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Cinque posti che amo dell’Asia

In  questi giorni di trasloco mi è spesso venuta in mente l’Asia. Fra gastriti per gli intoppi e la mia capacità di prendersela per cose, in fondo, minime, ho pensato spesso alla quiete e alla capacità di sano distacco che si respira in certi luoghi in un raggio un po’ vasto in realtà, diciamo dall’India al Giappone. Qualche migliaia di chilometri in cui vagare per templi, guardare lo scorrere del fiume, far sì che l’abito di un monaco colori la giornata. Ho fatto una piccola lista di tutti quei luoghi asiatici in cui torno ogni volta che chiudo gli occhi. L’Asia, per quanto sia difficile raggruppare sotto questa etichetta una serie di paesi in  cui sono stata negli ultimi anni, non è il posto in cui io più mi senta in sintonia, o diciamo a casa. Per me è l’altrove, l’altro modo possibile di vivere e diventa una voce che chiama.  E può provocarmi grandi innamoramenti.

1) Luang Prabang, Laos

Luang Prabang

Luang Prabang

E’ sempre la prima della lista, pur con i suoi difetti. Ma chi non li ha? Per me è la città del vero primo viaggio in Asia, è il cuore del Laos, è la città dei due fiumi, quelli che guardava Terzani immaginando che forse il tempo non scorre proprio come sembra a noi. Forse il futuro è già successo, rifletteva Tiziano sulla collina del Phou si durante il suo viaggio a caccia di indovini. Luang Prabang è una città accogliente, è una città dolce. E’ bello trascorrervi qualche giorno fra giri in bici, lunghe colazioni in riva al Mekong, assaggiando le contaminazioni con la cucina francese e soprattutto visitando i templi, così numerosi. Passate verso l’ora del tramonto, potreste imbattervi in giovani monaci impegnati a cantare, è un momento ipnotico e commovente. Tralascio invece la famosa questa mattutina: è vero che è presa d’assalto dai turisti e che ormai è molto commerciale, verissimo. Ma la sfilata di quelle decine di monaci di tutte le età che sembrano camminare sull’aria nelle loro vesti raccogliendo le offerte è uno spettacolo che vale sempre la sveglia all’alba.

2)  Ponto cho, Giappone

Ponto cho

Ponto cho

Un’altra prima volta, quella in Giappone e con Kyoto. In quella occasione la città mi accolse sotto la pioggia, come se non bastasse già il jet lag. Ma varcare la soglia e scoprire il piccolo mondo che si celava dietro una porticina scorrevole è stato come essere accolti per sempre in quell’universo giapponese fatto di gesti, di gentilezza, di calore. E in quel caso anche di yakitori, i divertenti spiedini mangiati al bancone che mi hanno fatto dimenticare la stanchezza. E’ stata un’iniziazione. E un innamoramento. Quel localino a Ponto cho, il vicolo storico nel centro di Kyoto, non esiste più, ma tutto il resto sì. L’atmosfera sospesa, le porte di legno, i ristoranti costosi solo intravisti e immaginati dietro la carta di riso. Il fiume scorre a un passo e con un po’ di fortuna, fra una lanterna e l’altra, potreste restare abbagliati dal candore del viso di una geisha.

Yakitori

Yakitori

3) Bayon, Cambogia

Il bayon

Il bayon

Come è fastidiosa Siam Reap, con la sua confusione perenne, così i templi di Angkor sono incantevoli. Non sembrano di questo mondo; avvolti come sono dalla giungla, sembrano arrivare da un altro pianeta. In questo labirinto di pietra, il mio preferito resta comunque lui, il Bayon, con i suoi volti che ti osservano da ogni prospettiva. Di quella visita ho due ricordi: quello del mattino, con attacco di bile per i turisti urlanti, i selfie stick e il cibo buttato alle scimmie sempre più impertinenti. E poi quello del pomeriggio, col sito archeologico mezzo vuoto, e poca gente insieme a noi nella luce dorata che precede il tramonto. In mezzo a tutti quei sorrisi. Sorridere del mondo, con tutte le sue follie? O forse è benevolenza verso il genere umano. O forse è un invito a fregarsene delle beghe quotidiane. Comunque sia, è un luogo potente e magico, che mi fa pensare ad Angkor come a uno di questi posti nel mondo che proprio non si possono non visitare.

Facce soddisfatte nel tempio Bayon

Facce soddisfatte nel tempio Bayon

4) Varkala

Silenzio, pescatori e tanto caldo. Varkala può essere una trappola turistica, ma in realtà poi dispiace ripartire quando si riprende l’ennesimo treno indiano affollato. Paradiso hippie e del viaggiatore zaino in spalla – in particolare di quella tipologia (che mi fa rosicare con una specie di nostalgia delle cose non vissute) che parte col biglietto di sola andata perché tanto è in pieno anno sabbatico -, la spiaggia di Varkala è anche meta di cacciatori di medicina ayurvedica. E infatti abbondano le spa, molte vere, altre un po’ alla buona, diciamolo. Ma dietro il lato Occidentali’s Karma su questa sponda del caldissimo oceano Indiano si trova quel puro piacere di oziare in mezzo a una natura rigogliosa, che è il grande regalo del Kerala. Vale proprio la pena pernottare un po’ prima della spiaggia principale, dove cenare in intime spiaggette davanti al mare, interrotti solo dal rumore della risacca. E aspettare il buio, quando i pescatori, avvolti nel loro corto sarong, salpano dopo avere sistemato le reti per ore. Allora è bello osservarli, ormai ridotti a punti luminosi che galleggiano sull’acqua, da lontano.

Pescatori a Varkala

Pescatori a Varkala

5) Takayama

Sono tanti i luoghi che amo in Giappone, per esempio Kyoto e il Monte Koya, ma Takayama è proprio un po’ speciale. Concentra nel suo piccolo centro tutte le cose che amo di più quando mi trovo là e dove anche un Paese così modernizzato all’improvviso si scopre ‘più asiatico’ del previsto. Un po’ per le tante case tradizionali in legno perfettamente conservate, un po’ per il bellissimo santuario di Sakurayama Hachiman. E poi per i suggestivi matsuri, le feste legate alle stagioni che si tengono due volte l’anno, in primavera e in autunno, in cui sfilano enormi carri che come stile rimandano alla Cina. Ma non è finita qui. Non posso non citare i ryokan tradizionali con onsen dall’acqua bollente, o la favolosa carne di Hida, la specialità locale che si scioglie in bocca. E poi c’è il viaggio in treno, che si arrampica sulle Alpi giapponesi fra gole, risaie e case isolate, con il loro tempietto fuori dalla porta. Ci sono i giri in bicicletta, i fiori nei tombini, i negozi di ceramiche e le distillerie di sakè. C’è il mercato mattutino sulla riva del fiume e Shirakawa-go, con le sue casette tradizionali è un passo. Devo aggiungere altro?

 

3 Comments

    • persorsi says

      Allora spero che tu possa avere l’occasione di viverli!
      Comunque questa nostalgia ce l’ho sempre anche io!

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