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Fra la Death Valley e Lee Vining

The mountains and the canyons started to tremble and shake
as the children of the sun began to awake

Going to California, Led Zeppelin

E’ il mistero di ogni viaggio, qualcosa che scatta, una scintilla. Ci sono certi luoghi che restano a lungo nei nostri pensieri, anche se non sono quelli che più ci aspettavamo di vedere. A volte magari sì, ma comunque lasciano un ricordo dolce e un po’ di nostalgia che si alimenta come il fuoco davanti al quale sto scrivendo. Nell’ultimo viaggio in California per me questo posto è stato Lee Vining che, ho poi avuto modo di scoprire, per tanti era un perfetto sconosciuto. A San Francisco più di uno ci ha guardato con aria interrogativa; come se qui in Italia avessimo detto che venivamo da, giusto per citare un posto con un nome strano delle mie zone, Muffa. Poi, quando dicevi Mono Lake, qualcosa, nella testa del nostro interlocutore, si accendeva. Ebbene, in questo paesino ai piedi della Sierra Nevada, a un passo dal Nevada appunto, e alle spalle dello Yosemite mi sono un po’ innamorata. Anche se, diciamolo, tutta la giornata impiegata per arrivare fino a lì è stata quella più magica del viaggio.

Death Valley

Death Valley

La Death Valley

In principio era la Death Valley. Quando siamo partiti all’alba da Amargosa Valley, con un piede nel Nevada e un bicchiere di caffè bollente in mano immaginavamo di essere diretti verso uno dei luoghi più iconici e fotografati della California. Nel giro di un’ora potevo capire perché. La Death Valley è una meraviglia, superiore a quello che mi ero immaginata. Sarà perché avevo sempre sentito i racconti apocalittici di motori fusi, caldo da non scendere dall’auto (e in effetti i cartelli di avvertimento lungo la strada non mancano) di tutti quelli che normalmente viaggiano ad agosto. Nella prima tappa di Dante’s View, invece, ero infagottata nella mia giacca e il cielo era di un azzurro terso. Viaggiare fuori stagione, in dicembre in questo caso, può avere i suoi vantaggi, a partire dal fatto che si incontrano davvero poche persone. Da qui la vista sulla valle è molto suggestiva, per i colori come desaturati che iniziavano a scaldarsi sotto di noi e per l’atmosfera desolata che si percepisce a perdita d’occhio. Le immagini le avrete viste centinaia di volte: le rocce bianche e lunari di Zabriskie Point, la profondità salata delle Badwater, la tavolozza di colori dell’artist’s palette, dove la natura si deve essere divertita parecchio a tracciare quelle mille sfumature.

Una diligenza da vecchio west, dell'epoca, al Borax Museum di Furnace Creek

Una diligenza da vecchio west, dell’epoca, al Borax Museum di Furnace Creek

Non perdetevi Furnace Creek dove si trova un curioso museo del Borace (Borax Museum), da visitare liberamente. All’esterno di una casa di fine Ottocento si trovano tutti gli strumenti utilizzati per lavorare questo cristallo che viene utilizzato ancora in molti modi, ad esempio nei saponi o detergenti. All’interno della casa, che originariamente si trovava però in un altro punto, si possono osservare altri oggetti del tempo. Guidare nella Death Valley, senza l’ansia di fondere il motore, è bellissimo e riempie di gratitudine. Noi vi abbiamo trascorso circa una mattinata, senza correre troppo, uscendo dal lato nord, diretti a Lone Pine.

Lone Pine

Lone Pine è una graziosa cittadina ai piedi delle Alabama Hills. Circa duemila abitanti e una posizione molto scenografica tanto che, negli anni Venti del Novecento qui hanno iniziato a girare i primi film western. E non hanno praticamente più smesso tanto che la storia del posto è molto legata a quella del cinema e di Hollywood e non a caso tutti gli anni viene organizzato il Lone Pine Film Festival. Questo legame speciale è ben raccontato all’interno del Lone Pine Film History Museum (noto anche come Museum of Western Film History), un gioiellino per chi ama il genere. Fra le mie stranezze c’è anche questa: io lo amo moltissimo e vado matta per i vecchi film western (lo ammetto, proprio quelli in cui gli indiani fanno sempre la parte dei cattivi. Perdonatemi, ma niente Balla coi lupi e cose così, a me piace proprio Sentieri Selvaggi, per intendersi).

Camicia indossata da John Wayne, al museo di Lone Pine

Camicia indossata da John Wayne, al museo di Lone Pine

Insomma, all’interno del museo si trovano locandine, strumenti usati sul set, abiti originali, anche quelli di John Wayne che ha la sua sezione dedicata. E poi ancora un video che racconta come il cinema si è sviluppato in zona e l’evolversi del genere. Con chicca finale: il carro da dentista usato da Tarantino in Django (quella del dottor Schulz con tanto di dente sul tetto), donata proprio dal regista. I fan sappiano che c’è anche una sceneggiatura e la classica sedia usata da Tarantino sul set.

Nell’arco di un’ora siamo ripartiti alla volta di Big Pine, puntando al Coppertop bbq. Arrivati alle tre del pomeriggio con la fame di un grizzly, ci siamo dovuti scontrare col fatto che fosse chiuso per ferie e così abbiamo ripiegato sul diner poco distante. Alla faccia del ripiego: un posto adorabile, tradizionale e con favolosi panini. Quello col pulled pork è divino e consigliato dalla casa.

Lee Vining e il Mono Lake

Siamo arrivati con l’ultima luce rossa del tramonto che si spegneva dietro le montagne e subito Lee Vining ci ha accolto con la sua atmosfera natalizia. Il nostro motel, proprio all’inizio del paese con vista sul lago, era vestito a festa, fra luci e albero di Natale. Nota dolente, non tanto la connessione ballerina (io avviso), quanto il fatto che fosse praticamente tutto chiuso in questo periodo, ad accezione dell’eroico diner (che abbiamo poi onorato a colazione: se cercate i pancakes più grandi che abbiate mai visto, venite qui) e il Mono market. Non mi sono innamorata di questo negozio solo perché è rosso brillante, perché vende davvero di tutto, ma anche perché è perfetto per mangiare qualcosa quando non avete più il coraggio di sedervi a cena (vi ricordo il pulled pork del pomeriggio): una soup calda e il banana bread fatto in casa completano la magia. In generale questa cittadina illuminata dalla neve della Sierra Nevada è la classica stazione di montagna, con qualche attività legata al turismo, che d’inverno va un po’ in letargo. Del resto, il passo che da qui porta allo Yosemite National Park in dicembre è chiuso per neve.

E così non resta che farsi un bel giro (consigliatissimo all’alba) fino al Mono Lake, un lago salato che oggi ha un volume d’acqua molto inferiore rispetto al passato. Qui vivevano gli indiani Kutzadika, che si nutrivano di una specie di larve che si trovano in questo complesso ecosistema. Oggi una passerella porta vicino a curiose formazioni di tufo che, come misteriose creature, si ergono dal lago. Si può arrivare con l’auto, pagando pochi dollari per il parcheggio.

Pancakes giganteschi

Pancakes giganteschi a Lee Vining

Da Mono Lake a Sutter Creek

Anche questa strada è davvero suggestiva, soprattutto con le montagne innevate. Il problema è che, anche se splendeva il sole, se la strada è chiusa per neve, non c’è santo che tenga: non si passa. E così abbiamo dovuto rinunciare all’idea di arrivare fino a Bodie, un suggestivo paese fantasma annidato sulle montagne a oltre 2.500 metri. All’epoca della corsa all’oro era diventato una calamita per avventurieri e gente un po’ di tutti i tipi, tanto da essere considerato un luogo di perdizione. Nel giro di pochi anni era abitato da migliaia di persone, ma, altrettanto rapidamente iniziò il suo declino: a inizio Novecento era già cominciato l’abbandono. Alcune case si possono ancora visitare, ma, come dicevo, abbiamo dovuto rinunciare e continuare fra montagne e minuscole città. Ci siamo fermati in uno dei negozi che vendono souvenir o i classici oggetti indiani, vi abbiamo trovato persone gentili e una stufa accesa. Abbiamo continuato a guidare in mezzo ai boschi, fino a 2mila metri, prima di iniziare la discesa verso Sutter Creek, dove è stato come tornare alla civiltà.

Questa cittadina, consigliata ancora una volta da Paola e Gianni è una perla ancora non troppo conosciuta. E’ bello fare un giro nella via principale, fra negozietti e cantine. Già, questa zona da qualche anno ha scoperto la sua vocazione vinicola ed è in grande crescita. E devo dire che i risultati sono molto interessanti, non solo perché lo Zinfandel e il Cab non sono affatto male, ma anche perché costano molto meno della non lontana Napa Valley. Due indirizzi consigliati sono Bella Grace, con una bellissima location, e Feist. E poi vabbè la gentilezza è sempre di casa.

La bellissima sede di Bella Grace Vineyards, a Sutter Creek

La bellissima sede di Bella Grace Vineyards, a Sutter Creek

Tutto questo lo abbiamo fatto in ventiquattro ore. Ventiquattro ore in cui siamo passati dal deserto, alle montagne, finendo in città. Miracoli della California.

I post sulla California

Sossuslvei

Il mio 2017

Solo qualche riga e soprattutto qualche foto, per salutare questo 2017. Negli ultimi giorni ho corso anche più del solito e soltanto questa mattina, prendendo un caffè finalmente con calma, mi sono resa conto che oggi quest’anno finisce. E’ iniziato con un bel sole sull’Appennino modenese, a Montecreto, e a metà, ci ha portato una casa nuova. Un momento faticoso, ma bello perché ho realizzato un piccolo sogno: vivere in un posto che mi assomigliasse. Nel frattempo il 2017 ha significato amicizie che si sono rafforzate, perché a questa età è bello anche scegliersi per affinità. Altri ci sono sempre e ormai sono una famiglia allargata. Ma soprattutto il 2017 ci ha donato nuovi viaggi, a volte ritorni, comunque regali preziosi. Il conto in banca piange, ma, dopotutto, domani è un altro anno.

Gennaio

Sul #danubio #budapest #ungheria #travelpic #travelblogger #wintertime

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Chi non andrebbe in gennaio a Budapest a prendersi una scarica di freddo? Presente. Questa città mi è parsa un po’ congelata, e non solo perché eravamo sotto zero. Ha qualcosa di freddo dentro di sé, forse anche per la sua storia non facile. Ma per fortuna, ci sono favolose terme, veri punti di ritrovo per persone di tutte le età.

Febbraio

Napoli, Rione Sanità

Napoli, Rione Sanità

Napoli è stata una delle grandi sorprese dell’anno. E’ una città bellissima, in cui sembra di camminare continuamente in un programma di Alberto Angela: passato e presente si incrociano. La pizza fritta dovrebbe essere illegale, ma il mondo sotterraneo è la vera cosa da non perdere.

Marzo

Namibia

Namibia

Il ritorno in Africa, un sogno realizzato. Chilometri e chilometri di spazio, di deserto, di rocce, in una natura che non fa sconti. Uno dei luoghi più belli mai visti, primo premio per il cielo stellato.

Aprile

Buon Pasqua! #glicini #appennino #igersemiliaromagna #acquacheta

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In casa mia è Natale con i tuoi e Pasqua anche. Ma sono felice così. Allora questa volta ce ne siamo andati a camminare (e soprattutto mangiare) ad Aquacheta, dove la Romagna prende la strada della Toscana, fra echi danteschi, glicini in fiore e tanti funghi.

Maggio

Venezia, la città in cui tornerei sempre. E infatti lo faccio, tutti gli anni, e soprattutto quando c’è la Biennale d’Arte. Fra i padiglioni del mondo, sembra di avere viaggiato tutto il giorno restando nello stesso posto. E tutto il resto è baccalà mantecato.

Giugno

Cambiare casa è come un viaggio di quelli faticosi. Fai le valigie comunque e cambi prospettiva. Intanto inscatoli la vita e ricordi e, arrivato in una casa senza mobili riprovi il brivido del campeggio. Penso di non volerlo fare mai più, ma quando ho scattato questa foto, senza armadi, frigorifero, ma con un vicino che produce vino, ho provato cos’è la vera felicità.

Luglio

La Romagna è sempre un po’ casa. Ci andavamo da bambine, ci torno ogni volta che vado a trovare mia sorella e nipoti. Cervia da qualche anno è un appuntamento fisso, dove entrare (e annusare) i mitici bazar del mare, vere madeleine per me, la cosa che più nel mondo rima con vacanza (ok mi faccio vedere da uno bravo).

Agosto

Serifos; Grecia

Serifos; Grecia

Quello con la Grecia è un legame profondo. La amo tanto, ne sogno il cielo azzurro, il male violaceo e le casette bianche tutto l’anno. Certi luoghi forse sono case mancate: la mia si trova da qualche parte nelle Cicladi.

Settembre

Pantelleria

Pantelleria

Un’altra scoperta incredibile a un’ora da casa. Pantelleria è un’isola di grande personalità: o la ami o la odi mi avevano detto prima di partire e io sono d’accordo. Roccia nera, vigne a perdita d’occhio, produttori eroici. Serve altro?

Ottobre

Il weekend perfetto, a trovare un’amica, (ri)scoprire meglio il suo mondo in una regione di cui si parla sempre poco. E’ la fotografia di una gita nel Collio da Pordenone, fra un pranzo che ancora tutti sogniamo e una visita in cantina da un produttore appassionato. Da rifare il prima possibile.

Novembre

Seychelles

Seychelles

Di solito ci si va in viaggio di nozze, noi ci siamo andati in quattro. L’oceano è pazzesco, le spiagge le più belle mai viste, con la sabbia bianca da rivista. E, diciamolo, io ai tropici porto acqua. Eppure a me le Seychelles faranno sempre pensare all’amicizia e, da questo punto di vista, avremmo potuto essere ovunque.

Dicembre

California

California

Ed ecco la ‘sbomberata’ finale, per quanto totalmente improvvisata. La California, anche a dicembre, non ha bisogno di spiegazioni. E’ bella, bellissima. Significa spazio, libertà, natura. E’ tornare, rivedere, stare bene. Ecco perché la si sogna tutta la vita.

 

In California a dicembre

Guardo le foto della California e vedo strade. Tantissime strade. Curve o lunghi rettilinei che si perdono in mezzo al deserto, salgono lungo montagne innevate o finiscono sotto il livello del mare. E tutto nella stessa giornata. E’ racchiusa in queste immagini la mia America. Io che pensavo di trovare soprattutto città e un mondo tutto sommato simile al mio, ho trovato invece spazi enormi, orizzonti e cieli senza nuvole in un paese in cui guidare ha il sapore della libertà. Il bello di un viaggio in auto in California è la sensazione che non ci siano motivi particolari per inscatolarsi in un aereo e arrivare fin laggiù. E’ che ogni tanto, semplicemente, si sente il bisogno di andare.

Il nostro viaggio in California è arrivato, ancora una volta quest’anno, all’ultimo minuto. Così come dovevamo finire in Russia e ci siamo trovati alle Seychelles, questa volta abbiamo comprato, sì, due guide della Cina, ma poi un biglietto per Los Angeles. Non la faccio lunga su cosa è successo in mezzo, se non sul fatto che consiglio di dare un’occhiata sempre ai siti viste le offerte che possono saltare fuori anche dieci giorni prima della partenza. Sul delirio delle destinazioni stravolte devo dire, in compenso, che anche questa volta abbiamo dato retta a Paola e Gianni, e meno male. Il loro amore (e conoscenza) per la California ci ha contagiati e seguendo le loro dritte (a proposito, molte le trovate anche nella loro guida dei Viaggiautori) è andata a finire che ci siamo fomentati pure noi (prima o poi andremo anche in Cina eh).
Parto un po’ da qui, quindi, da che razza di viaggio abbiamo imbastito nel giro di due settimane per visitare la California in nove giorni. I punti fermi erano la Napa Valley, visto che la sottoscritta non perde né il pelo né il vizio, e Los Angeles, città di arrivo e partenza.

Sulla Route 66

Sulla Route 66

L’itinerario in California

La terre selvagge

Siamo arrivati a Los Angeles di pomeriggio, ma l’abbiamo lasciata subito guidando per circa tre ore fino a Palm Springs, una cittadina in cui si respira già l’aria del deserto. Siamo arrivati col buio e un jet lag micidiale e della prima sera ricordo solo il primo dei tanti diner in cui abbiamo capito che le porzioni sono grandi il doppio delle nostre e che se ordini una Coca Cola, devi poi sapere che ti arriverà qualcosa come mezzo litro. L’altra lezione è che contro il ghiaccio nel bicchiere non puoi lottare, anche quando fuori ci sono pochi gradi. Ma non era deserto? Sì, con l’escursione termica da libro di scienze. E, apro parentesi, se viaggiate come noi fra novembre e dicembre preparatevi al fatto che fa freddo, anche con il sole. Poi certo, i californiani girano in maglietta e non ti infagotti come in Italia, ma pantaloncini e gonne sono rimasti in letargo in valigia. Ma dicevamo Palm Springs. E’ una cittadina piena di campi da golf, ma, in passato, meta di villeggiatura delle star, tanto che alla mattina presto abbiamo curiosato fuori dai cancelli di alcune stilose ville moderniste. Una è quella scelta per la luna di miele da Elvis, ad esempio, anche se le più belle sono quelle realizzate da famosi architetti.

California a dicembre: cieli azzurri

California a dicembre: cieli azzurri

Ma il nostro obiettivo era un altro: il Joshua tree National Park, la porta d’accesso per le terre selvagge. Il deserto del Mojave, con i suoi colori sabbiosi, è semplicemente una meraviglia, da attraversare in auto, o magari campeggiando all’interno. Noi vi abbiamo trascorso una mezza giornata, passando per alcuni dei punti classici indicati dalle mappe. Ogni scorcio, con le rocce che ricordano strane creature, ha una sua bellezza, ma dovendo scegliere non perderei la Hidden Valley, un sentiero ad anello perfetto per scoprire da vicino gli alberi protagonisti del parco: le yucca, grandi piante dalle dimensioni e forme più diverse.

Hidden Valley

Hidden Valley

E’ un paesaggio surreale, un po’ metafisico, che continua anche al di fuori, in quel tratto di Route 66 che abbiamo percorso per arrivare fino ad Amargosa Valley. Non l’avete mai sentita nominare? E’ molto probabile. Per poche centinaia di metri si è già in Nevada e per noi è stata una tappa per dormire fuori dalla Death Valley. Alloggiare al Long Street Inn and Casino, tra tappeti, oggetti d’epoca western e slot machines è davvero un’esperienza. Ci si sente un po’ a Las Vegas, un po’ in un saloon e ci si aspetterebbe la diligenza fuori dalla porta (in realtà c’è, ma è sul retro). E al risveglio all’alba, si ha la sensazione di essere finiti dentro Mad Max.

La sensazione continua sempre di più nella Death Valley, di gran lunga la tappa più affascinante e potente del viaggio. Si parte all’alba, per avere subito una panoramica dall’alto da Dante’s view, da cui si domina una distesa piatta, dove il sale mangia e confonde i colori terrosi. A Zabrinskie point è pura commozione, davanti a rocce bianche, lunari. Patrick ha dato una definizione che mi è piaciuta molto: è come se si vedessero i visceri della terra, ed è vero. L’incanto non passa, anzi, nelle Badwater basin, una distesa di sale in cui, voltandosi verso la montagna ci si accorge di essere in una depressione, a 85 metri sotto il livello del mare. E l’incanto cresce ancora nell’Artist’s palette, dove la strada, diventata a senso unico, si attorciglia, sale e scende fra rocce multicolori. Un miracolo della natura.

Il senso di gratitudine cresce fino a Furnace Creek, al centro della valle, dove fare rifornimento -anche di cibo volendo- e vedere il piccolo, ma prezioso museo con gli attrezzi utilizzati nell’estrazione del borace. Non so immaginarmi questa visita col caldo torrido che molti trovano qui d’estate, considerando i pochi gradi che c’erano la mattina!

Artist's Palette

Artist’s Palette

L’auto prosegue fino a Lone Pine, dove si trova l’adorabile piccolo museo del cinema Western (Lone Pine Western Film History Museum); Big Pine, dove la sosta al diner è d’obbligo (o al Copper Top Bbq, purtroppo chiuso per ferie quando siamo passati), per poi salire fino al Lee Vining, fra il Mono Lake e la Sierra Nevada. Alle spalle dello Yosemite per intendersi. Il parco non era accessibile, con il passo chiuso per neve, ma la tappa si è rivelata poi la mia preferita (e la racconterò a parte). Con la Sierra Nevada candida alla nostra sinistra, abbiamo attraversato passi e vallate, per poi sbucare a Sutter Creek, dove sembra di tornare alla civiltà. E’ un villaggio ricco di abitazioni storiche, legato alla corsa all’oro in California, davvero delizioso, nel mio mirino soprattutto perché sta crescendo come zona vinicola. Una tappa spesso fuori dalle guide, ma che non andrebbe persa.

Il carro di Django

Il carro del dottor Schultz, da Django di Tarantino (ma ci sono anche cimeli di John Wayne, ovviamente)

Le terre del vino

C0me dicevo, Napa era une delle tappe principali del viaggio, per ‘studiare’ un po’. Dei vini californiani sapevo veramente poco e, prima di continuare con le generalizzazioni, sono andata a vedere. La cittadina di Napa è davvero poco affascinante e non ti toglie mai la sensazione di trovarti in un centro commerciale. D’altro canto la via del vino vera e propria, con la distesa di vigne fiammeggianti e le colline sullo sfondo è stupenda, così come molte cantine, tenute spesso molto eleganti (o pacchiane, quando si è meno fortunati). I prezzi sono oscenamente alti, proprio come la qualità delle degustazioni, molto ben organizzate. Sui vini, dipende dai vostri gusti, ma in generale io qui mi butterei sui rossi.

Sonoma è la sorella un po’ più radical chic, quella ha lasciato la villa sui colli per vivere in una mansarda shabby chic. E’ più verde e fiabesca e le cantine un po’ meno costose. Anche di tutto questo, comunque, scriverò in seguito, ma l’esperienza è stata appagante, anche se i nostri cari vitigni autoctoni vincono contro quelli internazionali.

L’oceano

In tutto questo vagare fra deserti, rocce e montagne, mi stavo dimenticando che la California l’ho sempre pensata come il regno delle spiagge chilometriche, del surf, del costume da bagno. E invece, dopo cinque giorni, non mi ero ancora tolta il pile. Ma per fortuna viaggiando capiamo qualcosa davvero e i luoghi comuni vengono spazzati via. Anche se poi, all’oceano Pacifico ci sono arrivata davvero, passando per una vera e propria porta, quella del Golden Gate. Attraversarlo in auto, dopo averlo visto migliaia di volte, è un’altra di quelle emozioni senza prezzo, in cui la realtà coincide con il sogno.

Tutta San Francisco lascia poi questo sapore, di toccare con mano un desiderio. Quello di trovarsi nelle mitiche strade su e giù e nel regno hyppie (quello vero, in questo caso) di Haight-Ashbury, per andare a salutare almeno col pensiero qualche mito che lì ha vissuto troppo e troppo poco. Ci sono le case colorate, i caffè sempre in mano, il quartiere giapponese e una strepitosa China Town. Serve altro?

Da qui non abbiamo potuto percorrere la classica strada costiera, la Highway one, a causa delle frane di qualche mese fa, ma abbiamo fatto comunque una puntata sull’oceano a Carmel, che mi è sembrata un po’ la Riccione locale, per quanto con una spiaggia decisamente meravigliosa. E dire che sarebbe il posto ideale per me, visto che almeno fino a qualche anno fa, vigeva un’ordinanza che vietava di girare con i tacchi alti. Mi ha lasciato un po’ tiepida la tappa a Monterey, dove comunque la clam chowder si supera (e poi il mare d’inverno non può fare miracoli, diciamolo), mentre mi ha emozionato Salinas, sonnolenta cittadina poco lontana. Salinas per me è luogo di ritorni, nel senso che è stato come tornare alla mia adolescenza, al James Dean della Valle dell’Eden, quando volare fino a qui sarebbe stato impossibile. Un altro sogno realizzato dentro il bel museo dedicato a John Steinbeck, che qui è nato e ha ambientato i suoi romanzi più importanti.

Los Angeles (che non assomiglia a nessun altro posto)

Ed eccoci tornati a Los Angeles, che per me sarà sempre associata al colore rosso: il rosso del traffico su Google Map. Mai più in Italia dovrò lamentarmi delle code dopo avere guidato qui! Dopo la tappa di rito a vedere qualche villa faraonica a Beverly Hills e a Sunset Boulevard (ahimè com’è bruttino il mitico teatro della Notte degli Oscar), abbiamo corso contro il tramonto per arrivare al Griffith Observatory.

E’ un luogo da non perdere per nessuna ragione al mondo, anche se non siete fan di Gioventù bruciata (ancora James Dean, scusate, e pensate che ha fatto solo tre film) o di La La Land. Intanto perché la città sotto di voi diventerà un mare di luci tremolanti, un po’ perché i rumori spariscono, un po’ perché l’edificio in sé, in pieno stile Art déco, è bellissimo. Ed è gratuito. In più all’interno, fra gli affreschi anni Trenta, è il paradiso del fissato di astronomia, del seguace di Piero Angela. Non avete mai capito bene come si alternano le stagioni o funzionano le maree? Andate lì.

Gli affreschi del Griffith

Gli affreschi del Griffith

Tutto il resto è cinema. Quindi sogno.

Due informazioni pratiche, due

Abbiamo preso il biglietto per Los Angeles dieci giorni prima della partenza, a 370 euro. Il volo, British Airways, prevedeva uno stop a Londra. Cosa che, potete immaginare, non è stato proprio un dramma (anche perché i bagagli sono volati direttamente in California, quindi è bastato portare a Londra uno zaino per la notte). Abbiamo dormito allo storico Generator Hostel, comodissimo per la linea Piccadilly (ci vuole circa un’ora ad arrivare da Heathrow, spendendo 6 pound a testa), ottima soluzione in centro (doppia con letti a castello, bagno in corridoio per 70 euro).
In California abbiamo noleggiato un’auto con la Hertz, per 16 euro al giorno, assicurazione compresa. E non era proprio un macinino, bensì una Toyota Corolla automatica che praticamente guidava da sola! Vi sorprenderà anche il prezzo della benzina, praticamente meno che la metà che da noi (2,5$ al gallone, circa 3,8 litri).

Per il pernottamento, abbiamo sempre dormito in motel, per una cifra media di 70 dollari a stanza. Devo dire che all’inizio ero un po’ scettica, mi aspettavo dei posti da film thriller, invece ci siamo trovati (tranne con un’eccezione che conferma la regola comunque) benissimo; stanze grandi, letti comodi ed enormi come solo gli americani possono concepire, e pulitissimi. E poi sono un pezzo di vita americana: ora ho capito perché tanti film e libri hanno qualche scena in motel!

E la California a dicembre com’è?

Il sole non è mai mancato e, montagne a parte, le temperature raggiungevano massime di 20-23 gradi, scendendo però, e molto, la sera. L’unica cosa con cui davvero bisogna fare i conti sono le poche ore di luce: il sole sorgeva alle 6 e calava intorno alle 16.30. Anche per questo abbiamo fatto un sacco di sveglie all’alba per sfruttare l’intera giornata.

Alla scoperta delle Seychelles

Doveva essere San Pietroburgo e invece ci siamo trovati alle Seychelles. Uguale uguale vero? Questo post è il primo di quelli che voglio dedicare a questa piccola repubblica nel cuore dell’Oceano indiano. Un po’ di terra e colori brillanti immersi in un’acqua azzurrissima e calda scoperta in un viaggio ritmato dall’amicizia. E già che ci sono, voglio anche sfatare qualche cliché. Il primo, che sia solo una destinazione da luna di miele: noi eravamo in quattro – abbiamo avuto la fortuna di trovarci con quei due grandi viaggiatori (e persone straordinarie) che sono Paola e Gianni-, non particolarmente in fissa con il mare, ed è andata alla grande. Poi c’è il punto dei costi: è vero che queste isole tropicali sono una destinazione cara, ma con un po’ di accorgimenti si riescono a rispettare budget insospettabili. Sul fatto che le spiagge siano paradisiache, invece, non c’è nulla da dire: sono davvero così. Sono perfette, incorniciate da palme e dalle rocce granitiche, e selvagge. Comincio con un po’ di informazioni pratiche, dall’itinerario a come ci siamo spostati. Il cibo invece lo racconto nella prossima puntata.

Le Seychelles a novembre

Novembre, almeno per quanto riguarda noi italiani, non è mai un mese in cui si viaggia molto. Anche per questo, forse, abbiamo trovato un’offerta di quelle un po’ imperdibili: un volo Turkish a 400 euro, comprato in estate: normalmente è difficile trovare biglietti a meno di 700 euro, quindi chi può permettersi di viaggiare anche non in agosto o a Natale dovrebbe compulsare i motori di ricerca. Per quanto riguarda il periodo – cito la Lonely Planet, l’unica guida che ho trovato di questa destinazione – ci troviamo in una stagione teoricamente ideale.  Ma. Ma siamo a cavallo dell’equatore e in mezzo all’oceano: la pioggia è una compagna di viaggio da mettere in conto. Insomma, al netto della stagione, ci vuole un po’ di fortuna: in una settimana abbiamo avuto solo un giorno davvero un po’ funestato dall’acqua, mentre negli altri c’è stata sempre alternanza e anche sole pieno e cieli tersi.

E ricordate sempre l’equazione: verde brillante della foresta e fiori colorati ⇒ pioggia frequente. Conclusioni: portatevi un k-way e tanti bei libri per i momenti umidi.

Spiagge belle anche con le nuvole

Spiagge belle anche con le nuvole

Le Seychelles, sì. Ma quali?

Nel nostro itinerario abbiamo toccato tre isole (in realtà cinque, considerando anche le piccole Curieuse Island e Saint Pierre). Mahè, che è la più grande e sede dell’aeroporto internazionale, Praslin e La Digue. Quale scegliere? Dipende, visitarne più di una è meglio. Personalmente la mia preferita è La Digue, distante un quarto d’ora di traghetto da Praslin, più piccola e comoda visto che ci si può spostare in bicicletta. In più le spiagge sono particolarmente belle, anche se non tutte balneabili per via delle correnti. E’ in assoluto quella in cui ci sente più fuori dal mondo, in contatto costante con una natura esplosiva.

Il nostro viaggio durava una settimana e ci siamo fermati qui solo una notte, ma io ne consiglio almeno due o, potendo anche tre.

Curieuse Island

Curieuse Island

Per quanto riguarda Mahè, essendo la più grande, è anche la più trafficata, soprattutto nella capitale Victoria. Il centro e la zona del mercato valgono una visita, ma in generale ho trovato più affascinante la parte meridionale dell’isola e consiglierei di pernottare qui. Anche per questo è necessario noleggiare un’auto (guida a sinistra, eh) per avere massima libertà negli spostamenti. Abbiamo provato anche gli autobus, che costano solo 5 rupie, ma sono sempre molto affollati ed è facile restare in piedi. Occhio dunque nelle rotonde: sembra di prendere il volo e sono finita addosso a parecchi (pazienti) passeggeri locali!
Praslin è la via di mezzo: richiede comunque l’auto viste le salite ripidissime e regala alcune spiagge incantevoli, a partire da Anse Lazio. Secondo me manca un vero centro di aggregazione, ma in generale offre un po’ di tutto, dai resort alle guest house, dai supermercati (mooolto local) ai centri diving, alle principali escursioni.

Dove dormire alle Seychelles

Noi ci siamo concentrati sulle guest house, che, a differenza di altri paradisi tropicali, sono piuttosto diffuse, con standard e prezzi variabili. A Praslin abbiamo scelto la zona di Baie Sainte Anne, che ho trovato molto carina, tranquilla, relativamente vicina al porto e ad alcuni supermercati. Per dare un’idea dei costi, la nostra Villa Kass, su due piani, con cucina e veranda costava 120 euro a notte (da dividere in quattro).
Se invece volete concedervi un hotel proprio sulla spiaggia (le vacanze son pur sempre vacanze!) consiglio il Paradise Sun Hotel, in fondo alla frequentata e bianchissima Anse Volbert. E’ una delle strutture storiche dell’isola e vi ho trovato una bella atmosfera: il personale, in gran parte femminile, è gentilissimo, ma senza formalità. Mi sono piaciute le camere con vista sulla spiaggia privata ed è ottimo il ristorante (aperto anche a chi non soggiorna, ma bisogna presentarsi a cena presto prima che finiscano i posti disponibili).

La vista dalla camera al Paradise Sun Hotel

La vista dalla camera al Paradise Sun Hotel

La Digue, invece, è il regno delle guest house, alcune anche molto belle, nascoste nella foresta. In generale mettono a disposizione le biciclette, ma occhio a verificare la prenotazione: a volte, anche se su siti come Booking le stanze risultano disponibili, in realtà potrebbero essere al completo. A noi è capitato, ma va anche detto che abbiamo trovato un piano B nel giro di pochissimo.

La mia top five

Ogni volta che viaggio, l’ultimo giorno, mi piace formulare una piccola classifica, sui posti visitati.  Ecco, secondo me, le cinque tappe imperdibili di un viaggio alle Seychelles.

Anse Lazio
E’ una delle spiagge più iconiche delle Seychelles e meritatamente. Sabbia bianchissima, l’ombra delle palme da cocco, l’acqua meravigliosa e calda e i blocchi di granito compongono il quadro, rendendo l’atmosfera un po’ selvaggia. A pochi metri dalla riva, facendo snorkeling, ho visto due razze placidamente adagiate sul fondo (anche per questo il consiglio è di fare sempre il bagno con la maschera). Anse Lazio è raggiungibile in auto e, volendo, ci sono un paio di bar sulla spiaggia, oltre l’immancabile venditore di cocco.

Anse Source d’Argent

Siamo a La Digue, in quella che non è solo una spiaggia, ma una serie di tante calette raggiungibili con un suggestivo percorso nella foresta. Sono tantissimi gli scorci e i punti in cui appoggiare il telo, in una natura che sembra quella di Jurassic Park. Non a caso, proprio qui si trovano tante ‘chiesette’, spesso realizzate con le palme, usate dalle tante coppie che si sposano qui. Una, tante, spiagge davvero suggestive, raggiungibili in bici. A proposito, in questo caso si paga una quota per accedere all’area visto che si attraversa una piantagione di vaniglia. Sulla strada incontrerete anche uno storico cimitero e altre simpatiche testuggini.

Grande e Petit anse 

Altre due spiagge a La Digue, collegate da un sentiero nella foresta, in cui la cartolina incontra l’anima selvaggia dell’isola. Anche qui i massi di granito sembrano appoggiati da mani di giganti, e l’acqua si accende di mille sfumature, anche se può essere pericoloso fare il bagno per le correnti. Noi siamo riusciti a immergerci nella Petit Anse, ma stando vicinissimi alla riva: il mare era caldo e trasparente, un sogno, ma non sottovalutate mai le onde. Queste due spiagge si raggiungono in bicicletta attraversando un tratto di foresta: è un luogo incantato, ma occhio alla salita al ritorno!

Anse Soleil


Siamo a Mahè, nella parte meridionale dell’isola. Di questa spiaggia, l’ultima visitata prima di andare a prendere l’aereo e salutare le Seychelles, ho un ricordo bellissimo fatto di chiacchiere in acqua durante un bagno lunghissimo, durato tipo un’ora! Dopo una ripida discesa, si arriva in una spiaggia riparata, dove il verde scuro della costa si perde nel turchese dell’acqua. Da non perdere.

Curieuse Island


In questa piccola isola che fa parte dell’arcipelago delle Seychelles abbiamo vissuto divertenti incontri ravvicinati con le flemmatiche testuggini giganti, che qui sono protette, e camminato in una natura rigogliosa, fra mangrovie e rocce nere (e visti i piccoli squaletti limone).

Spesso è abbinata a una puntata all’isolotto di Saint Pierre, dove l’acqua offre le sue sfumature più belle e si può fare snorkeling circondati da pesci colorati. L’escursione di mezza giornata, abbondante pranzo compreso, costa circa 50 euro.

 

Un alberello pantesco

Le cantine di Pantelleria

Torno a scrivere di Pantelleria, che non solo è stato il nostro ultimo viaggio, ma anche la scoperta di un posto nuovo con tutti gli ingredienti che piacciono a me.
Facile indovinare: è un’isola sperduta, che sono riuscita a visitare in bassa stagione, è vulcanica, la terra fuma e in generale la natura non è di quelle più ospitali.  Insomma, è uno di quei luoghi, dall’Islanda alla Nuova Zelanda, in cui ci si sente un po’ gli intrusi (ma per fortuna costa meno eh). E poi, la ciliegina sulla torta: ci sono le cantine da visitare e il vino. E che vino.

Cantine di Pantelleria: Donnafugata

Cantine di Pantelleria: Donnafugata

Tutti quelli a cui ho detto che partivo per Pantelleria sono partiti in tromba con i capperi e il passito. Per fortuna non ci sono solo quelli, ma in effetti sì, si guida fra distese di vigne e piante verdissime di cappero che si trovano, oltre che nelle apposite coltivazioni, anche sui muretti a secco o sulle rocce. E poi c’è un altro mare, oltre il Mediterraneo: quelle delle viti, dei bassi alberelli che dal 2014 sono patrimonio Unesco. E’ così che nasce lo Zibibbo, a queste latitudini, che regala non solo il prezioso passito Doc, ma anche il moscato e straordinari vini bianchi secchi. Quest’uva, ci hanno spiegato, fu portata dalla vicina Africa e qui è rimasta, adattandosi perfettamente all’ambiente. Anche se prendersi cura di queste viti è tutto fuorché facile. Intanto per la siccità: negli ultimi due anni sono caduti qualcosa come 55 millimetri di pioggia.

E poi perché sono viti molto basse e la raccolta manuale è una vera fatica. In ogni punto dell’isola, inoltre, si vendemmia in un periodo diverso, a seconda della posizione: una di quelle più favorevoli è la piana di Ghirlanda, ma lungo la collina, dove non ristagna l’umidità. E poi c’è la difficoltà di tanti contadini che devono conferire le loro uve, delle cantine che devono sempre fare i conti con le spedizioni e spesso devono organizzarsi con magazzini sul continente. Insomma, è un patrimonio prezioso, ma che richiede grandi sforzi in un’isola, ci spiegano in un’azienda, in cui tante proprietà sono state vendute negli scorsi anni a forestieri. E non tutti, di fatto, curano queste terre che a volte finiscono per essere abbandonate. Archiviata la parte dei problemi, il bello è che abbiamo assaggiato ottimi prodotti e che dalle difficoltà, il vino lo ricorda spesso, escono le cose migliori.

I tipici terrazzamenti con i muretti a secco di Pantelleria

I tipici terrazzamenti con i muretti a secco di Pantelleria

Anche per questo ho scelto Pantelleria: per visitare alcune cantine e parlare con i produttori. Confesso che rischiavo di rosicare parecchio perché fine settembre è ormai (contrariamente a quanto credevo) bassa stagione e alcune aziende sono chiuse o comunque non incontrano più il pubblico. E’ stato il caso, ad esempio, delle due che forse tutti conoscono, Donnafugata e Cantine Pellegrino. In piena estate organizzano molte attività, ma nella seconda metà  di settembre (per quanto sul sito non fosse esattamente specificato) era tutto finito. Per non fare come me e scoprirlo sul posto, telefonate sempre prima. Fortunatamente non sono mancate altre possibilità e l’esperienza è stata poi bellissima e appagante. Ecco quattro indirizzi che consiglio caldamente. Vado in ordine cronologico.

Salvatore Murana
L’incontro con i vini di Salvatore Murana è avvenuto a tavola, nel grazioso dammuso che si trova a Gadir, proprio sopra il pontile da cui si accede all’acqua. L’azienda, infatti, in realtà si trova a Mueggen, ma anche nel delizioso porticciolo sul mare (subito sopra ci sono i dammusi di Giorgio Armani per dire quanto è brutto il posto) si possono degustare i vini, magari pranzando sotto il pergolato. Noi abbiamo fatto così, quindi non abbiamo, va detto, visitato la cantina.

Un calice di Gadì

Un calice di Gadì

La sbriciolata di ricotta

La sbriciolata di ricotta

Ma davanti al mare e alle rocce nere di Gadir abbiamo potuto assaggiare due vini bianchi secchi, da uve Zibibbo: il Gadì 2014, più fruttato, e il Praia 2013, un po’ più secco. In realtà entrambi hanno un naso profumatissimo e una sapidità che richiama il mare sottostante. Molto buono anche il passito Mueggen 2011, dal bellissimo color miele, che fa solo acciaio, ideale a fine pasto. Ci sono anche due tipologie barricate, il Kamma e il Martingana. Abbiamo accompagnato i vini a piatti del giorno, interamente a base di verdure prodotte in azienda: parmigiana di melanzane, sciakisciuka (tipica di Pantelleria, con zucchine, melanzane, patate, olive e, in questo caso, mandorle e uva passa. Ricorda la caponata e si mangia tiepida) e tumma, un formaggio bianco di mucca. Infine, una sbriciolata di ricotta, pasticceria secca e l’uva zibibbo portata dal titolare: ha offerto i grappoli a tutti i bagnanti, raggiunti uno a uno. Un angolo speciale.

Info: il costo del pasto, caffè compreso, è stato di 48 euro in due. Il dammuso è aperto a pranzo.

Cantina Valenza

La bellissima zona di Monastero, a Pantelleria

La bellissima zona di Monastero, a Pantelleria

Prendete l’idea che avete di una visita in una cantina e capovolgetela completamente. Stravolgetela. Varcate la soglia per una degustazione e invece vi trovate a chiacchierare per ore con Salvatore Valenza. Nessuna descrizione del vino: qui lo Zibibbo si beve senza tacche sulla bottiglia e lo si assaggia dalle mani del produttore. Il vino non si definisce con analisi organolettiche, ma è veicolo di incontro, racconto, senza mezze misure. Ma, attenzione, il fatto che enologi, critici o sommelier non siano esattamente i benvenuti non significa certo che qualcosa è lasciato al caso: il bianco secco 2016, aromatico e minerale, è il migliore che ho assaggiato sull’isola. E il vulcanico e loquace Valenza, che adesso lavora solo con la sua affezionata clientela in tutta Italia, sembra giunto in quella fase della vita, per dirla alla Jep Gambardella della Grande Bellezza, in cui non può più permettersi di fare cose di cui non ha voglia. Di certo, il suo vino è musica, personalità e calore umano, che scorre sul tavolo di legno del giardino in cui ci accoglie, con il cancello sempre aperto. Il giardino non è un dettaglio da poco, bellissimo, all’interno di quello che in passato è stato, pare, un monastero.

Cantine di Pantelleria: da Salvatore Valenza

Cantine di Pantelleria: da Salvatore Valenza


E Monastero si chiama la zona dell’isola, una caldera, ci spiega, da cui non si vede il mare ma si coglie la pace dei sensi. E’ un luogo meraviglioso, in cui le vigne si perdono a vista d’occhio e l’unico rumore è l’abbaiare dei cani. Chiacchieriamo di tutto, delle difficoltà del Paese, di alimentazione sana come valore da trasmettere ai giovani, di politica, di Patti Smith, mentre ci porta formaggio al peperoncino e patè di capperi. E’ la prima volta che lo vediamo, sembra di essere stati lì tante volte. Ce ne andiamo che è buio e  dopo avere ordinato una cassa di vino. Sperando di tornare presto.
Info: Contrada Monastero, telefono: 334 730 7887.  svalenza56@libero.it

Vinisola

Un’azienda giovane (la prima vinificazione è del 2011), ma davvero interessante. Soprattutto perché si possono assaggiare anche tipologie di vino un po’ diverse, rigorosamente da uve zibibbo.  Innovare un po’ la tradizione si può ed è bello. La cantina si trova vicino a Pantelleria città e siamo stati accolti, nonostante fossimo piombati un po’ a sorpresa, da un addetto molto disponibile e preparato. Ci ha spiegato tantissimo dell’isola e della distribuzione della terra molto frammentata: uno dei motivi è che i genitori distribuivano a ogni figlio una parte di ogni appezzamento (invece che un appezzamento ciascuno). In questo modo, anche in caso di annata negativa, almeno in un punto dell’isola sarebbe stato possibile ricavare qualcosa. Un’altra cosa che ho imparato è che di solito si vendemmia prima lo Zibibbo che si trova vicino al mare e che è quello normalmente destinato all’appassimento e alla produzione del passito. Anche in questo caso abbiamo conversato di tantissime cose e, con la scusa di parlare di vino, in realtà abbiamo conosciuto un po’ di più il micro-mondo pantesco. E una massima: più è pesante la pietra sotto le radici, migliore è l’uva.

Tutte le sfumature dello zibibbo: secco, moscato e passito

Tutte le sfumature dello zibibbo: secco, moscato e passito

Passando ai vini, la chicca della cantina si chiama Shalai, uno spumante démi sec davvero piacevole, con un netto sentore di rosmarino. C’è anche un frizzante, A mano libera, sempre da zibibbo, molto adatto ai pasti quotidiani. Ottimi anche il moscato e il passito Arbaria: in quest’ultimo il 40 per cento delle uve è sottoposto ad appassimento, poi il vino fa un anno di affinamento nel silos e altri sei mesi in bottiglia. Un’altra curiosità: A’mmare, un bianco secco 2011 ottenuto da uve surmature molto particolare, che mi ha ricordato certi vini in anfora: un esperimento riuscito bene. Una bellissima carrellata fra i colori di quest’uva che ancora una volta abbiamo assaggiato appassita. Una bella scoperta.
Info: Contrada Kazzen 11.  0923 91 20 78 e  335 60 42 155.

 Cantina Minardi

Di tutte quelle che abbiamo visitato, questa storica cantina è quella con un approccio più moderno, direi internazionale, e sicuramente più attento all’immagine. La formula che abbiamo provato noi (che comunque non è l’unica, una sera a settimana c’è anche la cena. Ripeto, telefonate sempre!) è quella dell’aperitivo del martedì: nella bella sede, dalle 18.30 alle 20.30, con dieci euro si possono degustare cinque vini con un piattino che nel nostro caso era composto da caponata, panelle arancino e formaggio.

E’ stato direttamente il produttore Minardi a illustrarci le tipologie, che poi assaggiavamo fuori in veranda. Siamo partiti dal bianco secco, il Leukos, confrontando le annate: rispetto al 2016, il 2015 era più equilibrato (anche se a me i vini un po’ sbilanciati sulle durezze piacciono) e lo stesso Minardi lo ha definito un bicchiere che “non teme nessuna portata”. Poi siamo passati a un rosso un po’ particolare, Gusiras, adatto al pesce spada: 50% Nero d’Avola siciliano e 50% Nero d’Avola pantesco, che conferisce la mineralità. Ed eccoci al passito: abbiamo provato due annate, il 2012 e il 2007, da abbinare a un sigaro o cioccolato fondente, con i suoi sentori di fichi secchi e liquerizia. Tutto molto professionale, un indirizzo davvero da non perdere sull’isola, dove si possono acquistare anche altri prodotti tipici.

Cantine di Pantelleria: i vini in degustazione alla Minardi

Cantine di Pantelleria: vini in degustazione alla Minardi

Info: Azienda vinicola Minardi, Karuscia. Tel: 0923/911160 o  333/1386836

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Pantelleria a settembre

 

La prima immagine che ho di Pantelleria è un produttore che arriva nel suo ristorantino sul mare, un piccolo dammuso dove si può pranzare e degustare i vini, e inizia a distribuire a tutti grappoli di zibibbo. Scende le scale e offre qualche chicco a tutti i bagnanti che riesce a trovare a Gadir. C’è chi sta uscendo ancora dall’acqua, chi sta prendendo il sole. Per tutti c’è un po’ d’uva. La mia Pantelleria è questo. Vite complicata da coltivare in una terra sempre assetata e da raccogliere, con le schiene curve su quei bassi alberelli. Ma anche gente che ci ha accolto con cortesia, in maniera semplice, senza effetti speciali.

Pantelleria, un’isola lontana da tutto

Pantelleria è bellissima e non assomiglia a nessun altro posto, con il suo isolamento e la sua anima nera. Scura è la roccia vulcanica, che a volte ricorda il carbone delle calze della befana, e scuri sono gli scogli su cui si cerca, rischiando a volte di rompersi l’osso del collo, di arrampicarsi per arrivare al mare. Nera è la lava che si è solidificata in mille forme diverse, modellate dall’acqua, creando misteriose creature lungo la costa. Un colore sempre presente che rende il mare ancora più profondo e il verde di capperi e fichi d’india ancora più brillanti.
L’isola ha una sua musicalità orizzontale, solcata com’è da file e file di muretti a secco. Sembrano le righe di uno spartito. Proteggono dalla forza del vento gli alberelli, così è coltivata qui la vite, piccola e bassa (dal 2014 è patrimonio Unesco), con i suoi preziosi chicchi di zibibbo. Ma, ci spiegano, i motivi per cui esistono questi terrazzamenti sono anche altri: ad esempio dividere la terra fra le famiglie e anche utilizzare le tante rocce che sono state tolte dal terreno per fare spazio alle coltivazioni. Ora, passando in auto nella piana di Ghirlanda, ma in realtà in ogni punto dell’isola, sono parte integrante del paesaggio, così come i dammusi, le abitazioni tradizionali.

Dammusi

Dammusi

I dammusi sono fra le tante cose che a Pantelleria ricordano più l’Africa, distante solo 27 miglia, più vicina dell’Italia. Sono piccole case, spesso con una cupola sul tetto, interamente realizzate con la stessa pietra scura che ci circonda. Più volte guardarli, sia che siano moderne case lussuose o ruderi, mi ha riportato a certe valli del Marocco, e alle tante kasbah. Quest’isola, del resto, l’Africa se la porta dentro, nel calore della pietra, nei nomi di contrade e piatti. Anche se queste parole non assomigliano a nessun’altra. Siamo in Sicilia, ma i termini mi portano oltre il mare.

E’ una terra indecisa, Pantelleria. Ha un’anima rurale, abitata da contadini o persone che si arrabattano con più di un lavoro durante l’anno. Ma ha anche un’anima ricercata, che piace ad attori e a personaggi famosi, con le loro case dai muri più alti. Tutto è complicato, sull’isola.

Punta Spadillo

Punta Spadillo

La vendemmia

La vendemmia

E’ una faccenda complicata fare il bagno, perché le spiagge non ci sono. Ci si può appollaiare sugli scogli o stendere sui pontili: niente di comodo, tutto bellissimo. E’ complicato coltivare l’uva, perché il clima è sempre un nemico da combattere e la produzione di vino, ci dicono, sta calando. E poi c’è sempre un braccio di mare da percorrere, mezzi di trasporto da incastrare, spedizioni da fare. Fino agli anni Settanta molte zone dell’isola non avevano neppure la luce, il desalinizzatore è una conquista recente. La benzina costa tantissimo. Non è facile, essere un’isola.
Ma per chi decide di arrivare fino a qui, in nave o in aereo, ogni scorcio è un regalo, soprattutto se si va fuori dal picco stagionale, quando si coglie la bella anima selvatica.

Come arrivare a Pantelleria

Il mare di Pantelleria

Il mare di Pantelleria

Lo specchio di Venere

Lo specchio di Venere

Arrivare a Pantelleria in aereo

Noi avevamo alcuni giorni a fine settembre e abbiamo volato su Trapani con un volo Ryanair (da Bologna, a circa 100 euro preso tre settimane prima). In realtà ho poi scoperto che ci sono collegamenti diretti anche da altre città, come Parma, Verona e Venezia (con Volotea), ma in generale dopo metà settembre la frequenza cala parecchio (se non del tutto). Da Trapani, poi, ci sono due possibilità. Noi, visto che secondo le previsioni il mare era mosso e volte in questi casi il traghetto non parte, abbiamo optato per il volo Mistral (compagnia delle Poste Italiane, il colore giallo è inconfondibile), che ha un prezzo di 58 euro a tratta: il volo è stato comodo ed è durato circa 40 minuti. In generale consiglio di chiedere direttamente a chi vi ospiterà qualche informazione sul mare per non rischiare di restare a terra: in caso di annullamento del viaggio in nave, infatti, c’è il rischio che gli aerei siano presi d’assalto. Meglio giocare d’anticipo (noi comunque, a settembre, abbiamo comunque prenotato il volo il giorno prima).

Ci sono voli Mistral anche da Palermo.

Arrivare a Pantelleria in nave

Capitolo traghetto. Ce n’è uno lento che parte di notte, intorno alle 23 e arriva a Pantelleria alle 6.30 (69 euro, costa di più con le cabine). Il ritorno è diurno, alle 12 con arrivo alle 17.45. Da gennaio a maggio gli orari cambiano leggermente. In alternativa, ma solo in alta stagione, si può prendere l’aliscafo di giorno: nelle date in cui avevo guardato per noi- quindi settembre- partiva alle 13.40 da Trapani impiegando circa due ore.

Per info e biglietti usate il sito Siremar/Libertylines o siti come Direct Ferries.

Noleggiare un’auto a Pantelleria

Credo che sia impossibile non noleggiare un’auto a Pantelleria, o quanto meno un motorino. E comunque anche così è difficile guidare fra strette e ripide stradine, spesso a doppio senso anche quando passa con difficoltà una macchina sola. Ma almeno avrete la possibilità di raggiungere tutti i posti, anche quelli più sperduti, o le cantine. Per quanto riguarda i prezzi ho trovato molte soluzioni (sempre nel mese di settembre) sui 35 euro al giorno (anche il dammuso, per un prezzo simile, può mettere l’auto a disposizione). La benzina, che si trova solo a Pantelleria centro, è piuttosto cara, sfiora i due euro al litro.

Alloggiare a Pantelleria

Capitolo pernottamenti. In generale sconsiglio di trovare una sistemazione a Pantelleria città, paese che ho trovato notevolmente più brutto rispetto all’isola. Completamente bombardato durante la Seconda Guerra Mondiale oggi offre il porto da cui partono i diversi giri in barca dell’isola, qualche gelateria, ma davvero poco altro (oltre i negozi). Insomma, non sembra fare parte della stessa isola e io consiglio vivamente di dormire in un dammuso, dove spesso c’è il servizio di B&b o, come nel nostro caso su richiesta, di mezza pensione. Ci siamo trovati benissimo a Il Cortiglio, vicino alla contrada di Scauri: si tratta di un vero e proprio agriturismo, gestito da due medici in pensione, in parallelo con un’altra azienda agricola, la principale, di Avellino.

I dammusi sono belli e si affacciano su un giardino con una piccola ma gradevole piscina. Si mangia all’aperto davanti al mare e sotto un cielo stellato e vale la pena di fermarsi almeno per una cena perché il proprietario è davvero un asso ai fornelli  e combina gli ingredienti tipici dell’isola, come capperi, cucunci e insalata pantesca, ai sapori campani. Tutto biologico o fatto in casa (come il liquore di fico d’india) a prezzi ragionevoli, anzi sicuramente più convenienti di molti ristoranti dell’isola. A notte, con colazione, abbiamo speso in due circa ottanta euro.

Ode alla taverna greca

Solo quando mi siedo sulla seggiola di legno blu, quando mi hanno portato un cestino con dentro pane e posate e un piccolo bicchiere, come quello delle mie osterie bolognesi, allora mi sento in Grecia. Solo dopo che il caldo insistente si placa all’improvviso – un miracolo che si rinnova tutte le volte, sotto una veranda o un pergolato – sono arrivata. Anzi, tornata. Non c’è posto in cui io mi senta più a casa nel mondo che una taverna greca, sia che affondi i miei piedi sulla sabbia e mi sembri di mangiare direttamente sul mare, sia che mi sia spezzata le gambe su scalini e vicoli di bianchi in minuscoli paesi. Ogni volta, quando il cameriere ferma in modo sbrigativo al tavolo la tovaglia di carta con la mappa dell’isola di turno disegnata e mi racconta quei piatti che sono sempre uguali eppure sempre diversi, il tempo si ferma. E io mi sento in pace.

Questo post è una dichiarazione d’amore alla taverna (taberna? Estiatorio?) greca. Un mondo rassicurante fatto di storie di famiglia, di ingredienti semplici, di vino resinoso, di frescura inaspettata. Io la amo tantissimo e amo mangiare in Grecia, in barba a chi dice che la cucina è ripetitiva e pesante. A volte è vero, ma nell’ultimo viaggio a Serifos e Sifnos, peraltro rinomate per la buona cucina, ci siamo imposti di non esagerare e per una volta siamo riusciti ad alzarci da tavola senza la sensazione di dover svenire in spiaggia. E così voglio raccontare qualche piatto per me speciale e, soprattutto, dove mangiarlo, scorrazzando fra il Peloponneso e l’Egeo.

Le crocchette al finocchietto

Le crocchette al finocchietto

Tzatziki e dintorni

Sono tante le salse ricorrenti negli antipasti, sempre molto colorati. In Grecia si potrebbe pasteggiare anche solo con le meze: tanti piattini, per lo più a base di verdure o legumi. In nessuna taverna mancherà mai il tzatziki, fatto con yogurt, cetriolo e (tanto) aglio, ma anche varianti realizzate con melanzane arrostite (melitzanosalata), uova di pesce (taramosalata) o le fave (fava). Quest’ultima è la mia preferita, anche perché ricorda molto l’hummus. Una delle migliori che ho mangiato è quella della Taverna Chryssopigi  sulla spiaggia omonima, proprio all’ombra dell’omonimo monastero. Ce l’hanno servito con cipolla, olio e capperi, che a Sifnos sono una vera specialità. Un’altra delle mie preferite è l’insalata di rapa rossa, in cui lo yogurt diventa di un intenso color ciclamino. Il posto in cui l’ho scoperta è Creta, alla taverna Apothiki, sulla spiaggia di Triopetra: è servita con una spolverata di arachidi.

Un’altra tipologia di piatto che amo moltissimo in Grecia sono le crocchette di verdure o legumi: buonissime quelle di ceci, veri e propri felafel, ma anche quelle di zucchine sono sempre gustose. L’ultima volta, ho provato una variante al finocchietto, da Nikoulias, a Serifos. Davvero super!

La classica tavola imbandita a Creta

La classica tavola imbandita a Creta

Insalata greca

Quasi impossibile scegliere fra le tante taverne: l’insalata greca, che esiste davvero e non ce la siamo inventati noi, non è mai mancata a ogni pranzo. I pomodori sono sempre succosi e maturi, mentre il cetriolo rinfresca. Cipolla e peperoni non sono per tutti, è vero, mentre la feta, le olive e l’olio saporito del Mediterraneo danno il carattere giusto al piatto. Sembra sempre uguale, invece ogni taverna, e ogni famiglia, ha il suo tocco: un formaggio diverso, i capperi, qualche erba aromatica. E ogni volta sono grandi soddisfazioni. Almeno una la voglio segnalare: siamo ancora a Sifnos, a Kastro, lo stupendo borgo candido affacciato sull’Egeo. Il ristorante To Astro ci ha conquistati, per l’abbondanza dei piatti e la gentilezza della proprietaria. Qui l’insalata greca è particolarmente abbondante, servita in una grande ciotola colorata con un formaggio di capra locale, molto cremoso e grandi olive.

Saganaki

La feta la amo moltissimo: semplice, candida, saporita. Oltre che nell’insalata greca vi capiterà di trovarla cotta al forno, avvolta nella stagnola, o fritta nell’olio, modalità saganaki. Inutile dire che non è proprio la variante più leggera, ma la trovo irresistibile. Ecco due posti da segnarsi. Il primo è ancora una volta a Sifnos (ve l’ho detto che è l’isola per gourmet), nel bellissimo paesino di Artemonas, con le sue case neoclassiche, subito sopra Apollonia. La taverna, con una bellissima terrazza, perfetta per l’ora del tramonto, si chiama To Chriso. Qui potrete anche assaggiare il Mastelo, un piatto locale a base di agnello. L’altro indirizzo non si trova su un’isola, perché sto parlando di Galaxidi, graziosa cittadina sul mare poco distante da Delfi. Andate sul lungomare, alla Taverna Porto: non ve ne pentirete. Le foto non renderanno mai abbastanza giustizia: non resta che assaggiare.

Ad Artemonas da To Chriso

Ad Artemonas da To Chriso

Moussaka

Un piatto mitico, che per me che vengo da Bologna fa tanto casa visto che ricorda, e molto, le lasagne. E’ la nemesi in spiaggia, mentre la sera ti costringe a camminate e amari digestivi. Ma la moussaka, strati di puro piacere a base di melanzane, besciamella, carne macinata e, a volte, patate, è da provare almeno una volta. Nel dubbio segnalo tre posti in cui assaggiare la versione migliore: quella casalinga. Provatela alla Taverna Platsa Matina e Stavros, nell’abbagliante paesino di Koronos, sull’isola di Naxos. Rigenerati dall’ombra del pergolato, si trova l’audacia di assaggiare la moussaka anche a pranzo, mentre i vecchietti del posto vi guarderanno con curiosità. Ancora più casalinga la versione di Choreutis, a Tholaria, sull’isola di Amorgos. Un altro pergolato, un altro vino sincero dal colore dubbio e un’altra cuoca in cucina che vi farà scegliere dalla teglia che vi ispira di più per pochi euro. Da qui si vola a Delfi, nella più elegante Taverna To  Patriko Mas. Sulla meravigliosa terrazza, affacciati sul golfo di Corinto, concedetevi un’ora di paradiso con un cocktail del formidabile Vasilis e una porzione di moussaka davvero strepitosa.

A Koronos

A Koronos

Polipo grigliato

Sarà stata la vista sul meraviglioso tempo di Poseidone a Capo Sounio, sarà stato mangiare in riva al mare, oppure sarà stato che era la prima volta che tornavo in Grecia da tempo, ma il polipo della taverna Akrogiali me lo ricordo ancora dopo cinque anni: croccante e saporito. E’ un altro piatto ricorrente nella cucina greca, perfetto per un pranzo che non richieda la lavanda gastrica. Un altro indirizzo può essere la taverna sulla spiaggia di Sikamia, sulla costa nord di Serifos.

Pesce e dintorni

Non è vero che in Grecia si mangia solo carne, per quanto sia un piatto, soprattutto l’agnello, della tradizione. Ma del resto non va dimenticato mai, e a tavola si capisce una volta di più, che la gente per secoli ha vissuto nei paesini dell’interno, per sfuggire agli attacchi dei pirati. Ma oggi le cose stanno diversamente: anzi, i posti che propongono specialità di pesce mi sembrano in aumento. Se capitate a Sifnos vale la pena arrivare in cima all’isola per raggiungere il villaggio di pescatori Heronissos. Il porticciolo è incantevole, anche se la spiaggia piuttosto piccola, ma colorata dalle barche e dalle reti gialle. E poi è circondata da taverne, in cui sembra di mangiare sull’acqua: noi abbiamo provato la taverna di pesce (Fish tavern) sulla sinistra, con i tavolini blu e il pescato del giorno era davvero ottimo.

Lo so, nel piatto c'è l'insalata, ma la foto rende l'idea di come è mangiare in questo porticciolo... praticamente sull'acqua

Lo so, nel piatto c’è l’insalata, ma la foto rende l’idea di come è mangiare in questo porticciolo… praticamente sull’acqua

[Salto un attimo in un’altra categoria, quella dei fish bar. Sempre se siete a Sifnos e volete farvi un regalo c’è l’Omega 3, direttamente sulla spiaggia di Platis Gialos. Mettete via le tovaglie di carta, qui ci si siede su alti sgabelli ed è tutto molto trendy, ma ne vale la pena, perché i piatti di pesce, anche crudi, sono buonissimi e serviti in un tripudio di colori: provate il ceviche. Qualche sera prima di noi era passata di qui Scarlett Johansson: ma star o no, qui si mangia davvero bene, ed è decisamente meglio prenotare per non restare con le pive nel sacco (se vi trovate nei paraggi, passate a pranzo anche al Maiolica, per ottime specialità, un po’ piccole ahimè, mediterranee come l’hummus e polipo scottato o al Palmira, per una bella collazione dai ritmi soft, anche per vegani].

Uno dei piatti all'Omega 3

Uno dei piatti all’Omega 3

Uno dei piatti del Maiolica

Uno dei piatti del Maiolica

Ed eccoci alla carne (in effetti c’è anche il Pita giros)

Visto che non si mangiano solo giros e souvlaki? Ma certo che ci sono anche loro e sono buonissimi. Il primo è la classica carne ‘sfilacciata’ tipo kebab e i secondi sono spiedini di carne, dal maiale al pollo, sempre serviti con patate fritte, pomodori e tzatziki. Sono spesso piatti abbondanti e generalmente economici, un indirizzo sicuro è la taverna Markos a Serifos, proprio sul mare, a Livadi. Un po’ in tutte le località troverete poi piatti a base di agnello, ad esempio il Sofrito (stufato) o varianti alla griglia (del Mastelo ho già parlato sopra). Lo stesso vale per la carne di pecora, dal sapore più deciso: ad Amorgos, al Thalassino Oneiro di Tholaria, mi è capitato di mangiarlo con riso e cannella: l’Oriente era decisamente vicino. Se poi siete vegetariani convinti potete puntare su un altro piatto: i pomodori e peperoni ripieni di riso, cotti al forna, gemista. E anche voi andrete a casa soddisfatti.

 

 

I vini delle Cicladi: a Serifos

La prima immagine che ho di Serifos è di me che arranco su una salita, fra i muretti. In fondo, il monastero di Tachiarchis, dove vive un monaco solo da anni. A sinistra l’Egeo. L’unico suono è quello di grilli e cicale, nella campagna bruciata dal sole. Ma che fatica salire a piedi fino alla cantina, non me lo sono mai sudato così tanto un calice di vino.

La strada per la cantina

La strada per la cantina

Questa storia inizia a Serifos, una delle ultime due isole delle Cicladi che abbiamo visitato. L’altra era Sifnos, l’isola di fronte, ma non nascondo che la prima è stata la vera scoperta di questo viaggio. Piccola, brulla, divisa fra paesini quasi disabitati e una chora bellissima, Serifos ha un’anima un po’ punk con il suo passato legato alle miniere, murales e tante imperfezioni che la rendono più spontanea. E poi c’è il vino- quello locale dal colore ambrato, servito a temperatura ambiente -, ma soprattutto la cantina Chrysoloras, piccolo gioiello scoperto la prima sera a cena, nel porto di Livadi. Il vino bianco ci è piaciuto subito e così abbiamo mandato una mail: nel giro di un paio di giorni la visita era organizzata (con grande gentilezza, perché normalmente non ricevono, per ora, visite).

Sì, ma perché poi ci stavo andando a piedi? Perché l’azienda si trova in una stupenda zona panoramica, ma per arrivare bisogna imboccare una strada molto ripida e la nostra piccola auto a noleggio si è piantata. Dunque sono scesa, per alleggerire il mezzo che, in qualche modo è poi andato su. E così, sotto il sole cocente ho potuto comunque osservare la bellezza del posto, fra muretti a secco, terrazzamenti, chiesette bianche, viti, fino alla cantina, piccola ma molto moderna. Salendo lentamente ho capito un po’ meglio il luogo in cui questo vino nasce, avvantaggiato dall’altitudine, ma comunque vicino al mare.

La vista dalla cantina

La vista dalla cantina

Il padrone di casa è Christos Chrysoloras, classe 1982, cresciuto nell’isola di Serifos. Una storia semplice e bella come la terra che ci circonda: è nato a Platis Ghialos, dove c’è la bella spiaggia che si vede in fondo alla strada, in cui eravamo stati la mattina. In quella casa ancora ci vive, con la moglie che da Atene è venuta a lavorare qui come insegnante. Christos non parla inglese ed Eugenia traduce per noi.

Se già non fosse bellissima l’idea che uno faccia il lavoro che ama nel posto in cui ha le sue radici -in più con una vista sul mare che toglie il fiato – quello che rende ancora più emozionante la faccenda è che quella di Christos è la prima vera cantina sull’isola. La sua famiglia, spiega, ha sempre fatto il vino, rigorosamente sfuso, ma lui ha voluto fare qualcosa di più. E così si è lanciato in questa avventura nel 2008 (la produzione è iniziata nel 2015): fa tutto lui, dal lavoro in vigna, all’imbottigliamento in cantina dove la new entry è la macchina per etichettare le bottiglie. Solo durante la vendemmia, che ha già iniziato ormai, si fa aiutare da qualcuno per la raccolta manuale. Poi l’uva corre in cantina: parte del vino è ancora venduto sfuso, ma ora nascono anche due etichette, un bianco e un rosè, certificati bio. Entrambi si chiamano Ξηρό Χωριό (Xiro Chorio, significa villaggio secco ed è il nome della località). Le vigne sono come grandi cespugli, ricordano un po’ gli alberelli. In questo modo le foglie fanno ombra e le viti, più basse, non rischiano di essere danneggiate dal vento che qui può essere molto forte. L’uva coltivata è fondamentalmente di due tipi: il serfiotiko e la mandilaria. Non si butta via niente: con le vinacce viene poi prodotta una specie di grappa.

Dopo avere visitato la piccola ma attrezzata cantina, usciamo sulla stupenda veranda, da cui assistiamo a una delle più belle viste dell’isola. Stanno pensando di portare i turisti qui, per degustare i vini con qualche prodotto tipico, ma un passo dopo l’altro: l’avventura iniziata è davvero impegnativa. Intanto il vino viene venduto sull’isola e ad Atene. Noi assaggiamo il rosè, con un bellissimo colore brillante, fruttato, sapido, abbastanza lungo. Il rosè in Italia sta vivendo una nuova stagione visto che fino a pochi anni fa era tendenzialmente snobbato. In realtà, spiega Christos, il suo è fatto con le uve rosse migliori. E nel bicchiere, si sente tutto.

Chrysoloras winery, Flaskos, Serifos, Tel. +30 697 727 5993 –  chrysoloras@gmail.com

Cinque posti che amo dell’Asia

In  questi giorni di trasloco mi è spesso venuta in mente l’Asia. Fra gastriti per gli intoppi e la mia capacità di prendersela per cose, in fondo, minime, ho pensato spesso alla quiete e alla capacità di sano distacco che si respira in certi luoghi in un raggio un po’ vasto in realtà, diciamo dall’India al Giappone. Qualche migliaia di chilometri in cui vagare per templi, guardare lo scorrere del fiume, far sì che l’abito di un monaco colori la giornata. Ho fatto una piccola lista di tutti quei luoghi asiatici in cui torno ogni volta che chiudo gli occhi. L’Asia, per quanto sia difficile raggruppare sotto questa etichetta una serie di paesi in  cui sono stata negli ultimi anni, non è il posto in cui io più mi senta in sintonia, o diciamo a casa. Per me è l’altrove, l’altro modo possibile di vivere e diventa una voce che chiama.  E può provocarmi grandi innamoramenti.

1) Luang Prabang, Laos

Luang Prabang

Luang Prabang

E’ sempre la prima della lista, pur con i suoi difetti. Ma chi non li ha? Per me è la città del vero primo viaggio in Asia, è il cuore del Laos, è la città dei due fiumi, quelli che guardava Terzani immaginando che forse il tempo non scorre proprio come sembra a noi. Forse il futuro è già successo, rifletteva Tiziano sulla collina del Phou si durante il suo viaggio a caccia di indovini. Luang Prabang è una città accogliente, è una città dolce. E’ bello trascorrervi qualche giorno fra giri in bici, lunghe colazioni in riva al Mekong, assaggiando le contaminazioni con la cucina francese e soprattutto visitando i templi, così numerosi. Passate verso l’ora del tramonto, potreste imbattervi in giovani monaci impegnati a cantare, è un momento ipnotico e commovente. Tralascio invece la famosa questa mattutina: è vero che è presa d’assalto dai turisti e che ormai è molto commerciale, verissimo. Ma la sfilata di quelle decine di monaci di tutte le età che sembrano camminare sull’aria nelle loro vesti raccogliendo le offerte è uno spettacolo che vale sempre la sveglia all’alba.

2)  Ponto cho, Giappone

Ponto cho

Ponto cho

Un’altra prima volta, quella in Giappone e con Kyoto. In quella occasione la città mi accolse sotto la pioggia, come se non bastasse già il jet lag. Ma varcare la soglia e scoprire il piccolo mondo che si celava dietro una porticina scorrevole è stato come essere accolti per sempre in quell’universo giapponese fatto di gesti, di gentilezza, di calore. E in quel caso anche di yakitori, i divertenti spiedini mangiati al bancone che mi hanno fatto dimenticare la stanchezza. E’ stata un’iniziazione. E un innamoramento. Quel localino a Ponto cho, il vicolo storico nel centro di Kyoto, non esiste più, ma tutto il resto sì. L’atmosfera sospesa, le porte di legno, i ristoranti costosi solo intravisti e immaginati dietro la carta di riso. Il fiume scorre a un passo e con un po’ di fortuna, fra una lanterna e l’altra, potreste restare abbagliati dal candore del viso di una geisha.

Yakitori

Yakitori

3) Bayon, Cambogia

Il bayon

Il bayon

Come è fastidiosa Siam Reap, con la sua confusione perenne, così i templi di Angkor sono incantevoli. Non sembrano di questo mondo; avvolti come sono dalla giungla, sembrano arrivare da un altro pianeta. In questo labirinto di pietra, il mio preferito resta comunque lui, il Bayon, con i suoi volti che ti osservano da ogni prospettiva. Di quella visita ho due ricordi: quello del mattino, con attacco di bile per i turisti urlanti, i selfie stick e il cibo buttato alle scimmie sempre più impertinenti. E poi quello del pomeriggio, col sito archeologico mezzo vuoto, e poca gente insieme a noi nella luce dorata che precede il tramonto. In mezzo a tutti quei sorrisi. Sorridere del mondo, con tutte le sue follie? O forse è benevolenza verso il genere umano. O forse è un invito a fregarsene delle beghe quotidiane. Comunque sia, è un luogo potente e magico, che mi fa pensare ad Angkor come a uno di questi posti nel mondo che proprio non si possono non visitare.

Facce soddisfatte nel tempio Bayon

Facce soddisfatte nel tempio Bayon

4) Varkala

Silenzio, pescatori e tanto caldo. Varkala può essere una trappola turistica, ma in realtà poi dispiace ripartire quando si riprende l’ennesimo treno indiano affollato. Paradiso hippie e del viaggiatore zaino in spalla – in particolare di quella tipologia (che mi fa rosicare con una specie di nostalgia delle cose non vissute) che parte col biglietto di sola andata perché tanto è in pieno anno sabbatico -, la spiaggia di Varkala è anche meta di cacciatori di medicina ayurvedica. E infatti abbondano le spa, molte vere, altre un po’ alla buona, diciamolo. Ma dietro il lato Occidentali’s Karma su questa sponda del caldissimo oceano Indiano si trova quel puro piacere di oziare in mezzo a una natura rigogliosa, che è il grande regalo del Kerala. Vale proprio la pena pernottare un po’ prima della spiaggia principale, dove cenare in intime spiaggette davanti al mare, interrotti solo dal rumore della risacca. E aspettare il buio, quando i pescatori, avvolti nel loro corto sarong, salpano dopo avere sistemato le reti per ore. Allora è bello osservarli, ormai ridotti a punti luminosi che galleggiano sull’acqua, da lontano.

Pescatori a Varkala

Pescatori a Varkala

5) Takayama

Sono tanti i luoghi che amo in Giappone, per esempio Kyoto e il Monte Koya, ma Takayama è proprio un po’ speciale. Concentra nel suo piccolo centro tutte le cose che amo di più quando mi trovo là e dove anche un Paese così modernizzato all’improvviso si scopre ‘più asiatico’ del previsto. Un po’ per le tante case tradizionali in legno perfettamente conservate, un po’ per il bellissimo santuario di Sakurayama Hachiman. E poi per i suggestivi matsuri, le feste legate alle stagioni che si tengono due volte l’anno, in primavera e in autunno, in cui sfilano enormi carri che come stile rimandano alla Cina. Ma non è finita qui. Non posso non citare i ryokan tradizionali con onsen dall’acqua bollente, o la favolosa carne di Hida, la specialità locale che si scioglie in bocca. E poi c’è il viaggio in treno, che si arrampica sulle Alpi giapponesi fra gole, risaie e case isolate, con il loro tempietto fuori dalla porta. Ci sono i giri in bicicletta, i fiori nei tombini, i negozi di ceramiche e le distillerie di sakè. C’è il mercato mattutino sulla riva del fiume e Shirakawa-go, con le sue casette tradizionali è un passo. Devo aggiungere altro?

 

A Opuwo per visitare gli Himba

In lingua locale Opuwo significa ‘la fine’. La fine della Namibia? La fine della civiltà per come la intendiamo noi? La fine della strada asfaltata? Torno con la mia fissa per i luoghi di confine, gli avamposti. In Namibia quella di trovarsi alla fine del mondo è una sensazione più o meno ricorrente, ma qui, verso l’estremo nord del Paese, la si sente ancora di più.

 

A Opuwo ci si viene per due motivi: per visitare un villaggio Himba e le Epupa Falls, al confine con l’Angola. Chi ha più tempo e voglia di incontrare una delle etnie più fotogeniche del Paese prosegue circa 200 chilometri a Nord dall’Etosha National Park su una strada in mezzo a territori selvaggi, ma che fortunatamente oggi è asfaltata. Per chi, come nel nostro caso, arriva da sud – dalla costa e da Twyfeltontein – , il salto è grande. Finché l’Africa è fatta di enormi spazi, di passaggi montani e di deserti, prevale un senso di spaesamento, ma anche di meraviglia. Le città, invece, spesso hanno qualcosa di inquietante, saltano gli schemi a cui siamo abituati. Come, ad esempio, trovare donne mezze nude che attraversano la strada, le Himba, o fare fatica a scendere dall’auto per l’assalto di un gruppo di ragazze che vendono braccialetti. Oppure vedere, fra gli scaffali del supermercato, una signora Herero avvolta nel suo voluminoso e colorato vestito di epoca vittoriana. Opuwo è una città in cui esplodono le contraddizioni, per questo credo che un viaggio in Namibia senza una tappa qui sia fondamentalmente un po’ incompleto.

Nel villaggio himba

Nel villaggio himba

Per visitare gli Himba abbiamo trovato su Internet John, un ragazzo di origini Himba con un notevole piglio imprenditoriale. Nel giro di qualche anno si è fatto un nome come guida- parla molto bene in inglese- e da poco ha aperto un camping proprio lungo la strada che porta ai villaggi: è un posto decisamente spartano ancora, ma ci sono parecchi alberi sotto i quali campeggiare per chi ama immergersi nella natura africana. Noi lo abbiamo incontrato in città la sera prima, per accordarci sulla visita: è così che abbiamo scoperto che l’avremmo condivisa con Bogdan, un ragazzo romeno che stava finendo un giro pazzesco in bicicletta, da Il Cairo a Città del Capo. In cambio del nostro giro al villaggio abbiamo dato a John soldi per comprare farina di mais, pane e altri alimenti per gli Himba. Poi, la mattina alle 8, siamo partiti.

Nel villaggio Himba

La strada sterrata che porta al villaggio è lunga circa 40 chilometri. Si incontrano altri villaggi e ragazzini che spingono il bestiame in mezzo alla strada per far fermare i turisti (non poi tanti in verità) e spillare loro qualche soldo. La nostra guida però li sorprende urlando dietro cose incomprensibili, ma che ottengono un risultato immediato: i bambini scappano di gran carriera. Ogni tanto si staglia in lontananza la figura di una donna Himba, con il suo carico di acqua sulla testa. Mi resta impressa l’immagine di due montagne gemelle, sembrano vulcani grigi all’orizzonte.

Quando arriviamo al villaggio troviamo un tempo sospeso, o quasi. Se non fosse per il solito fuoristrada, un po’ sgangherato in verità, parcheggiato fuori dalla staccionata e il cellulare che intravedo sul gonnellino della moglie del capo, potrei trovarmi in qualsiasi momento della storia umana. Al villaggio i ragazzi non sembrano far troppo caso alla nostra presenza: per loro è una normale mattinata di lavoro, iniziata con il sorgere del sole. Dico ragazzi perché nello spazio recintato troviamo soprattutto bambini e giovani: gli anziani sono fuori con le pecore, mentre le donne si occupano di varie faccende domestiche. Una ragazza munge una mucca, una donna prepara una specie di formaggio agitando due otri, un’altra ripulisce la soglia della capanna, anche se è difficile pensare al concetto di pulizia quando viene usato sterco di mucca al posto dello sgrassatore. In effetti questo materiale decisamente a chilometro zero viene anche bruciato: in generale a queste latitudini si potrebbe dire che della mucca non si butta via niente.

La maggiore parte degli abitanti ci guarda appena, soprattutto gli uomini impegnati a… evirare un toro. Una scena cruenta, che spezza la monotonia della mattinata, mentre la vista di quegli animali che scalciano mi impaurisce. Ma va tutto bene, tutto avviene del recinto, il cameo di me incornata viene fortunatamente rimandato e i ragazzi si riposano chiacchierando sotto gli alberi. Sembra una conversazione concitata, ma scopriamo poi che stavano parlando così animatamente di mucche.

il villaggio Himba

il villaggio Himba

Quelli veramente incuriositi dalla nostra presenza e dal nostro abbigliamento sono i bambini. Soprattutto uno, davvero piccolo, vuole assolutamente essere tenuto per mano da noi e da Bodgan: ci segue come un’ombra, è molto insistente, ma anche tenerissimo nella sua felpa rossa. Gli altri, un po’ più grandi, sono impegnati nella versione locale del lancio di palle di neve. Se avete letto poco più sopra, avrete già capito la consistenza dei ‘missili’: mi sento anni luce dai parchetti in cui giocano i miei nipoti, dalle salviette profumate sempre a portata di mano che escono dalle borse delle mamme in Italia. Qui non si lavano proprio, ci spiega John, le donne si coprono la pelle e i capelli di questa sostanza rossa che protegge dal sole e dagli insetti e che le caratterizza. E basta. Qualcuno va a scuola, ma per la maggior parte della tribù la vita si svolge nel villaggio; al massimo si va in città a Opuwo a piedi, o in auto quando c’è un passaggio. La corrente elettrica arriva, ma solo nelle capanne più vicino alla strada.

Le donne hanno l’aria sempre un po’ seccata, alcune sono giovanissime, ma molte di loro hanno già dei figli. Una mi invita a cucinare con lei una specie di polenta che sobbolle in un pentolone: non ho la sua forza e mi sento maldestra, ma almeno mi accenna un sorriso. È un mondo, devo ammetterlo, che mi sconcerta parecchio. Mi colpisce nel profondo, mi incuriosisce, ma sento che ci vorrebbe del tempo per capire davvero come si può vivere così, lontano da tutto, in barba a tutto. In un’altra dimensione. Una volta di più ragiono sul fatto che nel nostro mondo abbiamo troppe cose, ne siamo assuefatti. Ma qui, francamente, mi pare che ne manchino un po troppe. Oppure il problema è che viaggiamo sempre con troppe aspettative, facciamo subito il confronto con il nostro mondo, mentre forse dovremmo guardare e basta. Non so cosa pensassi di trovare, forse un’esperienza più turistica, tanto artigianato locale pronto solo ad essere messo su aereo e mostrato a casa, raccontando che l’ho pagato due soldi. Niente, per fortuna, di tutto questo è successo. Mi sembra di essere atterrata sulla terra qualche secolo fa.

Mentre sono persa in tutti questi pensieri, la prima moglie del capo villaggio ci accoglie nella sua capanna. All’interno è pulita, ma l’odore è pungente fra l’odore delle braci e quello dei gonnellini in pelle attaccati alle pareti. La donna mi scruta con aria un po’ severa. Ci chiede se siamo sposati e da quanto, se abbiamo figli. Chiede da dove veniamo, ma non so la parola Italia su quale mappa se la possa visualizzare. Consegniamo il cibo e capiamo in fretta che il pane a fette è l’oggetto che va a ruba. Ce ne andiamo e lasciamo il gruppo così, sotto quell’albero che ripara dal sole infuocato di mezzogiorno, con le loro chiacchiere.

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