di un flipper visto che si deve salire a Francoforte per poi andare comodi comodi a Johannesburg, per poi atterrare a Windhoeck, la capitale namibiana. Però sono stati buoni voli, concentrati di notte e senza lo stordimento da jet lag. E visto che io sono della scuola basta che l’aereo stia dritto e voli e va bene tutto, siamo a posto così.

Il viaggio in Namibia in auto

La cifra più consistente è l’auto, nel nostro caso 1000 euro per 11 giorni (assicurazione totale compresa e con due guidatori). E, a detta di altri viaggiatori incontrati lungo la strada, è stato un ottimo prezzo, anche perché parliamo di un fuoristrada accessoriato per il campeggio, compresi cuscini e sacchi a pelo, con la tenda montata sul tetto. Dopo molte ricerche, abbiamo prenotato circa due settimane in anticipo con Aloe, che fornisce anche i trasferimenti gratuiti in aereoporto all’andata e al ritorno. Fortunatamente non abbiamo dovuto testare l’assistenza, ma per la nostra esperienza ci siamo trovati bene.

Il nostro fuoristrada

Viaggio in Namibia in auto: il nostro fuoristrada

Sul capitolo pernottamenti si gioca la vera differenza di budget possibili. Noi abbiamo alternato le sistemazioni: tre notti le abbiamo passate in tenda, tre in pensione/guesthouse e cinque in lodge. Tornando indietro, avrei fatto una notte in più in campeggio nell’Etosha, calando un lodge, ma non è che prima si può proprio prevedere tutto. Tradotto: se le notti in tenda costavano meno di trenta euro in due con tanto di auto, quelle in lodge possono arrivare a 200 euro a notte (sempre in due, con colazione). Ci sono lodge da 400 euro a notte e oltre, ma quelli non li abbiamo neanche guardati per non farci del male).

Le pensioni si aggirano fra i 50/7o euro a notte per una doppia, con colazione. Spesso, visto che parliamo di posti in luoghi isolati, nello stesso complesso ci sono sia lodge che campeggi e si può sia cucinare da sé che cenare al ristorante con formula a buffet (tempi duri per i vegetariani). Basta guardare prima quando si prenota, ma quasi sempre abbiamo trovato cucine o griglie. L’importante, in realtà, è proprio prenotare, per trovare i posti più adatti alle proprie esigenze e non essere ‘pelati’.
Ultima cosa. Proprio questa varietà di sistemazioni rende il viaggio adatto anche alle famiglie e ai bambini, infatti ne abbiamo visto parecchi tuffarsi nelle piscine di lodge e campeggi (e raccontare del magnifico avvistamento del leone appena fatto, che rosicata).

L’itinerario in Namibia

Il nostro viaggio in Namibia è durato dieci giorni completi, tredici totali comprendendo anche i voli. Più giorni sono sempre meglio, ma in questo periodo siamo riusciti a vedere comunque moltissimo. Mi sono accorta solo mentre eravamo là che era l’itinerario era organizzato come in quattro temi.
Il deserto. Il primo giorno siamo riusciti solo a ritirare la macchina (serve almeno un’ora per le spiegazioni di tutte le parti, compreso come sgonfiare le gomme per guidare sulle piste di sabbia e come cambiare una ruota), comprare provviste al supermercato e cenare in una capitale quasi deserta di domenica sera. Poi ci siamo diretti a Sud, passando per il Kalahari, arrivando fino a Sesriem, la porta per l’incantevole Sossusvlei, le dune color salmone e il pan, il lago effimero con i suoi alberi contorti e spettrali.

Solitaire

Solitaire, Namibia

La costa. Da qui siamo risaliti fino a Swakopmund, cittadina coloniale tedesca, in cui ci si imbarca fra foche e pellicani e ci si affida alla grazia divina mentre le jeep sgommano su dune altissime a strapiombo sull’oceano. Visto che le condizioni meteo lo permettevano (ma d’inverno è più difficile per la nebbia), dopo essere passati per la colonia di otarie a Cape Cross, abbiamo pure percorso la parte di Skeleton Coast fino a Torra Bay, fra relitti, una strada salina e tanto deserto. Sono quasi 200 chilometri in solitudine, ma fattibili con un buon fuoristrada.

Skeleton Coast

Skeleton Coast

L’incontro con le popolazioni. Quella fra Damaraland e Kaokoland  è stata la parte in cui abbiamo scoperto qualcosa di più della vasta diversità etnica e tribale della Namibia, rimasta in secondo piano fin qui. A Twyfelfontein abbiamo visto l’incredibile arte rupestre di questo patrimonio Unesco, ascoltato gli schiocchi con la lingua degli abitanti, dato un passaggio a una signora che doveva recarsi in ospedale a Khorixas, dove abbiamo assistito a un anniversario di matrimonio. A Opuwo, invece, abbiamo visitato con un ragazzo del posto un villaggio Himba, una delle etnie che vive ancora in modo tradizionale. E’ stata un’esperienza un po’ sconcertante, forse, ma fondamentale per capire un po’ di più il Paese.

Safari e dintorni. La nostra parte conclusiva è stata l’Etosha National Park, una delle mete più classiche. Consiglio di calarsi almeno due giorni nel mondo selvaggio del parco, in cui si può guidare in autonomia, a patto di non scendere mai dall’auto. Anche perché, posso testimoniarlo, quando ti attraversa la strada un elefante un po’ di strizza sale. In alternativa si può prendere parte ai game drive organizzati dai lodge all’alba e al tramonto. E’ un viaggio ancora diverso, fatto di ore di pazienza, di attesa nel cercare giraffe e felini, di sveglie alle 5, ma che riconcilia con una parte molto profonda di noi stessi. Almeno per me è stato così.

Perché andare in Namibia

Il Paese è bellissimo, l’Africa è bellissima e, secondo la mia amica Elena (una vita insieme e una comune passione per Karen Blixen, non me ne voglia Paul Theroux), andarci è come tornare a casa. Non lo so se è proprio così, ma certo si respira qualcosa di antico, di magico, di primordiale. Comunque sia, la Namibia è una meta fattibile per tutti, dipende solo dalle motivazioni. E’ un viaggio in cui si possono trascorrere quasi intere giornate in auto, spesso su strade sterrate. E’ un viaggio in cui non si incontrano esseri umani per ore e chilometri e ci si cala completamente nella natura, affidandosi alla fortuna di non forare o danneggiare la macchina.

Viaggio in Namibia: Sossusvlei

Viaggio in Namibia: Sossusvlei

Un passo verso Sesriem

Un passo verso Sesriem

E’ un viaggio che va un po’ studiato, meditato, che difficilmente si improvvisa perché le tappe, anche di 350 chilometri alla volta, vanno organizzate per guidare finché c’è luce (dal tramonto all’alba non si è coperti da assicurazione) e a velocità sempre limitate. E’ un’Africa per tutti, ma che, come tutti i tesori, va conquistata.

Appendice pernottamenti

Di solito non faccio questi elenchi, ma uno dei temi da sciogliere spesso è stato come scegliere i pernottamenti prima, a scatola chiusa. Alcuni erano molto più cari rispetto al nostro normale budget e ci chiedevamo se ne valesse la pena. Un’altra incognita era quanto fossero spartani i campeggi. Ecco qui alcuni posti che consiglio totalmente.

Windhoeck. Guesthouse Tamboti. Bella la posizione sulla collina, super la colazione. Per il resto la stanza è essenziale, ma pulita ed è sempre disponibile un tassista che vi porti in centro. Per una notte abbiamo speso 60 euro, non male in una delle città più costose dell’Africa.

Sesriem. Il mio posto del cuore, il Quiver Desert Camp, perfettamente inserito nel deserto che lo circonda. E’ un’ottima via di mezzo fra lo spartano e il lusso e la piscina è un sogno. Si può sia cenare nel ristorante di un lodge vicino, che cucinare nella verandina davanti alla propria casetta, sotto un incantevole cielo stellato.

Il Quiver Desert Camp

Il Quiver Desert Camp

Twyfelfontein. Il Twyfelfontein Country Lodge quasi non si vede, mimetizzato fra le rocce rosse della zona. E’ un posto bellissimo, con una stupenda terrazza panoramica e incisioni rupestri ‘private’. Lodge caldissimi di notte, ma essendo nel deserto con riserve energetiche limitate, alla fine ho apprezzato che non ci fosse l’aria condizionata.

Opuwo. L’Abba Guesthouse è una delle poche soluzioni intermedie di questa bizzarra città, l’ultimo approdo dell’asfalto nel Nord del Paese. Si trova dietro una scuola e l’incasso sostiene progetti per i bambini. Semplice e pulita, molto frequentata dai namibiani: un buon indirizzo senza pretese.

Etosha National Park. Se avete la possibilità di vedere anche la parte ovest del parco, più montagnosa, il Dolomite Camp è un insieme di lodge tendati straordinario. La vista dall’alto è splendida, organizza game drive da 500 dollari namibiani (circa 40 euro), cena nella media. Per chi preferisce il campeggio, consiglio l’Olifantsrus, con un stupendo appostamento sulla pozza, e l’Okaukuejo, fra i più gettonati per la sua pozza (ma un po’ troppo caro, meglio puntare sulla tenda qui che sul lodge secondo me). Se non potete alloggiare dentro il parco, fatevi un regalo all’Etosha Safari Lodge (catena Gondwana): è caro, ma la terrazza panoramica merita la sosta.

Gli altri post sulla Namibia

  1. Viaggio in Namibia, guida pratica
  2. Twyfelfontein, nel rosso della Namibia
  3. Solitaire, nel deserto della Namibia