Author: persorsi

Alla scoperta delle Seychelles

Doveva essere San Pietroburgo e invece ci siamo trovati alle Seychelles. Uguale uguale vero? Questo post è il primo di quelli che voglio dedicare a questa piccola repubblica nel cuore dell’Oceano indiano. Un po’ di terra e colori brillanti immersi in un’acqua azzurrissima e calda scoperta in un viaggio ritmato dall’amicizia. E già che ci sono, voglio anche sfatare qualche cliché. Il primo, che sia solo una destinazione da luna di miele: noi eravamo in quattro – abbiamo avuto la fortuna di trovarci con quei due grandi viaggiatori (e persone straordinarie) che sono Paola e Gianni-, non particolarmente in fissa con il mare, ed è andata alla grande. Poi c’è il punto dei costi: è vero che queste isole tropicali sono una destinazione cara, ma con un po’ di accorgimenti si riescono a rispettare budget insospettabili. Sul fatto che le spiagge siano paradisiache, invece, non c’è nulla da dire: sono davvero così. Sono perfette, incorniciate da palme e dalle rocce granitiche, e selvagge. Comincio con un po’ di informazioni pratiche, dall’itinerario a come ci siamo …

Un alberello pantesco

Le cantine di Pantelleria

Torno a scrivere di Pantelleria, che non solo è stato il nostro ultimo viaggio, ma anche la scoperta di un posto nuovo con tutti gli ingredienti che piacciono a me. Facile indovinare: è un’isola sperduta, che sono riuscita a visitare in bassa stagione, è vulcanica, la terra fuma e in generale la natura non è di quelle più ospitali.  Insomma, è uno di quei luoghi, dall’Islanda alla Nuova Zelanda, in cui ci si sente un po’ gli intrusi (ma per fortuna costa meno eh). E poi, la ciliegina sulla torta: ci sono le cantine da visitare e il vino. E che vino. Tutti quelli a cui ho detto che partivo per Pantelleria sono partiti in tromba con i capperi e il passito. Per fortuna non ci sono solo quelli, ma in effetti sì, si guida fra distese di vigne e piante verdissime di cappero che si trovano, oltre che nelle apposite coltivazioni, anche sui muretti a secco o sulle rocce. E poi c’è un altro mare, oltre il Mediterraneo: quelle delle viti, dei bassi alberelli …

Pantelleria a settembre

  La prima immagine che ho di Pantelleria è un produttore che arriva nel suo ristorantino sul mare, un piccolo dammuso dove si può pranzare e degustare i vini, e inizia a distribuire a tutti grappoli di zibibbo. Scende le scale e offre qualche chicco a tutti i bagnanti che riesce a trovare a Gadir. C’è chi sta uscendo ancora dall’acqua, chi sta prendendo il sole. Per tutti c’è un po’ d’uva. La mia Pantelleria è questo. Vite complicata da coltivare in una terra sempre assetata e da raccogliere, con le schiene curve su quei bassi alberelli. Ma anche gente che ci ha accolto con cortesia, in maniera semplice, senza effetti speciali. Pantelleria, un’isola lontana da tutto Pantelleria è bellissima e non assomiglia a nessun altro posto, con il suo isolamento e la sua anima nera. Scura è la roccia vulcanica, che a volte ricorda il carbone delle calze della befana, e scuri sono gli scogli su cui si cerca, rischiando a volte di rompersi l’osso del collo, di arrampicarsi per arrivare al mare. Nera …

Ode alla taverna greca

Solo quando mi siedo sulla seggiola di legno blu, quando mi hanno portato un cestino con dentro pane e posate e un piccolo bicchiere, come quello delle mie osterie bolognesi, allora mi sento in Grecia. Solo dopo che il caldo insistente si placa all’improvviso – un miracolo che si rinnova tutte le volte, sotto una veranda o un pergolato – sono arrivata. Anzi, tornata. Non c’è posto in cui io mi senta più a casa nel mondo che una taverna greca, sia che affondi i miei piedi sulla sabbia e mi sembri di mangiare direttamente sul mare, sia che mi sia spezzata le gambe su scalini e vicoli di bianchi in minuscoli paesi. Ogni volta, quando il cameriere ferma in modo sbrigativo al tavolo la tovaglia di carta con la mappa dell’isola di turno disegnata e mi racconta quei piatti che sono sempre uguali eppure sempre diversi, il tempo si ferma. E io mi sento in pace. Questo post è una dichiarazione d’amore alla taverna (taberna? Estiatorio?) greca. Un mondo rassicurante fatto di storie di …

I vini delle Cicladi: a Serifos

La prima immagine che ho di Serifos è di me che arranco su una salita, fra i muretti. In fondo, il monastero di Tachiarchis, dove vive un monaco solo da anni. A sinistra l’Egeo. L’unico suono è quello di grilli e cicale, nella campagna bruciata dal sole. Ma che fatica salire a piedi fino alla cantina, non me lo sono mai sudato così tanto un calice di vino. Questa storia inizia a Serifos, una delle ultime due isole delle Cicladi che abbiamo visitato. L’altra era Sifnos, l’isola di fronte, ma non nascondo che la prima è stata la vera scoperta di questo viaggio. Piccola, brulla, divisa fra paesini quasi disabitati e una chora bellissima, Serifos ha un’anima un po’ punk con il suo passato legato alle miniere, murales e tante imperfezioni che la rendono più spontanea. E poi c’è il vino- quello locale dal colore ambrato, servito a temperatura ambiente -, ma soprattutto la cantina Chrysoloras, piccolo gioiello scoperto la prima sera a cena, nel porto di Livadi. Il vino bianco ci è piaciuto subito …

Cinque posti che amo dell’Asia

In  questi giorni di trasloco mi è spesso venuta in mente l’Asia. Fra gastriti per gli intoppi e la mia capacità di prendersela per cose, in fondo, minime, ho pensato spesso alla quiete e alla capacità di sano distacco che si respira in certi luoghi in un raggio un po’ vasto in realtà, diciamo dall’India al Giappone. Qualche migliaia di chilometri in cui vagare per templi, guardare lo scorrere del fiume, far sì che l’abito di un monaco colori la giornata. Ho fatto una piccola lista di tutti quei luoghi asiatici in cui torno ogni volta che chiudo gli occhi. L’Asia, per quanto sia difficile raggruppare sotto questa etichetta una serie di paesi in  cui sono stata negli ultimi anni, non è il posto in cui io più mi senta in sintonia, o diciamo a casa. Per me è l’altrove, l’altro modo possibile di vivere e diventa una voce che chiama.  E può provocarmi grandi innamoramenti. 1) Luang Prabang, Laos E’ sempre la prima della lista, pur con i suoi difetti. Ma chi non li …

A Opuwo per visitare gli Himba

In lingua locale Opuwo significa ‘la fine’. La fine della Namibia? La fine della civiltà per come la intendiamo noi? La fine della strada asfaltata? Torno con la mia fissa per i luoghi di confine, gli avamposti. In Namibia quella di trovarsi alla fine del mondo è una sensazione più o meno ricorrente, ma qui, verso l’estremo nord del Paese, la si sente ancora di più.   A Opuwo ci si viene per due motivi: per visitare un villaggio Himba e le Epupa Falls, al confine con l’Angola. Chi ha più tempo e voglia di incontrare una delle etnie più fotogeniche del Paese prosegue circa 200 chilometri a Nord dall’Etosha National Park su una strada in mezzo a territori selvaggi, ma che fortunatamente oggi è asfaltata. Per chi, come nel nostro caso, arriva da sud – dalla costa e da Twyfeltontein – , il salto è grande. Finché l’Africa è fatta di enormi spazi, di passaggi montani e di deserti, prevale un senso di spaesamento, ma anche di meraviglia. Le città, invece, spesso hanno qualcosa …

Solitaire, nel deserto della Namibia

Ho sempre avuto un debole per i luoghi di confine, gli avamposti. Presente quella descrizione sulle guide a proposito dei posti di frontiera, che sono l’ultimo segno di umanità prima delle terre selvagge? Quelle tappe del viaggio in cui la natura fa uno scarto; da lì in avanti il paesaggio cambia e diventa inospitale. Nel mio recente viaggio in Namibia molti posti potrebbero rientrare in questa tipologia far west, ma quello che vince a mani bassi la mia personale categoria del ‘desolato’ è sicuramente Solitaire. Con un nome così, non poteva essere altrimenti. Da Windhoek a Sossusvlei Solitaire è una tappa obbligata per chi è diretto a Sossusvlei. Molti viaggiatori raggiungono questo cuore assetato fra le dune – una delle foto più scattate in Namibia- come prima tappa direttamente dalla Capitale, ma c’è anche chi arriva da Nord, solitamente da Swakopmund, sulla costa atlantica. Le strade in Namibia non sono mai molte e per arrivare a Sesriem, la porta per il Namib-Naukluft National Park, una sosta in questo luogo sperduto lo fanno praticamente tutti. Ed è …

A Twyfelfontein, nel rosso della Namibia

Forse non sarà il luogo più noto della Namibia, come l’Etosha o Sossusvlei, ma in viaggio a volte capita che il cuore resti in posti che in noi accendono una scintilla. Questa volta è successo a Twyfelfontein, una delle tappe che più ho amato, anche se tutto lasciava presagire una serata disastrosa, per quanto fossimo pure usciti indenni dalla Skeleton Coast. Ci troviamo nel Damaraland, una zona non solo bellissima dal punto di vista paesaggistico, ma anche interessante da quello culturale, grazie alle incisioni rupestri che permettono di fare un salto nel tempo di millenni. Dalla Skeleton Coast a Twyfelfontein Sapevamo che sarebbe stata una delle tappe più lunghe del nostro viaggio, quello che non sapevamo è quale strada avremmo scelto. Parliamo di una meta, la zona di Twyfelfontein, che rientra normalmente nei tour fra l’Etosha e Swakopmund e che la maggior parte dei viaggiatori di solito raggiunge passando per una strada interna, la C35, che passa per Uis costeggiando il Branberg. E anche noi stavamo per fare la stessa scelta, visto che il navigatore …

Solitaire

Viaggio in Namibia, una guida pratica

Dopo nove anni sono tornata in Africa. Sono tornata, da molto tempo mi chiamava, sempre nella parte australe: dopo il Sud Africa, ho aggiunto un tassello del puzzle con la Namibia. Ho ritrovato gli spazi, enormi, e i cieli, sconfinati. Quella vita scandita da albe e tramonti. Il vero dono dell’Africa sono i cieli, secondo me. E ho ritrovato anche gli animali, che sembrano sempre venire da un altro tempo, con i loro colori polverosi e le goffe andature (quando sono di buon umore). Ma la Namibia – che è uno dei Paesi meno popolati al mondo – in realtà ci ha regalato scenari che non sembrano di questa terra. Oppure sono la nostra terra nella sua faccia più vera, chissà. Non ho mai visto – neppure in Nuova Zelanda- cambiare il paesaggio tanto rapidamente. E soprattutto non l’ho mai visto così desolato, così privo di esistenza umana. Oppure a volte le tracce umane sono solo resti, relitti, ruggine. Quella della Namibia è una natura bellissima, ma anche spietata, sconcertante, sempre pronta a riprendersi tutto …