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Ode alla taverna greca

Solo quando mi siedo sulla seggiola di legno blu, quando mi hanno portato un cestino con dentro pane e posate e un piccolo bicchiere, come quello delle mie osterie bolognesi, allora mi sento in Grecia. Solo dopo che il caldo insistente si placa all’improvviso – un miracolo che si rinnova tutte le volte, sotto una veranda o un pergolato – sono arrivata. Anzi, tornata. Non c’è posto in cui io mi senta più a casa nel mondo che una taverna greca, sia che affondi i miei piedi sulla sabbia e mi sembri di mangiare direttamente sul mare, sia che mi sia spezzata le gambe su scalini e vicoli di bianchi in minuscoli paesi. Ogni volta, quando il cameriere ferma in modo sbrigativo al tavolo la tovaglia di carta con la mappa dell’isola di turno disegnata e mi racconta quei piatti che sono sempre uguali eppure sempre diversi, il tempo si ferma. E io mi sento in pace.

Questo post è una dichiarazione d’amore alla taverna (taberna? Estiatorio?) greca. Un mondo rassicurante fatto di storie di famiglia, di ingredienti semplici, di vino resinoso, di frescura inaspettata. Io la amo tantissimo e amo mangiare in Grecia, in barba a chi dice che la cucina è ripetitiva e pesante. A volte è vero, ma nell’ultimo viaggio a Serifos e Sifnos, peraltro rinomate per la buona cucina, ci siamo imposti di non esagerare e per una volta siamo riusciti ad alzarci da tavola senza la sensazione di dover svenire in spiaggia. E così voglio raccontare qualche piatto per me speciale e, soprattutto, dove mangiarlo, scorrazzando fra il Peloponneso e l’Egeo.

Le crocchette al finocchietto

Le crocchette al finocchietto

Tzatziki e dintorni

Sono tante le salse ricorrenti negli antipasti, sempre molto colorati. In Grecia si potrebbe pasteggiare anche solo con le meze: tanti piattini, per lo più a base di verdure o legumi. In nessuna taverna mancherà mai il tzatziki, fatto con yogurt, cetriolo e (tanto) aglio, ma anche varianti realizzate con melanzane arrostite (melitzanosalata), uova di pesce (taramosalata) o le fave (fava). Quest’ultima è la mia preferita, anche perché ricorda molto l’hummus. Una delle migliori che ho mangiato è quella della Taverna Chryssopigi  sulla spiaggia omonima, proprio all’ombra dell’omonimo monastero. Ce l’hanno servito con cipolla, olio e capperi, che a Sifnos sono una vera specialità. Un’altra delle mie preferite è l’insalata di rapa rossa, in cui lo yogurt diventa di un intenso color ciclamino. Il posto in cui l’ho scoperta è Creta, alla taverna Apothiki, sulla spiaggia di Triopetra: è servita con una spolverata di arachidi.

Un’altra tipologia di piatto che amo moltissimo in Grecia sono le crocchette di verdure o legumi: buonissime quelle di ceci, veri e propri felafel, ma anche quelle di zucchine sono sempre gustose. L’ultima volta, ho provato una variante al finocchietto, da Nikoulias, a Serifos. Davvero super!

La classica tavola imbandita a Creta

La classica tavola imbandita a Creta

Insalata greca

Quasi impossibile scegliere fra le tante taverne: l’insalata greca, che esiste davvero e non ce la siamo inventati noi, non è mai mancata a ogni pranzo. I pomodori sono sempre succosi e maturi, mentre il cetriolo rinfresca. Cipolla e peperoni non sono per tutti, è vero, mentre la feta, le olive e l’olio saporito del Mediterraneo danno il carattere giusto al piatto. Sembra sempre uguale, invece ogni taverna, e ogni famiglia, ha il suo tocco: un formaggio diverso, i capperi, qualche erba aromatica. E ogni volta sono grandi soddisfazioni. Almeno una la voglio segnalare: siamo ancora a Sifnos, a Kastro, lo stupendo borgo candido affacciato sull’Egeo. Il ristorante To Astro ci ha conquistati, per l’abbondanza dei piatti e la gentilezza della proprietaria. Qui l’insalata greca è particolarmente abbondante, servita in una grande ciotola colorata con un formaggio di capra locale, molto cremoso e grandi olive.

Saganaki

La feta la amo moltissimo: semplice, candida, saporita. Oltre che nell’insalata greca vi capiterà di trovarla cotta al forno, avvolta nella stagnola, o fritta nell’olio, modalità saganaki. Inutile dire che non è proprio la variante più leggera, ma la trovo irresistibile. Ecco due posti da segnarsi. Il primo è ancora una volta a Sifnos (ve l’ho detto che è l’isola per gourmet), nel bellissimo paesino di Artemonas, con le sue case neoclassiche, subito sopra Apollonia. La taverna, con una bellissima terrazza, perfetta per l’ora del tramonto, si chiama To Chriso. Qui potrete anche assaggiare il Mastelo, un piatto locale a base di agnello. L’altro indirizzo non si trova su un’isola, perché sto parlando di Galaxidi, graziosa cittadina sul mare poco distante da Delfi. Andate sul lungomare, alla Taverna Porto: non ve ne pentirete. Le foto non renderanno mai abbastanza giustizia: non resta che assaggiare.

Ad Artemonas da To Chriso

Ad Artemonas da To Chriso

Moussaka

Un piatto mitico, che per me che vengo da Bologna fa tanto casa visto che ricorda, e molto, le lasagne. E’ la nemesi in spiaggia, mentre la sera ti costringe a camminate e amari digestivi. Ma la moussaka, strati di puro piacere a base di melanzane, besciamella, carne macinata e, a volte, patate, è da provare almeno una volta. Nel dubbio segnalo tre posti in cui assaggiare la versione migliore: quella casalinga. Provatela alla Taverna Platsa Matina e Stavros, nell’abbagliante paesino di Koronos, sull’isola di Naxos. Rigenerati dall’ombra del pergolato, si trova l’audacia di assaggiare la moussaka anche a pranzo, mentre i vecchietti del posto vi guarderanno con curiosità. Ancora più casalinga la versione di Choreutis, a Tholaria, sull’isola di Amorgos. Un altro pergolato, un altro vino sincero dal colore dubbio e un’altra cuoca in cucina che vi farà scegliere dalla teglia che vi ispira di più per pochi euro. Da qui si vola a Delfi, nella più elegante Taverna To  Patriko Mas. Sulla meravigliosa terrazza, affacciati sul golfo di Corinto, concedetevi un’ora di paradiso con un cocktail del formidabile Vasilis e una porzione di moussaka davvero strepitosa.

A Koronos

A Koronos

Polipo grigliato

Sarà stata la vista sul meraviglioso tempo di Poseidone a Capo Sounio, sarà stato mangiare in riva al mare, oppure sarà stato che era la prima volta che tornavo in Grecia da tempo, ma il polipo della taverna Akrogiali me lo ricordo ancora dopo cinque anni: croccante e saporito. E’ un altro piatto ricorrente nella cucina greca, perfetto per un pranzo che non richieda la lavanda gastrica. Un altro indirizzo può essere la taverna sulla spiaggia di Sikamia, sulla costa nord di Serifos.

Pesce e dintorni

Non è vero che in Grecia si mangia solo carne, per quanto sia un piatto, soprattutto l’agnello, della tradizione. Ma del resto non va dimenticato mai, e a tavola si capisce una volta di più, che la gente per secoli ha vissuto nei paesini dell’interno, per sfuggire agli attacchi dei pirati. Ma oggi le cose stanno diversamente: anzi, i posti che propongono specialità di pesce mi sembrano in aumento. Se capitate a Sifnos vale la pena arrivare in cima all’isola per raggiungere il villaggio di pescatori Heronissos. Il porticciolo è incantevole, anche se la spiaggia piuttosto piccola, ma colorata dalle barche e dalle reti gialle. E poi è circondata da taverne, in cui sembra di mangiare sull’acqua: noi abbiamo provato la taverna di pesce (Fish tavern) sulla sinistra, con i tavolini blu e il pescato del giorno era davvero ottimo.

Lo so, nel piatto c'è l'insalata, ma la foto rende l'idea di come è mangiare in questo porticciolo... praticamente sull'acqua

Lo so, nel piatto c’è l’insalata, ma la foto rende l’idea di come è mangiare in questo porticciolo… praticamente sull’acqua

[Salto un attimo in un’altra categoria, quella dei fish bar. Sempre se siete a Sifnos e volete farvi un regalo c’è l’Omega 3, direttamente sulla spiaggia di Platis Gialos. Mettete via le tovaglie di carta, qui ci si siede su alti sgabelli ed è tutto molto trendy, ma ne vale la pena, perché i piatti di pesce, anche crudi, sono buonissimi e serviti in un tripudio di colori: provate il ceviche. Qualche sera prima di noi era passata di qui Scarlett Johansson: ma star o no, qui si mangia davvero bene, ed è decisamente meglio prenotare per non restare con le pive nel sacco (se vi trovate nei paraggi, passate a pranzo anche al Maiolica, per ottime specialità, un po’ piccole ahimè, mediterranee come l’hummus e polipo scottato o al Palmira, per una bella collazione dai ritmi soft, anche per vegani].

Uno dei piatti all'Omega 3

Uno dei piatti all’Omega 3

Uno dei piatti del Maiolica

Uno dei piatti del Maiolica

Ed eccoci alla carne (in effetti c’è anche il Pita giros)

Visto che non si mangiano solo giros e souvlaki? Ma certo che ci sono anche loro e sono buonissimi. Il primo è la classica carne ‘sfilacciata’ tipo kebab e i secondi sono spiedini di carne, dal maiale al pollo, sempre serviti con patate fritte, pomodori e tzatziki. Sono spesso piatti abbondanti e generalmente economici, un indirizzo sicuro è la taverna Markos a Serifos, proprio sul mare, a Livadi. Un po’ in tutte le località troverete poi piatti a base di agnello, ad esempio il Sofrito (stufato) o varianti alla griglia (del Mastelo ho già parlato sopra). Lo stesso vale per la carne di pecora, dal sapore più deciso: ad Amorgos, al Thalassino Oneiro di Tholaria, mi è capitato di mangiarlo con riso e cannella: l’Oriente era decisamente vicino. Se poi siete vegetariani convinti potete puntare su un altro piatto: i pomodori e peperoni ripieni di riso, cotti al forna, gemista. E anche voi andrete a casa soddisfatti.

 

 

I vini delle Cicladi: a Serifos

La prima immagine che ho di Serifos è di me che arranco su una salita, fra i muretti. In fondo, il monastero di Tachiarchis, dove vive un monaco solo da anni. A sinistra l’Egeo. L’unico suono è quello di grilli e cicale, nella campagna bruciata dal sole. Ma che fatica salire a piedi fino alla cantina, non me lo sono mai sudato così tanto un calice di vino.

La strada per la cantina

La strada per la cantina

Questa storia inizia a Serifos, una delle ultime due isole delle Cicladi che abbiamo visitato. L’altra era Sifnos, l’isola di fronte, ma non nascondo che la prima è stata la vera scoperta di questo viaggio. Piccola, brulla, divisa fra paesini quasi disabitati e una chora bellissima, Serifos ha un’anima un po’ punk con il suo passato legato alle miniere, murales e tante imperfezioni che la rendono più spontanea. E poi c’è il vino- quello locale dal colore ambrato, servito a temperatura ambiente -, ma soprattutto la cantina Chrysoloras, piccolo gioiello scoperto la prima sera a cena, nel porto di Livadi. Il vino bianco ci è piaciuto subito e così abbiamo mandato una mail: nel giro di un paio di giorni la visita era organizzata (con grande gentilezza, perché normalmente non ricevono, per ora, visite).

Sì, ma perché poi ci stavo andando a piedi? Perché l’azienda si trova in una stupenda zona panoramica, ma per arrivare bisogna imboccare una strada molto ripida e la nostra piccola auto a noleggio si è piantata. Dunque sono scesa, per alleggerire il mezzo che, in qualche modo è poi andato su. E così, sotto il sole cocente ho potuto comunque osservare la bellezza del posto, fra muretti a secco, terrazzamenti, chiesette bianche, viti, fino alla cantina, piccola ma molto moderna. Salendo lentamente ho capito un po’ meglio il luogo in cui questo vino nasce, avvantaggiato dall’altitudine, ma comunque vicino al mare.

La vista dalla cantina

La vista dalla cantina

Il padrone di casa è Christos Chrysoloras, classe 1982, cresciuto nell’isola di Serifos. Una storia semplice e bella come la terra che ci circonda: è nato a Platis Ghialos, dove c’è la bella spiaggia che si vede in fondo alla strada, in cui eravamo stati la mattina. In quella casa ancora ci vive, con la moglie che da Atene è venuta a lavorare qui come insegnante. Christos non parla inglese ed Eugenia traduce per noi.

Se già non fosse bellissima l’idea che uno faccia il lavoro che ama nel posto in cui ha le sue radici -in più con una vista sul mare che toglie il fiato – quello che rende ancora più emozionante la faccenda è che quella di Christos è la prima vera cantina sull’isola. La sua famiglia, spiega, ha sempre fatto il vino, rigorosamente sfuso, ma lui ha voluto fare qualcosa di più. E così si è lanciato in questa avventura nel 2008 (la produzione è iniziata nel 2015): fa tutto lui, dal lavoro in vigna, all’imbottigliamento in cantina dove la new entry è la macchina per etichettare le bottiglie. Solo durante la vendemmia, che ha già iniziato ormai, si fa aiutare da qualcuno per la raccolta manuale. Poi l’uva corre in cantina: parte del vino è ancora venduto sfuso, ma ora nascono anche due etichette, un bianco e un rosè, certificati bio. Entrambi si chiamano Ξηρό Χωριό (Xiro Chorio, significa villaggio secco ed è il nome della località). Le vigne sono come grandi cespugli, ricordano un po’ gli alberelli. In questo modo le foglie fanno ombra e le viti, più basse, non rischiano di essere danneggiate dal vento che qui può essere molto forte. L’uva coltivata è fondamentalmente di due tipi: il serfiotiko e la mandilaria. Non si butta via niente: con le vinacce viene poi prodotta una specie di grappa.

Dopo avere visitato la piccola ma attrezzata cantina, usciamo sulla stupenda veranda, da cui assistiamo a una delle più belle viste dell’isola. Stanno pensando di portare i turisti qui, per degustare i vini con qualche prodotto tipico, ma un passo dopo l’altro: l’avventura iniziata è davvero impegnativa. Intanto il vino viene venduto sull’isola e ad Atene. Noi assaggiamo il rosè, con un bellissimo colore brillante, fruttato, sapido, abbastanza lungo. Il rosè in Italia sta vivendo una nuova stagione visto che fino a pochi anni fa era tendenzialmente snobbato. In realtà, spiega Christos, il suo è fatto con le uve rosse migliori. E nel bicchiere, si sente tutto.

Chrysoloras winery, Flaskos, Serifos, Tel. +30 697 727 5993 –  chrysoloras@gmail.com

Cinque posti che amo dell’Asia

In  questi giorni di trasloco mi è spesso venuta in mente l’Asia. Fra gastriti per gli intoppi e la mia capacità di prendersela per cose, in fondo, minime, ho pensato spesso alla quiete e alla capacità di sano distacco che si respira in certi luoghi in un raggio un po’ vasto in realtà, diciamo dall’India al Giappone. Qualche migliaia di chilometri in cui vagare per templi, guardare lo scorrere del fiume, far sì che l’abito di un monaco colori la giornata. Ho fatto una piccola lista di tutti quei luoghi asiatici in cui torno ogni volta che chiudo gli occhi. L’Asia, per quanto sia difficile raggruppare sotto questa etichetta una serie di paesi in  cui sono stata negli ultimi anni, non è il posto in cui io più mi senta in sintonia, o diciamo a casa. Per me è l’altrove, l’altro modo possibile di vivere e diventa una voce che chiama.  E può provocarmi grandi innamoramenti.

1) Luang Prabang, Laos

Luang Prabang

Luang Prabang

E’ sempre la prima della lista, pur con i suoi difetti. Ma chi non li ha? Per me è la città del vero primo viaggio in Asia, è il cuore del Laos, è la città dei due fiumi, quelli che guardava Terzani immaginando che forse il tempo non scorre proprio come sembra a noi. Forse il futuro è già successo, rifletteva Tiziano sulla collina del Phou si durante il suo viaggio a caccia di indovini. Luang Prabang è una città accogliente, è una città dolce. E’ bello trascorrervi qualche giorno fra giri in bici, lunghe colazioni in riva al Mekong, assaggiando le contaminazioni con la cucina francese e soprattutto visitando i templi, così numerosi. Passate verso l’ora del tramonto, potreste imbattervi in giovani monaci impegnati a cantare, è un momento ipnotico e commovente. Tralascio invece la famosa questa mattutina: è vero che è presa d’assalto dai turisti e che ormai è molto commerciale, verissimo. Ma la sfilata di quelle decine di monaci di tutte le età che sembrano camminare sull’aria nelle loro vesti raccogliendo le offerte è uno spettacolo che vale sempre la sveglia all’alba.

2)  Ponto cho, Giappone

Ponto cho

Ponto cho

Un’altra prima volta, quella in Giappone e con Kyoto. In quella occasione la città mi accolse sotto la pioggia, come se non bastasse già il jet lag. Ma varcare la soglia e scoprire il piccolo mondo che si celava dietro una porticina scorrevole è stato come essere accolti per sempre in quell’universo giapponese fatto di gesti, di gentilezza, di calore. E in quel caso anche di yakitori, i divertenti spiedini mangiati al bancone che mi hanno fatto dimenticare la stanchezza. E’ stata un’iniziazione. E un innamoramento. Quel localino a Ponto cho, il vicolo storico nel centro di Kyoto, non esiste più, ma tutto il resto sì. L’atmosfera sospesa, le porte di legno, i ristoranti costosi solo intravisti e immaginati dietro la carta di riso. Il fiume scorre a un passo e con un po’ di fortuna, fra una lanterna e l’altra, potreste restare abbagliati dal candore del viso di una geisha.

Yakitori

Yakitori

3) Bayon, Cambogia

Il bayon

Il bayon

Come è fastidiosa Siam Reap, con la sua confusione perenne, così i templi di Angkor sono incantevoli. Non sembrano di questo mondo; avvolti come sono dalla giungla, sembrano arrivare da un altro pianeta. In questo labirinto di pietra, il mio preferito resta comunque lui, il Bayon, con i suoi volti che ti osservano da ogni prospettiva. Di quella visita ho due ricordi: quello del mattino, con attacco di bile per i turisti urlanti, i selfie stick e il cibo buttato alle scimmie sempre più impertinenti. E poi quello del pomeriggio, col sito archeologico mezzo vuoto, e poca gente insieme a noi nella luce dorata che precede il tramonto. In mezzo a tutti quei sorrisi. Sorridere del mondo, con tutte le sue follie? O forse è benevolenza verso il genere umano. O forse è un invito a fregarsene delle beghe quotidiane. Comunque sia, è un luogo potente e magico, che mi fa pensare ad Angkor come a uno di questi posti nel mondo che proprio non si possono non visitare.

Facce soddisfatte nel tempio Bayon

Facce soddisfatte nel tempio Bayon

4) Varkala

Silenzio, pescatori e tanto caldo. Varkala può essere una trappola turistica, ma in realtà poi dispiace ripartire quando si riprende l’ennesimo treno indiano affollato. Paradiso hippie e del viaggiatore zaino in spalla – in particolare di quella tipologia (che mi fa rosicare con una specie di nostalgia delle cose non vissute) che parte col biglietto di sola andata perché tanto è in pieno anno sabbatico -, la spiaggia di Varkala è anche meta di cacciatori di medicina ayurvedica. E infatti abbondano le spa, molte vere, altre un po’ alla buona, diciamolo. Ma dietro il lato Occidentali’s Karma su questa sponda del caldissimo oceano Indiano si trova quel puro piacere di oziare in mezzo a una natura rigogliosa, che è il grande regalo del Kerala. Vale proprio la pena pernottare un po’ prima della spiaggia principale, dove cenare in intime spiaggette davanti al mare, interrotti solo dal rumore della risacca. E aspettare il buio, quando i pescatori, avvolti nel loro corto sarong, salpano dopo avere sistemato le reti per ore. Allora è bello osservarli, ormai ridotti a punti luminosi che galleggiano sull’acqua, da lontano.

Pescatori a Varkala

Pescatori a Varkala

5) Takayama

Sono tanti i luoghi che amo in Giappone, per esempio Kyoto e il Monte Koya, ma Takayama è proprio un po’ speciale. Concentra nel suo piccolo centro tutte le cose che amo di più quando mi trovo là e dove anche un Paese così modernizzato all’improvviso si scopre ‘più asiatico’ del previsto. Un po’ per le tante case tradizionali in legno perfettamente conservate, un po’ per il bellissimo santuario di Sakurayama Hachiman. E poi per i suggestivi matsuri, le feste legate alle stagioni che si tengono due volte l’anno, in primavera e in autunno, in cui sfilano enormi carri che come stile rimandano alla Cina. Ma non è finita qui. Non posso non citare i ryokan tradizionali con onsen dall’acqua bollente, o la favolosa carne di Hida, la specialità locale che si scioglie in bocca. E poi c’è il viaggio in treno, che si arrampica sulle Alpi giapponesi fra gole, risaie e case isolate, con il loro tempietto fuori dalla porta. Ci sono i giri in bicicletta, i fiori nei tombini, i negozi di ceramiche e le distillerie di sakè. C’è il mercato mattutino sulla riva del fiume e Shirakawa-go, con le sue casette tradizionali è un passo. Devo aggiungere altro?

 

A Opuwo per visitare gli Himba

In lingua locale Opuwo significa ‘la fine’. La fine della Namibia? La fine della civiltà per come la intendiamo noi? La fine della strada asfaltata? Torno con la mia fissa per i luoghi di confine, gli avamposti. In Namibia quella di trovarsi alla fine del mondo è una sensazione più o meno ricorrente, ma qui, verso l’estremo nord del Paese, la si sente ancora di più.

 

A Opuwo ci si viene per due motivi: per visitare un villaggio Himba e le Epupa Falls, al confine con l’Angola. Chi ha più tempo e voglia di incontrare una delle etnie più fotogeniche del Paese prosegue circa 200 chilometri a Nord dall’Etosha National Park su una strada in mezzo a territori selvaggi, ma che fortunatamente oggi è asfaltata. Per chi, come nel nostro caso, arriva da sud – dalla costa e da Twyfeltontein – , il salto è grande. Finché l’Africa è fatta di enormi spazi, di passaggi montani e di deserti, prevale un senso di spaesamento, ma anche di meraviglia. Le città, invece, spesso hanno qualcosa di inquietante, saltano gli schemi a cui siamo abituati. Come, ad esempio, trovare donne mezze nude che attraversano la strada, le Himba, o fare fatica a scendere dall’auto per l’assalto di un gruppo di ragazze che vendono braccialetti. Oppure vedere, fra gli scaffali del supermercato, una signora Herero avvolta nel suo voluminoso e colorato vestito di epoca vittoriana. Opuwo è una città in cui esplodono le contraddizioni, per questo credo che un viaggio in Namibia senza una tappa qui sia fondamentalmente un po’ incompleto.

Nel villaggio himba

Nel villaggio himba

Per visitare gli Himba abbiamo trovato su Internet John, un ragazzo di origini Himba con un notevole piglio imprenditoriale. Nel giro di qualche anno si è fatto un nome come guida- parla molto bene in inglese- e da poco ha aperto un camping proprio lungo la strada che porta ai villaggi: è un posto decisamente spartano ancora, ma ci sono parecchi alberi sotto i quali campeggiare per chi ama immergersi nella natura africana. Noi lo abbiamo incontrato in città la sera prima, per accordarci sulla visita: è così che abbiamo scoperto che l’avremmo condivisa con Bogdan, un ragazzo romeno che stava finendo un giro pazzesco in bicicletta, da Il Cairo a Città del Capo. In cambio del nostro giro al villaggio abbiamo dato a John soldi per comprare farina di mais, pane e altri alimenti per gli Himba. Poi, la mattina alle 8, siamo partiti.

Nel villaggio

La strada sterrata che porta al villaggio è lunga circa 40 chilometri. Si incontrano altri villaggi e ragazzini che spingono il bestiame in mezzo alla strada per far fermare i turisti (non poi tanti in verità) e spillare loro qualche soldo. La nostra guida però li sorprende urlando dietro cose incomprensibili, ma che ottengono un risultato immediato: i bambini scappano di gran carriera. Ogni tanto si staglia in lontananza la figura di una donna Himba, con il suo carico di acqua sulla testa. Mi resta impressa l’immagine di due montagne gemelle, sembrano vulcani grigi all’orizzonte.

Quando arriviamo al villaggio troviamo un tempo sospeso, o quasi. Se non fosse per il solito fuoristrada, un po’ sgangherato in verità, parcheggiato fuori dalla staccionata e il cellulare che intravedo sul gonnellino della moglie del capo, potrei trovarmi in qualsiasi momento della storia umana. Al villaggio i ragazzi non sembrano far troppo caso alla nostra presenza: per loro è una normale mattinata di lavoro, iniziata con il sorgere del sole. Dico ragazzi perché nello spazio recintato troviamo soprattutto bambini e giovani: gli anziani sono fuori con le pecore, mentre le donne si occupano di varie faccende domestiche. Una ragazza munge una mucca, una donna prepara una specie di formaggio agitando due otri, un’altra ripulisce la soglia della capanna, anche se è difficile pensare al concetto di pulizia quando viene usato sterco di mucca al posto dello sgrassatore. In effetti questo materiale decisamente a chilometro zero viene anche bruciato: in generale a queste latitudini si potrebbe dire che della mucca non si butta via niente.

La maggiore parte degli abitanti ci guarda appena, soprattutto gli uomini impegnati a… evirare un toro. Una scena cruenta, che spezza la monotonia della mattinata, mentre la vista di quegli animali che scalciano mi impaurisce. Ma va tutto bene, tutto avviene del recinto, il cameo di me incornata viene fortunatamente rimandato e i ragazzi si riposano chiacchierando sotto gli alberi. Sembra una conversazione concitata, ma scopriamo poi che stavano parlando così animatamente di mucche.

Quelli veramente incuriositi dalla nostra presenza e dal nostro abbigliamento sono i bambini. Soprattutto uno, davvero piccolo, vuole assolutamente essere tenuto per mano da noi e da Bodgan: ci segue come un’ombra, è molto insistente, ma anche tenerissimo nella sua felpa rossa. Gli altri, un po’ più grandi, sono impegnati nella versione locale del lancio di palle di neve. Se avete letto poco più sopra, avrete già capito la consistenza dei ‘missili’: mi sento anni luce dai parchetti in cui giocano i miei nipoti, dalle salviette profumate sempre a portata di mano che escono dalle borse delle mamme in Italia. Qui non si lavano proprio, ci spiega John, le donne si coprono la pelle e i capelli di questa sostanza rossa che protegge dal sole e dagli insetti e che le caratterizza. E basta. Qualcuno va a scuola, ma per la maggior parte della tribù la vita si svolge nel villaggio; al massimo si va in città a Opuwo a piedi, o in auto quando c’è un passaggio. La corrente elettrica arriva, ma solo nelle capanne più vicino alla strada.

Le donne hanno l’aria sempre un po’ seccata, alcune sono giovanissime, ma molte di loro hanno già dei figli. Una mi invita a cucinare con lei una specie di polenta che sobbolle in un pentolone: non ho la sua forza e mi sento maldestra, ma almeno mi accenna un sorriso. È un mondo, devo ammetterlo, che mi sconcerta parecchio. Mi colpisce nel profondo, mi incuriosisce, ma sento che ci vorrebbe del tempo per capire davvero come si può vivere così, lontano da tutto, in barba a tutto. In un’altra dimensione. Una volta di più ragiono sul fatto che nel nostro mondo abbiamo troppe cose, ne siamo assuefatti. Ma qui, francamente, mi pare che ne manchino un po troppe. Oppure il problema è che viaggiamo sempre con troppe aspettative, facciamo subito il confronto con il nostro mondo, mentre forse dovremmo guardare e basta. Non so cosa pensassi di trovare, forse un’esperienza più turistica, tanto artigianato locale pronto solo ad essere messo su aereo e mostrato a casa, raccontando che l’ho pagato due soldi. Niente, per fortuna, di tutto questo è successo. Mi sembra di essere atterrata sulla terra qualche secolo fa.

Mentre sono persa in tutti questi pensieri, la prima moglie del capo villaggio ci accoglie nella sua capanna. All’interno è pulita, ma l’odore è pungente fra l’odore delle braci e quello dei gonnellini in pelle attaccati alle pareti. La donna mi scruta con aria un po’ severa. Ci chiede se siamo sposati e da quanto, se abbiamo figli. Chiede da dove veniamo, ma non so la parola Italia su quale mappa se la possa visualizzare. Consegniamo il cibo e capiamo in fretta che il pane a fette è l’oggetto che va a ruba. Ce ne andiamo e lasciamo il gruppo così, sotto quell’albero che ripara dal sole infuocato di mezzogiorno, con le loro chiacchiere.

Solitaire, nel deserto della Namibia

Ho sempre avuto un debole per i luoghi di confine, gli avamposti. Presente quella descrizione sulle guide a proposito dei posti di frontiera, che sono l’ultimo segno di umanità prima delle terre selvagge? Quelle tappe del viaggio in cui la natura fa uno scarto; da lì in avanti il paesaggio cambia e diventa inospitale. Nel mio recente viaggio in Namibia molti posti potrebbero rientrare in questa tipologia far west, ma quello che vince a mani bassi la mia personale categoria del ‘desolato’ è sicuramente Solitaire. Con un nome così, non poteva essere altrimenti.

strade della Namibia

Da Windhoek a Sossusvlei

Solitaire è una tappa obbligata per chi è diretto a Sossusvlei. Molti viaggiatori raggiungono questo cuore assetato fra le dune – una delle foto più scattate in Namibia- come prima tappa direttamente dalla Capitale, ma c’è anche chi arriva da Nord, solitamente da Swakopmund, sulla costa atlantica. Le strade in Namibia non sono mai molte e per arrivare a Sesriem, la porta per il Namib-Naukluft National Park, una sosta in questo luogo sperduto lo fanno praticamente tutti. Ed è qui il bello, perché quando si arriva con l’auto in questo piccolo agglomerato nel deserto, si incontrano tutti i tipi di viaggiatori.

paesaggio della Namibia

Noi arrivavamo da nord, accaldati dopo i primi 250 chilometri di strada da Windhoek. Appena fuori dalla capitale, infatti, inizia subito un bianco sterrato, che si inoltra fra pascoli e fattorie: è facile incontrare mucche marroni che fissano placide il passaggio dei fuoristrada dal ciglio della strada. Il tragitto cambia lentamente sulla C26 e la C1275, fino al Gamsberg Pass, quando si inizia a scavallare in una terra sempre più rocciosa. Si attraversa anche il Tropico del Capricorno in questo scendere sempre più a Sud, sempre più vicini al cielo. E’ così vasto che sembra di toccare le nuvole bianche che ci accompagnano dall’inizio: sono così dense da proiettare la loro ombra sulla terra, regalando continui giochi di colore. Un punto panoramico pazzesco, da cui l’occhio corre, per la prima volta, sul deserto marrone sottostante, è il passo di Spreetshoogte Questo tratto è percorribile dai fuoristrada, ma non dai camper. Se rientrate nella prima categoria, fermatevi ad ammirare la vastità che vi aspetta dal punto panoramico: c’è anche un tavolino per chi vuole fare una sosta più lunga.

La strada continua sterrata, ma dritta, fino a Solitaire. I primi insediamenti iniziano a vedersi qualche chilometro prima, quando fanno la loro comparsa campeggi e guesthouse. Non credete, sono una manciata di sistemazioni, non è certo un posto molto frequentato! Poi, ecco il piccolo agglomerato, annunciato da una serie di colorate auto d’epoca, di cui alcune ribaltate verso l’alto. Un tipo di immagine, questa, che  ho ritrovato spesso nel mio viaggio in Africa: come se le cose che appartengono alla modernità vengano a un certo punto superate, non siano più che dei ferri vecchi, a queste latitudini. E’ come se quello che si rompe qui non venga riaggiustato. Oppure qui fa solo folclore, chissà.

La Solitaire Desert Bakery

Comunque sia, eccoci arrivati, fra cactus, i cartelli di un’area di sosta e un campeggio. Ma il pezzo forte è il fornaio. Sì, quello che mi fa impazzire è che qui, in mezzo al nulla, c’è una bakery. Buonissima per giunta. Per risparmiare un po’ e una sosta veloce, si può scegliere fra muffin, torta ai mirtilli o una pasta alla cannella (ottimo anche il caffè). Volendo si può anche puntare sull’hamburger o il fish & chips, ma l’importante è guardarsi attorno e ‘curiosare’ fra i tavoli degli altri viaggiatori: ci sono famiglie, gruppi di varie nazionalità che si spostano a bordo di pulmini panoramici. Oppure coppie di amiche, armate di reflex, o di amici, che sembrano usciti da Mr. Crocodile Dundee. Comunque è il trionfo del color kaki, del camper, del gilet pieno di tasche e gadget da safari. E’ una straordinaria umanità quella che si ritrova sotto le pale della veranda, nel caldo infuocato del deserto. Fra pneumatici, taniche di benzina e vento caldo.

deserto della namibia

Solitaire, nel deserto della Namibia

Il deserto della Namibia: ultimo tratto verso Sossuvlei

Da Solitaire ripartiamo verso il deserto, che si fa sempre più arido. La nostra meta è il Quiver Desert Camp, un luogo bellissimo, circondato da rocce che la sera si incendiano di rosso. Un panorama arido da ammirare dalla propria casetta che si confonde con i colori sabbiosi circostanti, magari cuocendosi la carne nel barbecue (braai) sulla veranda o semplicemente guardando il sole che sparisce lasciando un cielo stellato commovente. Insomma, un posto arroventato (per fortuna c’è una piscina, eh) in cui aspettare solo che la giornata scivoli via, nella pace più totale. Da qui si arriva dunque a Sesriem, la porta di accesso per Sossusvlei.

Solitaire, nel deserto della Namibia

All’interno dell’area parco ci sono solo due possibilità di dormire: un campeggio molto ben organizzato e un lodge lussuoso. Indovinate quale abbiamo scelto noi? E abbiamo fatto bene, perché la piazzola alberata dotata di acqua ed elettricità è straordinaria: un luogo in cui aspettare il tramonto con un calice di vino in mano.

Dal campeggio si prende la strada (asfaltata, miracolo) che porta fino a Sossusvlei e Deadvlei. Ma questo, è un altro post.

Altri post sulla Namibia

  1. Guida pratica per un viaggio in Namibia
  2. Twyfelfontein, nel rosso della Namibia
  3. Solitaire, nel deserto della Namibia

A Twyfelfontein, nel rosso della Namibia

Forse non sarà il luogo più noto della Namibia, come l’Etosha o Sossusvlei, ma in viaggio a volte capita che il cuore resti in posti che in noi accendono una scintilla. Questa volta è successo a Twyfelfontein, una delle tappe che più ho amato, anche se tutto lasciava presagire una serata disastrosa, per quanto fossimo pure usciti indenni dalla Skeleton Coast. Ci troviamo nel Damaraland, una zona non solo bellissima dal punto di vista paesaggistico, ma anche interessante da quello culturale, grazie alle incisioni rupestri che permettono di fare un salto nel tempo di millenni.

Dalla Skeleton Coast a Twyfelfontein

Sapevamo che sarebbe stata una delle tappe più lunghe del nostro viaggio, quello che non sapevamo è quale strada avremmo scelto. Parliamo di una meta, la zona di Twyfelfontein, che rientra normalmente nei tour fra l’Etosha e Swakopmund e che la maggior parte dei viaggiatori di solito raggiunge passando per una strada interna, la C35, che passa per Uis costeggiando il Branberg. E anche noi stavamo per fare la stessa scelta, visto che il navigatore la consigliava come opzione più veloce, più corta di circa 40 chilometri rispetto alla Skeleton Coast (un tragitto totale di 460 chilometri). In più, dopo una lunga ricerca su Internet, sembravano pochi gli avventurieri della costa, che in certe stagioni può diventare davvero spettrale a causa della nebbia e della strada salina scivolosa. Dunque che fare? Mentre facevamo colazione alle 6 nell’ostello di Swakopmund, la graziosa cittadina coloniale tedesca sull’Oceano, abbiamo deciso di scegliere in base alle condizioni meteo.

Viaggio in Namibia: le strade

Il segreto è essere mattinieri: alle 8 avevamo già visto da una spiaggia desolata vicino a Henties Bay il relitto della nave Zeila, giusto in tempo prima di essere ‘assaltati’ da venditori ambulanti, e ci siamo diretti verso Cape Cross, area protetta abitata da migliaia di otarie. Lo spettacolo offerto dalla colonia è potente e inquietante, mitigato solo da un bellissimo lodge poco lontano – non del tutto immune dal cattivo odore delle amiche otarie ahimè-, ma che è stata una meravigliosa tappa per una seconda colazione, davanti a un fazzoletto azzurro d’oceano. Una scena da Oceano Mare, per certi versi ricordava proprio la locanda immaginata da Baricco.  Abbiamo chiesto un’ultima volta consiglio sulla strada e alla fine abbiamo proseguito lungo la famigerata Skeleton Coast, puntando a uscire entro le 15 dal gate di Springbokwasser. Perché racconto tutto questo: perché arrivare nel roccioso Damaraland dopo avere percorso oltre 200 chilometri di costa piatta e grigiastra, è stato come atterrare su un altro pianeta. Un pianeta sempre aspro e infuocato, ma esplosivo nei suoi colori. Anche se di esseri umani non se ne vedono poi molti di più.

L'ingresso al parco della Skeleton Coast, Namibia

L’ingresso al parco della Skeleton Coast, Namibia

La Skeleton Coast

La Skeleton Coast

Nel Damaraland

Qualcuno c’è. Qualche allevatore, non lontano dai recinti in cui pascolano mucche marroni sotto un sole rovente. A volte si intravede qualche casupola e, addirittura, minuscoli villaggi che sembrano popolati da gommisti: avere un intoppo con l’auto in questo tratto di nulla può essere una rogna non da poco ed evidentemente qualcuno si è attrezzato. Altre volte si incrociano carcasse di macchine, senza ruote, rivoltate verso l’alto come scheletri di insetti. Non sembra un mondo per uomini, la Namibia. Ma, rispetto alla costa, questo sterrato roccioso incute comunque meno timore: forse è merito dell’erba verdissima che, chilometro dopo chilometro, torna a popolare questo mondo. Il rosso della pietra circostante esalta i radi prati, che in questa fine dell’estate sono pure più rigogliosi del solito. Gli alberi si contorcono, ci diciamo più volte che l’Africa, da casa, ce l’aspettavamo proprio così. Così come? Spazi sconfinati, luoghi primordiali, che sembrano solo sfiorati dall’uomo.

La strada sale e scende continuamente, alcune buche sono impossibili, ma procediamo spediti verso il lodge che ci attende, sognando la piscina, senza curarci del pranzo saltato e delle temperature esterne. Mi ricorderò di non avere praticamente bevuto solo prima di cena, quando il caldo desertico mi taglia le gambe e mi sembra di avere la  testa nel forno: a Twyfelfontein ho capito cosa si intende con disidratazione e perché tutti ti fanno una testa così sul fatto di bere quando è molto caldo anche se non hai sete: il rischio, altrimenti, è di stramazzare a un passo dal buffet (nulla che un po’ di ghiaccio sui polsi e carne alla griglia ben salata non abbia poi risolto). Nel frattempo, infatti, dopo circa 7 ore di auto, siamo arrivati al  nostro lodge, nascosto dalle rocce rosse, che sembrano inglobarlo.

Le stelle del Sud

Verso sera il luogo cambia. Del caldo della giornata resta un’arietta dolce, che mi fa rinascere. Si sentono solo i grilli, mentre sul lodge cala un manto stellato. A Twyfelfontein ho imparato a leggere il cielo australe, grazie alla lezione di un signore tedesco che ormai vive lì da 50 anni e che regala un viaggio di un’ora nella Via Lattea. Con laser e telescopio, ci mostra la Croce del sud, Alfa e Beta Centauri, ci aiuta a riconoscere Orione e le costellazioni del Leone e dei Gemelli. Infilando l’occhio in quel minuscolo foro, ci porta con lui fra le lune di Giove. E’ un momento magico, in cui mi sembra di avvicinarmi un po’ di più a questa natura travolgente, ma essenziale, che ci stupisce ogni giorno di più da quando siamo in Namibia. Mi avvicina a quegli uomini, che millenni fa, hanno lasciato una loro traccia incidendo la roccia qui vicino. Ed è lì che andiamo di buon’ora, il giorno dopo.

Per quelle strane casualità del viaggio, i nostri compagni nella visita guidata – l’unica formula possibile nel sito che è patrimonio Unesco- sono due signori tedeschi che la notte prima hanno esplorato il cielo con noi. Il centro visite si confonde ancora una volta con il panorama circostante: è realizzato con vecchi barili di benzina. La struttura sembra un guscio di bronzo ed è progettata per essere facilmente rimossa, proprio come le passerelle da cui si osservano le incisioni rupestri. Kudu, giraffe, rinoceronti e leoni sono lì su quelle rocce da circa 10mila anni. Ci sono anche impronte umane, come se quelle pietre fossero lavagne, su cui prepararsi, prima di andare a caccia. C’è persino una foca, che stupisce, a tanti chilometri dalla costa e lascia correre l’immaginazione. Molte di queste immagini mostrano animali con tratti umani: la spiegazione sta nel fatto che molte di questi figure rimandano allo stato di trance degli sciamani.

Il luogo, infatti, era sacro ed è stato colonizzato – con il nome che tradotto significa “sorgente dubbia”- nel 1947 dai primi bianchi. Vicino al sito si vedono ancora i resti della casa, poi abbandonata quando la famiglia che vi abitava è stata costretta a tornare in Sud Africa negli anni della segregazione razziale. Qui i bianchi non potevano stare. Tornando dalla visita non resisto e chiedo alla nostra guida, una ragazza che parla un ottimo inglese, qualcosa su tutti quegli schiocchi che fanno con la lingua, il che è poi una scusa per farla parlare un po’ del mosaico etnico della zona. Lei è di etnia Damara, una delle 14 che ancora si trovano in Namibia: circa la metà di queste parla inglese, obbligatorio a scuola, mentre sei mantengono la loro lingua. Alcune, poi, hanno quattro schiocchi caratteristici e molto diversi con la lingua: meglio non sbagliare, se non si vuole fare una grossa figuraccia.

Verso Khorixas

Da qui si possono visitare, in una sorta di anello, altri due siti molto interessanti, sempre pagando una piccola quota per i biglietti d’ingresso. La prima è la montagna bruciata, un’area in cui la roccia, di origine vulcanica, è particolarmente scura e sembra annerita dal fuoco. Poco distante si trovano gli Organ pipes, rocce che ricordano distese di canne d’organo e si visitano in un piccolo canyon. Infine, la zona è famosa anche per la foresta pietrificata: in una zona brulla, in cui pascolano capre scortate dai cani, una guida mostra questi blocchi di pietra che in tutto e per tutto sembrano legno. Ora sono rocce, ma millenni fa erano davvero tronchi, portati fin qui dall’acqua. Col tempo, sono diventati pietra, conservando però i caratteristici anelli e solchi degli alberi. Non è una visita sconvolgente, ma interessante, ed è anche una buona occasione per osservare le Welwitschia, simbolo della Namibia. Sono piante grasse, alcune maschili e altre femminili, che possono vivere centinaia di anni. E ancora una volta la natura qui batte l’uomo.

La foresta pietrificata

La foresta pietrificata

Da qui abbiamo caricato una signora che lavorava nel nostro lodge e che aveva bisogno di un passaggio fino a Khorixas, cittadina principale della zona in cui si trova l’ospedale. Ancora una volta ho pensato alla differenza nella concezione del tempo fra noi e l’Africa. Per noi è impossibile pensare di affidarsi al caso, a un’auto che può passare come no per fare qualcosa, figuriamoci poi andare all’ospedale. Il tempo scorre con altre regole, forse. Ma intanto siamo arrivati in città, che ci accoglie con un tratto di asfalto che salutiamo con un grido dal fuoristrada. Basta sobbalzi per un po’.

I post sulla Namibia

  1. Viaggio in Namibia: guida pratica
  2. A Twyfelfontein
  3. Solitaire, nel deserto della Namibia
Solitaire

Viaggio in Namibia, una guida pratica

Dopo nove anni sono tornata in Africa. Sono tornata, da molto tempo mi chiamava, sempre nella parte australe: dopo il Sud Africa, ho aggiunto un tassello del puzzle con la Namibia. Ho ritrovato gli spazi, enormi, e i cieli, sconfinati. Quella vita scandita da albe e tramonti. Il vero dono dell’Africa sono i cieli, secondo me. E ho ritrovato anche gli animali, che sembrano sempre venire da un altro tempo, con i loro colori polverosi e le goffe andature (quando sono di buon umore). Ma la Namibia – che è uno dei Paesi meno popolati al mondo – in realtà ci ha regalato scenari che non sembrano di questa terra. Oppure sono la nostra terra nella sua faccia più vera, chissà. Non ho mai visto – neppure in Nuova Zelanda- cambiare il paesaggio tanto rapidamente. E soprattutto non l’ho mai visto così desolato, così privo di esistenza umana. Oppure a volte le tracce umane sono solo resti, relitti, ruggine. Quella della Namibia è una natura bellissima, ma anche spietata, sconcertante, sempre pronta a riprendersi tutto quanto. E sempre esplosiva nei suoi colori.

Sossusvlei

Sossusvlei, Namibia

Sono appena atterrata dopo questi dodici giorni intensi, tutti passati sulla strada. Tremila chilometri macinati, di cui gran parte su sterrati. Ed è da qui che voglio partire, da informazioni pratiche, per organizzare un viaggio che avevo sempre immaginato molto costoso e poco organizzabile in autonomia. E quindi lungamente rimandato. Invece non è proprio così, anche se, certo, quella in Namibia non sarà mai una vacanza low cost. Difficilmente, poi, si potrà improvvisare l’itinerario, a meno che non si abbia molto tempo a disposizione. Con questo post tento di dare risposte che io stessa ho cercato nella preparazione del viaggio, ma che ho fatto fatica a trovare, anche a causa di guide o un po’ datate o che non mi hanno troppo soddisfatta (Lonely Planet, mi spiace. Sei stata compagna di mille avventure, ma in questo caso si poteva fare un po’ di più). Sono stati molto utili, invece, i post di Viaggi Verde Acido e Diqua&Dilà.

Sulla strada per Sesriem

Viaggio in Namibia: sulla strada per Sesriem

Quando andare in Namibia

Non ho trovato alcuna informazione su un viaggio in Namibia fra marzo e aprile come il nostro, fondamentalmente perché è una stagione di mezzo. Noi siamo arrivati il 26 marzo e siamo ripartiti il 6 aprile e, nella parte settentrionale del Paese, aveva smesso di piovere da circa un paio di settimane. L’alta stagione, secca, vera e propria è quella che inizia a maggio e ha il suo culmine nella nostra estate. Fino a ottobre i vantaggi sono tanti: nell’Etosha National Park si avvistano più facilmente gli animali, fa meno caldo e anche le zanzare sono un pensiero in meno. D’altra parte i costi lievitano e immagino che tutti i posti più turistici siano presi d’assalto.

Le dune a Sandwich Harbour

Le dune a Sandwich Harbour, Namibia

Se consiglierei il nostro periodo intermedio? Sì. I prezzi erano sempre più bassi, in alcune destinazioni, tipo Opuwo, eravamo praticamente gli unici turisti, di notte si dorme in tenda senza gelare e francamente l’erba alta che ondeggia come un mare dentro l’Etosha è magica. Poi, ovvio, le pozze in cui si avvistano gli animali sono oggettivamente meno popolate. Ma, comunque, a noi hanno regalato un paio di rinoceronti, e non è poco (sul leone non c’è stato proprio niente da fare, amen). Capitolo zanzare. Io sono la loro vittima sacrificale preferita, dalla giungla laotiana a Marina di Ravenna sono letteralmente assaltata: visto che qualcuna ne ho incontrata, ho scelto di fare la profilassi antimalarica con il Malarone, decidendo sul posto. Ci siamo quasi avvelenati con lo spray, la vera arma fondamentale in questi casi, ma siamo vivi per raccontarlo, dai.

Quanto costa andare in Namibia?

Non è per forza un viaggio da nababbi, ma è meglio fare esempi, sempre partendo dal presupposto che ci siamo organizzati autonomamente e immagino che i viaggi in gruppi organizzati con autista costino di più. Il nostro volo, acquistato un mese prima della partenza, è costato circa 850 euro a testa. Avevamo trovato una combinazione a 200 euro di meno con Ethiopian Airlines, passando per Roma e Addis Abeba, ma è stato simpaticamente cancellato qualche giorno dopo la prenotazione. E così abbiamo ripiegato su Lufthansa (sempre ottima) in combo con South African Airlines: l’itinerario da Bologna è degno di un flipper visto che si deve salire a Francoforte per poi andare comodi comodi a Johannesburg, per poi atterrare a Windhoeck, la capitale namibiana. Però sono stati buoni voli, concentrati di notte e senza lo stordimento da jet lag. E visto che io sono della scuola basta che l’aereo stia dritto e voli e va bene tutto, siamo a posto così.

Il viaggio in Namibia in auto

La cifra più consistente è l’auto, nel nostro caso 1000 euro per 11 giorni (assicurazione totale compresa e con due guidatori). E, a detta di altri viaggiatori incontrati lungo la strada, è stato un ottimo prezzo, anche perché parliamo di un fuoristrada accessoriato per il campeggio, compresi cuscini e sacchi a pelo, con la tenda montata sul tetto. Dopo molte ricerche, abbiamo prenotato circa due settimane in anticipo con Aloe, che fornisce anche i trasferimenti gratuiti in aereoporto all’andata e al ritorno. Fortunatamente non abbiamo dovuto testare l’assistenza, ma per la nostra esperienza ci siamo trovati bene.

Il nostro fuoristrada

Viaggio in Namibia in auto: il nostro fuoristrada

Sul capitolo pernottamenti si gioca la vera differenza di budget possibili. Noi abbiamo alternato le sistemazioni: tre notti le abbiamo passate in tenda, tre in pensione/guesthouse e cinque in lodge. Tornando indietro, avrei fatto una notte in più in campeggio nell’Etosha, calando un lodge, ma non è che prima si può proprio prevedere tutto. Tradotto: se le notti in tenda costavano meno di trenta euro in due con tanto di auto, quelle in lodge possono arrivare a 200 euro a notte (sempre in due, con colazione). Ci sono lodge da 400 euro a notte e oltre, ma quelli non li abbiamo neanche guardati per non farci del male).

Le pensioni si aggirano fra i 50/7o euro a notte per una doppia, con colazione. Spesso, visto che parliamo di posti in luoghi isolati, nello stesso complesso ci sono sia lodge che campeggi e si può sia cucinare da sé che cenare al ristorante con formula a buffet (tempi duri per i vegetariani). Basta guardare prima quando si prenota, ma quasi sempre abbiamo trovato cucine o griglie. L’importante, in realtà, è proprio prenotare, per trovare i posti più adatti alle proprie esigenze e non essere ‘pelati’.
Ultima cosa. Proprio questa varietà di sistemazioni rende il viaggio adatto anche alle famiglie e ai bambini, infatti ne abbiamo visto parecchi tuffarsi nelle piscine di lodge e campeggi (e raccontare del magnifico avvistamento del leone appena fatto, che rosicata).

L’itinerario in Namibia

Il nostro viaggio in Namibia è durato dieci giorni completi, tredici totali comprendendo anche i voli. Più giorni sono sempre meglio, ma in questo periodo siamo riusciti a vedere comunque moltissimo. Mi sono accorta solo mentre eravamo là che era l’itinerario era organizzato come in quattro temi.
Il deserto. Il primo giorno siamo riusciti solo a ritirare la macchina (serve almeno un’ora per le spiegazioni di tutte le parti, compreso come sgonfiare le gomme per guidare sulle piste di sabbia e come cambiare una ruota), comprare provviste al supermercato e cenare in una capitale quasi deserta di domenica sera. Poi ci siamo diretti a Sud, passando per il Kalahari, arrivando fino a Sesriem, la porta per l’incantevole Sossusvlei, le dune color salmone e il pan, il lago effimero con i suoi alberi contorti e spettrali.

Solitaire

Solitaire, Namibia

La costa. Da qui siamo risaliti fino a Swakopmund, cittadina coloniale tedesca, in cui ci si imbarca fra foche e pellicani e ci si affida alla grazia divina mentre le jeep sgommano su dune altissime a strapiombo sull’oceano. Visto che le condizioni meteo lo permettevano (ma d’inverno è più difficile per la nebbia), dopo essere passati per la colonia di otarie a Cape Cross, abbiamo pure percorso la parte di Skeleton Coast fino a Torra Bay, fra relitti, una strada salina e tanto deserto. Sono quasi 200 chilometri in solitudine, ma fattibili con un buon fuoristrada.

Skeleton Coast

Skeleton Coast

L’incontro con le popolazioni. Quella fra Damaraland e Kaokoland  è stata la parte in cui abbiamo scoperto qualcosa di più della vasta diversità etnica e tribale della Namibia, rimasta in secondo piano fin qui. A Twyfelfontein abbiamo visto l’incredibile arte rupestre di questo patrimonio Unesco, ascoltato gli schiocchi con la lingua degli abitanti, dato un passaggio a una signora che doveva recarsi in ospedale a Khorixas, dove abbiamo assistito a un anniversario di matrimonio. A Opuwo, invece, abbiamo visitato con un ragazzo del posto un villaggio Himba, una delle etnie che vive ancora in modo tradizionale. E’ stata un’esperienza un po’ sconcertante, forse, ma fondamentale per capire un po’ di più il Paese.

Safari e dintorni. La nostra parte conclusiva è stata l’Etosha National Park, una delle mete più classiche. Consiglio di calarsi almeno due giorni nel mondo selvaggio del parco, in cui si può guidare in autonomia, a patto di non scendere mai dall’auto. Anche perché, posso testimoniarlo, quando ti attraversa la strada un elefante un po’ di strizza sale. In alternativa si può prendere parte ai game drive organizzati dai lodge all’alba e al tramonto. E’ un viaggio ancora diverso, fatto di ore di pazienza, di attesa nel cercare giraffe e felini, di sveglie alle 5, ma che riconcilia con una parte molto profonda di noi stessi. Almeno per me è stato così.

Perché andare in Namibia

Il Paese è bellissimo, l’Africa è bellissima e, secondo la mia amica Elena (una vita insieme e una comune passione per Karen Blixen, non me ne voglia Paul Theroux), andarci è come tornare a casa. Non lo so se è proprio così, ma certo si respira qualcosa di antico, di magico, di primordiale. Comunque sia, la Namibia è una meta fattibile per tutti, dipende solo dalle motivazioni. E’ un viaggio in cui si possono trascorrere quasi intere giornate in auto, spesso su strade sterrate. E’ un viaggio in cui non si incontrano esseri umani per ore e chilometri e ci si cala completamente nella natura, affidandosi alla fortuna di non forare o danneggiare la macchina.

Viaggio in Namibia: Sossusvlei

Viaggio in Namibia: Sossusvlei

Un passo verso Sesriem

Un passo verso Sesriem

E’ un viaggio che va un po’ studiato, meditato, che difficilmente si improvvisa perché le tappe, anche di 350 chilometri alla volta, vanno organizzate per guidare finché c’è luce (dal tramonto all’alba non si è coperti da assicurazione) e a velocità sempre limitate. E’ un’Africa per tutti, ma che, come tutti i tesori, va conquistata.

Appendice pernottamenti

Di solito non faccio questi elenchi, ma uno dei temi da sciogliere spesso è stato come scegliere i pernottamenti prima, a scatola chiusa. Alcuni erano molto più cari rispetto al nostro normale budget e ci chiedevamo se ne valesse la pena. Un’altra incognita era quanto fossero spartani i campeggi. Ecco qui alcuni posti che consiglio totalmente.

Windhoeck. Guesthouse Tamboti. Bella la posizione sulla collina, super la colazione. Per il resto la stanza è essenziale, ma pulita ed è sempre disponibile un tassista che vi porti in centro. Per una notte abbiamo speso 60 euro, non male in una delle città più costose dell’Africa.

Sesriem. Il mio posto del cuore, il Quiver Desert Camp, perfettamente inserito nel deserto che lo circonda. E’ un’ottima via di mezzo fra lo spartano e il lusso e la piscina è un sogno. Si può sia cenare nel ristorante di un lodge vicino, che cucinare nella verandina davanti alla propria casetta, sotto un incantevole cielo stellato.

Il Quiver Desert Camp

Il Quiver Desert Camp

Twyfelfontein. Il Twyfelfontein Country Lodge quasi non si vede, mimetizzato fra le rocce rosse della zona. E’ un posto bellissimo, con una stupenda terrazza panoramica e incisioni rupestri ‘private’. Lodge caldissimi di notte, ma essendo nel deserto con riserve energetiche limitate, alla fine ho apprezzato che non ci fosse l’aria condizionata.

Opuwo. L’Abba Guesthouse è una delle poche soluzioni intermedie di questa bizzarra città, l’ultimo approdo dell’asfalto nel Nord del Paese. Si trova dietro una scuola e l’incasso sostiene progetti per i bambini. Semplice e pulita, molto frequentata dai namibiani: un buon indirizzo senza pretese.

Etosha National Park. Se avete la possibilità di vedere anche la parte ovest del parco, più montagnosa, il Dolomite Camp è un insieme di lodge tendati straordinario. La vista dall’alto è splendida, organizza game drive da 500 dollari namibiani (circa 40 euro), cena nella media. Per chi preferisce il campeggio, consiglio l’Olifantsrus, con un stupendo appostamento sulla pozza, e l’Okaukuejo, fra i più gettonati per la sua pozza (ma un po’ troppo caro, meglio puntare sulla tenda qui che sul lodge secondo me). Se non potete alloggiare dentro il parco, fatevi un regalo all’Etosha Safari Lodge (catena Gondwana): è caro, ma la terrazza panoramica merita la sosta.

Gli altri post sulla Namibia

  1. Viaggio in Namibia, guida pratica
  2. Twyfelfontein, nel rosso della Namibia
  3. Solitaire, nel deserto della Namibia

Qualche giorno nello Yorkshire

Ci sono luoghi che sono oggettivamente belli, che riconosciamo perché li abbiamo visti in foto mille volte. E poi ci sono luoghi belli per i nostri occhi, che riconosciamo perché erano già da qualche parte dentro di noi. Per me lo Yorkshire,e in generale l’Inghilterra, è stato questo, uno di quei paesi in cui qualcosa, dentro, si sintonizza e suona la sua musica più bella. E, in un attimo, finisce nella lista dei posti del cuore.

Tutto nasce da un matrimonio di famiglia (in effetti ormai un po’ di famiglia ce l’ho in Gran Bretagna) a Nottingham, occasione che io e Patrick abbiamo colto al volo per visitare lo Yorkshire. A Londra ci sono stata diverse volte e non è mai scattata la scintilla, ma qui è stato tutto diverso. Un po’ perché usciti dall’aeroporto di Leeds (dove vola la Ryan Air), basta fare qualche curva per ritrovarsi fra colline, querce, muretti e fattorie in pietra: un contesto agreste, insomma, che per me è il massimo (chi ama le metropoli rischia di annoiarsi a morte: non è per tutti, ecco).

Ma il vero motivo di tanto entusiasmo è che nello Yorkshire io c’ero stata tantissime volte, ma solo con l’immaginazione. Un viaggio iniziato nell’adolescenza e mai del tutto finito fra le pagine dei romanzi, in anni in cui la timidezza rendeva più facile dialogare con personaggi di un mondo fatto di parole, che affrontare persone in carne e ossa.  Anni passati a chiedermi che aspetto avesse poi esattamente quella brughiera raccontata, ad esempio, da Frances Hodgson Burnett nel Giardino segreto o da Emily Brontë in Cime tempestose. Quante carrozze avevo visto attraversare queste lande. E, vent’anni dopo, eccomi arrivata.

Haworth

La prima tappa non poteva che essere questa cittadina, che ha più l’aria di un villaggio. Il centro è composto da caratteristiche case in pietra grigia, così come le strade lastricate. Ma, fra un pub e l’altro, qui si viene per fare visita alle sorelle Brontë nella casa in cui hanno vissuto e scritto, assieme al padre, vedovo da moltissimi anni. Per chi ha amato questi romanzi, trovarsi nel salottino in cui Anne, Emily e Charlotte creavano e si confrontavano sui loro personaggi è un’esperienza quasi mistica. Nella prima stanza a sinistra, c’è pure il divano su cui è morta una delle sorelle, tutte scomparse giovanissime. Scorrendo i pannelli alle pareti, mentre il pavimento di legno scricchiola sotto i piedi, sembra di vederle, davanti ai caminetti o nella cucina. E in effetti le si vede, nel dipinto appeso sulle scale, in cui sono rappresentate tutte e tre.

Non voglio sembrare un’invasata, ma dormire nel B&b a pochissima distanza dalla casa è stato emozionante. Il borgo è turistico, certo, ma è anche un angolo di quiete e l’anima del luogo è molto forte. L’ho colto in profondità al tramonto, quando abbiamo camminato nei campi subito dietro le case, in compagnia di cavalli e mucche. Il cielo incendiato di rosa, la luce bluastra sulle colline, il cinguettio degli uccelli, la staccionata, l’erba umida. Eccola qui, l’anima del luogo.

Bronte Parsonage Museum, Haworth

Bronte Parsonage Museum, Haworth

Haworth

Haworth

Chi ha un po’ più di tempo – e noi ce lo siamo ritagliati la mattina successiva- dovrebbe andare a Wuthering Hights (vi dice qualcosa?). Mentre ci davamo dentro con la english breakfast, ci siamo procurati una mappa un po’ approssimativa del sentiero per arrivare alla collina in cui leggenda vuole ci sia l’inquietante casa di Heathtcliff. La strada, che attraversa splendidi prati e costeggia case nel bosco (in un cottage abbiamo comprato una marmellata alla lavanda, semplicemente lasciando i soldi in una scatola) è molto bella, ma a un certo punto – almeno nella nostra cartina disegnata – non era chiara la deviazione da fare. Mentre vagavamo in cerca di un punto di riferimento, ho capito che cos’è quella brughiera che aspettavo da una vita.

La scoperta è stata che, anche in una mattinata di giugno, si tratta di un ambiente ostile, battuto dal vento, in cui ci si perde facilmente. In assenza di sole, il cielo copre tutto di una luce grigia e si cammina calpestando arbusti bassissimi, di cui ricordo il rumore sotto i piedi. Poi alla fine ecco la collina con i ruderi di una casa e alberi magnifici, che ho raggiunto complimentandomi con me stessa per avere scelto un marito così dotato di senso dell’orientamento. Chissà, forse quella non sarà stata la casa dei nostri protagonisti, ma in fondo, poi, che importa. Sulla strada, in compenso, si passa davanti all’abitazione che probabilmente ha ispirato davvero Emily Brontë: vi abbiamo incontrato uno scrittore in ritiro seduto davanti all’ingresso.

Le Dales

Accontentata me, ora toccava a Patrick. E così il viaggio è proseguito verso il parco Yorkshire Dales, con le sue incredibili formazioni rocciosi e prati così verdi da sembrare fluo. Abbiamo pernottato lungo la strada, dopo avere fatto un passaggio nel pittoresco paesino di Grassington. Il posto era piuttosto deserto, ma non dimenticherò il curioso gruppo di motociclisti che, scesi da moto più grandi di loro si sono seduti nel tavolo vicino al nostro ordinando tazze di tè. Anche i centauri in Inghilterra non rinunciano alle tradizioni pomeridiane! Sulla via del ritorno il navigatore ci ha mandato in quelle che in Italia chiamerei cavedagne: il concetto è che si siamo trovati in un paesaggio surreale, nella luce dorata del tramonto, in cui c’eravamo solo noi e pecore a perdita d’occhio. Alcune erano anche in mezzo alla strada, transitando  placidamente da una collinetta all’altra. Un altro momento magico, da respiro un po’ mozzato. La pace abita fra queste staccionate.

Ma la vera meta era il parco, per un trekking molto facile (anche per me!). Dopo avere lasciato l’auto nel parcheggio del centro visite, siamo entrati in una specie di vallata seguendo il corso del fiume. E’ il panorama più bucolico che io abbia mai visto (la Contea in Nuova Zelanda è fuori gara), fra il verde brillante dell’erba, i fiori gialli, la pietra dei muretti a secco e un cielo azzurro con batuffoli di nuvole. Uno dei motivi della visita resta la grande parete rocciosa, la Malham Cove, sopra la quale siamo saliti da un sentiero a gradini laterale. Dall’alto è ancora più incredibile, visto che ci si trova a camminare in una distesa di enormi pietre. In questo punto si incrociano diversi sentieri, noi siamo tornati verso la macchina, comprando un panino in un chiosco sul sentiero.

La Napoli sotterranea

Strade su e giù, il mare laggiù da qualche parte. Il profumo dei panni stesi, anche senza sole, che si confonde con l’odore di fritto. Sono le mie immagini di Napoli, così come l’ingresso della pasticceria Poppella, con la porta sostituita nel giro di poche ore dopo un raid con tanto di spari contro la vetrina. E’ il Rione Sanità il luogo ad avermi più colpita in una cavalcata di neanche tre giorni in questa città ricca di strati, colori e odori. Soprattutto di strati: a Napoli ho trovato tante città una dentro l’altra, e più che altro, una sopra l’altra. I proiettili contro una delle attività che cercano di dare una nuova immagine al rione ha alimentato molti servizi sui giornali locali. Sul ‘Mattino di Napoli’ ho letto questa frase, in un affresco del quartiere fatto da Pietro Treccagnoli: “Ogni palazzo a Napoli è una piccola Napoli, spalmata su più livelli”. E’ questo gioco di sopra e sotto, di luce e ombra, di vita e morte la grande magia.

La Neapolis sotterrata

Il bello degli scavi e delle aree archeologiche è che ti costringono a lavorare di immaginazione. Sei obbligato a ricostruire con la mente spazi e voci, dove spesso si vedono solo tracce e sassi. Nella visita alla Napoli romana, però, non è proprio così, perché l’antico mercato sotto la chiesa di San Lorenzo Maggiore è davvero ben conservato. La visita inizia da qui: percorrendo una delle strade più pittoresche della città- San Gregorio Armeno con le sue botteghe di presepi artigianali – si arriva davanti alla scalinata della chiesa francescana e si è pronti a imboccare via dei Tribunali.

E’ il cuore di Napoli, anche sotto terra. Le visite guidate nell’antica Neapolis partono a vari orari (l’ultima, almeno in questa stagione è alle 17) e abbiamo avuto la fortuna di trovare una guida preparatissima, anche davanti alle domande umarelliche più disparate. Dopo avere visitato la sala del refettorio (qui c’è un convento) e ripercorso la storia degli Angioini a Napoli, si inizia a scendere e si apre una seconda città. Abbiamo camminato su un vero e proprio cardine romano (una delle perpendicolari dei tre decumani del centro storico) su cui si affacciano botteghe antiche e pure un mercato coperto. Gli spazi, scavati nella roccia, sono perfettamente conservati, come i pesanti terrazzamenti di origine greca su cui sono sorte le attività di epoca romana. I due mondi si sono sovrapposti, così come subito sopra è poi sorta la chiesa. In seguito a un’inondazione, infatti, l’intera area è stata coperta dal fango, sembra dopo un’eruzione dei Campi Flegrei, e, dal V secolo d.C. l’antico mercato è stato abbandonato. In quelle gallerie ho pensato che oggi non si lascerebbe più un luogo sotto il fango, cercheremmo in tutti i modi di ripulirlo, bonificarlo. Invece quella città sotterranea è rimasta lì, nel suo silenzio, ma ancora intatta. Ed è arrivata fino a noi.

Catacombe di San Gennaro

Dal cuore del rione Sanità, dopo avere visto la casa di Totò decisamente rovinata (e sul grande comico si aspetta da anni la nascita di un museo), la piazza con la statua che ricorda Genny, una delle vittime innocenti del quartiere (ucciso da un proiettile vagante nel 2015), abbiamo iniziato a salire, fra palazzi scrostati e stendini, fino a Capodimonte. Da qui, però, siamo scesi un’altra volta, nella pancia di tufo della collina. Entrando nelle catacombe di San Gennaro sembra di penetrare nelle viscere della terra e invece si resta sempre sopra il livello del mare.

Ecco un’altra visita guidata affascinante, disponibile anche in inglese, con una guida entusiasta che ci ha portato per mano fra tombe ipogee, affreschi, basiliche sotterranee. Come ci ha spiegato, sotto le volte della roccia, non si nascondevano cristiani per sfuggire alle persecuzioni: nella Napoli dall’animo greco non ci sono praticamente state (se non nel porto romano di Pozzuoli). Queste nicchie nel tufo erano proprio tombe.

Dopo avere visto il luogo in cui erano state portate nel quinto secolo, le spoglie di San Gennaro, si passa in un’altra serie di gallerie, aperta solo negli anni Ottanta. Questa parte è quella cristiana e lo si capisce pure dal battistero presente: ancora una volta la vita e la morte sono molto vicine.

La gestione di questo scrigno di roccia è affidata alla cooperativa La Paranza che, abbiamo scoperto durante la visita, è stata la prima a coinvolgere giovani nel Rione Sanità. Sono partiti in quattro, oggi sono più di trenta, come le associazioni che sono nate subito dopo che cercano di dare un’alternativa lavorativa ai giovani della zona. E i risultati sono arrivati: per quanto riguarda la Paranza, nelle catacombe di San Gennaro e San Gaudioso (il biglietto è unico e dura un anno), l’anno scorso le presenze sono state quasi 80mila. Un dettaglio non da poco: la cooperativa ha previsto rampe e scivoli per la visita. Le catacombe, nella loro filosofia, devono essere accessibili a tutti.

Il cimitero delle Fontanelle

Siamo ai margini del Rione Sanità, a qualche minuto a piedi dalla fermata della metro Materdei. Prima di mangiare una fantastica pizza fritta da Starita, lasciandosi alle spalle una sequenza di palazzi più signorili, si scende (ancora una volta) per una serie di scalinate fino a un gruppo di case che sembrano un paese a se stante. Dietro alcuni terrazzi svetta un altissimo albero carico di mimose. E’ un luogo strano, ma mai quanto l’enorme antro nel tufo che si apre davanti ai nostri occhi, alle spalle di un edificio colorato come se fossimo in Messico.

Ci inoltriamo nella collina, l’ingresso al Cimitero delle Fontanelle è gratuito, e quando gli occhi si abituano alla penombra, realizzo: siamo circondati da teschi e ossa, ammonticchiati gli uni sugli altri, all’interno di quelle che sembrano aiuole. E’ un’esperienza surreale, ma permette di cogliere, ancora una volta, quello stretto legame fra i due regni, terreno e ultraterreno, che si avverte a Napoli. Le ossa presenti sono circa 8 milioni e appartenevano a persone che non erano state sepolte, o uccise dalla peste o portate lì dopo che altre tombe erano state svuotate. Nel tempo è nata una pratica, quella di adottare un’anima pezzentella, e la gente del posto ha iniziato a prendersi cura dello scheletro di qualche persona sconosciuta. In questi gallerie, fra teche, crocifissi e santi, si respira qualcosa di molto potente, dove il mondo pagano e cristiano si incrociano continuamente. La cooperativa La Paranza di cui ho parlato sopra organizza visite anche qui.

La metropolitana

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Cambiamo scenario, ma non troppo, visto che dentro la fermata della metro Municipio, sono incastonate le mura del Castel Nuovo. Ho visto solo le stazioni della linea 1, l’unica che ho preso, ma le ho trovate una più bella dell’altra e soprattutto ben tenute. In nessun orario del giorno ho mai visto i treni troppo pieni: non so se sia stato un caso o se invece la gente non la prende poi così spesso. E’ una cosa che non mi è chiarissima. Comunque sia, già arrivando alla stazione centrale si possono prendere, sia la linea 1 che 2 subito fuori: il biglietto ha un costo piuttosto standard, 1.50 euro (tre euro il giornaliero, che si può usare anche sugli altri mezzi). Divertente e colorata la fermata Università, ed scende nella pancia della città di ben trenta metri, è impressionante! Le fantasie alle pareti sono opera del designer Karim Rashid.

Semplicemente stupenda anche Toledo, a un passo dai Quartieri Spagnoli, progettata (guarda un po’) dall’architetto spagnolo Óscar Tusquets e in questo caso scendiamo ancora più in profondità. Avvolti dalla luce e dai mosaici di William Kentridge, i colori creano un universo sotterraneo blu, un chiaro riferimento al mare, che troviamo più sotto increspato nei pannelli di Bob Wilson. E mentre a Materdei abbiamo opere di Sol Lewitt, nella fermata Dante troviamo Kounellis, con i suoi inquietanti abiti e scarpi fissati al muro. E qui, purtroppo, un po’ di incanto finisce: mentre controllavo i nomi su Internet, mi sono imbattuta in articoli di poche ore fa sul furto di una di queste opere. Ammetto: ci sono rimasta un po’ male, come se fosse successo a casa mia.

 

Shirakawa go

Quello che amo del Giappone

In questi giorni freddi e bigi mi punge la nostalgia del Giappone. E inizio a capire sempre di più Patrick che proprio dopo il suo terzo viaggio non è più riuscito a smettere di volare verso il Sol Levante. Capisco di più quanto si somigliano, lui e i giapponesi, con la loro gentilezza, discrezione e, a volte, impenetrabilità. E ora anche io sarei pronta a tornare subito, dopo essere stata l’ultima volta (la terza appunto) in ottobre, perché sento che mi mancano tante cose di quel Paese delicato, buffo e rigido allo stesso tempo. Mi è venuto voglia di raccontare questi dettagli, che alla lunga diventano uno stato mentale (per dirla alla Terzani) e al tempo stesso rendono un viaggio in Giappone così speciale e diverso da qualsiasi altro. E’ un post di sensazioni, con qualche dritta.

Gli Onsen

Questo è il primo pensiero, ma ammetto che l’inverno bolognese me lo serve su un piatto d’argento. Superato l’imbarazzo di lavarsi su uno sgabellino davanti a sconosciute che vi fisseranno – e lo faranno, magari solo un attimo, con curiosità, perché a volte potreste essere gli unici occidentali presenti  -,  l’acqua caldissima (anche 40 gradi) sembra la porta per un’altra dimensione, per un altro spazio, liquido e avvolgente. Entrando gradatamente, è bello sentirsi senza peso, accompagnati dal suono dell’acqua che scorre o, se siete fortunati e all’aperto, dalla vista dei fiocchi di neve.
Il mio posto preferito: il rotemburo (onsen con vasca esterna) nell’onsen di Shirakawa-go.

Foto dal blog Orizzonti

Foto dal blog Orizzonti

Dormire sul futon

A me piace dormire sulle superfici dure, quindi sono avvantaggiata. Ma quello che amo è soprattutto quella sensazione di entrare nella stanza tradizionale di una minshuku o di un ryokan, seguire la padrona di casa nel piccolo spazio (la case giapponesi sono sempre così piccole!) e apprezzare l’odore erbaceo del tatami, il tavolino per il tè e l’essenzialità. La yukata stirata e piegata che mi aspetta. Ma il meglio deve ancora venire: succede nei posti (di livello leggermente superiore) in cui la sera rientri in camera dopo cena e ti trovi il futon già srotolato. Vedere quella morbida e spessa trapunta, magari a fiori, già pronta per me mi fa sentire coccolata. In questo il Giappone non lo supera nessuno.
Il mio posto preferito: la camera da letto della pensione Kuwataniya a Takayama, sulle Alpi.

I futon ancora arrotolati

I futon ancora arrotolati

Cenare in minshuku con gli altri ospiti

E’ un punto legato al precedente: le esperienze migliori, per avere un assaggio dell’ospitalità giapponese, finora le ho avute nelle cittadine più tradizionali. Un momento che adoro, in questo caso, è entrare nella sala che si cela dietro alla porta di carta di riso e cercare il nostro posto, con i vassoi già pronti. I colori nei piatti sembrano danzare: il viola e rosa acceso degli tsukemono (sottaceti), il bianco del riso e del tofu, il giallo delicato della tempura, magari l’arancio di un frutto. Le gambe piegate dopo un po’ vi faranno ammattire, ma la bellezza di cenare tutti in silenzio divertendosi a provare nuovi e insoliti sapori, o di fare due chiacchiere con chi si ferma un po’ di più per un sakè, è quasi irraggiungibile in un viaggio in Giappone.
Il mio posto preferito: la casa tradizionale Koemon, sempre a Shirakawa-go.

Nella guida trovate le nostre scorribande gastronomiche

Nella guida trovate le nostre scorribande gastronomiche

Ordinare piatti a ripetizione nelle izakaya

L’ho scritto mille volte ormai, ma il cibo in Giappone è un’esperienza esaltante, soprattutto in questi locali che possono essere molto eterogenei. Una caratteristica comune, però, è quella di essere perfetti per le chiacchiere in compagnia, ordinando tanti piattini, accompagnati da una birra o sakè (per i giapponesi quando si beve, si deve sempre anche mangiare qualcosa). Spesso ci sono piccole salette in cui questa atmosfera rilassata diventa perfetta per passare ore in allegria. Ah, che cosa si mangia? Di tutto, dalle ostriche fritte (le mie preferite, dovete credermi), al sashimi. Dagli edamame (i fagioli verdi di soia), agli yakitori (spiedini).
Il mio posto preferito: l’izakaya Tsuduri a Kyoto.

In izakaya si beve sempre mangiando qualcosa

In izakaya si beve sempre mangiando qualcosa

Mangiare al bancone (sì, ancora cibo)

Che sia un bugigattolo specializzato in ramen, in cui si è avvolti dai vapori dei brodi fumanti, o un ristorante di alto livello, adoro mangiare seduta al bancone, vicino al cuoco. Un po’ perché gli osti, incuriositi dalla presenza di uno straniero, si superano nei loro manicaretti. Oppure attaccheranno bottone oppure, semplicemente, sarà un’occasione per vedere con che cura vengono preparate certe ricette. Nel caso in cui siate in un locale più raffinato, lo chef preparerà ogni piatto soltanto per voi, ad esempio ogni singolo pezzetto di sushi che vi deporrà direttamente nel piatto. E ancora una volta ci si sente ospiti speciali.
Il mio posto preferito: Miyuki Oden Honten a Kanazawa.

Vedere i templi di notte

Se c’è una cosa che mi fa impazzire dell’Asia sono le lanterne. E fin qui non sono troppo originale forse, ma quando si tratta di quelle che di notte illuminano i templi, beh, è poesia allo stato puro. La luce chiara, dietro la carta di riso, rende l’atmosfera un po’ irreale, fatata ed è bello camminare in silenzio fra tori, pagode e fontane gorgoglianti. Nella nostra religione dobbiamo entrare nei luoghi di culto, varcare portali, in Giappone i posti sacri sono aperti al passeggio, sia nei boschi che in un angolo cittadino.
Il mio posto preferito: il cimitero nella foresta sul Monte Koya.

Kyoto in tre giorni: le lanterne dello Yasaka jinja nella notte (foto di Patrick Colgan, 2014)

Kyoto in tre giorni: le lanterne dello Yasaka jinja nella notte (foto di Patrick Colgan, 2014)

Viaggiare in shinkansen

Quanto mi piace mettermi in coda al binario, dietro le altre persone diligentemente già posizionate, e provare una non troppo celata soddisfazione per la perfetta puntualità (anche se una volta mi è capitato un ritardo, ma una sola in tre viaggi in Giappone non è l’eccezione che conferma la regola). E poi mi piace scegliere il mio posto e lasciarmi cullare dal silenzio, uno sconosciuto sui nostri treni. Abbassare il tavolino, estrarre il mio bento – la scatola a scomparti con il pranzo- e godermi lo spettacolo dal finestrino. Distese di case ininterrotte, città informi sopra le quali schizziamo, verso la prossima meta. E fra Tokyo e Kyoto non manca mai qualche commento di stupore quando si ha la fortuna di vedere il monte Fuji.

Ammirare i ciliegi in fiore

Ero indecisa se metterla questa perché mi pareva troppo banale e, in fondo, capita solo in una manciata di giorni in un anno. Ma la verità è chi ha la fortuna di assistere una volta nella vita all’hanami, non se lo toglie più dagli occhi. E di certo non se lo leva dal cuore. Camminare avvolti da una nuvola rosa chiaro, sentire l’aria frizzante della primavera, le risate della gente che si ritrova sotto gli alberi sono sensazioni che riempiono di stupore, bellezza e riavvicinano alla terra, alla natura. E’ un piacere per gli occhi. Ogni volta che vedo un albero in fiore, ora, ci penso.
Il mio posto preferito: i binari dell’ex ferrovia a Keage (Kyoto).

Se l'ex ferrovia diventa un viale alberato

Kyoto, se l’ex ferrovia diventa un viale alberato
(foto di Persorsi, 2014)

Andare in sala giochi

Una nota pop, ma ci vuole. In Giappone, soprattutto a Tokyo, si può ancora fare un tuffo nelle sala giochi dei primi (nostri) anni Novanta, con la differenza che qui in certe sale si fuma parecchio (ho avvisato, poi non lamentatevi, in questo paese si fuma dentro e non fuori. Va così, amen). Diciamo pure che possono essere ambienti un po’ cupi e alienanti, ma fare un passaggio per trovare qualche videogioco vintage è molto divertente. Personalmente io mi dirigo direttamente verso la consolle di Street Fighter II e spendo qualche yen dando calci e pugni con Chun Li. A che gusto battere Ryu e Ken.
In questo caso non ho un posto preferito: entrate nella prima sala giochi che vi ispira.

Guardare i dettagli

Non ci sono indicazioni da seguire, guardatevi attorno. In alto, in basso, ci sarà sempre un dettaglio che renderà un luogo più aggraziato e un ricordo indelebile. E’ un tombino decorato con una decorazione floreale, una tenda blu davanti a una porta di legno. E’ una tazza in cui il risplende il verde del matcha, un takoyaki perfettamente rotondo ancora caldo. E’ una lanterna nel bosco, la faccia di un drago da cui sgorga acqua bollente. E’ un inchino, una yukata stirata, il sorriso di un monaco, è una carpa colorata in un laghetto. E’ l’asse riscaldato in bagno, nel freddo notturno di un ryokan, è ritrovare un oggetto perduto. E’ un uovo marinato nel ramen, una fetta di carne di Hida cotta su una foglia di miso, è un dolcetto incartato come se fosse un gioiello. E’ uno jizo vestito di rosso che sorride, sereno, nel bosco. E il vostro qual è?

Uno Jizo

Uno Jizo