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Solitaire, nel deserto della Namibia

Ho sempre avuto un debole per i luoghi di confine, gli avamposti. Presente quella descrizione sulle guide a proposito dei posti di frontiera, che sono l’ultimo segno di umanità prima delle terre selvagge? Quelle tappe del viaggio in cui la natura fa uno scarto; da lì in avanti il paesaggio cambia e diventa inospitale. Nel mio recente viaggio in Namibia molti posti potrebbero rientrare in questa tipologia far west, ma quello che vince a mani bassi la mia personale categoria del ‘desolato’ è sicuramente Solitaire. Con un nome così, non poteva essere altrimenti.

strade della Namibia

Da Windhoek a Sossusvlei

Solitaire è una tappa obbligata per chi è diretto a Sossusvlei. Molti viaggiatori raggiungono questo cuore assetato fra le dune – una delle foto più scattate in Namibia- come prima tappa direttamente dalla Capitale, ma c’è anche chi arriva da Nord, solitamente da Swakopmund, sulla costa atlantica. Le strade in Namibia non sono mai molte e per arrivare a Sesriem, la porta per il Namib-Naukluft National Park, una sosta in questo luogo sperduto lo fanno praticamente tutti. Ed è qui il bello, perché quando si arriva con l’auto in questo piccolo agglomerato nel deserto, si incontrano tutti i tipi di viaggiatori.

paesaggio della Namibia

Noi arrivavamo da nord, accaldati dopo i primi 250 chilometri di strada da Windhoek. Appena fuori dalla capitale, infatti, inizia subito un bianco sterrato, che si inoltra fra pascoli e fattorie: è facile incontrare mucche marroni che fissano placide il passaggio dei fuoristrada dal ciglio della strada. Il tragitto cambia lentamente sulla C26 e la C1275, fino al Gamsberg Pass, quando si inizia a scavallare in una terra sempre più rocciosa. Si attraversa anche il Tropico del Capricorno in questo scendere sempre più a Sud, sempre più vicini al cielo. E’ così vasto che sembra di toccare le nuvole bianche che ci accompagnano dall’inizio: sono così dense da proiettare la loro ombra sulla terra, regalando continui giochi di colore. Un punto panoramico pazzesco, da cui l’occhio corre, per la prima volta, sul deserto marrone sottostante, è il passo di Spreetshoogte Questo tratto è percorribile dai fuoristrada, ma non dai camper. Se rientrate nella prima categoria, fermatevi ad ammirare la vastità che vi aspetta dal punto panoramico: c’è anche un tavolino per chi vuole fare una sosta più lunga.

La strada continua sterrata, ma dritta, fino a Solitaire. I primi insediamenti iniziano a vedersi qualche chilometro prima, quando fanno la loro comparsa campeggi e guesthouse. Non credete, sono una manciata di sistemazioni, non è certo un posto molto frequentato! Poi, ecco il piccolo agglomerato, annunciato da una serie di colorate auto d’epoca, di cui alcune ribaltate verso l’alto. Un tipo di immagine, questa, che  ho ritrovato spesso nel mio viaggio in Africa: come se le cose che appartengono alla modernità vengano a un certo punto superate, non siano più che dei ferri vecchi, a queste latitudini. E’ come se quello che si rompe qui non venga riaggiustato. Oppure qui fa solo folclore, chissà.

La Solitaire Desert Bakery

Comunque sia, eccoci arrivati, fra cactus, i cartelli di un’area di sosta e un campeggio. Ma il pezzo forte è il fornaio. Sì, quello che mi fa impazzire è che qui, in mezzo al nulla, c’è una bakery. Buonissima per giunta. Per risparmiare un po’ e una sosta veloce, si può scegliere fra muffin, torta ai mirtilli o una pasta alla cannella (ottimo anche il caffè). Volendo si può anche puntare sull’hamburger o il fish & chips, ma l’importante è guardarsi attorno e ‘curiosare’ fra i tavoli degli altri viaggiatori: ci sono famiglie, gruppi di varie nazionalità che si spostano a bordo di pulmini panoramici. Oppure coppie di amiche, armate di reflex, o di amici, che sembrano usciti da Mr. Crocodile Dundee. Comunque è il trionfo del color kaki, del camper, del gilet pieno di tasche e gadget da safari. E’ una straordinaria umanità quella che si ritrova sotto le pale della veranda, nel caldo infuocato del deserto. Fra pneumatici, taniche di benzina e vento caldo.

deserto della namibia

Solitaire, nel deserto della Namibia

Il deserto della Namibia: ultimo tratto verso Sossuvlei

Da Solitaire ripartiamo verso il deserto, che si fa sempre più arido. La nostra meta è il Quiver Desert Camp, un luogo bellissimo, circondato da rocce che la sera si incendiano di rosso. Un panorama arido da ammirare dalla propria casetta che si confonde con i colori sabbiosi circostanti, magari cuocendosi la carne nel barbecue (braai) sulla veranda o semplicemente guardando il sole che sparisce lasciando un cielo stellato commovente. Insomma, un posto arroventato (per fortuna c’è una piscina, eh) in cui aspettare solo che la giornata scivoli via, nella pace più totale. Da qui si arriva dunque a Sesriem, la porta di accesso per Sossusvlei.

Solitaire, nel deserto della Namibia

All’interno dell’area parco ci sono solo due possibilità di dormire: un campeggio molto ben organizzato e un lodge lussuoso. Indovinate quale abbiamo scelto noi? E abbiamo fatto bene, perché la piazzola alberata dotata di acqua ed elettricità è straordinaria: un luogo in cui aspettare il tramonto con un calice di vino in mano.

Dal campeggio si prende la strada (asfaltata, miracolo) che porta fino a Sossusvlei e Deadvlei. Ma questo, è un altro post.

Altri post sulla Namibia

  1. Guida pratica per un viaggio in Namibia
  2. Twyfelfontein, nel rosso della Namibia
  3. Solitaire, nel deserto della Namibia

A Twyfelfontein, nel rosso della Namibia

Forse non sarà il luogo più noto della Namibia, come l’Etosha o Sossusvlei, ma in viaggio a volte capita che il cuore resti in posti che in noi accendono una scintilla. Questa volta è successo a Twyfelfontein, una delle tappe che più ho amato, anche se tutto lasciava presagire una serata disastrosa, per quanto fossimo pure usciti indenni dalla Skeleton Coast. Ci troviamo nel Damaraland, una zona non solo bellissima dal punto di vista paesaggistico, ma anche interessante da quello culturale, grazie alle incisioni rupestri che permettono di fare un salto nel tempo di millenni.

Dalla Skeleton Coast a Twyfelfontein

Sapevamo che sarebbe stata una delle tappe più lunghe del nostro viaggio, quello che non sapevamo è quale strada avremmo scelto. Parliamo di una meta, la zona di Twyfelfontein, che rientra normalmente nei tour fra l’Etosha e Swakopmund e che la maggior parte dei viaggiatori di solito raggiunge passando per una strada interna, la C35, che passa per Uis costeggiando il Branberg. E anche noi stavamo per fare la stessa scelta, visto che il navigatore la consigliava come opzione più veloce, più corta di circa 40 chilometri rispetto alla Skeleton Coast (un tragitto totale di 460 chilometri). In più, dopo una lunga ricerca su Internet, sembravano pochi gli avventurieri della costa, che in certe stagioni può diventare davvero spettrale a causa della nebbia e della strada salina scivolosa. Dunque che fare? Mentre facevamo colazione alle 6 nell’ostello di Swakopmund, la graziosa cittadina coloniale tedesca sull’Oceano, abbiamo deciso di scegliere in base alle condizioni meteo.

Viaggio in Namibia: le strade

Il segreto è essere mattinieri: alle 8 avevamo già visto da una spiaggia desolata vicino a Henties Bay il relitto della nave Zeila, giusto in tempo prima di essere ‘assaltati’ da venditori ambulanti, e ci siamo diretti verso Cape Cross, area protetta abitata da migliaia di otarie. Lo spettacolo offerto dalla colonia è potente e inquietante, mitigato solo da un bellissimo lodge poco lontano – non del tutto immune dal cattivo odore delle amiche otarie ahimè-, ma che è stata una meravigliosa tappa per una seconda colazione, davanti a un fazzoletto azzurro d’oceano. Una scena da Oceano Mare, per certi versi ricordava proprio la locanda immaginata da Baricco.  Abbiamo chiesto un’ultima volta consiglio sulla strada e alla fine abbiamo proseguito lungo la famigerata Skeleton Coast, puntando a uscire entro le 15 dal gate di Springbokwasser. Perché racconto tutto questo: perché arrivare nel roccioso Damaraland dopo avere percorso oltre 200 chilometri di costa piatta e grigiastra, è stato come atterrare su un altro pianeta. Un pianeta sempre aspro e infuocato, ma esplosivo nei suoi colori. Anche se di esseri umani non se ne vedono poi molti di più.

L'ingresso al parco della Skeleton Coast, Namibia

L’ingresso al parco della Skeleton Coast, Namibia

La Skeleton Coast

La Skeleton Coast

Nel Damaraland

Qualcuno c’è. Qualche allevatore, non lontano dai recinti in cui pascolano mucche marroni sotto un sole rovente. A volte si intravede qualche casupola e, addirittura, minuscoli villaggi che sembrano popolati da gommisti: avere un intoppo con l’auto in questo tratto di nulla può essere una rogna non da poco ed evidentemente qualcuno si è attrezzato. Altre volte si incrociano carcasse di macchine, senza ruote, rivoltate verso l’alto come scheletri di insetti. Non sembra un mondo per uomini, la Namibia. Ma, rispetto alla costa, questo sterrato roccioso incute comunque meno timore: forse è merito dell’erba verdissima che, chilometro dopo chilometro, torna a popolare questo mondo. Il rosso della pietra circostante esalta i radi prati, che in questa fine dell’estate sono pure più rigogliosi del solito. Gli alberi si contorcono, ci diciamo più volte che l’Africa, da casa, ce l’aspettavamo proprio così. Così come? Spazi sconfinati, luoghi primordiali, che sembrano solo sfiorati dall’uomo.

La strada sale e scende continuamente, alcune buche sono impossibili, ma procediamo spediti verso il lodge che ci attende, sognando la piscina, senza curarci del pranzo saltato e delle temperature esterne. Mi ricorderò di non avere praticamente bevuto solo prima di cena, quando il caldo desertico mi taglia le gambe e mi sembra di avere la  testa nel forno: a Twyfelfontein ho capito cosa si intende con disidratazione e perché tutti ti fanno una testa così sul fatto di bere quando è molto caldo anche se non hai sete: il rischio, altrimenti, è di stramazzare a un passo dal buffet (nulla che un po’ di ghiaccio sui polsi e carne alla griglia ben salata non abbia poi risolto). Nel frattempo, infatti, dopo circa 7 ore di auto, siamo arrivati al  nostro lodge, nascosto dalle rocce rosse, che sembrano inglobarlo.

Le stelle del Sud

Verso sera il luogo cambia. Del caldo della giornata resta un’arietta dolce, che mi fa rinascere. Si sentono solo i grilli, mentre sul lodge cala un manto stellato. A Twyfelfontein ho imparato a leggere il cielo australe, grazie alla lezione di un signore tedesco che ormai vive lì da 50 anni e che regala un viaggio di un’ora nella Via Lattea. Con laser e telescopio, ci mostra la Croce del sud, Alfa e Beta Centauri, ci aiuta a riconoscere Orione e le costellazioni del Leone e dei Gemelli. Infilando l’occhio in quel minuscolo foro, ci porta con lui fra le lune di Giove. E’ un momento magico, in cui mi sembra di avvicinarmi un po’ di più a questa natura travolgente, ma essenziale, che ci stupisce ogni giorno di più da quando siamo in Namibia. Mi avvicina a quegli uomini, che millenni fa, hanno lasciato una loro traccia incidendo la roccia qui vicino. Ed è lì che andiamo di buon’ora, il giorno dopo.

Per quelle strane casualità del viaggio, i nostri compagni nella visita guidata – l’unica formula possibile nel sito che è patrimonio Unesco- sono due signori tedeschi che la notte prima hanno esplorato il cielo con noi. Il centro visite si confonde ancora una volta con il panorama circostante: è realizzato con vecchi barili di benzina. La struttura sembra un guscio di bronzo ed è progettata per essere facilmente rimossa, proprio come le passerelle da cui si osservano le incisioni rupestri. Kudu, giraffe, rinoceronti e leoni sono lì su quelle rocce da circa 10mila anni. Ci sono anche impronte umane, come se quelle pietre fossero lavagne, su cui prepararsi, prima di andare a caccia. C’è persino una foca, che stupisce, a tanti chilometri dalla costa e lascia correre l’immaginazione. Molte di queste immagini mostrano animali con tratti umani: la spiegazione sta nel fatto che molte di questi figure rimandano allo stato di trance degli sciamani.

Il luogo, infatti, era sacro ed è stato colonizzato – con il nome che tradotto significa “sorgente dubbia”- nel 1947 dai primi bianchi. Vicino al sito si vedono ancora i resti della casa, poi abbandonata quando la famiglia che vi abitava è stata costretta a tornare in Sud Africa negli anni della segregazione razziale. Qui i bianchi non potevano stare. Tornando dalla visita non resisto e chiedo alla nostra guida, una ragazza che parla un ottimo inglese, qualcosa su tutti quegli schiocchi che fanno con la lingua, il che è poi una scusa per farla parlare un po’ del mosaico etnico della zona. Lei è di etnia Damara, una delle 14 che ancora si trovano in Namibia: circa la metà di queste parla inglese, obbligatorio a scuola, mentre sei mantengono la loro lingua. Alcune, poi, hanno quattro schiocchi caratteristici e molto diversi con la lingua: meglio non sbagliare, se non si vuole fare una grossa figuraccia.

Verso Khorixas

Da qui si possono visitare, in una sorta di anello, altri due siti molto interessanti, sempre pagando una piccola quota per i biglietti d’ingresso. La prima è la montagna bruciata, un’area in cui la roccia, di origine vulcanica, è particolarmente scura e sembra annerita dal fuoco. Poco distante si trovano gli Organ pipes, rocce che ricordano distese di canne d’organo e si visitano in un piccolo canyon. Infine, la zona è famosa anche per la foresta pietrificata: in una zona brulla, in cui pascolano capre scortate dai cani, una guida mostra questi blocchi di pietra che in tutto e per tutto sembrano legno. Ora sono rocce, ma millenni fa erano davvero tronchi, portati fin qui dall’acqua. Col tempo, sono diventati pietra, conservando però i caratteristici anelli e solchi degli alberi. Non è una visita sconvolgente, ma interessante, ed è anche una buona occasione per osservare le Welwitschia, simbolo della Namibia. Sono piante grasse, alcune maschili e altre femminili, che possono vivere centinaia di anni. E ancora una volta la natura qui batte l’uomo.

La foresta pietrificata

La foresta pietrificata

Da qui abbiamo caricato una signora che lavorava nel nostro lodge e che aveva bisogno di un passaggio fino a Khorixas, cittadina principale della zona in cui si trova l’ospedale. Ancora una volta ho pensato alla differenza nella concezione del tempo fra noi e l’Africa. Per noi è impossibile pensare di affidarsi al caso, a un’auto che può passare come no per fare qualcosa, figuriamoci poi andare all’ospedale. Il tempo scorre con altre regole, forse. Ma intanto siamo arrivati in città, che ci accoglie con un tratto di asfalto che salutiamo con un grido dal fuoristrada. Basta sobbalzi per un po’.

I post sulla Namibia

  1. Viaggio in Namibia: guida pratica
  2. A Twyfelfontein
  3. Solitaire, nel deserto della Namibia
Solitaire

Viaggio in Namibia, una guida pratica

Dopo nove anni sono tornata in Africa. Sono tornata, da molto tempo mi chiamava, sempre nella parte australe: dopo il Sud Africa, ho aggiunto un tassello del puzzle con la Namibia. Ho ritrovato gli spazi, enormi, e i cieli, sconfinati. Quella vita scandita da albe e tramonti. Il vero dono dell’Africa sono i cieli, secondo me. E ho ritrovato anche gli animali, che sembrano sempre venire da un altro tempo, con i loro colori polverosi e le goffe andature (quando sono di buon umore). Ma la Namibia – che è uno dei Paesi meno popolati al mondo – in realtà ci ha regalato scenari che non sembrano di questa terra. Oppure sono la nostra terra nella sua faccia più vera, chissà. Non ho mai visto – neppure in Nuova Zelanda- cambiare il paesaggio tanto rapidamente. E soprattutto non l’ho mai visto così desolato, così privo di esistenza umana. Oppure a volte le tracce umane sono solo resti, relitti, ruggine. Quella della Namibia è una natura bellissima, ma anche spietata, sconcertante, sempre pronta a riprendersi tutto quanto. E sempre esplosiva nei suoi colori.

Sossusvlei

Sossusvlei, Namibia

Sono appena atterrata dopo questi dodici giorni intensi, tutti passati sulla strada. Tremila chilometri macinati, di cui gran parte su sterrati. Ed è da qui che voglio partire, da informazioni pratiche, per organizzare un viaggio che avevo sempre immaginato molto costoso e poco organizzabile in autonomia. E quindi lungamente rimandato. Invece non è proprio così, anche se, certo, quella in Namibia non sarà mai una vacanza low cost. Difficilmente, poi, si potrà improvvisare l’itinerario, a meno che non si abbia molto tempo a disposizione. Con questo post tento di dare risposte che io stessa ho cercato nella preparazione del viaggio, ma che ho fatto fatica a trovare, anche a causa di guide o un po’ datate o che non mi hanno troppo soddisfatta (Lonely Planet, mi spiace. Sei stata compagna di mille avventure, ma in questo caso si poteva fare un po’ di più). Sono stati molto utili, invece, i post di Viaggi Verde Acido e Diqua&Dilà.

Sulla strada per Sesriem

Viaggio in Namibia: sulla strada per Sesriem

Quando andare in Namibia

Non ho trovato alcuna informazione su un viaggio in Namibia fra marzo e aprile come il nostro, fondamentalmente perché è una stagione di mezzo. Noi siamo arrivati il 26 marzo e siamo ripartiti il 6 aprile e, nella parte settentrionale del Paese, aveva smesso di piovere da circa un paio di settimane. L’alta stagione, secca, vera e propria è quella che inizia a maggio e ha il suo culmine nella nostra estate. Fino a ottobre i vantaggi sono tanti: nell’Etosha National Park si avvistano più facilmente gli animali, fa meno caldo e anche le zanzare sono un pensiero in meno. D’altra parte i costi lievitano e immagino che tutti i posti più turistici siano presi d’assalto.

Le dune a Sandwich Harbour

Le dune a Sandwich Harbour, Namibia

Se consiglierei il nostro periodo intermedio? Sì. I prezzi erano sempre più bassi, in alcune destinazioni, tipo Opuwo, eravamo praticamente gli unici turisti, di notte si dorme in tenda senza gelare e francamente l’erba alta che ondeggia come un mare dentro l’Etosha è magica. Poi, ovvio, le pozze in cui si avvistano gli animali sono oggettivamente meno popolate. Ma, comunque, a noi hanno regalato un paio di rinoceronti, e non è poco (sul leone non c’è stato proprio niente da fare, amen). Capitolo zanzare. Io sono la loro vittima sacrificale preferita, dalla giungla laotiana a Marina di Ravenna sono letteralmente assaltata: visto che qualcuna ne ho incontrata, ho scelto di fare la profilassi antimalarica con il Malarone, decidendo sul posto. Ci siamo quasi avvelenati con lo spray, la vera arma fondamentale in questi casi, ma siamo vivi per raccontarlo, dai.

Quanto costa andare in Namibia?

Non è per forza un viaggio da nababbi, ma è meglio fare esempi, sempre partendo dal presupposto che ci siamo organizzati autonomamente e immagino che i viaggi in gruppi organizzati con autista costino di più. Il nostro volo, acquistato un mese prima della partenza, è costato circa 850 euro a testa. Avevamo trovato una combinazione a 200 euro di meno con Ethiopian Airlines, passando per Roma e Addis Abeba, ma è stato simpaticamente cancellato qualche giorno dopo la prenotazione. E così abbiamo ripiegato su Lufthansa (sempre ottima) in combo con South African Airlines: l’itinerario da Bologna è degno di un flipper visto che si deve salire a Francoforte per poi andare comodi comodi a Johannesburg, per poi atterrare a Windhoeck, la capitale namibiana. Però sono stati buoni voli, concentrati di notte e senza lo stordimento da jet lag. E visto che io sono della scuola basta che l’aereo stia dritto e voli e va bene tutto, siamo a posto così.

Il viaggio in Namibia in auto

La cifra più consistente è l’auto, nel nostro caso 1000 euro per 11 giorni (assicurazione totale compresa e con due guidatori). E, a detta di altri viaggiatori incontrati lungo la strada, è stato un ottimo prezzo, anche perché parliamo di un fuoristrada accessoriato per il campeggio, compresi cuscini e sacchi a pelo, con la tenda montata sul tetto. Dopo molte ricerche, abbiamo prenotato circa due settimane in anticipo con Aloe, che fornisce anche i trasferimenti gratuiti in aereoporto all’andata e al ritorno. Fortunatamente non abbiamo dovuto testare l’assistenza, ma per la nostra esperienza ci siamo trovati bene.

Il nostro fuoristrada

Viaggio in Namibia in auto: il nostro fuoristrada

Sul capitolo pernottamenti si gioca la vera differenza di budget possibili. Noi abbiamo alternato le sistemazioni: tre notti le abbiamo passate in tenda, tre in pensione/guesthouse e cinque in lodge. Tornando indietro, avrei fatto una notte in più in campeggio nell’Etosha, calando un lodge, ma non è che prima si può proprio prevedere tutto. Tradotto: se le notti in tenda costavano meno di trenta euro in due con tanto di auto, quelle in lodge possono arrivare a 200 euro a notte (sempre in due, con colazione). Ci sono lodge da 400 euro a notte e oltre, ma quelli non li abbiamo neanche guardati per non farci del male).

Le pensioni si aggirano fra i 50/7o euro a notte per una doppia, con colazione. Spesso, visto che parliamo di posti in luoghi isolati, nello stesso complesso ci sono sia lodge che campeggi e si può sia cucinare da sé che cenare al ristorante con formula a buffet (tempi duri per i vegetariani). Basta guardare prima quando si prenota, ma quasi sempre abbiamo trovato cucine o griglie. L’importante, in realtà, è proprio prenotare, per trovare i posti più adatti alle proprie esigenze e non essere ‘pelati’.
Ultima cosa. Proprio questa varietà di sistemazioni rende il viaggio adatto anche alle famiglie e ai bambini, infatti ne abbiamo visto parecchi tuffarsi nelle piscine di lodge e campeggi (e raccontare del magnifico avvistamento del leone appena fatto, che rosicata).

L’itinerario in Namibia

Il nostro viaggio in Namibia è durato dieci giorni completi, tredici totali comprendendo anche i voli. Più giorni sono sempre meglio, ma in questo periodo siamo riusciti a vedere comunque moltissimo. Mi sono accorta solo mentre eravamo là che era l’itinerario era organizzato come in quattro temi.
Il deserto. Il primo giorno siamo riusciti solo a ritirare la macchina (serve almeno un’ora per le spiegazioni di tutte le parti, compreso come sgonfiare le gomme per guidare sulle piste di sabbia e come cambiare una ruota), comprare provviste al supermercato e cenare in una capitale quasi deserta di domenica sera. Poi ci siamo diretti a Sud, passando per il Kalahari, arrivando fino a Sesriem, la porta per l’incantevole Sossusvlei, le dune color salmone e il pan, il lago effimero con i suoi alberi contorti e spettrali.

Solitaire

Solitaire, Namibia

La costa. Da qui siamo risaliti fino a Swakopmund, cittadina coloniale tedesca, in cui ci si imbarca fra foche e pellicani e ci si affida alla grazia divina mentre le jeep sgommano su dune altissime a strapiombo sull’oceano. Visto che le condizioni meteo lo permettevano (ma d’inverno è più difficile per la nebbia), dopo essere passati per la colonia di otarie a Cape Cross, abbiamo pure percorso la parte di Skeleton Coast fino a Torra Bay, fra relitti, una strada salina e tanto deserto. Sono quasi 200 chilometri in solitudine, ma fattibili con un buon fuoristrada.

Skeleton Coast

Skeleton Coast

L’incontro con le popolazioni. Quella fra Damaraland e Kaokoland  è stata la parte in cui abbiamo scoperto qualcosa di più della vasta diversità etnica e tribale della Namibia, rimasta in secondo piano fin qui. A Twyfelfontein abbiamo visto l’incredibile arte rupestre di questo patrimonio Unesco, ascoltato gli schiocchi con la lingua degli abitanti, dato un passaggio a una signora che doveva recarsi in ospedale a Khorixas, dove abbiamo assistito a un anniversario di matrimonio. A Opuwo, invece, abbiamo visitato con un ragazzo del posto un villaggio Himba, una delle etnie che vive ancora in modo tradizionale. E’ stata un’esperienza un po’ sconcertante, forse, ma fondamentale per capire un po’ di più il Paese.

Safari e dintorni. La nostra parte conclusiva è stata l’Etosha National Park, una delle mete più classiche. Consiglio di calarsi almeno due giorni nel mondo selvaggio del parco, in cui si può guidare in autonomia, a patto di non scendere mai dall’auto. Anche perché, posso testimoniarlo, quando ti attraversa la strada un elefante un po’ di strizza sale. In alternativa si può prendere parte ai game drive organizzati dai lodge all’alba e al tramonto. E’ un viaggio ancora diverso, fatto di ore di pazienza, di attesa nel cercare giraffe e felini, di sveglie alle 5, ma che riconcilia con una parte molto profonda di noi stessi. Almeno per me è stato così.

Perché andare in Namibia

Il Paese è bellissimo, l’Africa è bellissima e, secondo la mia amica Elena (una vita insieme e una comune passione per Karen Blixen, non me ne voglia Paul Theroux), andarci è come tornare a casa. Non lo so se è proprio così, ma certo si respira qualcosa di antico, di magico, di primordiale. Comunque sia, la Namibia è una meta fattibile per tutti, dipende solo dalle motivazioni. E’ un viaggio in cui si possono trascorrere quasi intere giornate in auto, spesso su strade sterrate. E’ un viaggio in cui non si incontrano esseri umani per ore e chilometri e ci si cala completamente nella natura, affidandosi alla fortuna di non forare o danneggiare la macchina.

Viaggio in Namibia: Sossusvlei

Viaggio in Namibia: Sossusvlei

Un passo verso Sesriem

Un passo verso Sesriem

E’ un viaggio che va un po’ studiato, meditato, che difficilmente si improvvisa perché le tappe, anche di 350 chilometri alla volta, vanno organizzate per guidare finché c’è luce (dal tramonto all’alba non si è coperti da assicurazione) e a velocità sempre limitate. E’ un’Africa per tutti, ma che, come tutti i tesori, va conquistata.

Appendice pernottamenti

Di solito non faccio questi elenchi, ma uno dei temi da sciogliere spesso è stato come scegliere i pernottamenti prima, a scatola chiusa. Alcuni erano molto più cari rispetto al nostro normale budget e ci chiedevamo se ne valesse la pena. Un’altra incognita era quanto fossero spartani i campeggi. Ecco qui alcuni posti che consiglio totalmente.

Windhoeck. Guesthouse Tamboti. Bella la posizione sulla collina, super la colazione. Per il resto la stanza è essenziale, ma pulita ed è sempre disponibile un tassista che vi porti in centro. Per una notte abbiamo speso 60 euro, non male in una delle città più costose dell’Africa.

Sesriem. Il mio posto del cuore, il Quiver Desert Camp, perfettamente inserito nel deserto che lo circonda. E’ un’ottima via di mezzo fra lo spartano e il lusso e la piscina è un sogno. Si può sia cenare nel ristorante di un lodge vicino, che cucinare nella verandina davanti alla propria casetta, sotto un incantevole cielo stellato.

Il Quiver Desert Camp

Il Quiver Desert Camp

Twyfelfontein. Il Twyfelfontein Country Lodge quasi non si vede, mimetizzato fra le rocce rosse della zona. E’ un posto bellissimo, con una stupenda terrazza panoramica e incisioni rupestri ‘private’. Lodge caldissimi di notte, ma essendo nel deserto con riserve energetiche limitate, alla fine ho apprezzato che non ci fosse l’aria condizionata.

Opuwo. L’Abba Guesthouse è una delle poche soluzioni intermedie di questa bizzarra città, l’ultimo approdo dell’asfalto nel Nord del Paese. Si trova dietro una scuola e l’incasso sostiene progetti per i bambini. Semplice e pulita, molto frequentata dai namibiani: un buon indirizzo senza pretese.

Etosha National Park. Se avete la possibilità di vedere anche la parte ovest del parco, più montagnosa, il Dolomite Camp è un insieme di lodge tendati straordinario. La vista dall’alto è splendida, organizza game drive da 500 dollari namibiani (circa 40 euro), cena nella media. Per chi preferisce il campeggio, consiglio l’Olifantsrus, con un stupendo appostamento sulla pozza, e l’Okaukuejo, fra i più gettonati per la sua pozza (ma un po’ troppo caro, meglio puntare sulla tenda qui che sul lodge secondo me). Se non potete alloggiare dentro il parco, fatevi un regalo all’Etosha Safari Lodge (catena Gondwana): è caro, ma la terrazza panoramica merita la sosta.

Gli altri post sulla Namibia

  1. Viaggio in Namibia, guida pratica
  2. Twyfelfontein, nel rosso della Namibia
  3. Solitaire, nel deserto della Namibia

Qualche giorno nello Yorkshire

Ci sono luoghi che sono oggettivamente belli, che riconosciamo perché li abbiamo visti in foto mille volte. E poi ci sono luoghi belli per i nostri occhi, che riconosciamo perché erano già da qualche parte dentro di noi. Per me lo Yorkshire,e in generale l’Inghilterra, è stato questo, uno di quei paesi in cui qualcosa, dentro, si sintonizza e suona la sua musica più bella. E, in un attimo, finisce nella lista dei posti del cuore.

Tutto nasce da un matrimonio di famiglia (in effetti ormai un po’ di famiglia ce l’ho in Gran Bretagna) a Nottingham, occasione che io e Patrick abbiamo colto al volo per visitare lo Yorkshire. A Londra ci sono stata diverse volte e non è mai scattata la scintilla, ma qui è stato tutto diverso. Un po’ perché usciti dall’aeroporto di Leeds (dove vola la Ryan Air), basta fare qualche curva per ritrovarsi fra colline, querce, muretti e fattorie in pietra: un contesto agreste, insomma, che per me è il massimo (chi ama le metropoli rischia di annoiarsi a morte: non è per tutti, ecco).

Ma il vero motivo di tanto entusiasmo è che nello Yorkshire io c’ero stata tantissime volte, ma solo con l’immaginazione. Un viaggio iniziato nell’adolescenza e mai del tutto finito fra le pagine dei romanzi, in anni in cui la timidezza rendeva più facile dialogare con personaggi di un mondo fatto di parole, che affrontare persone in carne e ossa.  Anni passati a chiedermi che aspetto avesse poi esattamente quella brughiera raccontata, ad esempio, da Frances Hodgson Burnett nel Giardino segreto o da Emily Brontë in Cime tempestose. Quante carrozze avevo visto attraversare queste lande. E, vent’anni dopo, eccomi arrivata.

Haworth

La prima tappa non poteva che essere questa cittadina, che ha più l’aria di un villaggio. Il centro è composto da caratteristiche case in pietra grigia, così come le strade lastricate. Ma, fra un pub e l’altro, qui si viene per fare visita alle sorelle Brontë nella casa in cui hanno vissuto e scritto, assieme al padre, vedovo da moltissimi anni. Per chi ha amato questi romanzi, trovarsi nel salottino in cui Anne, Emily e Charlotte creavano e si confrontavano sui loro personaggi è un’esperienza quasi mistica. Nella prima stanza a sinistra, c’è pure il divano su cui è morta una delle sorelle, tutte scomparse giovanissime. Scorrendo i pannelli alle pareti, mentre il pavimento di legno scricchiola sotto i piedi, sembra di vederle, davanti ai caminetti o nella cucina. E in effetti le si vede, nel dipinto appeso sulle scale, in cui sono rappresentate tutte e tre.

Non voglio sembrare un’invasata, ma dormire nel B&b a pochissima distanza dalla casa è stato emozionante. Il borgo è turistico, certo, ma è anche un angolo di quiete e l’anima del luogo è molto forte. L’ho colto in profondità al tramonto, quando abbiamo camminato nei campi subito dietro le case, in compagnia di cavalli e mucche. Il cielo incendiato di rosa, la luce bluastra sulle colline, il cinguettio degli uccelli, la staccionata, l’erba umida. Eccola qui, l’anima del luogo.

Bronte Parsonage Museum, Haworth

Bronte Parsonage Museum, Haworth

Haworth

Haworth

Chi ha un po’ più di tempo – e noi ce lo siamo ritagliati la mattina successiva- dovrebbe andare a Wuthering Hights (vi dice qualcosa?). Mentre ci davamo dentro con la english breakfast, ci siamo procurati una mappa un po’ approssimativa del sentiero per arrivare alla collina in cui leggenda vuole ci sia l’inquietante casa di Heathtcliff. La strada, che attraversa splendidi prati e costeggia case nel bosco (in un cottage abbiamo comprato una marmellata alla lavanda, semplicemente lasciando i soldi in una scatola) è molto bella, ma a un certo punto – almeno nella nostra cartina disegnata – non era chiara la deviazione da fare. Mentre vagavamo in cerca di un punto di riferimento, ho capito che cos’è quella brughiera che aspettavo da una vita.

La scoperta è stata che, anche in una mattinata di giugno, si tratta di un ambiente ostile, battuto dal vento, in cui ci si perde facilmente. In assenza di sole, il cielo copre tutto di una luce grigia e si cammina calpestando arbusti bassissimi, di cui ricordo il rumore sotto i piedi. Poi alla fine ecco la collina con i ruderi di una casa e alberi magnifici, che ho raggiunto complimentandomi con me stessa per avere scelto un marito così dotato di senso dell’orientamento. Chissà, forse quella non sarà stata la casa dei nostri protagonisti, ma in fondo, poi, che importa. Sulla strada, in compenso, si passa davanti all’abitazione che probabilmente ha ispirato davvero Emily Brontë: vi abbiamo incontrato uno scrittore in ritiro seduto davanti all’ingresso.

Le Dales

Accontentata me, ora toccava a Patrick. E così il viaggio è proseguito verso il parco Yorkshire Dales, con le sue incredibili formazioni rocciosi e prati così verdi da sembrare fluo. Abbiamo pernottato lungo la strada, dopo avere fatto un passaggio nel pittoresco paesino di Grassington. Il posto era piuttosto deserto, ma non dimenticherò il curioso gruppo di motociclisti che, scesi da moto più grandi di loro si sono seduti nel tavolo vicino al nostro ordinando tazze di tè. Anche i centauri in Inghilterra non rinunciano alle tradizioni pomeridiane! Sulla via del ritorno il navigatore ci ha mandato in quelle che in Italia chiamerei cavedagne: il concetto è che si siamo trovati in un paesaggio surreale, nella luce dorata del tramonto, in cui c’eravamo solo noi e pecore a perdita d’occhio. Alcune erano anche in mezzo alla strada, transitando  placidamente da una collinetta all’altra. Un altro momento magico, da respiro un po’ mozzato. La pace abita fra queste staccionate.

Ma la vera meta era il parco, per un trekking molto facile (anche per me!). Dopo avere lasciato l’auto nel parcheggio del centro visite, siamo entrati in una specie di vallata seguendo il corso del fiume. E’ il panorama più bucolico che io abbia mai visto (la Contea in Nuova Zelanda è fuori gara), fra il verde brillante dell’erba, i fiori gialli, la pietra dei muretti a secco e un cielo azzurro con batuffoli di nuvole. Uno dei motivi della visita resta la grande parete rocciosa, la Malham Cove, sopra la quale siamo saliti da un sentiero a gradini laterale. Dall’alto è ancora più incredibile, visto che ci si trova a camminare in una distesa di enormi pietre. In questo punto si incrociano diversi sentieri, noi siamo tornati verso la macchina, comprando un panino in un chiosco sul sentiero.

La Napoli sotterranea

Strade su e giù, il mare laggiù da qualche parte. Il profumo dei panni stesi, anche senza sole, che si confonde con l’odore di fritto. Sono le mie immagini di Napoli, così come l’ingresso della pasticceria Poppella, con la porta sostituita nel giro di poche ore dopo un raid con tanto di spari contro la vetrina. E’ il Rione Sanità il luogo ad avermi più colpita in una cavalcata di neanche tre giorni in questa città ricca di strati, colori e odori. Soprattutto di strati: a Napoli ho trovato tante città una dentro l’altra, e più che altro, una sopra l’altra. I proiettili contro una delle attività che cercano di dare una nuova immagine al rione ha alimentato molti servizi sui giornali locali. Sul ‘Mattino di Napoli’ ho letto questa frase, in un affresco del quartiere fatto da Pietro Treccagnoli: “Ogni palazzo a Napoli è una piccola Napoli, spalmata su più livelli”. E’ questo gioco di sopra e sotto, di luce e ombra, di vita e morte la grande magia.

La Neapolis sotterrata

Il bello degli scavi e delle aree archeologiche è che ti costringono a lavorare di immaginazione. Sei obbligato a ricostruire con la mente spazi e voci, dove spesso si vedono solo tracce e sassi. Nella visita alla Napoli romana, però, non è proprio così, perché l’antico mercato sotto la chiesa di San Lorenzo Maggiore è davvero ben conservato. La visita inizia da qui: percorrendo una delle strade più pittoresche della città- San Gregorio Armeno con le sue botteghe di presepi artigianali – si arriva davanti alla scalinata della chiesa francescana e si è pronti a imboccare via dei Tribunali.

E’ il cuore di Napoli, anche sotto terra. Le visite guidate nell’antica Neapolis partono a vari orari (l’ultima, almeno in questa stagione è alle 17) e abbiamo avuto la fortuna di trovare una guida preparatissima, anche davanti alle domande umarelliche più disparate. Dopo avere visitato la sala del refettorio (qui c’è un convento) e ripercorso la storia degli Angioini a Napoli, si inizia a scendere e si apre una seconda città. Abbiamo camminato su un vero e proprio cardine romano (una delle perpendicolari dei tre decumani del centro storico) su cui si affacciano botteghe antiche e pure un mercato coperto. Gli spazi, scavati nella roccia, sono perfettamente conservati, come i pesanti terrazzamenti di origine greca su cui sono sorte le attività di epoca romana. I due mondi si sono sovrapposti, così come subito sopra è poi sorta la chiesa. In seguito a un’inondazione, infatti, l’intera area è stata coperta dal fango, sembra dopo un’eruzione dei Campi Flegrei, e, dal V secolo d.C. l’antico mercato è stato abbandonato. In quelle gallerie ho pensato che oggi non si lascerebbe più un luogo sotto il fango, cercheremmo in tutti i modi di ripulirlo, bonificarlo. Invece quella città sotterranea è rimasta lì, nel suo silenzio, ma ancora intatta. Ed è arrivata fino a noi.

Catacombe di San Gennaro

Dal cuore del rione Sanità, dopo avere visto la casa di Totò decisamente rovinata (e sul grande comico si aspetta da anni la nascita di un museo), la piazza con la statua che ricorda Genny, una delle vittime innocenti del quartiere (ucciso da un proiettile vagante nel 2015), abbiamo iniziato a salire, fra palazzi scrostati e stendini, fino a Capodimonte. Da qui, però, siamo scesi un’altra volta, nella pancia di tufo della collina. Entrando nelle catacombe di San Gennaro sembra di penetrare nelle viscere della terra e invece si resta sempre sopra il livello del mare.

Ecco un’altra visita guidata affascinante, disponibile anche in inglese, con una guida entusiasta che ci ha portato per mano fra tombe ipogee, affreschi, basiliche sotterranee. Come ci ha spiegato, sotto le volte della roccia, non si nascondevano cristiani per sfuggire alle persecuzioni: nella Napoli dall’animo greco non ci sono praticamente state (se non nel porto romano di Pozzuoli). Queste nicchie nel tufo erano proprio tombe.

Dopo avere visto il luogo in cui erano state portate nel quinto secolo, le spoglie di San Gennaro, si passa in un’altra serie di gallerie, aperta solo negli anni Ottanta. Questa parte è quella cristiana e lo si capisce pure dal battistero presente: ancora una volta la vita e la morte sono molto vicine.

La gestione di questo scrigno di roccia è affidata alla cooperativa La Paranza che, abbiamo scoperto durante la visita, è stata la prima a coinvolgere giovani nel Rione Sanità. Sono partiti in quattro, oggi sono più di trenta, come le associazioni che sono nate subito dopo che cercano di dare un’alternativa lavorativa ai giovani della zona. E i risultati sono arrivati: per quanto riguarda la Paranza, nelle catacombe di San Gennaro e San Gaudioso (il biglietto è unico e dura un anno), l’anno scorso le presenze sono state quasi 80mila. Un dettaglio non da poco: la cooperativa ha previsto rampe e scivoli per la visita. Le catacombe, nella loro filosofia, devono essere accessibili a tutti.

Il cimitero delle Fontanelle

Siamo ai margini del Rione Sanità, a qualche minuto a piedi dalla fermata della metro Materdei. Prima di mangiare una fantastica pizza fritta da Starita, lasciandosi alle spalle una sequenza di palazzi più signorili, si scende (ancora una volta) per una serie di scalinate fino a un gruppo di case che sembrano un paese a se stante. Dietro alcuni terrazzi svetta un altissimo albero carico di mimose. E’ un luogo strano, ma mai quanto l’enorme antro nel tufo che si apre davanti ai nostri occhi, alle spalle di un edificio colorato come se fossimo in Messico.

Ci inoltriamo nella collina, l’ingresso al Cimitero delle Fontanelle è gratuito, e quando gli occhi si abituano alla penombra, realizzo: siamo circondati da teschi e ossa, ammonticchiati gli uni sugli altri, all’interno di quelle che sembrano aiuole. E’ un’esperienza surreale, ma permette di cogliere, ancora una volta, quello stretto legame fra i due regni, terreno e ultraterreno, che si avverte a Napoli. Le ossa presenti sono circa 8 milioni e appartenevano a persone che non erano state sepolte, o uccise dalla peste o portate lì dopo che altre tombe erano state svuotate. Nel tempo è nata una pratica, quella di adottare un’anima pezzentella, e la gente del posto ha iniziato a prendersi cura dello scheletro di qualche persona sconosciuta. In questi gallerie, fra teche, crocifissi e santi, si respira qualcosa di molto potente, dove il mondo pagano e cristiano si incrociano continuamente. La cooperativa La Paranza di cui ho parlato sopra organizza visite anche qui.

La metropolitana

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Cambiamo scenario, ma non troppo, visto che dentro la fermata della metro Municipio, sono incastonate le mura del Castel Nuovo. Ho visto solo le stazioni della linea 1, l’unica che ho preso, ma le ho trovate una più bella dell’altra e soprattutto ben tenute. In nessun orario del giorno ho mai visto i treni troppo pieni: non so se sia stato un caso o se invece la gente non la prende poi così spesso. E’ una cosa che non mi è chiarissima. Comunque sia, già arrivando alla stazione centrale si possono prendere, sia la linea 1 che 2 subito fuori: il biglietto ha un costo piuttosto standard, 1.50 euro (tre euro il giornaliero, che si può usare anche sugli altri mezzi). Divertente e colorata la fermata Università, ed scende nella pancia della città di ben trenta metri, è impressionante! Le fantasie alle pareti sono opera del designer Karim Rashid.

Semplicemente stupenda anche Toledo, a un passo dai Quartieri Spagnoli, progettata (guarda un po’) dall’architetto spagnolo Óscar Tusquets e in questo caso scendiamo ancora più in profondità. Avvolti dalla luce e dai mosaici di William Kentridge, i colori creano un universo sotterraneo blu, un chiaro riferimento al mare, che troviamo più sotto increspato nei pannelli di Bob Wilson. E mentre a Materdei abbiamo opere di Sol Lewitt, nella fermata Dante troviamo Kounellis, con i suoi inquietanti abiti e scarpi fissati al muro. E qui, purtroppo, un po’ di incanto finisce: mentre controllavo i nomi su Internet, mi sono imbattuta in articoli di poche ore fa sul furto di una di queste opere. Ammetto: ci sono rimasta un po’ male, come se fosse successo a casa mia.

 

Shirakawa go

Quello che amo del Giappone

In questi giorni freddi e bigi mi punge la nostalgia del Giappone. E inizio a capire sempre di più Patrick che proprio dopo il suo terzo viaggio non è più riuscito a smettere di volare verso il Sol Levante. Capisco di più quanto si somigliano, lui e i giapponesi, con la loro gentilezza, discrezione e, a volte, impenetrabilità. E ora anche io sarei pronta a tornare subito, dopo essere stata l’ultima volta (la terza appunto) in ottobre, perché sento che mi mancano tante cose di quel Paese delicato, buffo e rigido allo stesso tempo. Mi è venuto voglia di raccontare questi dettagli, che alla lunga diventano uno stato mentale (per dirla alla Terzani) e al tempo stesso rendono un viaggio in Giappone così speciale e diverso da qualsiasi altro. E’ un post di sensazioni, con qualche dritta.

Gli Onsen

Questo è il primo pensiero, ma ammetto che l’inverno bolognese me lo serve su un piatto d’argento. Superato l’imbarazzo di lavarsi su uno sgabellino davanti a sconosciute che vi fisseranno – e lo faranno, magari solo un attimo, con curiosità, perché a volte potreste essere gli unici occidentali presenti  -,  l’acqua caldissima (anche 40 gradi) sembra la porta per un’altra dimensione, per un altro spazio, liquido e avvolgente. Entrando gradatamente, è bello sentirsi senza peso, accompagnati dal suono dell’acqua che scorre o, se siete fortunati e all’aperto, dalla vista dei fiocchi di neve.
Il mio posto preferito: il rotemburo (onsen con vasca esterna) nell’onsen di Shirakawa-go.

Foto dal blog Orizzonti

Foto dal blog Orizzonti

Dormire sul futon

A me piace dormire sulle superfici dure, quindi sono avvantaggiata. Ma quello che amo è soprattutto quella sensazione di entrare nella stanza tradizionale di una minshuku o di un ryokan, seguire la padrona di casa nel piccolo spazio (la case giapponesi sono sempre così piccole!) e apprezzare l’odore erbaceo del tatami, il tavolino per il tè e l’essenzialità. La yukata stirata e piegata che mi aspetta. Ma il meglio deve ancora venire: succede nei posti (di livello leggermente superiore) in cui la sera rientri in camera dopo cena e ti trovi il futon già srotolato. Vedere quella morbida e spessa trapunta, magari a fiori, già pronta per me mi fa sentire coccolata. In questo il Giappone non lo supera nessuno.
Il mio posto preferito: la camera da letto della pensione Kuwataniya a Takayama, sulle Alpi.

I futon ancora arrotolati

I futon ancora arrotolati

Cenare in minshuku con gli altri ospiti

E’ un punto legato al precedente: le esperienze migliori, per avere un assaggio dell’ospitalità giapponese, finora le ho avute nelle cittadine più tradizionali. Un momento che adoro, in questo caso, è entrare nella sala che si cela dietro alla porta di carta di riso e cercare il nostro posto, con i vassoi già pronti. I colori nei piatti sembrano danzare: il viola e rosa acceso degli tsukemono (sottaceti), il bianco del riso e del tofu, il giallo delicato della tempura, magari l’arancio di un frutto. Le gambe piegate dopo un po’ vi faranno ammattire, ma la bellezza di cenare tutti in silenzio divertendosi a provare nuovi e insoliti sapori, o di fare due chiacchiere con chi si ferma un po’ di più per un sakè, è quasi irraggiungibile in un viaggio in Giappone.
Il mio posto preferito: la casa tradizionale Koemon, sempre a Shirakawa-go.

Nella guida trovate le nostre scorribande gastronomiche

Nella guida trovate le nostre scorribande gastronomiche

Ordinare piatti a ripetizione nelle izakaya

L’ho scritto mille volte ormai, ma il cibo in Giappone è un’esperienza esaltante, soprattutto in questi locali che possono essere molto eterogenei. Una caratteristica comune, però, è quella di essere perfetti per le chiacchiere in compagnia, ordinando tanti piattini, accompagnati da una birra o sakè (per i giapponesi quando si beve, si deve sempre anche mangiare qualcosa). Spesso ci sono piccole salette in cui questa atmosfera rilassata diventa perfetta per passare ore in allegria. Ah, che cosa si mangia? Di tutto, dalle ostriche fritte (le mie preferite, dovete credermi), al sashimi. Dagli edamame (i fagioli verdi di soia), agli yakitori (spiedini).
Il mio posto preferito: l’izakaya Tsuduri a Kyoto.

In izakaya si beve sempre mangiando qualcosa

In izakaya si beve sempre mangiando qualcosa

Mangiare al bancone (sì, ancora cibo)

Che sia un bugigattolo specializzato in ramen, in cui si è avvolti dai vapori dei brodi fumanti, o un ristorante di alto livello, adoro mangiare seduta al bancone, vicino al cuoco. Un po’ perché gli osti, incuriositi dalla presenza di uno straniero, si superano nei loro manicaretti. Oppure attaccheranno bottone oppure, semplicemente, sarà un’occasione per vedere con che cura vengono preparate certe ricette. Nel caso in cui siate in un locale più raffinato, lo chef preparerà ogni piatto soltanto per voi, ad esempio ogni singolo pezzetto di sushi che vi deporrà direttamente nel piatto. E ancora una volta ci si sente ospiti speciali.
Il mio posto preferito: Miyuki Oden Honten a Kanazawa.

Vedere i templi di notte

Se c’è una cosa che mi fa impazzire dell’Asia sono le lanterne. E fin qui non sono troppo originale forse, ma quando si tratta di quelle che di notte illuminano i templi, beh, è poesia allo stato puro. La luce chiara, dietro la carta di riso, rende l’atmosfera un po’ irreale, fatata ed è bello camminare in silenzio fra tori, pagode e fontane gorgoglianti. Nella nostra religione dobbiamo entrare nei luoghi di culto, varcare portali, in Giappone i posti sacri sono aperti al passeggio, sia nei boschi che in un angolo cittadino.
Il mio posto preferito: il cimitero nella foresta sul Monte Koya.

Kyoto in tre giorni: le lanterne dello Yasaka jinja nella notte (foto di Patrick Colgan, 2014)

Kyoto in tre giorni: le lanterne dello Yasaka jinja nella notte (foto di Patrick Colgan, 2014)

Viaggiare in shinkansen

Quanto mi piace mettermi in coda al binario, dietro le altre persone diligentemente già posizionate, e provare una non troppo celata soddisfazione per la perfetta puntualità (anche se una volta mi è capitato un ritardo, ma una sola in tre viaggi in Giappone non è l’eccezione che conferma la regola). E poi mi piace scegliere il mio posto e lasciarmi cullare dal silenzio, uno sconosciuto sui nostri treni. Abbassare il tavolino, estrarre il mio bento – la scatola a scomparti con il pranzo- e godermi lo spettacolo dal finestrino. Distese di case ininterrotte, città informi sopra le quali schizziamo, verso la prossima meta. E fra Tokyo e Kyoto non manca mai qualche commento di stupore quando si ha la fortuna di vedere il monte Fuji.

Ammirare i ciliegi in fiore

Ero indecisa se metterla questa perché mi pareva troppo banale e, in fondo, capita solo in una manciata di giorni in un anno. Ma la verità è chi ha la fortuna di assistere una volta nella vita all’hanami, non se lo toglie più dagli occhi. E di certo non se lo leva dal cuore. Camminare avvolti da una nuvola rosa chiaro, sentire l’aria frizzante della primavera, le risate della gente che si ritrova sotto gli alberi sono sensazioni che riempiono di stupore, bellezza e riavvicinano alla terra, alla natura. E’ un piacere per gli occhi. Ogni volta che vedo un albero in fiore, ora, ci penso.
Il mio posto preferito: i binari dell’ex ferrovia a Keage (Kyoto).

Se l'ex ferrovia diventa un viale alberato

Kyoto, se l’ex ferrovia diventa un viale alberato
(foto di Persorsi, 2014)

Andare in sala giochi

Una nota pop, ma ci vuole. In Giappone, soprattutto a Tokyo, si può ancora fare un tuffo nelle sala giochi dei primi (nostri) anni Novanta, con la differenza che qui in certe sale si fuma parecchio (ho avvisato, poi non lamentatevi, in questo paese si fuma dentro e non fuori. Va così, amen). Diciamo pure che possono essere ambienti un po’ cupi e alienanti, ma fare un passaggio per trovare qualche videogioco vintage è molto divertente. Personalmente io mi dirigo direttamente verso la consolle di Street Fighter II e spendo qualche yen dando calci e pugni con Chun Li. A che gusto battere Ryu e Ken.
In questo caso non ho un posto preferito: entrate nella prima sala giochi che vi ispira.

Guardare i dettagli

Non ci sono indicazioni da seguire, guardatevi attorno. In alto, in basso, ci sarà sempre un dettaglio che renderà un luogo più aggraziato e un ricordo indelebile. E’ un tombino decorato con una decorazione floreale, una tenda blu davanti a una porta di legno. E’ una tazza in cui il risplende il verde del matcha, un takoyaki perfettamente rotondo ancora caldo. E’ una lanterna nel bosco, la faccia di un drago da cui sgorga acqua bollente. E’ un inchino, una yukata stirata, il sorriso di un monaco, è una carpa colorata in un laghetto. E’ l’asse riscaldato in bagno, nel freddo notturno di un ryokan, è ritrovare un oggetto perduto. E’ un uovo marinato nel ramen, una fetta di carne di Hida cotta su una foglia di miso, è un dolcetto incartato come se fosse un gioiello. E’ uno jizo vestito di rosso che sorride, sereno, nel bosco. E il vostro qual è?

Uno Jizo

Uno Jizo

 

 

 

 

 

Il memoriale sul Danubio

La Budapest ebraica

C’è una parte di Pest che ho preferito. E (ancora una volta) è quella del quartiere abraico, cosa che mi è capitata spesso anche in altre città. Pure nella mia Bologna. Mentre scrivo, sono appena tornata da tre giorni a Budapest e, sempre mentre scrivo, come tutti gli anni a fine gennaio si parla di Shoah, di Memoria con la emme maiuscola, in tv trasmettono film sull’Olocausto. Anche se il mio professore di storia moderna, ebreo, diceva che la storia non insegna un bel niente – e questo mondo sembra dargli ragione di continuo -, mi piace pensare che viaggiare serva anche a questo, a imparare e scoprire dei tasselli di storia in più. Spiegone a parte, in questi giorni intrisi di memoria, ecco la mia Budapest, vista da Erzsébetvàros.

Nella sinagoga

Nella sinagoga

Fra palazzi e cortili

Questo quartiere non è solo centralissimo, ma è anche quello che in tutta la città mi è piaciuto di più girare a piedi. Non sarà spettacolare come il Lungodanubio, ma si può camminare guardando in alto quella infinità di dettagli di tantissimi palazzi di Budapest- fra elementi Art Déco, Nouveau e Liberty- e a tempo stesso vetrine di negozi alternativi, ostelli, sinagoghe e caffè stilosi. E’ una parte che ho trovato un po’ più vivibile, rispetto a zone, come Belvaros e Terezvàros, molto eleganti, ma un po’ troppo seriose. O forse solo surgelate, alla fine gennaio. In queste strade, dopo la Rivoluzione francese, quando sono state abbattute le antiche mura cittadine, hanno iniziato a trasferirsi i cittadini ebrei. Oggi in tutto il Paese sono circa 100mila, ma prima della Seconda Guerra Mondiale erano 720mila. I calcoli li lascio a voi, mentre continuo con i numeri: le deportazioni, a partire dalle campagne, sono iniziate relativamente tardi, nel 1944, ma sono state terribilmente efficienti. I cittadini scampati ai treni diretti ai campi sono stati rinchiusi in un ghetto, di 0,7 chilometri quadrati.

Il muro del ghetto

Il muro del ghetto

Mentre camminiamo per queste vie in cui il freddo penetra come una lama, penso a quell’inverno dentro quel perimetro tracciato dall’odio. Vedo anche un pezzo di muro rimasto, infilandomi dentro un portone: dietro una sfilza di case malconce c’è un tratto di mattoni, con una lapide e un pezzo di filo spinato. Un signore mi parla, non capisco una parola, se non che mi sta indicando proprio quel punto, in fondo al cortile.

Fra sinagoghe e murales

Un punto descrive tutto il quartiere: davanti a un enorme muro in Rumbach utca in cui è rappresentata la principessa asburgica Sissi c’è una sinagoga colorata. Oggi è disuso e ci si interroga su come impiegare i fondi ottenuti per il restauro in una città che ha già tanti altri luoghi di culto e in cui le famiglie ortodosse sono pochissime, circa sessanta. Gli ebrei ungheresi sono in gran parte laici, ci spiegano durante un walking tour e, addirittura, molti di loro- fra nazismo e il comunismo che è venuto dopo- neanche sanno di esserlo ebrei.

Di sinagoghe ne vediamo altre due: una ortodossa, in stile liberty, in Kazinczy e affiancata da due ristoranti kosher, e la Dohány, la seconda più grande al mondo (la prima in Europa, ma non per capienza, solo per dimensioni). Si vede da lontano, in stile moresco, con due alte torri e le tavole della Legge in cima: di fatto sembra di più una chiesa. Non ci sbagliamo: questa è una sinagoga neologa, in base a una corrente nata sulla voglia di una maggiore assimilazione con i cristiani nella seconda metà del 1800. Una via di mezzo fra riformisti e ortodossi, dunque, importante anche perché sul retro si trovano un museo, un grande salice con i nomi delle vittime scritte sulle foglie (finanziato dal famoso attore Tony Curtis, di famiglia ungherese) e un piccolo giardino dei giusti. Fra i giusti delle nazioni che salvarono le vite di ebrei ci sono anche tre italiani: Giorgio Perlasca, Gennaro Verolino e Angelo Rotta.

L'albero della vita realizzato da Imre Varga

L’albero della vita realizzato da Imre Varga

Per completare questo simbolico tour, bisogna arrivare fino alla sponda del Danubio, fra il Parlamento e il Ponte delle catene. Una fila di scarpe di bronzo si incammina verso il fiume, dove quelle vite sono finite, nelle acque congelate. In questo gennaio, 72 anni dopo, guardo le zattere di ghiaccio scorrere fra le due sponde, fra brividi che superano  i miei cinque strati di lana, subito sotto il memoriale.

Il ponte delle catene

Il ponte delle catene

Ruin bar

Il termine “bar delle rovine” non è la traduzione migliore, ma rende l’idea. A Budapest sono famosi questi locali serali sorti in edifici abbandonati dopo la fine del Comunismo e il collettivismo. Due, fra cui uno dei primi, il Szimpla Kert, si trovano proprio in questo quartiere e sono spazi riadattati, in un labirinto di stanze, bar e salette. Scritte sui muri, oggetti di ogni tipo, biliardini, dj, i ruin bar sono città nelle città, in cui ascoltare musica dal vivo, mangiare e, in alcuni casi, fare shopping nel relativo negozio di design.

Nel ruin bar Instant

Nel ruin bar Instant

Insomma, in Italia forse si griderebbe allo scandalo in un delirio di permessi per mettere in piedi un posto che sembra un po’ una cantina un po’ un centro sociale, ma ora il Szimpla è considerato uno dei locali migliori al mondo da più di una guida. Di bar come questi ne sono nati anche in altre parti della città, ma non mi pare un caso che il precursore si trovi proprio fra queste vie, che parlano con le loro storie mancate e spezzate. Le scritte sui muri ricordano le cicatrici di questa parte di città e, al tempo stesso, i giovani radunati qui sembrano indicarne il futuro.

Al Szimpla

Al Szimpla

A tavola

Le possibilità gastronomiche in queste strade sono tantissime, sia come budget che come tipologia. In Kazinczy, volendo, ci sono anche due ristoranti kosher, ma per assaggiare specialità ebraiche e ungheresi ci sono anche posti meno ‘ortodossi’. Al Macesz Bistrot ad esempio, si può provare una specialità come la ludaskasa: un risotto con varie parti dell’oca, dal foie gras al cosciotto. Un’esplosione di sapori. Opzione vegetariana: l’hummus con melograno, rucola e albicocche secche, oppure c’è qualche proposta di pesce. Buona la carta dei vini. In due abbiamo speso (uscendo davvero sazi), circa 54 euro. Dal locale più curato alla trattoria con cucina casalinga, quella di Kádár Étkezde. Consigliato dalla casa il gulash (buonissimo), la zuppa di carne e lo stufato di maiale con gnocchetti. Il pane, buonissimo, si paga a fette, così come l’acqua già sul tavolo: si calcola a bicchieri. Abbiamo speso dieci euro a testa.

Ogni tanto c'è pure il pesce

Ogni tanto c’è pure il pesce

Infine i dolci: non si può non assaggiare la Flodnija del bar Noè. La ricetta è famosissima, così come la pasticciera Rechel, la cui storia è spiegata negli articoli affissi alle pareti del minuscolo negozio. Il dolce è un cubo formato da vari strati di pasta sfoglia: in mezzo si alternano semi di papavero, mela, nocciola e marmellata di prugne. Noi siamo mangioni e si sa, ma abbiamo fatto il bis da quanto ci è piaciuta (750 fiorini a fetta).

Cosa fare a Tel Aviv

Alla prima visita si è accesa la scintilla. Alla seconda è scoppiato l’amore. Mi sbilancio: Tel Aviv è definitivamente una delle mie città preferite. I motivi sono tantissimi e provo a elencarli in questo post attraverso una carrellata di cose da fare, ma in generale mi piace l’atmosfera che sprigiona questo angolo di Medio Oriente, che potrebbe essere su questa sponda del Mediterraneo come un po’ dappertutto nel mondo. Mi spiego meglio. A Tel Aviv sono tanti gli echi di posti già visti, ma qui gli ingredienti sono mescolati in modo originale e unico. Una miscela frizzante, anche se non completamente ‘leggera’ (vi capiterà in spiaggia di incontrare un ragazzo che sta staccando dal servizio militare provvisto di armi e le tensioni ogni tanto si riaffacciano), che si trova solo in questa città. Sulla spiaggia dove la gente corre e fa kite surf. Nei locali vivaci e un po’ underground, fra le linee severe delle case bauhaus, bevendo un succo di melograno in un suq. Ma la cosa più bella (oltre i negozi d’abbigliamento, lo confesso) sono le persone, una galleria di ritratti dal mondo. Si è circondati da ragazze con i capelli rossi che rimandano all’Est della nostra Europa, quanto da visi che sanno di Oriente. Gli ebrei, del resto, vivevano un po’ dappertutto e il puzzle si è ricomposto qui, sulle sponde di un mare che ci bagna tutti.

1)Prendervi tempo per una bella colazione

Parto dall’inizio, in tutti i sensi. Nella maggior parte dell’anno il clima mite di Tel Aviv permette di fare colazione all’aperto e anche solo osservare il passaggio di persone diversissime fra loro, dai giovani un po’ alternativi alla sagoma nera e scattosa di un ebreo ortodosso, sarà divertente. Il primo posto che consiglio è Benedict, un luogo aperto a tutte le ore del giorno e della notte, specializzato in colazioni. Sono tantissime, da quelle tradizionali (compresa la shakshuka, con pomodoro, cipolle e spezie e uova, ovviamente) a quelle internazionali, stile english breakfast. Io personalmente mi sono lanciata sui pancakes, una delle specialità: buonissimi quelli con i mirtilli, ma la pila è più alta di un vocabolario di greco, quindi regolatevi! Bella la posizione, in una delle case storiche della città, su Rothschild Boulevard. Per due colazioni da giurare di non voler mangiare mai più (il pane, burro e marmellata sono compresi nel servizio) spenderete circa 35 euro.

Buongiorno #telaviv #israel #israele #breakfast #travelpic #travelblogger

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Sono tornata per la seconda volta anche al Caffè Bialik, che la sera ospita musica dal vivo, ma già al mattino prepara piatti appetitosi. Io ho provato il french toast con panna fresca e mele caramellate alla cannella e, in precedenza, yogurt, muesli e frutta fresca. Patrick si lancia sempre sul salato della tradizione, che qui comprende olive, formaggio tipo feta e pomodori. Il locale si trova a un passo dal vivace quartiere yemenita. Sui prezzi siamo un po’ più bassi del Benedict.

2. Visitare le case bauhaus

La camminata a piedi organizzata dal comune è consigliabile anche solo per due motivi: la prima che è gratis, basta trovarsi alle 11 (in quella del sabato che abbiamo fatto noi) su Rothschild Bv e poi si segue la guida che parla inglese per le strade di Tel Aviv. Ho già spiegato anche la seconda ragione: la visita è l’ideale per ottimizzare il tempo durante lo shabbat, quando quasi tutti i negozi e alcuni locali sono chiusi. La nostra visita è durata circa un’ora e mezza e la guida ci ha raccontato molto della storia della città attraverso le sue abitazioni. In più il walking tour offre un’ottima prima panoramica di Tel Aviv, con i suoi viali alberati, i caffè, la gente che va in bici.

Ah, che cos’è lo stile bauhaus? Il riferimento è all’archittettura della Germania di inizio Novecento: le case sono costruite su un principio di  razionalismo e il funzionalismo. In una di queste abitazioni, un tempo una banca, è nato lo stato di Israele, nel 1948.

Sabato mattina d’inverno a #telaviv #israel #israele #picoftheday #travelpic

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3. In bicicletta fino a Jaffa

E’ il nucleo più antico di Tel Aviv, il porto musulmano esistente prima della graduale fondazione della città in seguito alle migrazioni verso Israele. Impossibile non vedere Jaffa (o Yafo) dalla spiaggia: è il promontorio in fondo, dove si stagliano un campanile e un minareto. E dove il cielo si infiamma al tramonto. Si può arrivare in due modi: o con una bella passeggiata a piedi sul lungomare, magari fermandovi in uno dei bar affacciati sulla spiaggia, o in bicicletta. Noi abbiamo provato anche questa soluzione, prendendo una delle bici verdi che si possono lasciare in altre postazioni della città.

(Apro una parentesi: state attenti quando la chiudete al momento di riconsegnarla, perché per una delle nostre bici non si è fermato il minutaggio e avremmo pagato 80 euro due ore se non avessimo mandato plurime mail di protesta. Insomma, controllate di non ricevere strani sms di allarme).


Il porto è sempre molto animato, soprattutto durante lo shabbat, ma è interessante passeggiare per le viuzze e nel mercato delle pulci. Ultima cosa: i miei amici di Tel Aviv consigliano Jaffa anche per l’hummus!

4) Andare in spiaggia

Visto che l’ho citata,  ne approfitto: a Tel Aviv si può stare in spiaggia tranquillamente fino alla fine di ottobre. L’acqua è calda e basta rispettare le zone segnalate per fare il bagno. Attorno a voi sarà tutto un volteggiare di vele e tavole da surf: gli israeliani sembrano sempre bravissimi in ogni sport. Ma attorno a voi ci saranno anche tanti ragazzi che semplicemente leggono e prendono il sole o famiglie: è una bella esperienza, che consiglio totalmente. Le spiagge sono attrezzate e potete anche fare tappa in uno dei tanti localini per un aperitivo o un pranzo.

Questa è la spiaggia a metà dicembre, ma non deve ingannare: si fa il bagno fino alla fine di ottobre

Questa è la spiaggia a metà dicembre, ma non deve ingannare: si fa il bagno fino alla fine di ottobre

5) Passeggiare per Neve Tzedek

E’ uno dei quartieri più antichi della città e forse uno dei più radical chic. Mi è piaciuto molto camminare fra queste stradine e case originali, con negozi e botteghe ancora più originali. Anche qui non mancano i caffè, fra i quali uno bellissimo, sotto un enorme albero. Un consiglio: se volete andare a Jaffa a piedi, potreste anche passare da qui e poi fare l’ultimo tratto sul lungomare.

6) Visitare il Carmel Market

I mercati sono sempre la pancia delle città, ne raccontano i colori, gli odori e, ovviamente, i cibi. In questa sorta di suq troverete questa narrazione, che consiglio soprattutto agli amanti delle bancarelle mediorentali. Cosa potete trovare: dai vestiti alla frutta e verdura. Noi in particolare abbiamo comprato spezie e provato il delizioso succo di melograno, un must da queste parti (l’ho ritrovato anche in Giordania). I venditori hanno l’apposito apparecchio per spremere questi splendidi frutti: per qualche nis vi porterete via un bel bicchiere o i singoli chicchi da mangiare con un cucchiaino.

Nel mercato

Nel mercato

7) Il Tel Aviv Museum of Art

Vale la pena di arrivare fino a questo museo molto moderno perché ci si fa un’idea anche di una zona della città più nuova e forse anche grintosa. La strada sale leggermente fra belle case praticamente nascoste da fitti alberi, per poi incrociare strade trafficate e grattacieli. Il biglietto d’ingresso non è molto economico (ma nulla in questa città lo è): 50 nis, ma lo spazio è davvero enorme e potrete scegliere fra le sale più classiche, fra impressionisti e simbolisti (c’è anche qualche stupendo Chagall), esposizioni temporanee e arte più contemporanea. Chiude alle 18.

L'esterno del museo

L’esterno del museo

8) Mangiare, mangiare, mangiare

Sulla scia dell’entusiasmo, al ritorno dal primo viaggio avevo scritto questo post, per magnificare questi posti in cui mangiare bene (anzi benissimo) era possibile anche a prezzi ragionevoli. Quello che posso aggiungere ora è che confermo tutto quello che ho scritto su questi locali, aggiungendone però un altro, Orna & Ella in una zona (Sheinkin Street) anche molto carina se avete voglia di fare un po’ di shopping.

Noi siamo finiti qui perché era uno dei pochi aperti oltre il tramonto il venerdì sera (ebbene sì, anche se siamo lontani anni luce da Gerusalemme, pure a Tel Aviv è pur sempre shabbat e, ad esempio, si fermano treni e autobus) e siamo usciti molto soddisfatti. A parte che è il paradiso di vegani e vegetariani, il locale è sobrio, ma carino, e il giovane personale è davvero gentile. Il nostro cameriere ci ha chiesto da dove venissimo e ci ha fatto assaggiare come extra la specialità della casa anche se non l’avevamo ordinata. Per una cena con calice di vino abbiamo speso circa 35 euro a testa, più la mancia. Bella atmosfera.

Questo è un hummus mangiato in un bar sul lungomare

Questo è un hummus mangiato in un bar sul lungomare

9) La sera nel quartiere yemenita

Restiamo in zona mercato. Il quartiere yemenita è uno dei punti della città che preferisco per l’animazione serale e, non a caso, anche di venerdì sera molti locali sono aperti e pieni di giovani. In più a piedi da qui si arriva quasi dappertutto. Noi abbiamo scelto in questo intrico di viuzze piene di murales e alberi, il comodissimo alberghetto Galileo Hotel. Per tante ragioni: è ottimo il rapporto qualità/prezzo: anche se la pulizia non è sempre ineccepibile e le stanze sono piccoline, lo stile autentico, dalle scale di legno alla moquette rossa, mi sta molto simpatico (così come il personale).

In più costa meno della maggior parte delle sistemazioni nella cara Tel Aviv: 75 euro per un doppia con bagno, aria condizionata e wifi qui sono un prezzo davvero ragionevole. E poi adoro il bar che c’è proprio sotto l’hotel (Norman bar), anche questo aperto tutte le sere e specializzato in birre belghe: è piccolissimo, intimo e con musica fantastica. Una tappa imperdibile in città.

Il quartiere yemenita

Il quartiere yemenita

10).  Fare un’escursione in giornata

Tel Aviv è perfettamente collegata con tutto il resto del Paese (e dista circa mezz’ora di taxi dall’aeroporto Ben Gurion) e si presta bene a essere una base logistica da cui spostarsi.

Insomma, in un’ora e mezza di pullman, ad esempio, si può raggiungere Gerusalemme, mentre in un’ora di auto (o treno) si è già ad Haifa, una città famosa per la sua università, i giardini addossati alla collina e particolarmente ricca di commistioni culturali. Per capire, un intero quartiere è abitato da arabi cristiani. Se avete poco tempo, basta assolutamente una giornata per vedere le cose più interessanti e rientrare.

Per Gerusalemme invece… dormiteci! State più giorni in questa città che entra sottopelle e non vi lascerà più.

Haifa, Israel

Una foto pubblicata da Patrick Colgan (@colgan78) in data:

Qui trovate i miei altri post su Israele

 

 

Un capodanno in Appennino

Da un po’ di tempo ho una fissa e anche questo ultimo Capodanno ci è finito in mezzo. Si chiama Appennino, tosco-emiliano nel mio caso. La prima rivelazione l’avevo avuta un primo maggio fra Pianaccio e Poggiolforato, in mezzo a ortensie violacee, case di sasso e lampioni che sapevano di sale da ballo d’altri tempi. I boschi e quelle montagne che non sono mai troppo alte, ma non sono neppure i miei colli bolognesi, si sono fatti strada nella testa e sono andati a scavare molto indietro. E quindi continuo a (ri)cercarli questi posti sull’Appennino fra Bologna, Modena e la Toscana, un’area vasta che per me ha una grammatica comune, e quest’anno mi è venuta la fissa di passarci la notte di San Silvestro. Perché la gioia di trovarmi dall’altra parte del mondo può convivere con la convinzione che anche vicino a casa abbiamo molto da vedere. O forse sono a caccia di radici in una anticipata crisi di mezza età.

Montecreto

Montecreto

L’occasione è stata la casa che un amico ha messo a disposizione e Montecreto. Siamo a pochi chilometri da Sestola, nel Modenese, dove si scia all’ombra del Cimone. O almeno, si cerca di sciare in inverni che qui su regalano sempre meno neve e molti pratoni (ma comunque la neve c’è, al massimo viene sparata). Io mi avventuravo su questi tornanti per vedere d’estate la squadra del Bologna in ritiro, ma del paese non mi ricordavo niente. Lo ritrovo vestito a festa, fra falò nelle vie del centro, case dipinte come sulle Alpi, gente vestita da sci, di tutte le età. Vin brulè. Mi piace questo clima da montagna, condito da tigelle e zamponi in mostra nei macellai, anche se alzando gli occhi c’è un valzer di persiane chiuse, di cartelli di abitazioni in vendita. Lo stesso succede a Montecreto: il borgo è delizioso, sovrastato da un campanile. Hanno allestito casette di Babbo Natale fra stupendi castagni secolari ma, a mezzanotte, dopo qualche fuoco d’artificio, il paese è deserto. Eppure colgo che l’impegno per attirare visitatori c’è: hanno pure scritto un enorme #montecreto sulla strada.

Montecreto

Montecreto

Io spero che le cose cambino e che questi luoghi vivano una nuova stagione, tornando a essere mete scelte da chi vive in città (per molti escursionisti, anche stranieri, già è così). Almeno da chi, nell’infanzia, da queste parti ci è passato. Nella mia generazione nata negli anni Ottanta in tantissimi avevano la casa in quel raggio che va da Porretta al Corno alle Scale, fino a Zocca, il paese di Vasco, e Tolè. Un tempo in cui non si andava in vacanza, ma in villeggiatura, in cerca dell’aria buona: dopo una certa curva, cambiava sempre l’aria. Un tempo in cui il mondo era più grande, oppure semplicemente viaggiare costava di più e non era alla portata di un clic. Un tempo in cui si investiva nella seconda casa, mentre oggi ci vuole una bella dose di coraggio a comprare la prima. Un tempo in cui fra compagni di classe ci si invitava d’estate, con la nonna di turno che cucinava la sua versione personalissima (sempre la migliore) di crescentine, ragù e patate fritte. La mia quota di aria buona si trovava a Montombraro, dove era nata mia nonna Ida, nella frazione “delle Lamizze”, in una casa col balconcino che si andava a vedere almeno una volta all’anno, indicandola con la mano dall’auto.

In centro a Sestola

In centro a Sestola

In questo inizio d’anno dall’auto sfilano immagini che non sono proprio le mie, ma è come se si trovassero tutte sullo stesso spartito. Ci sono le colline con i caseifici, i cucuzzoli suggestivi come Rocca Corneta. Ci sono i castagni- con le foglie d’estate ci si faceva i cestini per raccogliere le more-, ci sono i ristoranti che fanno i borlenghi, ma solo nei fine settimana.  E tante case che stanno crollando, sulle curve, tante ombre in questo pomeriggio del primo gennaio.

Montecreto

Montecreto

Cosa fare

Ma anche se tutto questo sembra nostalgico, e un po’ lo è, la verità è che sono convinta che in questi luoghi ci sia tantissimo da fare (e da mangiare, soprattutto per chi ha la fissa del chilometro zero). E da vedere, da Marzabotto in avanti (io arrivo da Bologna, ma cambia solo l’ordine dei posti). Parto da qui, dove c’è il parco archeologico degli Etruschi: per molti sono i ‘cugini poveri’ di Greci e Romani, ma io li preferisco perché di loro sappiamo molto meno. E poi c’è il parco di Monte Sole, dove si vengono a ricordare i momenti più bui della Seconda Guerra mondiale, con i violenti rastrellamenti lungo la Linea Gotica. Anche questo fa parte del dna di tanti, non solo della mia famiglia (fortunatamente scampata alla strage di Marzabotto). Ci sono un cimitero e una chiesa sventrata: se cercate un momento di pace nel bosco, venite qui. Salendo ancora, c’è una chicca (da prenotare), la Rocchetta Mattei. Un angolo da Mille e una notte catapultato qui, a metà Ottocento: ha riaperto da poco dopo un lungo restauro, oggi fanno a sportellate per visitarla.

Andando dritti si arriva a Porretta, incastonata nella valle, a cavallo del fiume. Il fatto che ci siano d’estate un Festival del Soul e d’inverno uno dedicato al Cinema la dice già lunga sulla voglia di darsi da fare. Oltre al fatto di venire a comprare il mitico Tortino Porretta, le vere star sono le Terme. Lo stabilimento originale ha mantenuto una vocazione principalmente curativa, ma per chi volesse chiudersi in una bella Spa, lo storico Hotel Helvetia è perfetto (si può accedere anche senza dormire, ma telefonate prima. La parte termale è aperta fino alle 23).

Hotel Helvetia

Hotel Helvetia

Il forno Corsini, in attività dal 1875

Il forno Corsini, in attività dal 1875

Se invece di finire a Porretta, imboccate la strada verso Silla, salite verso il Corno alle Scale. L’aria cambia già a Lizzano in Belvedere, ma la svolta montanara è a Vidiciatico, dove si beve il mirtillino e ci si ferma alla fontana nel cuore del paese, con la sua acqua freschissima. La strada sale fino alla Madonna dell’Acero, la chiesa nel bosco, e fino al rifugio Cavone, dove c’è la seggiovia. Io la temo, con i suoi punti davvero ripidi, ma sale e scende da anni e anni alla neve che viene sempre meno e alla fine il suo spirito combattente va premiato. Da qui partono tante passeggiate bellissime, come quella lungo i sette balzi delle Cascate del Dardagna o verso, e questa è la mia preferita, verso la Valle del Silenzio. Da qui si arriva in vetta al Corno (1945 metri), per chi si avventura sui Balzi dell’Ora. L’alternativa più gettonata è il Lago Scaffaiolo, dove il rifugio Duca degli Abruzzi da tempo va alla grande: fra polenta, musica dal vivo e ciaspolate questo luogo oggi è vivace e divertente. Qui l’aria è davvero cambiata, e in un altro senso.

Lago Scaffaiolo

Lago Scaffaiolo

I balzi dell'ora (la foto però è estiva)

I balzi dell’ora (la foto però è estiva)

Se invece da Silla andate verso Fanano, varcate l’accesso per il Cimone. Si entra in territorio modenese, cambia l’accento. E qui torno al mio Capodanno. Al Lago della Ninfa ci sono i primi impianti e, a 1.500 metri, è bello mangiare nel rifugio, magari al sole, in compagnia degli sciatori. Salendo un po’ più su, c’è invece il Passo del Lupo, molto attrezzato per gli sciatori: anche qui, all’ombra di una simpatica funivia davvero vintage, la sosta bombardino al sole è una piccola gioia. Ma invece del gulash qui si mangiano tigelle. Le vere regine dell’Appennino.

 

 

 

 

Due giorni nelle Langhe

Colline con alle spalle montagne innevate da cartolina. Sembrano quasi un mare i filari che si inseguono in ogni centimetro libero di terra. Castelli che escono dal passato e sovrastano piccoli borghi, ma che appena cala il sole si confondono nella nebbia. Le Langhe per me sono di colore giallo, come le foglie del Barolo, e rosso (quelle della Barbera), con i pampini incendiati dall’autunno. Ma, anche se ho visitato questo fazzoletto di basso Piemonte solo in novembre, scommetto a occhi chiusi che è uno di questi posti che dice la sua tutto l’anno. Deve essere bellissimo con le viti rigogliose e cariche d’uva d’estate, così come sotto la coperta bianca dell’inverno. Prima del corso dell’Ais, la provincia di Cuneo non mi aveva mai detto granché, nocciole a parte. Poi ho scoperto il Barolo e le Langhe sono diventate una tappa vinicola da conoscere al più presto. E così è stato.

Trova l'intruso (il #monviso). #landscape #langhe #cuneo #piemonte #igerspiemonte #wine #vigneti #barolowine #travelpic

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In realtà, il mio primo contatto con la zona risale alla maturità, quando mi sono trovata sotto il naso il prologo de La luna e i falò di Cesare Pavese. E con lui, luoghi come Bra, Barbaresco, Asti. Non conoscevo nulla di questo autore che spesso resta ai margini dei programmi scolastici, ma quel testo mi piaceva così tanto che scelsi comunque questa traccia (e andò bene, evvai). Quello che voglio dire è che queste colline, che oggi sono tempio del vino, ma ieri teatro della Seconda Guerra Mondiale e della Resistenza, parlano da decenni attraverso la letteratura. E così il primo incontro lungo la strada, oltre che con Asti e la sua zona… spumeggiante, è proprio quello che si fa con il borgo di Neive, piccolo, ma ricco di palazzi storici dei Sette/Ottocento e uno spirito già montanaro. Per chi ama la narrativa del 1900, a pochi chilometri c’è anche Santo Stefano Belbo, descritto nel Partigiano Johnny di Beppe Fenoglio. Insomma, c’è decisamente da nutrire spirito e non solo, visto la bontà della cucina locale (un po’ meno per i vegetariani).

Saggezza a Neive

Saggezza a Neive

Cosa vedere

Noi abbiamo deciso di concentrarci sulla zona del Barolo, intesa in questo caso come luogo di produzione della Docg. Mi riferisco a quella manciata di borghi e comuni, in cui l’uva Nebbiolo raccolta in vigna, dopo un riposino di almeno 36 mesi, si risveglia con il nome di Barolo. E questo può accadere solo qui, nel giro di pochi chilometri. Noi ci siamo fermati a Serralunga d’Alba, paese sovrastato da un castello e che mi è rimasto impresso per la forma circolare: in cima al borgo i tetti formano una chiocciola avvolta dai vigneti.

Serralunga d'Alba

Serralunga d’Alba

Cuccuzzulo simile anche a Monforte d’Alba, con un grazioso centro storico e a La Morra, con gli incredibili scorci sul Monviso. Dal parchetto più scenografico che abbia mai visto (ve la butto là se viaggiate con prole) sembra di sfiorare con la mano le cime innevate delle Alpi.
Sempre in questo comune si trova anche la curiosa cappella di Sol Lewitt e David Tremlett, una botta di colore abbagliante. Si tratta di una chiesetta sconsacrata che i proprietari dei terreni hanno commissionato ai due artisti, che, mi sembra, hanno giocato comunque con i colori della natura circostante: il rosso, il giallo e il  verde delle vigne e l’azzurro del cielo.

I colori delle #langhe #cappelladelbarolo #lamorra #piemonte #piemonte_super_pics #landscape #art #arteinviaggio #vigneti

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Poi c’è Barolo, la mia tappa preferita. E dire che all’inizio non ci volevo neppure andare. Sarà troppo turistico, mi ero detta in un impeto snob. Per fortuna Patrick mi ha riportata alla ragione e alla fine abbiamo passato ore nel borgo-simbolo del vino locale. Perché vale la pena andarci. Per fare tre/quattro assaggi nell’Enoteca Regionale del Barolo, ospitata nelle cantine dello stupendo castello. Con una tessera magnetica potrete scegliere fra alcune etichette di Barolo, divisi in base alla sottozona di provenienza, con relative spiegazioni. Manca forse un po’ di contatto umano, ma se ci si capisce qualcosa e si ha con sé una buona guida (non le ho trovate all’interno), è molto piacevole sedersi e degustare in santa pace. L’ultima sezione è dedicata alle annate più vecchie, da provare per capire l’evoluzione di questi tannini così indisciplinati.


Questo sotto, mentre ai piani alti del Castello dei Falletti, si trova il Museo del vino (WiMu). Anche qui la sorpresa è stata grande, perché l’esposizione è bella, divertente e istruttiva. Ogni sala dei tre piani è dedicata a un aspetto del vino dalla storia, al valore culturale, al lavoro in vigna. Un viaggio che non affronta tanto i lati tecnici/qualitativi del vino locale, quanto quello emozionale. In generale, fra giochi di luci, di suoni e momenti interattivi, quello che viene presentato è soprattutto il vasto immaginario che il mondo enologico si porta con sè. Bella anche la parte finale sulla storia del maniero e di Juliette Colbert, una donna che si è impegnata moltissimo per aiutare le altre donne, quelle più sfortunate, del suo tempo. Per una visita calcolate almeno due ore.

E poi, borghi a parte, la cosa più importante da fare è semplicemente guardare. Che sia da un finestrino o in sella a qualunque mezzo, queste colline vitate, così interpretate e modificate dall’uomo, sono il vero spettacolo da non perdere. Se non per infilarsi in qualche cantina.

Cosa bere

Inutile dire che le aziende vinicole sono ovunque, a ogni curva, sia dentro che fuori i paesi (in questo senso mi ha ricordato la Borgogna). Fra le uve, la star qui è il Nebbiolo, ma non solo. Anche Barbera, Bonarda e Dolcetto sono uve simbolo, così come, nell’universo dei bianchi, l’Arneis (interessante anche la Nascetta). Generalmente i produttori incontrati sono stati molto gentili, ma è ovvio che in due giorni la nostra lista non è stata lunghissima. Consiglio di prenotare prima, perché queste sono vere e proprie aziende sempre al lavoro e può capitare che se piombate all’improvviso in certi orari i titolari non abbiano tanto tempo da dedicarvi. In questo sito potete trovare già molti indirizzi, con relativi orari. Nei casi di aziende più grandi, sarà più curato l’aspetto della degustazione, con un servizio ad hoc. Nelle altre… beh chiamate. Faccio tre esempi di situazioni completamente diverse che potete trovarvi davanti.

1) Gigi Rosso. Il tradizionale

La cantina si trova a Castiglione Falletto ed è una realtà storica del territorio, che si tramanda da generazioni. Ci siamo presentati a sorpresa e il titolare ci ha gentilmente improvvisato una degustazione delle sue principali etichette, tutte impeccabili. Ci ha spiegato, con mappa alla mano, le differenze fra le zone e i disciplinari di produzione. Sapido e profumato l’Arneis e decisamente per appassionati del genere il Dolcetto, particolarmente corposo, con la sua bella scorta di tannini. Noi abbiamo comprato due bottiglie, ma non ci era stata fatta nessuna richiesta da parte del produttore: non è una cosa da poco qui. Non credo di esagerare se dicessi che un giro per cantine nelle Langhe dovrebbe iniziare da qui per farsi un’idea chiara dei vini locali, con un buon rapporto qualità/prezzo. Ah, c’è anche un agriturismo.

2) Flavio Roddolo. Il contadino

Non so se è la parola più corretta, ma è la prima che mi viene in mente se penso alla nostra visita alla cantina di quest’uomo ruvido, ma gentile, di poche parole, ma di molti fatti. Con il suo viso segnato del tempo mi è sembrato un anello di congiunzione fra noi e la terra e quei filari che conosce uno a uno. E’ l’espressione dell’uomo nato in Langa, forse, che sa che il vino viene buono in vigna, non (solo) in cantina. O almeno così mi è parso mentre ci indicava i ‘bricchi’, le varie tenute, aziende legate al territorio da sempre, dalla cima della sua.
Abbiamo telefonato in mattinata e siamo riusciti a strappare un appuntamento alle 17. Da quello che abbiamo visto dopo è stato un mezzo miracolo, perché Roddolo si affida ancora a un vecchio telefono fisso (di quelli grigi che una volta avevamo tutti in casa) e risponde solo se ha tempo (o se gli va). Nessuna segreteria, pochi aiuti e se è impegnato in cantina (“dove serve concentrazione, devo pensare su quello che faccio”) chi lo becca più. Ci ha guidato in modo asciutto fra le botti della cantina, presentandoci tutti i suoi vini con generosità, riserve comprese. Mi sono sembrati vini perfetti, in cui il tannino di queste uve è sempre giustamente addomesticato mentre i profumi inebriano il naso. Interessante anche il Bricco Appiani, un suo esperimento fuori zona a base di cabernet sauvignon (quattro viti nella guida dell’Ais 2016 per la bottiglia del 2008, comunque). Siamo usciti dalla cantina che era buio, scaldati dai 7 stupendi vini appena assaggiati, che fanno sciogliere anche la conversazione. In quell’ambiente spoglio ed essenziale, infatti, si è parlato dell’elezione di Trump, di cellulari e dei nuovi ricchi stranieri che comprano i vigneti. “Non si devono perdere le radici”, ha scosso la testa Roddolo. Lui che più di ogni altra persona mi ha trasmesso l’idea di essere tutt’uno con un luogo.

3) Fontanafredda. Il red carpet

Ma non lo dico mica con un’accezione negativa. Anzi. In questa enorme azienda che produce ogni anno circa 6 milioni di bottiglie e che ha praticamente la stessa età dell’Italia la visita è un vero piacere. Certo, lo spirito è di tutt’altro tipo e lo sicoglie subito entrando nella reception che è anche libreria e ristorante Eataly. Oscar Farinetti, infatti, è uno degli azionisti principali di questa realtà, che ha riscattato da qualche anno anche lo storico marchio Mirafiori, ceduto alla Banca Monte dei Paschi di Siena all’inizio del secolo scorso. Beh dicevo, noi abbiamo prenotato per la visita guidata delle 15.30, durata un’ora e mezza abbondante, passando per gli alloggi dei dipendenti, il ristorante stellato Guido, fino alla cantina. Anzi, più cantine, visto che ci sono ancora quelle reali, in una perfetta miscela di storico e nuove tecnologie. Poi si passa alla degustazione guidata di tre etichette (con un unico biglietto a 15 euro) nel piccolo anfiteatro predisposto per gli eventi: nel nostro caso abbiamo assaggiato un’Alta Langa (spumante metodo classico, in versione rosè), una barbera e un barolo (ancora giovincello). Tutto bello, di qualità e professionale. Un po’ più freddo, questo sì.

 

Dove mangiare

Non avrete che l’imbarazzo della scelta, la cucina qui è molto tradizionale e, se amate il tartufo bianco, nella zona di Alba non potreste chiedere di più (una ‘grattata’ mediamente costa 35 euro). Noi abbiamo fatto scorta di vitello tonnato e tartare di manzo (serviti qui come antipasti), ma anche delle due paste tipiche, i ravioli dal plin (ripieni di carne) e i tajarin. Per i più impavidi c’è anche sempre la bagna cauda. Segnalo qualche posto: tutti sono facilmente reperibili sulle guide, mi limito a confermare che in effetti sono buoni e, per un pasto con un calice di vino, si spende circa 25 euro.

A Barolo abbiamo mangiato benissimo nel winebar Barolofriends: in posizione centralissima, proprio sotto il castello, è molto gradevole anche all’interno. Ottimi piatti anche nella frequentata enoteca More e macine a La Morra e alla Cascina Schiavenza di Serralunga d’Alba: un posto più tradizionale, ma di grande qualità.