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Tre posticini in cui cenare in Giappone

Sashimi misto

In Giappone mangiare è musica, e di quella buona. Questo mio terzo viaggio autunnale mi ha regalato le consuete gioie del palato, ma soprattutto qualche nuovo indirizzo da consigliare (e in cui tornare). Sono posti trovati un po’ per caso, di quelli che svoltano una giornata complicata, e altri invece scelti per il nostro numeroso gruppo da amici che ci hanno organizzato una serata speciale. Qui racconto tre ristoranti, tre locali apparentemente molto diversi, ma che spiegano perfettamente cosa significa per me mangiare in Giappone e perché ritengo che il cibo condiviso sia una parte così importante del viaggio.

Kyoto – Tsuduri

Ero un po’ pensierosa prima di entrare in questa izakaya. Sai che novità, che io fossi pensierosa, potrebbe dire chi mi conosce bene. Ma il punto è che, quando abbiamo varcato la soglia scostando le tradizionali tendine blu, non avevamo idea di chi avremmo incontrato dall’altra parte. Ci aspettavano infatti Makoto e un’amica, due studenti di italiano interessati a fare conversazione con noi dopo averci “conosciuto” in modo virtuale attraverso la guida dei Viaggiautori. Con “noi” intendo anche i miei due nipotini e una coppia di amici che ci avrebbe raggiunti dopo tornando da Hiroshima. E poi la parola izakaya può significare tipi di locali molto eterogenei in Giappone: posti raffinati, quanto fumosi e caotici. L’unica regola generale è che si beve mangiando sempre qualcosa. In questo caso si è verificata la migliore delle possibilità: ci siamo trovati in una bella casa tradizionale, proprio davanti a un tempio illuminato dalla luce delle lanterne, in cui avevamo a disposizione una saletta intera.

Un piatto di sashimi

Un piatto di sashimi

In izakaya si beve sempre mangiando qualcosa

In izakaya si beve sempre mangiando qualcosa

Rompiamo il ghiaccio con una birra, mentre scorriamo il menù scritto a mano anche in inglese (mai darlo per scontato). Un po’ ci facciamo consigliare, un po’ ci lanciamo. Proviamo sashimi misto, freschissimo e saporito, e un cracker di granchio friabile spennellato con uovo. Buonissimo. Poi c’è un piatto a cui non so resistere: è una specie di cubetto di pancetta servito con la sua salsa e un uovo: mi ricorda molto la carne di maiale mangiata a Okinawa, davvero morbida e gustosa (e alla faccia di chi dice che in Giappone si mangia solo pesce crudo). Arrivano colorati piattini, creando quel puzzle variopinto che è una gioia per gli occhi sulle tavole giapponesi. La conversazione intanto prende quota e i nostri nuovi amici ci raccontano dei viaggi nel nostro Paese, della loro classe di lingua italiana, dell’insegnante originaria di Pescara. Si parla di lavoro, di Tokyo che ci aspetta il giorno dopo.

Passiamo al sake, freddo e piacevole come sempre, mentre arrivano anche cestini di tempura, tofu fritto, fish cake e insalata di patate che i bambini fanno sparire in un secondo. Il cibo è buonissimo, in piccole porzioni che è bello condividere, proprio come stiamo condividendo brandelli di vita, curiosità reciproca e lingua. Era una serata al buio ed è stata un successo. Questo appagamento misto a gratitudine in Giappone mi capita di provarlo sempre più spesso.

Tsuduri si trova in una laterale di una delle strade più importanti di Kyoto, Karasuma, all’incrocio con Matsubara dori.
Prezzo: circa 3mila yen a testa, bevande comprese e mangiando a sazietà.

Tokyo – Daikichi

Tutti i nati negli anni Ottanta lo conoscono. E’ Marrabbio, un nome una garanzia, un’icona del personaggio costantemente di cattivo umore con fascetta in testa e spatoline in mano (il gatto si chiamava Giuliano e amava le polpette). Ebbene, locali simili a quello del padre di Licia, piccoli, con una clientela affezionata e porte scorrevoli in Giappone ce ne sono a quintalate: noi ne abbiamo trovato uno nel nostro quartierino di Higashi Mukojima, o lato B della ben più famosa zona di Asakusa. Con la differenza che al posto di Marrabbio c’era un signore molto gentile che preparava yakitori.

Il locale dall'esterno

Il locale dall’esterno

La giornata era stata in salita dall’inizio. Alle 5.40 io e Patrick abbiamo lasciato Kyoto per raggiungere l’aeroporto di Osaka nel tentativo di recuperare un libro e un I-pad perduti. Manco a dirlo, missione compiuta. Poi ci siamo fiondati su un treno per Himeji, visitato il castello, per poi ri-fiondarci a Kyoto e, con una veloce coincidenza, prendere uno shinkansen per Tokyo. Impresa già non facile, figuriamoci in otto con tanto di valigie e passeggino. Morale della favola, scesi a Tokyo, mancava all’appello un cellulare. Nel parapiglia, mentre io recuperavo un nipote, si è persa la mia valigia. Spoilero subito che tutto sarà ritrovato nel giro di poche ore, ma arrivare a casa, in un appartamento di Airbnb in strade senza nome, carichi come dei muli, non è stato proprio un momento zen. E così, dopo una breve sosta, eccoci di nuovo fuori sotto la pioggia a capire dove cenare in un quartiere che ho amato molto – con le sue case basse e la dimensione popolare – ma priva di vere e proprie attrazioni turistiche. E così, sotto l’acqua e senza molte alternative, ci siamo avventurati da Daikichi, una catena specializzata in yakitori, spiedini di pollo.

Ci accoglie un locale in legno, molto intimo, che mi ricorda il clima conviviale delle nostre osterie a Bologna. Solo che qui in Giappone è tutto incredibilmente più piccolo. Un gruppo come il nostro che vaga alle 10 di sera in una zona poco turistica non passa inosservato e subito si danno tutti un gran da fare per trovarci un angolo abbastanza grande, a un passo dal bancone. Persino qui, mio nipote riceve il suo piattino speciale con baby forchette, mentre noi scegliamo i nostri spiedini. Nei posti specializzati in yakitori è bello fare più ordinazioni, mentre si beve birra e si chiacchiera, a volte pure con il cuoco. Come dice il nome stesso, vengono serviti solo varie parti del pollo, dalle semplici polpettine, alle interiora. Io e Patrick siamo i più spericolati e proviamo tutto, mentre il nostro simpatico Marrabbio prepara la carne sotto i nostri occhi, girandola finché non è cotta al punto giusto.

Yakitori!

Yakitori!

Così vicini, tutti siamo perfettamente presenti nella conversazione, che si scioglie, come la fatica di questa lunga giornata. Fra un’ordinazione e l’altra spazzoliamo gli edamame, i fagioli verdi di soia, e patate al cartoccio, servite nella stagnola col burro. Ancora una volta è il calore, della brace, di un luogo simpatico mentre fuori piove, che resta uno dei ricordi più belli di questo mio ritorno a Tokyo, che finisce tra inchini e saluti (e un karaoke dall’altra parte della strada).

Si trova vicino alla stazione di Higashi Mukojima (ecco la mappa).
Prezzo: molto variabile a seconda di quanto si ordina, ma non più di 2mila yen a testa direi.

Tokyo – Shinjuku Uoya Sho-ten

Tantissime immagini famose di Tokyo vengono da Shinjuku. Con i suoi neon, le strade affollate, look e colori di ogni tipo, è una delle zone che restano più impresse nella capitale. I locali sono tantissimi, spesso si trovano nei piani alti dei palazzi, svelati da insegne quasi impossibili da leggere da fuori. Per questo quando la nostra amica Rika ha detto di avere prenotato in una izakaya di pesce in questa parte così vivace della città sono stata molto contenta: non credo che da soli saremmo mai riusciti a individuare un posto valido e abbastanza grande per noi. Anche in questo caso abbiamo preso l’ascensore per salire diversi piani: una volta entrati, abbiamo lasciato le scarpe negli armadietti e ci siamo seduti in una stanza tutta per noi, separata lateralmente da porte scorrevoli.

Sashimi misto

Sashimi misto

Rika è una delle nostre amiche giapponesi che conosco da più tempo. E’ una studiosa di opera, che ha fatto la specialistica a Bologna al Dams musica. Sono rimaste negli annali le cene a casa nostra in cui i nostri colleghi partivano con imbarazzanti domande sui cartoni animati giapponesi e la scena di lei che beve la grolla dell’amicizia al nostro matrimonio. Siamo stati anche all’Arena di Verona a vedere l’Aida,  ma questa è la prima volta che la incontro in Giappone e mi fa un certo effetto. Si presenta assieme all’amica Seiko, che parla benissimo italiano e ci guida nella scelta del menu. Ordiniamo piatti di sashimi misto, la specialità della casa, e crocchette di patate per i bambini. Quello che arriva è il miglior sashimi che io abbia mai mangiato: i pesci sono serviti con un cartellino (in giapponese, quindi ci serve comunque una traduzione in diretta). Ci sono pesci bianchi, seppia, polipo, oltre il tradizionale tonno. Nelle izakaya è bello sperimentare e io e Patrick ci lanciamo: nell’allarme generale, a partire da quello delle nostre ospiti giapponesi, assaggiamo interiora di seppia. Hanno un colore rosato e sono un concentrato di mare e sapidità. Proviamo anche una ciotola di riso cotto nel tè verde.

Interiora di seppia

Interiora di seppia

La tavolata si amalgama, parliamo delle cose che abbiamo visto e che vedremo, come Takayama, la nostra prossima tappa. Come mi è capitato anche altre volte, le nostre amiche non ci sono mai state, sembra che i giapponesi non viaggino mai troppo all’interno del loro paese. Ma poi penso che Seiko è stata a Cagliari e in parti della Sardegna che mi sono completamente sconosciute e che è meglio che le mie generalizzazioni io le metta da parte. Come sempre, quando si viaggia.
Ah, c’è stato un finale tipicamente giapponese: Seiko ha regalato un piccolo portachiavi a forma di Totoro a mio nipote. Qui a mani vuote non si va via mai.

Indirizzo: rimando al link sopra.
Prezzo: circa 3mila yen a testa.

 

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